Estratto di un Discorso di Pio XII su Benedetto XIV

 

[DAL] DISCORSO PREPARATO DA SUA SANTITÀ PIO XII
IN OCCASIONE DI UNA SOLENNE COMMEMORAZIONE
DI PAPA BENEDETTO XIV

 

Per la prima quindicina di novembre del 1958 il Sommo Pontefice Pio XII dí v. m. aveva indetto — ricorrendo, nello scorso anno, il II Centenario dalla morte — una solenne commemorazione del Papa Benedetto XIV. All'omaggio in onore dell'insigne Pontefice, legislatore e giurista, avrebbero partecipato le rappresentanze del Sacro Collegio, della Prelatura, dei Tribunali e degli Uffici della Curia Romana; una delegazione dell'Arcidiocesi di Bologna, che il Cardinale Prospero Lambertini resse con eccelsi meriti; insigni personalità degli Atenei, soprattutto delle Facoltà Giuridiche, con alunni di queste discipline. Nel suo Discorso commemorativo Pio XII presenta, in modo completo, e per l'attività dell'altissimo ministero ecclesiastico e per l'incancellabile impronta lasciata nel campo degli ordinamenti, delle procedure e della vita della Chiesa in genere, la molteplice attività di Benedetto XIV. Il Discorso — che senza dubbio avrebbe avuto grande eco, specialmente nel ceto degli studiosi — chiude degnamente la lunga serie dell'insegnamento del compianto e venerato Pontefice Pio XII.

 

III
IL MAESTRO » NEI PROCESSI DI BEATIFICAZIONE
E DI CANONIZZAZIONE

 

Se non che, Venerabili Fratelli e diletti Figli, tra le opere scientifiche di Benedetto XIV, primeggia, per originalità e compiutezza, quella celeberrima dal titolo « De Servorum Dei Beatificatione et Beatorum Canonizatione », designata dalla critica unanime come fondamentale e classica, monumento durevole e ancora vivo del dotto Pontefice. A lui non potremmo rendere omaggio più degno, nella odierna celebrazione centenaria, che fare di questa opera, ancora insuperata, una particolare menzione.

L'opera « principe » di Benedetto XIV, licenziata alle stampe due anni avanti la sua elezione a Sommo Pontefice, si presenta, nella sua imponente mole, come compiuta sintesi di tutta l'erudizione che i molti secoli avevano accumulato intorno a tale argo mento, e della cui ampiezza e profondità Prospero Lambertini si era impossessato con la consueta diligenza durante circa trent'anni di studio e di prassi, nell'ufficio di Avvocato Concistorale ed in quello, durante venti anni, di Promotore della Fede. In' questa compiutezza di documentazione consiste il primo pregio dell'opera : alla mente indagatrice dell'Autore non sfugge nulla di notevole di quanto la storia ha conservato intorno alle materie agiografiche ed ai processi di canonizzazione, dai secoli più remoti fino al ricchissimo materiale, che precisamente dalla metà del secolo xvii si veniva pubblicando, con progrediti metodi di critica, dai Bollandisti e nelle raccolte delle fonti dei Maurini. Tutto il Lambertini valutò, ed ogni pietra, ricavata dalla storia della redenzione e della Chiesa, specialmente, com'è naturale, dall'agiografia, ed anche dalla teologia, dal diritto canonico e dalle scienze profane, collocò al proprio posto in una ben ordinata costruzione (sebbene ad alcuni appaia oggi, secondo il gusto moderno, alquanto farraginosa e formalistica), non trascurando di adornare l'intiero edificio con copiose altre cognizioni storiche e teologiche attinenti al soggetto. Quest'opera di Benedetto XIV, in quanto sintesi del pensiero e della prassi della Chiesa Cattolica intorno al culto dei Santi, si potrebbe in qualche modo paragonare alla Somma di S. Tommaso d'Aquino : come questa presenta il compendio di ciò che la sacra dottrina fu dal principio ed in ogni tempo, cosi l'opera del Lambertini offre una compiuta visione della tradizione ecclesiastica in materia di culto e di canonizzazione dei santi, dei criteri e delle modalità accolte come norme, fin da principio e nelle epoche successive, nel considerare e nel proclamare alcuno come santo. Soprattutto nell'indagine e nell'accertamento di quei criteri ha gran merito l'opera di Benedetto XIV, in particolar modo la dissertazione «De virtute heroica » (lib. III, cap. 2i e segg. — Opera Omnia, t. III, pag. 207 e segg.), nella quale l'Autore, sullo sfondo della esperienza e della prassi della Chiesa, disegna la figura del Santo, mostra in che cosa la santità consista, descrive l'ideale cattolico della santità, stabilendo in tal modo una dottrina, benchè non nuova nella sostanza, tuttavia organica negli elementi, esatta nei termini ed a tutte le menti accessibile.

Un altro merito, quasi congiunto col primo, consiste nell'aver derivato dalla tradizione ecclesiastica con esattezza e fedeltà i criteri, secondo i quali i fatti e le opere dei Santi, nonché la testimonianza cruenta della loro fede, sono da giudicare. Anche in questo campo, talora spinoso, che si presta per sua natura a diversità di vedute e a contrasti, il Lambertini si dimostra aperto, oggettivo e leale. Per citare alcuni esempi, indichiamo, nel lib. 3, cap. 20, la questione del martirio fuori della vera Chiesa di Cristo (Opera Omnia, t. III, pag. 195-207). Discussi e risoluti i casi dei falsi martirii, egli si propone quello di chi, in buona fede fuori della Chiesa, immola la vita per una verità insegnata anche dalla Chiesa, come, per esempio, l'esistenza di Dio o la divinità di Cristo. Benedetto XIV accoglie, illustrandone i motivi, la comune sentenza dei teologi nella risposta: « eum martyrem esse posse coram Deo, sed non coram Ecclesia » (pag. 198). Con pari serenità e fondatezza di argomenti egli esamina le sottili questioni dei limiti fra virtù eroica e non eroica, del peccato nella vita dei Santi, della « nota iactantiae et vanae gloriae », e di « quaedam extraordinariae actiones, quae a speciali Dei impulsu factae asseruntur », tutte contenute nel lib. 3, cap. 39-41 (Opera Omnia, t. III. pagg. 467-503).

Degna di nota è la posizione in cui deve porsi chi giudica i fatti e le opere dei Santi per accertare la eroicità della loro virtù: Benedetto XIV non delinea un quadro generale della virtus heroica, per esempio della fede o della umiltà del Santo, secondo uno schema ideale, sul quale si debba far combaciare, per dir così, il Santo reale; ciò a cui volge la sua attenzione nell'esame critico, sono immediatamente le opere dei Santi, dalle quali egli poi rivela la virtus heroica. Nel determinare il concetto di questa e nello stabilire norme per una sua giusta valutazione, Benedetto XIV manifesta quella larghezza e moderazione del suo spirito, già precedentemente notate, che, del resto, rispecchiano la prassi, a lui ben nota, della procedura romana. Egli richiede bensì da una parte, in ogni Santo, una vita di virtù corrispondente al particolare suo stato, e sempre di nuovo, esige una virtù superiore all'ordinaria del comune cristiano. Chi volesse esprimersi nel senso di un addolcimento della santità o dello sforzo verso di essa, non potrebbe certamente richiamarsi a lui. Ma, d'altra parte, egli respinge egualmente quello strano estremismo, che nei secoli XVII e XVIII, anche sotto l'influsso del giansenismo, era da alcuni difeso.

Coloro, come molti tra voi, che si occupano dei processi di Beatificazione e Canonizzazione, considerano a giusto titolo Benedetto XIV il «Maestro» per eccellenza dei loro ordinamenti. Tuttavia sappiamo che nelle vostre file si discute se ciò debba intendersi nel senso che gli ordinamenti di lui rappresentino il punto di arrivo nella perfezione dello sviluppo di detti processi, oltre il quale non è possibile avanzare; oppure se la sua opera rappresenti soltanto un elevato stadio verso ulteriore perfezionamento. Stabilito che la visione della santità cattolica, quale è offerta dal Papa Lambertini, ha ed avrà valore permanente, è lecito, ed anche utile, discutere sulla perfettibilità della prassi processuale da lui stabilita, poiché stimiamo che non corrisponderebbe né al pensiero, né alle intenzioni dello stesso Benedetto XIV, se si volesse lasciare il processo nella rigida forma, che aveva al suo tempo e quale si presenta nell'opera sua. La legge dello sviluppo storico delle umane istituzioni potrebbe imporre, anche in questa materia, alcuni rinnovamenti dell'ordinamento processuale, affine di renderlo più atto ad assolvere i suoi uffici, divenuti sempre più complessi e numerosi nei due secoli scorsi.

In tal caso, sarebbe innanzi tutto da esaminare se siano da adottarsi quei mezzi puramente tecnici, di cui oggi si dispone, e che semplificherebbero notevolmente i processi. Per citare un solo esempio, non si ammettono al presente atti dattilografati, ma soltanto copie manoscritte, mentre i primi importerebbero un notevole vantaggio di tempo, di esattezza, di comodità di lettura, di facilità di copie. Tale ricorso a mezzi tecnici nuovi, anziché offendere la tradizione, la continua, poiché è già un fatto che il processo di Beatificazione e Canonizzazione non è del tutto rimasto immobile durante gli ultimi duecento anni; ma si è perfezionato nella misura in cui si sono sviluppate le scienze di cui si serve. Ciò è avvenuto sul terreno della critica storica e della sua forza probante. Alieni dal sottovalutare il senso critico di quel secolo dei Maurini e del primo periodo dei Bollandisti, che pur rappresentava un progresso rispetto al passato, tuttavia è certo che la critica storica soltanto nel XIX e nel presente secolo ha conseguito lo sviluppo e il perfezionamento, che le donano la dignità di disciplina scientifica ed il valore di testimonianza fedele. Perciò il Nostro immediato Predecessore Papa Pio XI, esimio cultore di tali discipline, non dubitò di costituire per le cosidette « cause storiche », presso la S. Congregazione dei Riti, una speciale « Sezione storica » (Acta Ap. Sedis, XXII, 1930, pag. 87-88), il cui ufficio è di esaminare l'autenticità e la credibilità del materiale storico del processo, ed altresì di ricercare essa stessa nuove fonti di documenti.

Un altro notevole rinnovamento attuato negli ultimi tempi concerne le discipline mediche, alle quali si deve far ricorso nei processi di Beatificazione e Canonizzazione, prima di emettere taluni giudizi. È chiaro che lo stato, in cui esse si trovavano duecento anni or sono, non è paragonabile col presente. Se ne può avere una idea, senza allontanarsi dal soggetto, dall'opera stessa di Benedetto XIV, nei capi 51, 52 ed ultimo del libro 3 (Opera Omnia, t. III, pag. 584-614), ove egli disserta intorno alle visiones, apparitiones, revelationes, od anche nel libro 4, cap. 26, n. 26 (Opera Omnia, t. IV, pag. 308 e segg.), ove tratta di vari fenomeni, come le allucinazioni. Mentre l'ascetica e la mistica erano allora in grado di offrire una grande ricchezza di esperienze al riguardo, le cognizioni di medicina, al contrario, appaiono, oggi, rudimentali ed insufficienti. I processi di Beatificazione e Canonizzazione non potevano trascurare l'enorme sviluppo che le scienze mediche e psicologiche hanno conseguito dai tempi di Benedetto XIV ad oggi.

Ciò vale per il giudizio da formulare sui precedenti psicofisici e psicologici nella vita del Servo di Dio stesso; come sulla verità dei miracoli che si attribuiscono alla sua intercessione dopo morte. Pertanto, per ciò che concerne il secondo punto, Noi stessi abbiamo istituito presso la S. Congregazione dei Riti una commissione medica, incaricata di esaminare, nei casi di guarigioni affermate miracolose, se si tratti di vera guarigione da un determinato morbo, e se tale guarigione sia inspiegabile a norma delle leggi naturali.

Da alcuni si è manifestato anche il desiderio di un qualche alleggerimento nelle esigenze procedurali, per esempio, quanto all'Ufficio del Revisa e alla ripetizione delle discussioni sullo stesso argomento. D'altra parte, alla legittima, anzi lodevole tendenza verso il perfezionamento dei processi, che nulla toglie ai meriti di Benedetto XIV, né alla sua fama di « Maestro », si offre ancora una importante questione da risolvere, di ordine giuridico, molto vicina all'essenza della forma processuale stabilita da Benedetto XIV. Vi è noto che il processo, nella forma in cui egli lo ha lasciato, si fonda essenzialmente sulle deposizioni giurate dei testimoni. L'esito di un processo dipende, pertanto, quasi intieramente dalla persona dei testimoni, di cui si siano accertate le necessarie attitudini a testimoniare secondo verità. Si richiede certamente che essi siano omni exceptione maiores, homines bonae vitae et famae, tales, quod eorum dictis et attestationibus, in iudicio et extra, plenaria ab omnibus venit fides adhibenda (lib. 2, cap. 50, n. 4 — Opera Omnia, t. II, pag. 433 — cfr. anche Codex pro Postulatoribus, ed. 4, Roma 1929, pag. 128-129). Accertate nei testimoni tali attitudini, si stimò che la loro deposizione giurata desse il massimo di garanzia al processo. In teoria non si può richiedere di più alla umana testimonianza; ma in concreto, con quali mezzi si può stabilire l'attitudine soggettiva del teste a riscuotere la « plenaria fides? ». È sempre sicuro, almeno nel grado che si riconosceva, che le deposizioni giurate di quei testimoni diano certezza oggettiva alla verità? La indagine psicologica, oggi più sviluppata che nel passato, e l'esperienza giudiziaria di cui si è in possesso, manifestano dubbi e consigliano cautela. Sono forse le risposte ai fissati interrogativi e agli articoli, sufficienti per formarsi una piena ed esatta idea della persona di cui si tratta? Non sarebbe forse opportuno, come controprova o complemento, un rapporto riassuntivo di competenti testimoni o di periti, specialmente se il processo ha per oggetto personaggi che ebbero una parte notevole nella vita pubblica? Noi intendiamo per ora soltanto di proporre tali questioni all'esame dei competenti, con la fiducia che esse siano studiate con la medesima apertura, oggettività ed equilibrio, propri del grande spirito di Benedetto XIV.

 

*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, XX,
Ventesimo anno di Pontificato, 2 marzo - 9 ottobre 1958, pp. 453-472
Tipografia Poliglotta Vaticana