Decreti Pubblicati nel 2020

DECRETI PUBBLICATI NEL 2020

 

 

 

21 DICEMBRE 2020

 

Il 21 dicembre 2020, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Durante l’Udienza, il Sommo Pontefice ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare i Decreti riguardanti:

 

il martirio del Servo di Dio Rosario Angelo Livatino, Fedele Laico; nato il 3 ottobre 1952 a Canicattì (Italia) e ucciso, in odio alla Fede, sulla strada che conduce da Canicattì ad Agrigento (Italia), il 21 settembre 1990.

Il Servo di Dio Rosario Angelo Livatino nacque a Canicattì (Agrigento, Italia) il 3 ottobre 1952. Iscrittosi alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo, il 9 luglio 1975 conseguì la Laurea con il massimo dei voti.

Sin dalla giovinezza partecipò all’Azione Cattolica e frequentò la parrocchia, dove teneva conversazioni giuridiche e pastorali, dava il proprio contributo nei corsi di preparazione al matrimonio e interveniva agli incontri organizzati da associazioni cattoliche. Anche da Magistrato continuò a vivere l’esperienza della comunità parrocchiale. Recandosi al lavoro presso la Procura di Agrigento, sostava presso la vicina chiesa di San Giuseppe per la visita al Santissimo Sacramento.

Ebbe brevi frequentazioni con alcune ragazze.

Il 18 luglio 1978, entrò in Magistratura come Uditore giudiziario presso il Tribunale di Caltanissetta. Dal 24 settembre 1979 al 20 ottobre 1988 svolse l’incarico di Uditore giudiziario con funzioni di Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Agrigento. Tra il 1984 e il 1988 il Servo di Dio risultò essere, per riconoscimento del Consiglio Superiore della Magistratura, il Magistrato più produttivo della Procura di Agrigento.

Il 29 ottobre 1988, a 35 anni di età, dopo aver seguito regolarmente il corso di preparazione, volle ricevere il sacramento della Confermazione.

Il 21 agosto 1989 prese possesso del nuovo incarico di Magistrato del Tribunale di Agrigento, dove svolse le funzioni di Giudice della sezione penale. Il 21 aprile 1990, dopo aver frequentato la Scuola biennale di formazione in diritto pubblico regionale nell’Università degli studi di Palermo, conseguì il Diploma con lode. In quegli anni a Canicattì e in tutto il territorio agrigentino la situazione sociale era scossa da una vera e propria “guerra” di mafia, che vedeva contrapposti i clan emergenti (denominati Stiddari) contro Cosa Nostra, il cui padrino locale era Giuseppe Di Caro, che abitava nello stesso condominio del Servo di Dio.

Il 21 settembre 1990, il Servo di Dio venne ucciso in un agguato, sulla strada statale 640 che conduce da Canicattì verso Agrigento, mentre viaggiava da solo, in automobile, per recarsi in Tribunale, dove lavorava.

Il Servo di Dio venne assassinato mentre, come ogni mattina, si recava al lavoro con la propria auto. La dinamica dell’omicidio si caratterizzò per particolare ferocia, come fu riconosciuto dalla Corte d’Assise di Caltanissetta. In fin di vita, prima del colpo di grazia esploso in pieno volto, egli si era rivolto agli assassini con mitezza.

La motivazione che spinse i gruppi mafiosi di Palma di Montechiaro e Canicattì a colpire il Servo di Dio fu la sua nota dirittura morale per quanto riguarda l’esercizio della giustizia, radicata nella fede. Durante il processo penale emerse che il capo provinciale di Cosa Nostra Giuseppe Di Caro, che abitava nello stesso stabile del Servo di Dio, lo definiva con spregio santocchio per la sua frequentazione della Chiesa. Dai persecutori, il Servo di Dio era ritenuto inavvicinabile, irriducibile a tentativi di corruzione proprio a motivo del suo essere cattolico praticante. Dalle testimonianze, anche del mandante dell’omicidio, e dai documenti processuali, emerge che l’avversione nei suoi confronti era inequivocabilmente riconducibile all’odium fidei. Inizialmente, i mandanti avevano pianificato l’agguato dinanzi alla chiesa in cui quotidianamente il Magistrato faceva la visita al Santissimo Sacramento.

Il Servo di Dio era consapevole dei rischi che correva. Malgrado le intimidazioni, continuò a compiere il proprio dovere con rettitudine, rispettoso verso ogni persona, anche se indagata o detenuta. Giunse ad accettare la possibilità del martirio attraverso un percorso di maturazione nella fede. A trentacinque anni volle ricevere la Cresima. La partecipazione ai sacramenti e l’assidua preghiera lo resero sempre più consapevole nella sua testimonianza cristiana. Per non esporre alla morte altre persone «lasciando vedove e orfani», rifiutò la scorta; questa motivazione poté influire anche sulle mancate nozze. Durante alcuni momenti di scoraggiamento si affidava al Signore. Nelle sue agende personali appare sistematicamente la sigla S.T.D. a significare “Sub tutela Dei”.

La fama di martirio del Servo di Dio perdura sino ad oggi ed è accompagnata da una certa fama di segni.

Servo di Dio Rosario Angelo Livatino

 

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Vasco de Quiroga, Vescovo di Michoacán; nato verso il 1470 a Madrigal de las Altas Torres (Spagna) e morto a Pátzcuaro (Messico) il 14 marzo 1565.

Il Servo di Dio Vasco de Quiroga nacque verso il 1470 a Madrigal de las Altas Torres (Ávila, Spagna). Laureato in Giurisprudenza, nel 1525 iniziò a esercitare l’ufficio di giudice al servizio della Spagna nella piazzaforte e centro commerciale di Oran, sulla costa nordafricana. Fu anche rappresentante del Regno presso gli emirati di Tremecen e di Tunisi. Dopo il 1526, tornò in patria esercitando diversi uffici pubblici a Granada, Valladolid e Murcia. In questo periodo divenne cavaliere dell’Ordine Militare di Malta.

La regina Isabella del Portogallo, moglie di Carlo, Re di Spagna e imperatore di Germania, chiese al Servo di Dio di trasferirsi nel Viceregno del Messico, denominato Virreinato de Nueva España, per svolgere la funzione di giudice e affrontare i molti casi di corruzione e di violenza che si verificavano ai danni della popolazione indigena. Nel 1531, il Servo di Dio partì per il Messico. Svolse il suo lavoro con abnegazione, equilibrio, onestà e dedizione, nella regione di Michoacán, abitata dai popoli indigeni Tarascos e Purépechas. L’attività di giudice non gli impedì di pubblicare nel 1535 la sua opera principale, Información en Derecho, sull’amministrazione della giustizia nei territori spagnoli in Sud America.

Nel 1536, Paolo III eresse la diocesi di Michoacán. Avrebbe dovuto esserne Vescovo il francescano padre Luis de Fuensalida, ma questi rinunciò e si pensò, allora, a Vasco de Quiroga benché fosse laico. Il Servo di Dio si mostrò riluttante, ma alla fine accettò e, ricevuti gli ordini minori, diaconato e presbiterato, fu ordinato Vescovo nel 1538. Fissò dapprima la sede episcopale a Tzintzuntzan ma, poi si spostò a Pátzcuaro, dove vi era più popolazione indigena. Primo Vescovo americano non appartenente ad un Ordine Religioso, promosse l’evangelizzazione, fece stampare e diffondere catechismi e libri per la formazione cristiana e curò l’organizzazione della diocesi. Iniziò la costruzione della cattedrale di Pázcuaro e del Seminario San Nicolás.

Inoltre, fondò insediamenti abitativi destinati agli indigeni, dispersi e disgregati dopo il crollo delle strutture statali precolombiane, i cosiddetti Pueblos hospitales che, nella sua idea, dovevano diventare fari di evangelizzazione, centri di formazione alla vita cristiana degli indigeni convertiti e luoghi di assistenza di malati e di poveri.

Per difendere i diritti degli indigeni e della diocesi, il Servo di Dio dovette tornare in Spagna nel 1547, dove rimase sino al 1554, per affrontare varie questioni riguardanti i confini ecclesiastici della diocesi e le gravi questioni contro i colonizzatori.

Tornato in diocesi nel 1554, il Servo di Dio partecipò al Primo Concilio Provinciale del Messico che vide convenire tutti i Vescovi del Viceregno di Nueva España e i Superiori religiosi dei Francescani, Domenicani e Agostiniani. Nonostante l’avanzare degli anni, si impegnò indefessamente a visitare i luoghi della sua diocesi. Nel 1562 si ammalò e dovette fermarsi per un periodo nel Pueblo Hospital di Santa Fe di Città del Messico.

Morì a Pátzcuaro (Messico) il 14 marzo 1565.

Il Servo di Dio visse eroicamente la virtù della fede. Questi furono i suoi tratti caratteristici: la venerazione per la Parola di Dio, la cura della vita di preghiera, la celebrazione dei sacramenti e soprattutto dell’Eucaristia, la premura per l’evangelizzazione, la sollecitudine per la Chiesa, l’impegno per la crescita nella fede dei fedeli cristiani, la devozione a Maria, Madre di Dio, la gratitudine per la testimonianza dei Santi e la fedeltà nella missione pastorale. La sua fede fu viva e incarnata, forte e coraggiosa, in uno stile di vita orientato alla gloria di Dio, mirando unicamente al bene dei bisognosi.

Fu animato dall’esercizio eroico della virtù della speranza: la sua azione, da laico e da Vescovo, ebbe come unico scopo il Regno di Dio.

Il grande amore verso il Signore, tra contemplazione e azione, fu la radice feconda della carità eroica verso il prossimo. L’azione pastorale, forense e politica, fu animata da carità creativa nel promuovere la fondazione e la cura di comunità di persone disperse e oppresse. Visse l’eroismo della carità, insegnando non solo una dottrina da credere, ma anche un amore verso il prossimo da vivere. Oltre alla difesa dei diritti degli Indios, si impegnò nella promozione della dignità e della educazione delle donne e nel sostegno alla vita familiare cristiana.

Fu esemplare nella povertà, nella castità e nell’obbedienza, ancor prima di essere consacrato Vescovo.

Servo di Dio Vasco de Quiroga

 

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Bernardino Piccinelli (al secolo: Dino), dell’Ordine dei Servi di Maria, Vescovo titolare di Gaudiaba ed Ausiliare di Ancona; nato il 24 gennaio 1905 a Madonna dei Fornelli, frazione di San Benedetto Val di Sambro (Italia) e morto ad Ancona (Italia) il 1° ottobre 1984.

Il Servo di Dio Bernardino Piccinelli (al secolo: Dino) nacque il 24 gennaio 1905 a Madonna dei Fornelli, frazione di San Benedetto Val di Sambro (Bologna, Italia). Rimasto orfano di padre ad un anno, nel 1909 la madre si sposò nuovamente e, con la famiglia, si trasferì a Bologna. Nel 1917, il Servo di Dio entrò nell’Ordine dei Servi di Maria. L’8 dicembre 1920, iniziò il noviziato a Montefano e, l’anno successivo, emise la professione temporanea dei voti. Nel 1924 venne inviato a Roma per gli studi teologici e, il 5 febbraio 1928, fu ordinato sacerdote. Svolse il servizio pastorale dapprima al santuario della Madonna della Ghiara in Reggio Emilia e, un anno dopo, al collegio di Ronzano come Vice-Maestro dei probandi e insegnante. Nel 1937, fu nominato Parroco della parrocchia “Sacro Cuore” in Ancona. Durante la Seconda Guerra Mondiale, i bombardamenti distrussero il centro della città e il Servo di Dio si adoperò ad aiutare spiritualmente e materialmente la popolazione. Per tale azione, il 26 aprile 1984 gli venne conferita la medaglia d’oro per civica benemerenza.

Nominato Vescovo Ausiliare e Vicario Generale dell’Arcidiocesi di Ancona, ricevette l’ordinazione episcopale il 10 luglio 1966. Per privilegio pontificio, continuò a ricoprire l’ufficio di parroco.

Durante gli anni di ministero episcopale, si contraddistinse per la fervida e generosa attività pastorale verso gli umili e i poveri, i malati e le persone in difficoltà.

Il 16 gennaio 1980, per raggiunti limiti di età, rassegnò le dimissioni da Vescovo Ausiliare e da Vicario Generale. Si ritirò nel convento dei Servi di Maria “Sacro Cuore” in Ancona, dove morì il 1° ottobre 1984.

Il Signore Gesù fu l’unico soggetto degli interessi spirituali e dell’apostolato sacerdotale del Servo di Dio. La sua fede eroica si basò su una incrollabile fiducia nella bontà del Signore e nell’intercessione della Vergine Santa. Per mantenere questo spirito di fede, si dedicava frequentemente alla preghiera, che per lui doveva avere tre qualità: l’umiltà, l’attenzione e la devozione. Si alzava alle quattro del mattino per l’orazione personale: durante il giorno continuamente si rivolgeva a Dio con le giaculatorie e alla Vergine Maria con numerosi Rosari; nel pomeriggio non andava a riposare, ma trascorreva questo tempo pregando davanti al Santissimo Sacramento.

Il Servo di Dio visse eroicamente la virtù della speranza con la fiducia nella misericordia di Dio. Superò i momenti difficili affidandosi al Signore, non contando sulle proprie capacità ma sperando solo nella Grazia del Signore. Desiderava ardentemente raggiungere la vita eterna, per questo pregava tantissimo ed anche si mortificava.

Il Servo di Dio visse eroicamente la carità verso Dio e verso il prossimo. Era sempre disponibile, non denunciava mai stanchezza ed era molto paziente. Aveva per tutti particolare premura, sapeva intuire i momenti difficili degli altri, comunicando le parole giuste per ogni situazione. Ebbe una predilezione particolare per gli ammalati e i poveri. La sua non era soltanto la cura del malato, ma la passione del pastore che vuole assicurare la salvezza spirituale alle pecore del suo gregge. Svolse anche un’intensa attività caritativa per soccorrere i fratelli in difficoltà, in particolare attraverso la “Mensa del bimbo povero”.

Servo di Dio Bernardino Piccinelli

 

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Antonio Vincenzo González Suárez, Sacerdote diocesano; nato il 5 aprile 1817 ad Agüimes (Spagna) e morto a Las Palmas (Spagna) il 22 giugno 1851.

Il Servo di Dio Antonio Vincenzo González Suárez nacque ad Agüimes (Isole Canarie, Spagna) il 5 aprile 1817. A 16 anni entrò nel Seminario di Las Palmas. Essendo di famiglia povera, pagò le spese di vitto e alloggio con il lavoro di domestico. Nel 1834, il Vescovo Mons. José Romo y Gamboa annoverò il Servo di Dio nel gruppo dei sacerdoti e seminaristi che avrebbero dovuto lavorare per la riforma del Seminario, pervaso dal giansenismo. Così, nel 1840, presso l’Università di San Fernando de La Laguna, il Servo di Dio si laureò in filosofia e teologia e, il 19 gennaio 1845, venne ordinato presbitero a Tenerife.

Tornato a Las Palmas, si dedicò all’insegnamento della teologia nel Seminario diocesano e svolse anche gli uffici di Vicerettore e di Segretario, rendendosi disponibile anche ad aiutare i parroci della zona nel ministero pastorale.

Nel 1846 fu nominato parroco-economo della chiesa di Santo Domingo de Las Palmas. La suddetta nomina fu molto contestata dal Capitolo Cattedrale, poiché il Governatore Ecclesiastico aveva nominato il Servo di Dio senza il consenso del suddetto Capitolo. Dopo vari ricorsi da parte del precedente parroco, anche a livello giudiziario, il 30 ottobre 1846, il Capitolo Cattedrale riconobbe la validità della sua nomina.

Tra la fine del 1846 e il 1847, l’isola fu colpita da un’epidemia di hambruna (carestia) e il Servo di Dio con tutto il clero si prodigò incessantemente per alleviare le sofferenze della popolazione. Nel 1848 fu nominato maggiordomo dell’eremo di Sant’Antonio Abate e, nello stesso tempo, conobbe Sant’Antonio Maria Claret con il quale condivise alcune missioni popolari ed esercizi spirituali.

Nel 1850 il Vescovo decise di creare tre nuove parrocchie e invitò i sacerdoti a partecipare al concorso per diventarne parroci. Il Servo di Dio partecipò e vinse prendendo possesso canonico della parrocchia di Santo Domingo il 9 maggio 1851.

Tra la fine di maggio e l’inizio di giugno 1851 a Las Palmas si diffuse il colera. Il Servo di Dio fece parte dell’équipe di sacerdoti, disponibili per l’assistenza dei moribondi.

Contagiato dal colera, morì a Las Palmas (Spagna) il 22 giugno 1851, all’età di 34 anni.

Il Servo di Dio, mosso da una fede eroica, visse una profonda devozione all’Eucaristia e alla Beata Vergine Maria. Significativo fu anche il suo impegno per una migliore comprensione e partecipazione dei fedeli alla liturgia. Circa la virtù della speranza vissuta eroicamente, egli si abbandonò totalmente a Dio, accettando la Sua volontà. In ogni momento cercava le cose di lassù, vivendo con la consapevolezza che la terra non è la dimora stabile, ma il cielo. Manifestò l’esercizio eroico della carità soprattutto nell’attenzione premurosa per quanto si riferiva al culto e nella vita di preghiera. Inoltre, fu impegnato nel servizio dei più bisognosi e abbandonati, disposto ad accorrere dove vi fossero necessità spirituali e materiali, anche a costo di offrire la propria vita durante l’epidemia di colera.

Servo di Dio Antonio Vincenzo González Suárez

 

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Antonio Seghezzi, Sacerdote diocesano; nato il 25 agosto 1906 a Premolo (Italia) e morto a Dachau (Germania) il 21 maggio 1945.

Il Servo di Dio Antonio Seghezzi nacque il 25 agosto 1906 a Premolo (Bergamo, Italia). Dopo la laurea in Scienze sociali, nel 1925, entrò nel Seminario di Bergamo. Fu ordinato presbitero il 23 settembre 1929. Cominciò il suo ministero come coadiutore parrocchiale ad Almenno San Bartolomeo e, nel 1932, fu chiamato a insegnare Lettere nel ginnasio del Seminario vescovile. Nel 1935, fu nominato cappellano militare in Etiopia. Rientrato in Diocesi due anni dopo, venne nominato Segretario della Giunta diocesana di Azione Cattolica. La sua attività pastorale con i giovani e la fitta corrispondenza con quelli di Azione Cattolica impegnati sui fronti di guerra non furono gradite dalla polizia tedesca che lo arrestò il 4 novembre 1943. Venne processato e condannato a 5 anni di carcere, poi ridotti a 3, da scontarsi in Germania. Dapprima rinchiuso nelle carceri di Sant’Agata a Bergamo, fu trasferito il 23 dicembre 1943 al Forte San Mattia di Verona da cui, il 31 dicembre, fu deportato a Monaco di Baviera, nel carcere di Stadelheim. Il 15 febbraio 1944, giunse nel carcere di Kaisheim e, nel marzo dello stesso anno, venne ulteriormente trasferito a Löpsingen in una fabbrica di proiettili. Dopo una prima emottisi, il 20 giugno successivo, fu ricoverato nell’infermeria del carcere di Kaisheim, dove rimase circa dieci mesi. Il 23 aprile 1945 fu mandato a Dachau. Il 29 aprile 1945, il campo di concentramento di Dachau venne liberato dagli Alleati ma la salute del Servo di Dio continuò a peggiorare a causa della mancanza di cure e delle insopportabili condizioni subite nel lager, in particolare per il lavoro massacrante, la fame e l’insufficienza igienica.

Morì di tubercolosi il 21 maggio 1945 a Dachau (Germania).

Il Servo di Dio visse le virtù cristiane in forma eroica. La fede, fondamento della vita sacerdotale, lo conduceva a vedere in tutto la volontà del Signore e quindi a vivere ogni circostanza con un profondo senso della presenza di Dio. La fervorosa e impegnata attività apostolica era sostenuta da un grande amore per la Liturgia delle Ore, al riguardo della quale, già cinque mesi prima di essere ordinato sacerdote diceva: “Il breviario come è bello e caro, e con quale gioia di amore ai piedi del Tabernacolo a dirlo anche facendo sacrificio di metterci…e lasciare un poco la vita”. Visse eroicamente la virtù della speranza soprattutto nell’esperienza di prigionia, in particolare attraverso il canto nella cella e l’incoraggiamento ai compagni di detenzione.

L’eroico esercizio della carità verso Dio e verso il prossimo caratterizzarono l’intero vissuto umano e spirituale del Servo di Dio.

Servo di Dio Antonio Seghezzi

 

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Bernardo Antonini, Sacerdote diocesano; nato il 20 ottobre 1932 a Cimego (Italia) e morto a Karaganda (Kazakhstan) il 27 marzo 2002.

Il Servo di Dio Bernardo Antonini nacque a Cimego (Trento, Italia) il 20 ottobre 1932. Poco dopo la sua nascita, la famiglia si trasferì a Raldon (Verona). Nel 1943, il Servo di Dio fu accolto nel Seminario diocesano di Verona. Ordinato sacerdote il 26 giugno 1955, fu nominato vicario parrocchiale a San Michele Extra in Verona. Nel 1962 conseguì la Laurea in Lingue Straniere Moderne all’Università Cattolica di Milano. Due anni dopo, ottenne la Licenza in Teologia Dogmatica presso la Facoltà Teologica di Venegono. Dal 1956 al 1972 fu insegnante nel seminario minore di Verona. Nel 1975 conseguì la Licenza in Sacra Scrittura al Pontificio Istituto Biblico in Roma ed iniziò la docenza allo Studio Teologico “San Zeno” e all’Istituto “San Pietro Martire” a Verona. Nel 1977, entrò a far parte dell’Istituto Secolare Sacerdotale “Gesù Sacerdote”, fondato dal Beato Giacomo Alberione, emettendo i voti perpetui il 5 aprile 1991. Nel 1980 fu incaricato della formazione del clero giovane.

Nel 1989, con l’era Gorbaciov e le conseguenti aperture del mondo sovietico, il Servo di Dio si recò a Mosca come studente e missionario, offrendo la propria collaborazione a Mons. Tadeusz Kondrusiewicz, l’allora Amministratore Apostolico per tutta la Russia europea e, in seguito, Arcivescovo della Madre di Dio a Mosca. Nel 1993, il Servo di Dio fondò e diresse a Mosca il Seminario Regina Apostolorum, dove insegnò Sacra Scrittura. Formò i primi sacerdoti cattolici russi. Diede vita e coordinò le attività del giornale “Svet Evengelija” e dell’Istituto Teologico “San Tommaso d’Aquino”. Nel 2001, fu inviato a Karaganda nel Kazakhstan, Chiesa molto povera, dove ebbe gli incarichi di Vice-Rettore del Seminario maggiore, Direttore del giornale della diocesi e Vicario episcopale per la pastorale.

Qui morì il 27 marzo 2002 a causa di un aneurisma.

Il Servo di Dio visse eroicamente la virtù della fede. Fu un uomo estroverso, coraggioso, pieno di vitalità e generoso. Fu devoto della Madonna, che invocava con la recita del Rosario. Nei cambiamenti avviati in Russia nel 1989, vide l’avverarsi delle promesse di Fatima per la conversione del Paese. Chiese quindi di recarsi a Mosca. Visse la fede come sostanza del suo sacerdozio missionario che si basava sull’amore e lo zelo per la Parola di Dio, che desiderava annunciare “sino ai confini della terra”.

Circa l’eroica virtù della speranza, la prospettiva dei beni futuri sostenne il Servo di Dio nell’impegno missionario. Davanti a situazioni disperate, esortava a non preoccuparsi, perché il Signore – diceva - è morto per noi e la Chiesa è nelle sue mani. Leggeva con speranza le vicende storiche del tempo.

Il Servo di Dio amava il Signore sopra ogni cosa: lo mostravano la prontezza al distacco, le sue relazioni finalizzate al bene dell’altro, l’aver messo tutte le sue capacità al servizio della gloria di Dio e non della propria affermazione. Era pieno di Dio, ne parlava in ogni occasione. La carità eroica verso il prossimo per il Servo di Dio coincideva con la caritas pastoralis. Non conservava nulla per sé. I container che si faceva inviare da Verona li distribuiva per metà alla Chiesa Ortodossa, ritenendo ciò come una ‘carità ecumenica’. Faceva sentire ciascuno importante ed unico. Aiutava chiunque gli chiedeva anche a costo di passare per ingenuo, piuttosto che trascurare un bisognoso.

Servo di Dio Bernardo Antonini

 

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Ignazio Stuchlý, Sacerdote professo della Società di San Francesco di Sales; nato il 14 dicembre 1869 a Bolesław (oggi Polonia e morto a Lukov (Repubblica Ceca) il 17 gennaio 1953.

Il Servo di Dio Ignazio Stuchlý nacque a Bolesław (oggi Polonia) il 14 dicembre 1869, in una numerosa famiglia di contadini. Cresciuto in un clima familiare sereno e di solida religiosità cristiana, tenace nell’impegno, dopo alcune esperienze di ricerca, decise di entrare nella Società Salesiana e, l’8 settembre 1894, si recò a Torino. Accolto nell’aspirantato, trascorse il periodo di postulantato a Valsalice, quindi compì l’anno di noviziato ad Ivrea, dove emise la professione religiosa temporanea dei voti il 5 agosto del 1895. Inviato a Gorizia, insieme allo studio, venne incaricato di seguire i lavori edilizi in casa. Il 3 novembre 1901 fu ordinato sacerdote, divenendo un confessore e direttore spirituale molto ricercato, soprattutto dai pellegrini del Sacro Monte di Gorizia. Nel 1910 venne inviato a Lubiana (Slovenia) e, nel 1919, a Veržej (Slovenia). Nel 1925 rientrò in Italia, a Perosa Argentina, per occuparsi della formazione dei giovani salesiani cechi. Due anni dopo, venne inviato a Fryšták, per l’apertura della prima casa salesiana in Moravia. Uno sviluppo vocazionale spinse i superiori a fare della Cecoslovacchia una Provincia autonoma di cui, nel 1935, il Servo di Dio venne nominato primo Ispettore. In pochi anni fece fiorire a dismisura la nascente ispettoria, che venne suddivisa in due: Slovacchia e Boemia-Moravia. Il Servo di Dio continuò a essere responsabile di quest’ultima. Durante la Seconda Guerra Mondiale, fu sicuro punto di riferimento dei confratelli e delle persone più deboli. Terminata la guerra, l’obbedienza gli affidò la difficile gestione del periodo postbellico. Quasi ottantenne, poté ritirarsi allora nella casa di Fryšták, dove si dedicò al ministero delle confessioni. Nel 1950 fu colpito da un ictus cerebrale che lo rese bisognoso di continua assistenza da parte dei confratelli. Nello stesso anno, i sovietici insediarono, in ogni casa salesiana, dei commissari governativi e molti salesiani vennero deportati. Il Servo di Dio fu inviato in un ospizio per anziani, prima a Zlín e poi a Lukov (Repubblica Ceca), dove morì il 17 gennaio 1953.

Il Servo di Dio visse eroicamente la virtù della fede, che richiamava alcuni aspetti ed atteggiamenti dell’infanzia spirituale. La profonda preghiera, l’esemplarità di vita sacerdotale salesiana, la pietas eucaristica e la devozione mariana erano i suoi punti di riferimento per accrescere la fede e per aiutare gli altri a rafforzare la loro. Infatti, il Servo di Dio si impegnò molto affinché gli alunni crescessero nella fiducia verso il Signore. Per sostenere ed incrementare la fede rientrò in Cecoslovacchia per portarvi l’opera salesiana. L’esercizio eroico della virtù della speranza rifulse nel Servo di Dio soprattutto nell’affrontare il contesto storico del tempo. In ogni situazione vedeva l’aiuto del Signore, che accompagna nel cammino terreno e sostiene il “ritorno” verso la casa del Padre. Le fatiche e le difficoltà diventavano per lui il tramite per vivere una profonda esperienza di Dio, raffinare lo sguardo soprannaturale e crescere nella gratitudine. Nell’esercizio eroico della carità verso il prossimo, il Servo di Dio mostrava una grande propensione per dedicarsi alla salvezza delle anime. Procedeva secondo lo stile di San Giovanni Bosco che cercava di prevenire qualsiasi male. Parlava spesso e con grande amore e rispetto del Beato Michele Rua e lo proponeva come modello di vita. Amare i confratelli, per lui, significava anche dare l’esempio. Con l’amabilità nel tratto, la semplicità di espressione e la sensibilità alle difficoltà altrui, attirava l’attenzione e l’ammirazione di coloro che incontrava.

Servo di Dio Ignazio Stuchlý

 

 

 

 

- le virtù eroiche della Serva di Dio Rosa Staltari, Religiosa professa della Congregazione delle Figlie di Maria Santissima Corredentrice; nata il 3 maggio 1951 ad Antonimina (Italia) e morta a Palermo (Italia) il 4 gennaio 1974.

La Serva di Dio Rosa Staltari nacque il 3 maggio 1951 ad Antonimina (Reggio Calabria, Italia), in una famiglia povera e profondamente cristiana. Rimasta orfana di madre a soli due anni, su espressa richiesta del padre, che voleva assicurare alla figlia una crescita serena, fu accolta in un Istituto di Locri per l’infanzia abbandonata, gestito dalle Figlie di Nostra Signora al Monte Calvario, dove rimase fino all’età di quattordici anni. Nel 1965, ottenuta la licenza media di avviamento professionale, fu accolta a Reggio Calabria nell’Istituto “Maria Mater Gratiae”, gestito dalla Congregazione delle Figlie di Maria Santissima Corredentrice, fondato nel 1957 da don Vittorio Dante Forno e da suor Maria Salemi, per le attività educativo-assistenziali. Nel 1968, conseguì il diploma di segretaria d’azienda e l’abilitazione all’insegnamento nella scuola materna.

Attratta dalla spiritualità e dal metodo pedagogico delle Figlie di Maria Santissima Corredentrice, entrò nella loro Congregazione. Conclusi i due anni di postulantato, il 2 luglio 1972 cominciò il noviziato, e un anno dopo, emise i voti religiosi. Nel 1973, fu trasferita a Palermo come maestra di bambini, in particolare orfani, presso l’Istituto “Pietro Ardizzone”.

La Serva di Dio, che subiva frequenti crisi convulsive e svenimenti, morì improvvisamente a Palermo il 4 gennaio 1974, all’età di 22 anni.

La Serva di Dio esercitò eroicamente la virtù della fede soprattutto nell’intensità con cui si dedicò alla vita di preghiera, alla quale ricorreva costantemente per comprendere gli avvenimenti e riconoscere in essi la volontà di Dio. La devozione a Maria la sostenne nel suo vissuto di fede. Nonostante le sofferenze che caratterizzarono la sua infanzia, la speranza eroica la rese capace di rifuggire da atteggiamenti pessimistici e di mantenersi attiva, intraprendente e serena. La Serva di Dio manifestò la sua carità verso Dio in particolare nel desiderio di conformarsi a Cristo, soprattutto nella sua dedizione agli altri. Tradusse l’amore per Dio nella carità verso gli ammalati e gli orfani. Aveva una spiccata capacità di intuire le esigenze e i bisogni degli altri e di soddisfarli con gesti semplici ma carichi di attenzione. Era molto generosa e disponibile: si caricava dei servizi più umili, anche al posto delle altre consorelle.

Serva di Dio Rosa Staltari

 

 

 

23 NOVEMBRE 2020

 

Il 23 novembre 2020, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Durante l’Udienza, il Sommo Pontefice ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare i Decreti riguardanti:

 

il miracolo, attribuito all’intercessione del Venerabile Servo di Dio Mario Ciceri, Sacerdote diocesano; nato 1’8 settembre 1900 a Veduggio (Italia) e morto a Brentana di Sulbiate (Italia) il 4 aprile del 1945.

Il Venerabile Servo di Dio Mario Ciceri nacque a Veduggio (Milano, Italia) 1’8 settembre 1900. Fu ordinato sacerdote il 14 giugno 1924. Nominato coadiutore nella parrocchia di Sant’Antonino Martire a Brentana di Sulbiate, dove rimase per tutta la vita, dedicandosi, in particolare, ai giovani, alla gestione dell’Oratorio e alla cura dei malati, che seguiva con premura e assiduità. Nonostante i rischi, durante la Seconda Guerra Mondiale, realizzò molte opere di carità a favore di bisognosi, dei giovani partiti per il fronte, degli ebrei e dei ricercati dai militari nazi-fascisti, fino a rischiare la vita.

Il 9 febbraio 1945, nel pieno dell’attività pastorale, mentre andava in bicicletta, fu investito da un biroccio. Operato d’urgenza, la situazione andò aggravandosi.

Morì a Brentana di Sulbiate (Italia) il 4 aprile del 1945.

Il decreto sull’eroicità delle virtù venne promulgato il 1° dicembre 2016.

Per la Beatificazione del Venerabile Servo di Dio Mario Ciceri, la Postulazione della Causa ha presentato all’esame della Congregazione l’asserita guarigione miracolosa, attribuita alla sua intercessione, della piccola Raffaella Di Grigoli da “peritonite e sofferenza ischemica intestinale, fistole intestinali, fistola entero-cutanea, in paziente con megacolon congenito, gravemente denutrita” (Rel. Cons. Med., p. 192). L’evento accadde nel 1975 a Como (Italia). Il 16 settembre 1975, Raffaella, di sette anni di età, venne ricoverata all’Ospedale “Valduce” di Como con diagnosi di “dolicosigma” (anomalia del colon caratterizzata da un abnorme allungamento). Il 2 ottobre 1975 fu sottoposta a intervento chirurgico, durante il quale le fu asportata una parte del colon. Il 7 ottobre 1975 la situazione della paziente peggiorò e, il successivo 22 ottobre, si procedette ad un secondo intervento per rimuovere un’occlusione intestinale. Nonostante ciò, si ripresentarono gli stessi problemi intestinali. Poiché si temeva per la vita della bambina, il 30 ottobre 1975, il parroco le amministrò la Cresima in articulo mortis. Successivamente, si resero necessari altri due interventi chirurgici, eseguiti rispettivamente il 24 novembre 1975 e il 12 gennaio 1976. Nel frattempo la bambina presentò un deperimento organico, fino all’inatteso miglioramento. Il 4 febbraio 1976 fu dimessa dall’Ospedale in buone condizioni. In seguito la sanata ebbe una crescita normale e, nel 2005, divenne mamma di una bambina sana.

L’iniziativa di ricorrere all’invocazione del Venerabile Servo di Dio fu presa dalla zia materna, la quale organizzò una novena e informò delle condizioni della nipotina anche la sorella di Don Ciceri, che consegnò alla famiglia di Raffaella un foulard a lui appartenuto. La mamma di Raffaella portò il foulard in ospedale e lo pose più volte come reliquia sul corpo della figlia. Alle invocazioni al Venerabile Servo di Dio si aggiunsero i parenti. È dimostrato il nesso causale tra l’invocazione e la guarigione della piccola Raffaella.

Venerabile Servo di Dio Mario Ciceri

 

 

 

 

- il martirio dei Servi di Dio Giovanni Elia Medina, Sacerdote diocesano, e 126 Compagni, Sacerdoti, Religiosi e Laici; uccisi, in odio alla Fede, in Spagna, tra il 1936 e il 1939.

La situazione politico-sociale, esistente in Spagna nel periodo della guerra civile (1936–1939), è storicamente nota, come pure il clima di persecuzione che i miliziani repubblicani instaurarono nei confronti di tutti coloro che si professavano membri della Chiesa cattolica, fossero essi consacrati o laici.

La Causa in parola tratta del presunto martirio di centoventisette Servi di Dio, uccisi fra il 1936 e il 1939. Gli eccidi si verificarono in tre vicarie della diocesi di Córdoba: vicaría de la Campiña, vicaría del Valle del Guadalquivir, vicaría de la Sierra. Alcuni Servi di Dio vennero uccisi in altri luoghi della Diocesi.

Il gruppo è così composto: 79 sacerdoti, 5 seminaristi, 3 frati francescani, 1 religiosa e 39 fedeli laici, di cui 29 uomini e 10 donne.

 

I 79 sacerdoti sono:

  1. Juan Elías Medina (1902-1936). Nato a Castro del Río il 16 dicembre 1902, fu ordinato sacerdote il 1º luglio 1926. Nominato parroco nella sua città natale, venne incarcerato il 22 luglio 1936. Nei giorni di prigionia si adoperò per confortare e assistere spiritualmente i suoi compagni. Al mattino del 25 settembre 1936 fu portato fuori dal paese di reclusione con altri 14 compagni e ucciso alle porte del cimitero, confessando la fede con l’espressione Viva Cristo Rey e perdonando i suoi uccisori.
  2. Francisco Alarcón Rubio (1897-1936), parroco di El Viso de los Pedroches.
  3. Diego Albañil Barrena (1903-1936), amministratore parrocchiale di Argallón.
  4. Francisco Álvarez Baena (1880-1936), collaboratore del Vescovo per l’apostolato nel mondo del lavoro.
  5. Manuel Arenas Castro (1899- 1936), parroco di Fuente Tójar e Castil de Campos.
  6. Leovigildo Ávalos González (1876-1936), viceparroco a Posadas.
  7. José Ayala Garrido (1883-1936), parroco a Castro del Río.
  8. Diego Balsameda López (1876-1936), viceparroco a Cabeza de Buey.
  9. Blas Jesús Barbancho González (1906-1936), collaboratore pastorale a Villaviciosa.
  10. Francisco Barbancho González (1905-1936), viceparroco a Belalcázar
  11. Doroteo Barrionuevo Peña (1902-1936), amministratore parrocchiale a Aldea de Cuenca.
  12. Francisco Bejarano Fernández (1877-1936), collaboratore pastorale ad Añora.
  13. Antonio Benítez Arias (1907-1936), viceparroco a Castro del Río.
  14. Antonio Blanco Muñoz (1871- 1936), cappellano delle carceri.
  15. Miguel Borrego Amo (1899-1936), collaboratore pastorale nelle parrocchie di Fuente la Lancha e di Adamuz.
  16. Pablo Brull Carrasco (1881-1936), parroco a Baena.
  17. Antonio Cabrera Carrasco (1907-1936), viceparroco a Pedroche.
  18. Cándido Del Cacho Cruz (1886-1936), collaboratore pastorale nella parrocchia di Fuente Obejuna.
  19. Santiago Calero Redondo (1869-1936), parroco a Villa del Río.
  20. Adolfo Bonifacio Camacho Caballero (1881-1936), viceparroco a Monterrubio e Castuera.
  21. José Camacho Moreno (1891-1936), parroco a Belalcázar.
  22. Alfonso Canales Rojas (1905-1936), collaboratore pastorale ad Almodóvar del Río e Pedro Abad.
  23. Juan Cano Gómez (1863-1936), viceparroco a Bujalante.
  24. Acisclo Juan Carmona LópeZ (1881-1936), parroco a Doña Rama e a El Hoyo.
  25. Ignacio Carretero Sobrino (1879-1936), collaboratore pastorale a Cañada del Gamo.
  26. Bartolomé Carrillo Fernández (1897-1936), parroco a Baena.
  27. José Castro Díaz (1888-1936), parroco a Fuente Obejuna.
  28. Juan Castro Luque (1872-1936), viceparroco a Castro del Río.
  29. Rafael Contreras Leva (1901-1936), viceparroco a Baena.
  30. José De La Cruz García-Arévalo (1873-1936), collaboratore pastorale a Dos Torres.
  31. Francisco Escura Foix (1898-1936), collaboratore pastorale a Córdoba.
  32. Antonio Fernández Aparicio (1878-1936), collaboratore pastorale a Pozoblanco.
  33. Mariano Fernández-Tenllado Roldán (1895-1936), parroco a Posadas.
  34. Arturo Franco Castro (1878-1936), collaboratore pastorale a Fernán Núñez.
  35. Alfonso Gallardo Moreno (1901-1936), viceparroco a Puente Genil.
  36. Francisco García Pareja (1877-1936), viceparroco a Bujalance.
  37. Gregorio Gómez Molina (1887-1936), amministratore parrocchiale ad Adamuz.
  38. José González Pérez (1901-1936), parroco a Villanueva.
  39. Alfonso Guadix Fuente-Robles (1872-1936), viceparroco a Bujalance.
  40. Antonio Gutiérrez Morales (1908-1936), viceparroco a Bujalance.
  41. Andrés Vicente Helguera Muñoz (1879-1936), parroco a Castuera.
  42. Juan De La Cruz Herruzo Ruiz (1884-1936), parroco ad Alcaracejos.
  43. Nicolás Hidalgo García (1870-1936), parroco a Bujalance.
  44. Antonio Huertas Vargas (1886-1936), collaboratore pastorale a Cañete de las Torres.
  45. Luis León Muñoz (1888-1936), collaboratore pastorale a El Carpio.
  46. José López Cáceres (1904-1936). Collaboratore pastorale a Puente Genil e a Espejo.
  47. Alfonso López Morales (1871-1936), parroco a Santa Eufemia.
  48. Juan Lucena Rivas (1895-1936), parroco a Puente Genil.
  49. Pedro Luque Cano (1873-1936), cappellano dell’ospedale di Montoro.
  50. Antonio Luque Jurado (1874-1936), parroco a Belalcázar.
  51. Baldomero Márquez García-Maribello (1869-1936), collaboratore pastorale a Hinojosa del Duque.
  52. Teodoro Martín Camacho (1895-1936), parroco a Bujalance.
  53. Rafael Martínez Navarro (1877-1936), canonico e cerimoniere della cattedrale di Córdoba.
  54. Lorenzo De Medina García (1867-1936), cappellano a Belalcázar.
  55. Antonio Molina Ariza (1904-1936), parroco a Hornachuelos.
  56. Ricardo Morales García (18991936), collaboratore pastorale a Puente Genil.
  57. José Morales Ruiz (1886-1936), viceparroco a El Viso.
  58. Justo Moreno Luque (1883-1936), viceparroco a Montemayor.
  59. Tarsicio Moreno Redondo (1909-1936), viceparroco a Villanueva.
  60. Juan Muñoz Mediavilla (1868-1936), viceparroco a Cabeza del Buey.
  61. Juan Navas Rodríguez-Carretero (1892-1936), parroco a Palma del Río.
  62. Juan José Orellana Del Moral (1870-1936), vicaparroco a Montalbán e a Espejo.
  63. Lorenzo Pérez Porras (1871-1936), collaboratore pastorale a Puente Genil.
  64. Antonio Pérez Vacas (1865-1936), collaboratore pastorale a Pedro Abad.
  65. José Pineda Cejas (1900-1936), collaboratore pastorale a Puente Genil.
  66. Juan Porras Redondo (1894-1936), parroco a Azuel-Cardeña, El Carpio, Pedroche e Ojuelos Altos.
  67. Luis Ramírez Ramírez (1887-1936), collaboratore pastorale a Luque, El Carpio, Villaralto e Peñarroya-Pueblonuevo.
  68. Rafael Reyes Moreno (1888-1936), parroco a Fernán Núñez.
  69. Julián Rivas Rojano (1878-1936), parroco a Cabeza del Buey.
  70. Lorenzo Atanasio Rodríguez Cortés (1903-1936), viceparroco a Casturea.
  71. Manuel Ruiz Caballero (1870-1936), collaboratore pastorale a Hinojosa del Duque.
  72. Francisco Salamanca Bujalance (1875-1939), parroco ad Añora.
  73. Jesús De Sande Tena (1899-1936), parroco a Villaharta.
  74. Andrés Serrano Muñoz (1884-1936), collaboratore pastorale a Cabeza del Buey.
  75. Pedro Simancas Valderramas (1872-1936), collaboratore pastorale a Cabeza del Buey.
  76. Bernardo Suárez Jurado (1910-1936), viceparroco a Cañete de las Torres.
  77. Antonio Frutos Tena Amaya (1905-1936), collaboratore pastorale a Peraleda del Zaucejo.
  78. Ángel De Tena Martín (1883-1936), viceparroco a Hinojosa.
  79. Ambrosio Torrico López (1881-1936), collaboratore pastorale a Hinojosa.

I 5 seminaristi sono:

       80. Antonio Artero Moreno (1912-1936), di Pozoblanco.
       81. Rafael Cubero Martín (1913-1936), di Carcabuey.
       82. Antonio Montilla Cañete (1913-1936), di Puente Genil.
       83. Manuel Montilla Cañete (1919-1936), di Puente Genil.
       84. José Ruiz Montero (1914-1936), di Puente Genil.

La religiosa e i 3 religiosi sono:

      85. María Del Consuelo González Rodríguez (1848-1936), religiosa della Congregazione delle Hijas del Patrocinio.
      86. Domingo Montoya Elorza (1885-1936), sacerdote professo dell’Ordine dei Frati Minori.
      87. Buenventura Rodríguez Bollo (1895-1936), sacerdote professo dell’Ordine dei Frati Minori.
      88. José María Roig Llorca (1871-1936), religioso professo dell’Ordine dei Frati Minori.

I 39 fedeli laici e laiche sono:

      89. Miguel Arenas Castro (1905-1936), di Carcabuey.
      90. Josefa Bonilla Benavides (1902-1936) di Posadas.
      91. María Luisa Bonilla Benavides (1897-1936), di Posadas.
      92. Saturnino Feliciano Cabrera Calero (1894-1936), di Pozoblanco.
      93. María Del Carmen Alejandra Cabrera Llergo (1886-1936), di Pozoblanco.
      94. Ángel Cantador González (1886-1936), di Pedroche.
      95. Bartolomé Cantador González (1892-1936), di Belalcázar.
      96. Antonia Durán Palacios (1910-1936), di Posadas.
      97. Julia Durán Palacios (1905-1936), di Posadas.
      98. Guillermo Fernández Aguilera (1874-1936), di Baena.
      99. José Fernández De Henestrosa Boza (1898-1936), di Fuente Obejuna.
    100. Isidra Fernández Palomero (1893-1936), di Villaralto.
    101. Isidoro Fernández Rubio (1887-1936), di Villaralto.
    102. Francisco Fernández Y Sánchez Toril (1854-1936), di Cabeza del Buey.
    103. Antonio Gaitán Perabad (1920-1936), di El Carpio.
    104. Juan Gálvez Lozano (1900-1936), di Villafranca.
    105. Francisco García León (1920-1936), di Montoro.
    106. Nemesio García-Arévalo Hijosa (1886-1936), di Dos Torres.
    107. Emilio García Pareja (1881-1936), di Córdoba.
    108. Francisco De Sales Gómez Gil (1883-1936), di Hinojosa del Duque.
    109. Claudio Pedro Gómez Gil (1894-1936), di Hinojosa del Duque.
    110. Francisco Herruzo Ibáñez (1894-1936), di Obejo.
    111. Francisco Izquierdo Pérez (1918-1936), di Villafranca.
    112. José León Montero (1896-1936), di Bélmez.
    113. Blanca De Lucía Y Ortiz (1875-1936), di Palma del Río.
    114. Gregorio Ernesto Mohedano Cabanillas (1898-1936), di Bélmez.
    115. Adriana Morales Solis (1880-1936), di Puente Genil.
    116. Antonio Moreno Sevilla (1889-1936), di Chauchina.
    117. Antonia Palacios Bonilla (1877-1936), di Posadas.
    118. Martín Pozo Díaz (1870-1936), di Villanueva.
    119. Andrés Rueda Rojas (1895-1936), di Pedro Abad.
    120. Francisco De Paula Ortega Montilla (1868-1936), di Puente Genil.
    121. María Antonia Vergara Melgar (1867-1936), di Puente Genil.
    122. Brígida Toledano Osa (1859-1936), di Posada.
    123. Antonio Toral Cascales (1913/1914-1936), di Peñarroya.
    124. José Toral Cascales (1911/1912-1936), di Peñarroya.
    125. Baltasar Torrero Béjar (1865-1936), di Villafranca.
    126. José Vargas Nevado (1902-1936), di Villaviciosa.
    127. Antonio Zurita Mestanza (1878-1936), di Bujalance.

 

I Servi di Dio furono assassinati dallo stesso carnefice (miliziani repubblicani) in luoghi, circostanze e date diversi, ad eccezione di alcuni che trovarono la morte nello stesso episodio martiriale.

Ai Servi di Dio fu inflitta una morte brutale e violenta. I carnefici furono attenti a non lasciare prove dei loro misfatti. Due Servi di Dio morirono in seguito ai maltrattamenti subiti durante la prigionia: si tratta di don Francisco Bejarano Fernández e di don Francisco Salamanca Bujalance, spirato dopo aver contratto una broncopolmonite. La quasi totalità dei Servi di Dio, prima di essere trucidati, aveva vissuto la prigionia. Le uccisioni si verificarono in un contesto di guerra, ma già prima del conflitto si era sviluppato un violento clima di persecuzione religiosa.

Nel 1936 il Fronte Popolare, dopo aver vinto le elezioni, armò i civili, tra i quali si trovavano miliziani socialisti, comunisti e anarchici, scatenando una persecuzione contro la Chiesa. Furono uccisi molti sacerdoti e religiosi ma anche fedeli impegnati in parrocchia.

L’odium fidei fu il motivo prevalente dell’agire dei persecutori. I Servi di Dio furono assassinati perché cattolici; alcuni erano impegnati in attività ecclesiastiche o erano membri di associazioni come l’Azione Cattolica o l’Adorazione Notturna del Santissimo Sacramento. La ferocia non colpì solo le persone, ma si riversò anche su oggetti sacri e luoghi di culto.

Riguardo al martirio formale ex parte victimarum, le testimonianze e la documentazione evidenziano la disposizione dei Servi Dio nell’accettare il carcere e la morte. Significativo fu l’atteggiamento mantenuto dalla maggior parte di loro durante la detenzione. La prigione diventò un luogo di preghiera e preparazione spirituale al martirio.

I Servi di Dio accettarono la condanna con serenità, pregando o perdonando i carnefici.

Servi di Dio Giovanni Elia Medina e 126 Compagni

 

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Fortunato Maria Farina, Arcivescovo titolare di Adrianopoli di Onoriade, già Vescovo di Troia e di Foggia; nato l’8 marzo 1881 a Baronissi (Italia) e morto a Foggia (Italia) il 20 febbraio 1954.

Il Servo di Dio Fortunato Maria Farina nacque a Baronissi (Salerno, Italia) l’8 marzo 1881, in una famiglia agiata e molto religiosa. Inviato a studiare dai Gesuiti a Napoli, ne assorbì la spiritualità e la disciplina tanto da voler entrare nella Compagnia di Gesù ma, a motivo della salute debole, non poté realizzare questa sua intenzione. Si iscrisse alla Facoltà di Lettere in cui si laureò nel 1919. A 16 anni emise il voto privato di castità e, fin da giovane, si dedicò con fervore all’apostolato, animato da un’intensa devozione all’Eucaristia e alla Beata Vergine Maria. Il suo zelo apostolico come laico lo condusse presto a desiderare di diventare sacerdote ed ottenne di poter seguire i corsi di teologia a Napoli pur vivendo, per ragione della precaria salute, in casa di un sacerdote e rimanendo in contatto con i formatori del seminario. Fu ordinato sacerdote il 18 settembre 1904 nella Cattedrale di Salerno. Visse i primi anni di sacerdozio a Napoli per proseguire gli studi, conseguendo la laurea in teologia nel 1907. Successivamente, si dedicò all’apostolato tra i giovani a Salerno dove, nel 1909, fondò il primo Circolo Giovanile Cattolico per la catechesi, la vita sociale e lo svago dei giovani. Nel 1912 fu nominato Padre spirituale del seminario di Salerno e dell’abbazia di Cava de’ Tirreni e poi anche curato della Chiesa di S. Agostino in Salerno. A 38 anni, venne nominato Vescovo di Troia e ricevette l’ordinazione episcopale a Roma il 10 agosto 1919. In Diocesi, si occupò soprattutto della formazione del clero e della promozione del laicato per una presenza dei cattolici nella vita sociale. Riaprì il seminario diocesano come vero cenacolo di formazione sacerdotale con incremento delle vocazioni. Nel 1924, fu nominato anche Vescovo di Foggia, unendo in persona episcopi le due diocesi. Mentre i foggiani furono contenti di tale nomina, i fedeli di Troia temettero che venisse soppressa la loro diocesi ed alcuni si opposero faziosamente, provocando sofferenze nel Servo di Dio. Anche a Foggia il nuovo Vescovo si prodigò con lo stesso stile e zelo apostolico.

Logorato nel corpo, nel 1951 diede le dimissioni da Vescovo di Troia e, nel 1954, anche della diocesi di Foggia, diventando Arcivescovo titolare di Adrianopoli di Onoriade.

Morì a Foggia (Italia) il 20 febbraio 1954.

Il Servo di Dio, fin da giovane, manifestò l’intenzione di santificarsi attraverso la pratica delle virtù cristiane. Visse eroicamente la virtù della fede, affidando a Dio il primato assoluto nella sua vita, come totale abbandono alla volontà di Dio. Scriveva nel suo Diario: “Mi sono offerto vittima a tutto quello che il Signore si compiacerà disporre di me per la salvezza delle anime”. Alimentò la fede con la meditazione, la preghiera privata e pubblica, la celebrazione eucaristica e l’adorazione e con la devozione alla Vergine Maria. Con l’esercizio eroico della virtù della speranza fu capace di affrontare le prove della vita e sostenne le rinunce di una vita austera. La fiducia nella volontà di Dio gli permetteva di rimanere sereno ed in pace anche nei momenti critici e di fronte anche alle calunnie. Tale virtù si manifestò fino alla sua morte, accettata serenamente come passaggio alla vita eterna. Esprimeva pienamente la risposta all’amore di Dio verso di lui con l’esercizio eroico della carità. Manifestava il costante desiderio di piacere soltanto a Dio non a parole, ma in ogni gesto concreto della sua vita. Esprimeva l’amore verso il prossimo sia in campo spirituale sia in quello materiale. Per il suo apostolato si ispirava all’esempio di San Francesco di Sales, cercando in tutti i modi di attirare, sia sacerdoti sia laici, all’amore a Dio, incoraggiandoli all’impegno nella testimonianza nella vita sociale. Ebbe una cura speciale verso i poveri, i deboli e i bisognosi, soprattutto durante i tragici eventi delle due guerre mondiali, in cui si prodigò per alleviare le sofferenze del suo popolo.

Servo di Dio Fortunato Maria Farina

 

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Andrea Manjón y Manjón, Sacerdote, Fondatore delle Scuole dell’Ave Maria; nato il 30 novembre 1846 a Sargentes de Lora (Spagna) e morto a Granada (Spagna) il 10 luglio 1923.

Il Servo di Dio Andrés Manjón y Manjón nacque a Sargentes de Lora (Spagna) il 30 novembre 1846, in una famiglia di contadini.

Nel 1861, all’età di 15 anni, entrò nel Seminario di Burgos, terminando gli studi ecclesiastici nel 1872 nel Seminario maggiore di Valladolid. Contemporaneamente studiò Diritto canonico e civile presso l’Università della stessa città, conseguendo il dottorato nel 1873.

Nel 1878 vinse il concorso per la Cattedra di Diritto nell’Università di Salamanca, dove insegnò durante l’anno accademico 1879-1880. In quello stesso periodo vinse la Cattedra di Diritto all’Università di Granada, dove maturò la decisione di diventare sacerdote. Ordinato il 19 giugno 1886 ed eletto canonico dell’Abbazia del Sacro Monte, di fronte alla miseria e all’abbandono culturale in cui versavano i poveri, progettò di fondare scuole per bambini indigenti. Nacquero così, nel 1889, le Scuole dell’“Ave Maria” che, in pochi anni, si moltiplicarono non solo nella città e nella provincia di Granada, ma anche in diverse province della Spagna. Il suo orientamento pedagogico era intriso di spirito religioso come parte essenziale di un'educazione completa per bambini e giovani. Il nome "Scuole dell'Ave Maria" indica il costante ricorso alla Madre di Dio in tutta la sua pedagogia, la cui chiave è l'amore cristiano, che ha a cuore soprattutto i più poveri e gli scartati della società.

Nel 1918, dopo 38 anni di insegnamento, si ritirò come professore all'Università di Granada, dedicandosi maggiormente all'editoria e al consolidamento delle scuole.

Verso la fine del 1922, cominciarono a manifestarsi nel Servo di Dio i primi sintomi del cancro allo stomaco.

Morì a Granada (Spagna), all’età di 76 anni, il 10 luglio 1923.

Il Servo di Dio fu animato da una fede eroica, luminosa e appassionata, che alimentava con la preghiera, la meditazione della Parola di Dio e del Magistero della Chiesa e la pietà eucaristica. L’esercizio eroico della virtù della speranza lo sostenne nel superare le prove e le difficoltà, affidandosi con fiducia a Dio e alla sua divina Provvidenza. Ricorreva spesso all'intercessione della Vergine Maria. Mostrò carità eroica verso Dio nella pietà, nella vita di preghiera, nel desiderio di compiere la volontà di Dio, nella devozione alla Vergine Maria e nel rifiuto del peccato. Manifestò carità eroica verso il prossimo nel perdonare e chiedere perdono, nel rispetto della fama degli altri, nella dedizione all'insegnamento, soprattutto catechistico dei bambini, nella cura dei poveri e degli ammalati, nella visita dei carcerati e nella preghiera per le anime del purgatorio. Dedicò la sua vita ai poveri e agli zingari.

Servo di Dio Andrea Manjón y Manjón

 

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Alfonso Ugolini, Sacerdote diocesano; nato il 22 agosto 1908 a Thionville (Francia) e morto a Sassuolo (Italia) il 25 ottobre 1999.

Il Servo di Dio Alfonso Ugolini nacque il 22 agosto 1908 a Thionville (Francia), in una famiglia originaria di Pianoro, frazione del comune di Lama Mocogno (Modena, Italia), costretta ad emigrare in cerca di sostentamento. Un anno dopo la nascita del Servo di Dio, la famiglia rientrò al paese di origine e, nel 1915, si trasferì a Sassuolo. Morta la madre, quando ancora il Servo di Dio era in tenera età, il padre, uomo di profonda fede e capace di adattarsi anche ai più duri lavori, nonostante la scarsa salute, pur di mantenere la famiglia, fu l’educatore dei figli con l’esempio e la parola. Terminate le scuole elementari, il Servo di Dio iniziò a lavorare. In tale contesto approfondì la sua formazione religiosa, in particolare durante la catechesi in preparazione alla Prima Comunione. In questo periodo si affidò alla direzione spirituale dell’Arciprete della chiesa parrocchiale di S. Giorgio di Sassuolo, sotto la cui guida cominciò una regolare vita di preghiera, di meditazione e di frequenza ai Sacramenti. Verso i diciassette anni ebbe la tisi e, quando guarì, l’Arciprete lo assunse come sacrista. Ben presto divenne punto di riferimento per i parrocchiani, dando consigli di vita spirituale, guidando le persone alla preparazione al Sacramento della Confessione ed essendo valido catechista. Quando morì anche il padre, la parrocchia diventò la sua seconda casa e famiglia. Nel 1950, seguendo il desiderio di consacrarsi a Dio nella vita religiosa, entrò a far parte dell’Istituto Secolare “Servi della Chiesa”, fondato dal Servo di Dio Dino Torreggiani. Anche da consacrato, continuò il servizio di sacrista e la dedizione al prossimo, in particolare nell’Unitalsi e verso le famiglie povere, istituendo per esse l’associazione Fraterno Aiuto Cristiano (F.A.C.). Nel 1972 iniziò la sua preparazione al sacerdozio, che ricevette il 7 settembre 1973, all’età di 65 anni. Anche da presbitero, il Servo di Dio rimase nella chiesa di S. Giorgio in Sassuolo. Il suo ministero si distinse soprattutto per l’assiduità al confessionale e la carità verso gli ammalati.

Morì il 25 ottobre 1999 a Sassuolo (Italia).

Il Servo di Dio visse le virtù cristiane in forma eroica sia da laico che da consacrato e sacerdote. L’eroicità della virtù della fede si manifestava nella costante preghiera, alimentata dall’adorazione eucaristica, dalla meditazione della Sacra Scrittura, dalla recita del rosario e dalla devozione ai Santi. Visse la virtù della speranza in modo eroico nell’abbandono totale in Dio. Affrontò le vicende della vita con la serenità d’animo propria di chi sa che la grazia divina è più forte di ogni avversità umana. Di questa speranza si fece mediatore nel confessionale. La virtù eroica della carità verso Dio si riversava nell’amore verso il prossimo. Si prese cura delle situazioni di maggiore povertà ed emarginazione nel territorio, senza fare distinzioni di appartenenza religiosa o politica, con particolare attenzione agli immigrati, ai nomadi e ai rom, cercando non solo di offrire aiuto materiale, ma anche curando l’incontro personale, in un dialogo in cui non mancava l’annuncio evangelico. Visse la carità anche nella dedizione al confessionale e alla direzione spirituale.

Servo di Dio Alfonso Ugolini

 

 

 

 

- le virtù eroiche della Serva di Dio Maria Francesca Ticchi (al secolo: Clementina Adelaide Cesira), Monaca professa delle Clarisse Cappuccine; nata il 23 aprile 1887 a Belforte all’Isauro (Italia) e morta a Mercatello sul Metauro (Italia) il 20 giugno 1922.

La Serva di Dio Maria Francesca Ticchi (al secolo: Clementina Adelaide Cesira) nacque il 23 aprile 1887 a Belforte all’Isauro (Pesaro, Italia). Nel 1902, entrò nel monastero delle Clarisse Cappuccine a Mercatello sul Metauro, costruito sulla casa natale della mistica cappuccina santa Veronica Giuliani.

Il postulandato durò tre anni e mezzo poiché, in monastero, erano rimaste poche monache anziane e non vi era nessuna che potesse svolgere l’incarico di “Maestra delle novizie”. Per sopperire a tale carenza ed evitare la chiusura del monastero, i superiori inviarono alcune monache, sia per formare le novizie sia per incrementare la comunità carente. Così, il 24 maggio 1905, provenienti dal monastero di Pisa, giunsero a Mercatello sul Metauro, suor Anna Paluffi come Superiora e suor Agnese Graziani come Maestra delle novizie.

La nuova Abbadessa introdusse la norma che le postulanti prima di divenire novizie, sarebbero dovute ritornare alle loro famiglie per qualche tempo, per assicurarsi della loro vocazione e della loro libertà di scelta. Così fece la Serva di Dio.

Tornata in monastero, il 21 giugno 1906, iniziò l’anno di noviziato. Nel 1907 emise la professione temporanea dei voti religiosi e, il 9 luglio 1910, quella perpetua.

Nel Capitolo del 1914 venne scelta come Maestra delle novizie e, nel 1921, a 34 anni di età, fu eletta Abbadessa, ma il Vescovo diocesano, Mons. Luigi Giacomo Baccini, non confermò l’elezione per difetto di età.

La vita della Serva di Dio fu segnata dalla sofferenza fisica, come la tumefazione del ginocchio, che sopportò per anni, senza farlo notare da nessuno e senza farsi medicare. Durante il noviziato ebbe una pleurite recidiva di natura tubercolare. Successivamente, ci fu l’incurvamento progressivo delle ossa, che non le consentiva di tenere neppure il breviario in mano; sopraggiunse un’enterite e, poi, una febbre altissima che la tormentava ad intervalli regolari. Tutto sopportò con un indelebile sorriso e una gioia espansiva.

Morì a Mercatello sul Metauro (Italia) il 20 giugno 1922, a 35 anni di età.

La Serva di Dio visse eroicamente la virtù della fede, caratterizzata da intensa e profonda preghiera contemplativa, che le faceva cercare e trovare sempre il Signore in ogni cosa, anche nei momenti di più acuta sofferenza. Accettò con sincera umiltà ed abbandono fiduciale la volontà di Dio. Ebbe anche un vivo amore per l’Eucarestia e per la Vergine Maria. Osservò e contemplò il Cristo sofferente, al quale cercò di conformarsi accettando con disponibilità interiore le molteplici sofferenze fisiche che la accompagnarono nel corso dell’intera sua esistenza, soprattutto nei venti anni che dimorò nel monastero di Mercatello sul Metauro. L’accettazione della sofferenza, la pazienza durante le dolorose terapie cui dovette sottoporsi, i prolungati periodi di inabilità e di isolamento, vissuti con la massima serenità e nel dolce abbandono alla misericordia divina, erano atteggiamenti che scaturivano da una fede ardente, sicura, rocciosa, senza tentennamenti.

Visse eroicamente la virtù della speranza, che si concretizzava nel suo modo di leggere e discernere ogni evento della sua vita abbandonata alla Provvidenza Divina nella certezza che Dio non le avrebbe mai fatto mancare il Suo aiuto, il Suo sostegno e la Sua consolazione come ricompensa e premio. In questa speranza visse con zelo e fortezza il suo cammino di santità nel continuo desiderio della Gerusalemme Celeste e della visione “faccia a faccia” del suo Signore.

In riferimento all’esercizio eroico della carità, il più grande desiderio della Serva di Dio fu di amare Dio e servirlo, come lei stessa scrisse, “con un amore infinito, perfettissimo, purissimo, continuo, verissimo”. Si donò totalmente al Signore e attraverso questo incontro si dedicò al servizio di ogni persona che la Provvidenza le fece incontrare.

Manifestò la carità verso il prossimo in concrete attività di soccorso, soprattutto nello stile di comunione delle relazioni interpersonali, caratterizzato dalla semplicità, dalla profondità, dalla disponibilità, dalla premura, dalla tenerezza e dalla tensione della preghiera per la conversione dei peccatori.

Serva di Dio Maria Francesca Ticchi

 

 

 

 

- le virtù eroiche della Serva di Dio Maria Carola Cecchin (al secolo: Fiorina), Religiosa professa della Congregazione delle Suore di San Giuseppe Benedetto Cottolengo; nata il 3 aprile 1877 a Cittadella (Italia) e morta sul piroscafo mentre rientrava dal Kenya all’Italia il 13 novembre 1925.

La Serva di Dio Maria Carola Cecchin (al secolo: Fiorina) nacque il 3 aprile 1877 a Cittadella (Padova, Italia). A 18 anni chiese di entrare nella Congregazione delle Suore Dorotee di Vicenza, che però non l’accettò a causa della fragilità della sua salute. Tuttavia, grazie alla mediazione del suo parroco e direttore spirituale, venne accolta nella Casa Cottolengo di Bigolino (Treviso). Il 27 agosto 1896 iniziò il postulandato nella Piccola Casa della Divina Provvidenza a Torino e, il 2 ottobre 1897, il noviziato. Il 6 gennaio 1899, emise la professione religiosa, ricevendo l’incarico di cuoca nelle comunità di Giaveno e, poi, di Torino.

Nel 1905 fu inviata in Kenya, insieme a quattro suore Cottolenghine e a due Missionari della Consolata. Alle suore veniva richiesta la gestione delle stazioni missionarie, la conoscenza di qualche nozione di catechismo e di medicina, la disponibilità ad insegnare a leggere e scrivere e ad educare i giovani.

Iniziò così per la Serva di Dio un periodo complesso e fecondo: le difficoltà del clima, del tenore di vita, della cultura e della lingua, della collaborazione con un altro Istituto Religioso, Missionari della Consolata, venivano affrontate con spirito di dedizione generosa, di bontà verso le popolazioni africane e con il desiderio di annunciare il Vangelo. Fu madre e sorella per tutti, catechista instancabile nei villaggi.

Nominata superiora, venne destinata a varie comunità, ultima delle quali fu quella di Tigania, dove si ammalò gravemente. Intanto, con il passare degli anni, la collaborazione con i Missionari della Consolata era divenuta sempre più difficoltosa. Si trattava non solo di divergenze sullo stile di evangelizzazione, ma anche di problemi che avevano ripercussioni concrete sulle condizioni di vita delle suore. Dopo molti tentativi andati a vuoto da parte dei superiori della Piccola Casa della Divina Provvidenza, papa Benedetto XV ordinò formalmente di consentire il rimpatrio delle suore Cottolenghine che si trovavano in Kenya. Ultima delle 44 religiose a rientrare in Italia, la Serva di Dio, già gravemente ammalata, morì sul piroscafo Porto Alessandretta il 13 novembre 1925, a 48 anni. Secondo le normative igieniche, il corpo fu consegnato alle acque del Mar Rosso.

La Serva di Dio rivelò piena e incondizionata adesione a Dio, fonte di verità, e il suo totale abbandono in Lui dall’inizio sino alla fine della sua vita. La sua esistenza fu un continuo atto di fede. La sua vita spirituale fu nutrita dalla Parola di Dio, da altre solide letture spirituali e sostenuta da intensa preghiera e adorazione. Con Gesù s’intratteneva a lungo, attingendo quella linfa vitale necessaria per essere sempre disponibile verso il prossimo facendosi tutta a tutti. Offriva tutte le sue fatiche al Signore per le anime. Ebbe un grande amore alla Croce di Gesù. La Croce è considerata da lei non solo via, ma il più grande dono da accogliere e vivere come un privilegio. Visse eroicamente la virtù della speranza come attesa fiduciosa, certezza della realizzazione di ciò in cui si crede e si ama, perseveranza nel cammino, anche se irto di difficoltà. Il cuore della Serva di Dio era sempre rivolto al Signore e al Paradiso dove poter godere, in eterno, quell’unione con Dio già a lungo sperimentata in questa vita. Tutta la sua vita fu intessuta di carità eroica. Era paziente e benigna, dava a tutti senza aspettare nulla da nessuno; tutto sopportava.

Serva di Dio Maria Carola Cecchin

 

 

 

 

- le virtù eroiche della Serva di Dio Maria Francesca Giannetto (al secolo: Carmela), Religiosa professa della Congregazione delle Figlie di Maria Immacolata; nata il 30 aprile 1902 a Camaro Superiore (Italia) e ivi morta il 16 febbraio 1930.

La Serva di Dio Maria Francesca Giannetto (al secolo Carmela) nacque il 30 aprile 1902 a Camaro Superiore (oggi quartiere di Messina, Italia). Guidata spiritualmente da Padre Mariano da Valledolmo, ofmcap., maturò l’idea di consacrarsi al Signore nella vita religiosa.

Il 14 gennaio 1922, nell’Istituto “Santa Brigida” in Messina, incontrò la Venerabile Serva di Dio Brigida Maria Postorino, Superiora Generale e Fondatrice dell’Istituto delle Figlie di Maria Immacolata. Il giorno seguente, contro il volere dei familiari, lasciò la casa paterna ed iniziò il postulandato. Dopo meno di 20 giorni, il 17 aprile, iniziò l’anno di noviziato a Reggio Calabria. In questo periodo, si sentiva continuamente tentata dall’idea di non essere idonea alla speciale chiamata di consacrazione. La sera di capodanno del 1922 entrò in una tale crisi che la Madre Fondatrice ritenne opportuno inviarla presso la comunità di Catona affinché riflettesse sulla sua scelta. Arrivata a Catona il 9 gennaio del 1923, dopo alcuni giorni, con il permesso della Madre Generale, lasciò l’abito religioso e si recò in famiglia per continuare il suo discernimento. Dopo otto giorni, fece ritorno al noviziato, ormai consapevole che quella era la sua vocazione. Dopo tre mesi, le fu permesso di rindossare l’abito di novizia. Iniziò un itinerario spirituale caratterizzato da accentuate mortificazioni corporali e atti di penitenza, convinta che amare Dio comportava un certo martirio interiore, silenzioso e nascosto. Il 23 aprile 1924, insieme alle sue consorelle, venne ammessa alla professione e fu trasferita nella nuova casa di noviziato a Roma dove emise la professione religiosa dei voti il 25 marzo del 1925. Rimase nell’Urbe con l’incarico di “Assistente delle Postulanti”. Nel frattempo, cominciarono a manifestarsi in lei i sintomi della tubercolosi e, nel 1928, viste le precarie condizioni di salute, il Consiglio Generale chiese alla Santa Sede la dispensa di due anni, sui cinque richiesti dalle Costituzioni, affinché potesse emettere i voti perpetui. Nel luglio 1929, fu trasferita a Catona e, in settembre, presso la casa di Menfi sperando che il cambio di aria le potesse giovare. A fine novembre la Serva di Dio si recò per alcuni giorni in famiglia sperando che questo ulteriore cambio di aria le potesse essere di aiuto ma le condizioni di salute continuarono a peggiorare per cui rientrò in comunità.

A gennaio del 1930 fu ammessa alla professione perpetua che si sarebbe celebrata nel marzo successivo. Dietro consiglio dei medici, convinti che l’aria del paese natio la potesse aiutare, rientrò in famiglia. Ricevette il viatico dal parroco di Camaro, don Pietro Profera, il 4 febbraio del 1930 e, due settimane dopo, il 16 febbraio 1930, morì all’età di 28 anni.

La Serva di Dio visse eroicamente la virtù della fede attraverso lo spirito di pietà e di orazione, la fedeltà alla celebrazione eucaristica quotidiana e l’amore adorante per Gesù Eucaristia. Trascorreva diverse ore in cappella. Si spese per la formazione delle postulanti. In tasca teneva il Vangelo per averlo a portata di mano nei momenti in cui sentiva il bisogno di leggere la Parola di Dio. Particolare e filiale fu la devozione mariana. Nutrì speciale devozione per San Francesco d’Assisi e Santa Teresa di Lisieux. In merito all’esercizio eroico della virtù della speranza, la Serva di Dio bramava costantemente la Patria celeste, abbandonandosi totalmente a Dio e avendo grande fiducia nella Divina Provvidenza. Mostrò l’esercizio eroico della carità principalmente nel desiderio di portare quante più possibili anime al Signore.

Serva di Dio Maria Francesca Giannetto

 

 

 

 

 

27 OTTOBRE 2020

 

Il 27 ottobre 2020, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Durante l’Udienza, il Sommo Pontefice ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare i Decreti riguardanti:

 

- il miracolo, attribuito all’intercessione del Beato Giustino Maria Russolillo, Sacerdote, Fondatore della Società delle Divine Vocazioni e della Congregazione delle Suore delle Divine Vocazioni; nato il 18 gennaio 1891 a Pianura di Napoli (Italia) e ivi morto il 2 agosto 1955.

Il Beato Giustino Maria Russolillo nacque il 18 gennaio 1891 a Pianura di Napoli (Italia). Ordinato sacerdote il 20 settembre 1913, nello stesso giorno, fece voto di fondare una Congregazione “per il culto, il servizio e l’apostolato delle vocazioni di Dio, nostro Signore, alla fede, al sacerdozio, alla santità”. Fu inviato come parroco nella parrocchia di San Giorgio Martire a Pianura di Napoli, che resse per trentacinque anni, promuovendo l’apostolato catechistico, la comunione quotidiana e la predicazione della Parola di Dio.

Fondò la Congregazione della Società delle Divine Vocazioni (Vocazionisti), delle Suore delle Divine Vocazioni (Vocazioniste) e l’Istituto Secolare Apostole Vocazioniste della Santificazione Universale, perché fossero collaboratrici nel guidare le anime all’unione con la Trinità. Si contraddistinse nella predicazione degli esercizi spirituali e nella composizione di opere ascetiche.

Morì di leucemia a Pianura di Napoli (Italia) il 2 agosto 1955.

Venne beatificato il 7 maggio 2011.

Per la canonizzazione del Beato Giustino Maria Russolillo, la Postulazione della Causa presentò all’esame della Congregazione la vicenda riguardante un giovane religioso vocazionista, consistente nella guarigione da “crisi tonico-cloniche generalizzate e prolungate, stato di male epilettico, coma, gravissima rabdomiolisi, polmonite ab ingestis, insufficienza respiratoria acuta”. L’evento accadde il 21 aprile 2016 a Pozzuoli (Italia). La sera del 15 aprile 2016 il religioso, nato in Madagascar nel 1984 e residente nella comunità di Quarto di Napoli, dopo cena, accusò un forte mal di testa. La mattina successiva fu notata l’assenza del religioso alle Lodi delle ore 7.15 ed alla S. Messa. Un confratello lo trovò nella sua camera riverso a terra in mezzo a chiazze di sangue. Venne trasportato d’urgenza al Pronto Soccorso dell’Ospedale Civile di Pozzuoli, dove giunse privo di coscienza. Fu intubato e sottoposto alla respirazione assistita. Il 18 aprile la situazione clinica era molto grave ma, il 21 aprile, le condizioni cliniche migliorarono in modo repentino, con uscita dal coma. La dimissione dall’Ospedale avvenne il 3 maggio 2016.

L’iniziativa di affidare il religioso all’intercessione del Beato Giustino Maria Russolillo venne presa dal Superiore Provinciale dei Vocazionisti per l’Italia, il quale, dopo aver visitato l’infermo nel giorno del ricovero, avvertito dai medici delle gravi condizioni, inviò un messaggio a tutti i confratelli affinché chiedessero la guarigione del giovane per intercessione di “don Giustino”. Anche il Superiore Generale dei Vocazionisti, inviò una supplica in cinque lingue unitamente ad una foto del religioso a tutta la Congregazione, chiedendo di pregare in ogni comunità e parrocchia la novena al Beato Fondatore per la guarigione del religioso. Il 18 aprile 2016 un confratello, portò l’immagine del Beato con reliquia nella camera d’ospedale del paziente e la depose sul suo corpo. Le suppliche, sia comunitarie che individuali, furono univoche, antecedenti l’inaspettato viraggio positivo.

Beato Giustino Maria Russolillo

 

 

 

 

Il miracolo, attribuito all’intercessione della Venerabile Serva di Dio Maria Lorenza Requenses in Longo, Fondatrice dell’Ospedale degli Incurabili in Napoli e delle Monache Cappuccine; nata nel 1463 circa a Lleida (Spagna) e morta a Napoli (Italia) il 21 dicembre 1539.

La Venerabile Serva di Dio Maria Lorenza Requenses nacque a Lleida (Spagna) nel 1463 in una famiglia nobile. Nel 1483 sposò Joan Llonc (italianizzato in Giovanni Longo), Reggente di Cancelleria del Regno di Aragona. Nel 1506, seguì con la famiglia il marito, che era stato nominato Reggente nel Vicereame di Napoli ma, tre anni dopo, rimase vedova con tre figli.

Nel 1516, fece voto di dedicare la vita alla cura degli infermi, entrando nel Terz’Ordine Secolare di San Francesco. Si dedicò alle opere di carità e, grazie ai propri beni e al sostegno degli amici, nel 1522, gettò le fondamenta dell’ospedale di Santa Maria del Popolo degli Incurabili. Nel 1526 costruì una casa per prostitute pentite accanto al complesso ospedaliero.

Nel 1535, fondò un monastero sottoposto alla Regola di Santa Chiara, secondo la riforma avviata in Francia da Santa Coletta di Corbiet (1381-1447). Successivamente, le religiose adottarono le Costituzioni dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, assumendo il nome di “Monache Cappuccine della Prima Regola di Santa Chiara”.

La Venerabile Serva di Dio morì a Napoli (Italia) il 21 dicembre 1539.

Il decreto sull’eroicità delle virtù venne promulgato il 9 ottobre 2017.

Per la beatificazione della Venerabile Serva di Dio Maria Lorenza Longo, la Postulazione della Causa ha presentato all’esame della Congregazione l’asserita guarigione miracolosa, attribuita alla sua intercessione, da “tubercolosi pleuro-polmonare cronica con evoluzione tisiogena e localizzazione extrapolmonare”. L’evento accadde nel 1881 a Napoli (Italia). Suor Maria Cherubina Pirro, religiosa professa del Monastero di S. Maria in Gerusalemme, detto “delle 33 Cappuccine” a Napoli, nel giugno del 1876 ebbe una febbre intermittente. Le fu diagnosticata una tisi incipiente con lesione dell’ala sinistra del polmone. La situazione peggiorò progressivamente, nonostante le terapie in uso all’epoca. A distanza di cinque anni dall’esordio della malattia, il medico curante formulò una prognosi infausta in tempi brevi. Contrariamente alle aspettative, il 15 ottobre 1881, Suor Maria Cherubina si alzò dal letto e raggiunse il coro senza alcun aiuto. La guarigione fu attribuita alla Venerabile Serva di Dio.

L’iniziativa dell’invocazione fu dell’Abbadessa del Monastero di S. Maria in Gerusalemme che, dal 31 agosto all’8 settembre 1881, volle che nella Comunità monastica si recitasse una Novena alla Madonna e alla Fondatrice per la guarigione di Suor Maria Cherubina. Il 9 settembre 1881 fu applicata sulla religiosa la reliquia della Venerabile Serva di Dio, cioè il teschio che si conservava in Monastero: la suora avvertì un calore che la fece star meglio. La preghiera, fatta con fede da più persone e con applicazione della reliquia, fu univoca e antecedente l’improvviso viraggio favorevole del decorso clinico. Sussiste il nesso causale tra l’invocazione della Venerabile Serva di Dio e la guarigione della religiosa.

Venerabile Serva di Dio Maria Lorenza Requenses in Longo

 

 

 

 

il miracolo, attribuito all’intercessione della Venerabile Serva di Dio Elisabetta Czacka (al secolo: Rosa), Fondatrice della Congregazione delle Suore Francescane Ancelle della Croce; nata il 22 ottobre 1876 a Bila Tserkva (Ucraina) e morta a Laski (Polonia) il 15 maggio 1961

La Venerabile Serva di Dio Elisabetta Czacka (al secolo: Rosa) nacque a Bila Tserkva (oggi Ucraina) il 22 ottobre 1876. Fin da piccola, ebbe problemi agli occhi. Rimasta completamente cieca, all’età di 22 anni, decise di dedicarsi alla causa dei non vedenti. Nel 1909, aprì dei laboratori di artigianato e un istituto di educazione per i non vedenti a Varsavia. Nel 1918, sempre a Varsavia, fondò la Congregazione delle Suore Francescane Ancelle della Croce, con lo scopo di dedicarsi all’assistenza dei non vedenti. Eletta Superiora Generale, trasferì il centro per i non vedenti a Laski, presso Varsavia. Inoltre, fondò per loro scuole e laboratori speciali, adattò l’alfabeto Braille alla lingua polacca, perfezionò il metodo delle forme abbreviate nella scrittura dei ciechi, riorganizzò le case religiose della Congregazione e ne elaborò le prime Costituzioni. Nel 1950, a causa della malattia sempre più invadente, rinunciò all’ufficio di Superiora generale.

Morì il 15 maggio 1961 a Laski (Polonia).

Il decreto sull’eroicità delle virtù venne promulgato il 9 ottobre 2017.

Per la beatificazione della Venerabile Serva di Dio Elisabetta Czacka (al secolo: Rosa), la Postulazione della Causa ha presentato all’esame della Congregazione l’asserita guarigione miracolosa, attribuita alla sua intercessione, di una bambina da “gravissimo trauma cranicoencefalico e facciale con coma profondo”. L’evento accadde nel 2010 a Varsavia (Polonia). Il 29 agosto 2010, all’età di sette anni, K. fu colpita alla testa e al volto da una pesante altalena di legno, riportando un grave trauma cranio-facciale, con perdita immediata della coscienza. Trasportata all’Ospedale, il quadro clinico era gravissimo. Fu sottoposta a due interventi neurochirurgici. Il 13 settembre 2010 si ebbe un inaspettato miglioramento del quadro clinico che perdurò nei giorni successivi. Il 5 novembre 2010 fu dimessa dall’Ospedale in buone condizioni di salute.

Fin dal momento dell’incidente, per la guarigione della bambina, fu invocata l’intercessione della Venerabile Serva di Dio. L’iniziativa fu presa dalla zia della piccola, religiosa della Congregazione fondata dalla Venerabile, la quale coinvolse le consorelle della sua comunità, recitando la novena e invocandone l’intercessione. Alla comunità si unì tutta la Congregazione, nonché i familiari e i conoscenti di K., accompagnando con la preghiera le varie tappe della malattia e della successiva riabilitazione.

Serva di Dio Elisabetta Czacka

 

 

 

 

- il martirio dei Servi di Dio Leonardo Melki e Tommaso Saleh, Sacerdoti professi dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini; uccisi, in odio alla Fede, in Turchia nel 1915 e nel 1917.

La vicenda martiriale dei Servi di Dio si intreccia con il genocidio degli Armeni, che registrò anche stragi di cristiani di altri riti. Già dalla fine del XIX secolo, le autorità dell’Impero Ottomano avevano ordinato l’eliminazione di Armeni e Cristiani. La persecuzione divenne particolarmente violenta dopo l’inizio della Prima Guerra Mondiale. Il movimento nazionalista dei “Giovani Turchi” voleva estinguere anche le minoranze religiose. Iniziarono le “marce della morte”. Nel novembre del 1914 il Governo dell’Impero Ottomano richiese a tutte le autorità di segnalare i conventi dei Frati Minori Cappuccini nella regione mesopotamica perché ritenuti estranei all’Impero e ostili all’Islam.

È riconosciuto il martirio dei due Servi di Dio, appartenenti all’Ordine dei Frati Minori Cappuccini.

1. Leonardo Melki. Nato a Baabdath (Libano) tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre del 1881, entrò nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini nel 1895 e fu inviato al Seminario di Santo Stefano presso Costantinopoli, dove il 2 luglio 1899 iniziò l’anno di noviziato. Emise la professione religiosa dei voti il 2 luglio 1900 e fu ordinato sacerdote il 7 dicembre 1904. Inviato in Mesopotamia, prima ad Orfa e poi a Mardine, diresse la scuola della missione, curò il Terz’Ordine Francescano, amministrò i sacramenti, svolgendo l’apostolato tra i ragazzi e i giovani. Mentre si trovava a Mardine, con un confratello ottuagenario, il 5 dicembre 1914, i soldati fecero irruzione nel convento, che il 9 febbraio 1915 fu del tutto occupato, lasciando solo due stanze ai due religiosi. Il 5 giugno successivo, il Servo di Dio fu arrestato e, il 9 giugno, torturato. I carnefici gli offrirono più volte salva la vita se avesse abbracciato la religione islamica. L’11 giugno 1915, con altri 416 compagni, venne aggregato ad un convoglio diretto a Diarbékir (Turchia). Furono ancora una volta invitati a scegliere tra la morte o la conversione all’Islam, ma rimasero saldamente tutti fermi nella fede cristiana. Vennero quindi barbaramente trucidati a colpi di scure e scimitarra, e i loro corpi, fatti a pezzi, furono gettati in pozzi e caverne.

2. Tommaso Saleh. Nato a Baabdath probabilmente il 3 maggio 1879, attratto dall’esempio dei Frati Cappuccini, chiese di entrare nell’Ordine. Fu inviato prima nel Seminario di Santo Stefano a Costantinopoli, dove fece l’anno di noviziato. Emise la professione religiosa dei voti il 2 luglio 1900 e venne ordinato sacerdote il 4 dicembre 1904. Fu destinato alle missioni di Mesopotamia a Mardine dove, insieme al Servo di Dio Leonardo Melki, si dedicò all’apostolato all’attività didattica nella scuola della missione, alla predicazione e all’amministrazione dei sacramenti.

Nel 1910 fu trasferito a Diarbékir, da dove fu espulso, per la situazione politica critica, insieme agli altri missionari, il 22 dicembre 1914 raggiungendo Orfa.

Tra il 1915 e il 1916, nonostante le gravi limitazioni e pericoli, continuò a svolgere il suo apostolato missionario, nascondendo tra l’altro in convento un sacerdote armeno, che fu arrestato il 24 settembre 1916. Una perquisizione da parte della polizia portò anche alla scoperta in convento di un piccolo revolver, molto probabilmente messo lì dagli stessi agenti. I due fatti determinarono la condanna del Servo di Dio.

Tratto in arresto il 4 gennaio 1917, subì ogni sorta di violenze e maltrattamenti, venendo tra l’altro rinchiuso anche in prigioni infette, tanto da prendere il tifo. Morì, sfinito dalle torture, il 17 gennaio 1917 a Marache (Turchia).

Il martirio materiale dei due Servi di Dio è sufficientemente provato. Riguardo al Servo di Dio Leonardo Melki, durante la marcia estenuante subì violenze e torture, finché venne ucciso, a colpi di pietra e poi di pugnale e scimitarra, insieme ad altri compagni, tra cui il Beato Ignazio Maloyan. Il corpo non venne ritrovato, ma le testimonianze documentali circa il suo martirio materiale sono sufficienti. Riguardo al Servo di Dio Tommaso Saleh, fu rinchiuso in varie carceri e costretto a diverse marce della morte, subendo tremende torture. Colpito dal tifo, morì a Marache il 18 gennaio 1917 ex aerumnis carceris.

Riguardo al martirio formale ex parte persecutoris, la motivazione dell’eliminazione dei due religiosi fu l’odium fidei. La persecuzione era mossa anche da interessi politici, tuttavia le richieste insistenti ai prigionieri di convertirsi all’Islam, abiurando la propria fede per aver salva la vita, non lasciano dubbi al riguardo. Ciò è evidente nell’uccisione di P. Melki. Anche per P. Saleh è possibile rilevare l’odium fidei dai vari tentativi usati dai carcerieri per costringerli ad abiurare. Anche la particolare ferocia praticata sui prigionieri indica un odio profondo dei persecutori verso chi testimoniava fedeltà a Cristo.

Circa il martirio formale ex parte victimarum, sin dall’inizio della persecuzione religiosa i due Servi di Dio erano consapevoli che avrebbero potuto affrontare il sacrificio supremo a causa della loro fede. P. Melki era stato ampiamente informato ma, come risulta da alcune sue lettere, decise di rimanere nella Missione per accudire il confratello anziano. In carcere subì terribili torture ma rifiutò di rinnegare la fede. P. Saleh, nell’offrire rifugio al prete armeno cattolico, assunse consapevolmente il rischio di essere imprigionato e ucciso. Nelle ultime ore di vita riuscì a ricevere i sacramenti da un sacerdote compagno di prigionia.

L’eliminazione dei due Servi di Dio, come le stragi di altri cristiani compiute contestualmente in quella regione, è passata a lungo sotto silenzio, ma la fama del loro martirio è giunta sino ad oggi.

Servi di Dio Leonardo Melki e Tommaso Saleh

 

 

 

 

Il martirio del Servo di Dio Luigi Lenzini, Sacerdote diocesano; ucciso, in odio alla Fede, a Crocette di Pavullo (Italia) nella notte tra il 20 e 21 luglio 1945.

Il Servo di Dio Luigi Lenzini nacque a Fiumalbo (Modena, Italia) il 28 maggio 1881, in una famiglia benestante e profondamente cristiana. Avvertendo la chiamata al sacerdozio, nel 1897 entrò nel Seminario della città natale e, nel 1901, passò a quello di Modena. Fu ordinato presbitero il 19 marzo 1904. Dopo aver svolto diversi servizi pastorali, nel 1938 ebbe il permesso di poter fare una esperienza a Roma presso i Chierici Regolari Minori (Caracciolini), ma il Vescovo lo richiamò in diocesi, affidandogli l’incarico di assistente spirituale nel Sanatorio di Gaiato. Nel 1941 divenne parroco di Crocette di Pavullo. La parrocchia era piccola, poco più di 600 persone sparse, però, su di un territorio molto vasto. Svolse la sua missione di parroco in un momento molto difficile, in piena guerra, e in una zona divenuta il luogo di operazione di formazioni partigiane di forte ispirazione comunista dove, tra il 1945 e il 1946, furono uccisi 22 sacerdoti. 

Nella notte tra il 20 e il 21 luglio 1945, il Servo di Dio fu svegliato bruscamente con il pretesto della amministrazione dei sacramenti ad un moribondo. Resosi subito conto che si trattava di una trappola perché la sera prima aveva fatto visita all’ammalato in parola, suonò le campane per attirare l’attenzione dei parrocchiani che abitavano nella zona ma senza risultato. I sequestratori iniziarono a sparare sul piazzale della chiesa per intimorire chiunque avesse osato intervenire a difesa del parroco. Fu trascinato mezzo vestito in aperta campagna, a circa un chilometro dalla canonica, lo obbligarono a scavarsi la fossa e, dopo averlo picchiato selvaggiamente, fu evirato, gli strapparono le unghie e lo finirono con un colpo alla testa. Sepolto a testa in giù, fu ritrovato il 28 luglio successivo, in una vigna.

Il martirio materiale è largamente provato. Il Servo di Dio fu seviziato e ucciso. La morte si colloca in Emilia-Romagna negli anni 1943-1945 quando, i gruppi della Resistenza, sostenuti dal Partito Comunista, cominciarono a progettare la liquidazione della Chiesa che, a causa della morale cattolica, avrebbe potuto ostacolare l’ascesa del marxismo nel dopoguerra. Le brigate comuniste, non trovando l’appoggio della gente dell’appennino modenese legata ai valori cristiani, cominciarono a colpire i sacerdoti. Don Lenzini continuò a svolgere la propria missione sacerdotale assistendo chiunque ne avesse avuto bisogno, indipendentemente dall’appartenenza politica. La notte dell’agguato, il 21 luglio 1945, un gruppo di ex-partigiani comunisti, noti per l’odio anticlericale e l’indole violenta, lo cercò nella canonica con la scusa di condurlo da un parrocchiano morente. Il Servo di Dio, che aveva visitato l’ammalato durante il giorno, capì le intenzioni dei persecutori e prima di seguirli suonò le campane per chiedere aiuto. I parrocchiani, per paura, non intervennero. Don Lenzini fu condotto in una vigna isolata dove fu barbaramente torturato e ucciso.

Il clima persecutorio verso gli esponenti della Chiesa e la ferocia usata dai carnefici per indurlo a bestemmiare e ad inneggiare a Stalin, attestano che l’odium fidei fu il motivo di questa esecrabile uccisione. Per i carnefici, il Servo di Dio era piuttosto un prete scomodo in vista dei loro progetti. Sebbene il processo penale a carico degli imputati sia terminato con l’assoluzione per insufficienza di prove, già in quella sede emerse che il delitto era stato compiuto in odium fidei, per eliminare un sacerdote cattolico.

Il Servo di Dio era al corrente dei rischi per la propria incolumità. Dopo la Liberazione aveva ricevuto minacce, eppure aveva continuato a svolgere il ministero con carità e franchezza.

La fama di martirio si diffuse subito e permane fino ad oggi, unita ad una certa fama di segni.

Servo di Dio Luigi Lenzini

 

 

 

 

- il martirio della Serva di Dio Isabella Cristina Mrad Campos, Fedele Laica; uccisa, in odio alla Fede, il 1° settembre 1982 a Jiuz de Fora (Brasile).

La Serva di Dio Isabella Cristina Mrad Campos nacque il 29 luglio 1962 a Barbacena (Minas Gerais, Brasile), in una famiglia di modeste condizioni economiche. Fin da piccola, frequentò la chiesa parrocchiale. Fece parte del Gruppo dei Giovani della Società di San Vincenzo de’ Paoli, dove un direttore spirituale le trasmise la spiritualità dei Cursilhos de Cristanidade e dei Vincenziani. Inoltre, frequentava spesso il Monastero della Visitazione, praticava la preghiera in famiglia, si confessava con regolarità e partecipava alle campagne organizzate dai Vincenziani. Il suo sogno era quello di diventare medico pediatra. Dopo aver frequentato il corso scolastico, l’8 dicembre 1980 conseguì il Diploma di Abilitazione Professionale del Magistero. Trasferitasi a Juiz de Fora (Brasile), per iniziare gli studi di Medicina, andò ad abitare, con suo fratello, in una casa acquistata dalla famiglia. La sera del 1° settembre 1982, il fratello della Serva di Dio, rientrando in casa, la trovò assassinata, con i segni di tentativi di violenza sessuale. Iniziato il processo penale, fu dichiarato colpevole dell’assassinio Maurílio Almeida Oliveira, il quale, recatosi in casa della Serva di Dio, dopo aver alzato il volume della televisione, tentò di violentarla. Da quanto emerge dall’autopsia, la Serva di Dio resistette a tale aggressione, mantenendo intatta la sua verginità. L’imputato fu condannato a 19 anni di carcere. Egli ha sempre negato di essere stato l’autore dell’assassinio. Dopo diversi anni di galera, fuggì dal carcere, rimanendo latitante. Alcuni parenti affermano che sia deceduto.

Il martirio materiale è largamente provato. Per l’arredamento della casa dove viveva insieme al fratello, la famiglia si era rivolta ad una ditta che aveva inviato l’operaio Maurilio Almeida Oliveira. La ragazza fu turbata dall’atteggiamento invadente del giovane, tant’è che ella rimase a pregare per tutto il tempo in cui Maurilio montava i mobili, come riferì la stessa Serva di Dio a familiari ed amici. Il fatto martiriale si verificò due giorni dopo, il 1° settembre 1982. Secondo una testimonianza, Maurilio tornò nell’appartamento verso le ore 15.00, sapendo che la ragazza era sola in casa. Riuscì a farsi aprire e aggredì la Serva di Dio. In base alle indagini, l’assassino colpì Isabella alla testa, le legò le mani, la imbavagliò, le strappò gli indumenti intimi graffiandola agli arti inferiori e le sferrò 13 coltellate alla schiena e all’addome; altre due pugnalate furono inferte nella zona pubica. Isabella fu trovata la sera dal fratello in una pozza di sangue. L’autopsia rilevò che, nonostante la ferocia dell’aggressione, la giovane era riuscita a preservare la verginità.

Riguardo al martirio formale ex parte persecutoris, l’aggressione non fu un raptus momentaneo dell’assassino ma un piano predeterminato che dovette essere correlato con la fede della vittima. Infatti, la Serva di Dio rimase in preghiera per tutto il tempo in cui Maurilio rimase in casa per il lavoro. Il giovane tornò successivamente e tentò di perseguire il proprio intento, al quale la Serva di Dio si oppose anche fisicamente, impedendo la violazione.

Quanto al martirio formale ex parte victimae, il sacrificio di Isabella fu conseguente all’esercizio della castità che la caratterizzava abitualmente.

La fama di martirio si diffuse subito e permane fino ad oggi, unita ad una certa fama di segni.

Serva di Dio Isabella Cristina Mrad Campos

 

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Roberto Giovanni, Fratello professo della Congregazione delle Sacre Stimmate di Nostro Signore Gesù Cristo; nato il 18 marzo 1903 a Rio Claro (Brasile) e morto a Campinas (Brasile) l’11 gennaio 1994.

Il Servo di Dio Roberto Giovanni nacque a Rio Claro (Brasile) il 18 marzo 1903, in una famiglia di origine italiana. Entrò nella Congregazione degli Stimmatini nel 1927. Al termine del noviziato, nel 1930, scelse di rimanere fratello coadiutore, non sentendosi degno di essere ordinato sacerdote. Emise la professione temporanea nel 1931 e quella perpetua nel 1937. La sua vita religiosa si svolse principalmente a Casa Branca, presso la comunità stimmatina del santuario di Nossa Senhora do Desterro, con un piccolo intervallo in cui svolse l’incarico di Segretario del Superiore Provinciale a Campinas. Il Servo di Dio fu anche Redattore e propagandista della rivista Ecos Estigmatinos.

Nei circa 52 anni di permanenza a Casa Branca svolse un’intensa attività pastorale. Fu molto generoso nell’assistenza ai bisognosi e ai malati, nell’accompagnamento dei moribondi e delle famiglie dei defunti, nell’aiuto materiale ai poveri e nella formazione catechistica e spirituale delle persone, soprattutto dei giovani. Fu un grande propagatore della devozione alla Madonna e a San Gaspare Bertoni.

Negli ultimi mesi di vita, a causa delle precarie condizioni di salute, fu trasferito a Campinas (Brasile), dove morì l’11 gennaio 1994.

Il Servo di Dio impostò la sua vita su una convinta Imitatio Christi. L’eroicità dell’esercizio delle sue virtù teologali, cardinali e dei consigli evangelici, consistette nella capacità di mantenere costantemente, per più di settanta anni, un comportamento coerentemente cristiano. Dimostrò di essere un uomo di Dio che visse la fede in modo eroico. Come religioso, predicò la fede con l’esempio di una vita di preghiera e di fedeltà alla Regola della sua Congregazione. La preghiera costante venne vissuta nell’intimità della presenza di Dio nell’Eucaristia, e la fede diventò più intensa durante la malattia alla fine della vita. Ebbe fiducia in Dio, praticò la speranza nella convinzione che, vissuta qui in terra, è garanzia ineffabile dell’esistenza della vita eterna. La sua carità, prima di tutto rivolta a Dio, fu sempre vissuta concretamente verso i fratelli e in particolare verso i poveri e i malati. Visse di contemplazione nelle umili mansioni in comunità e nella rete di relazioni apostoliche che innescava e curava con efficacia pastorale. Con l’amabilità nel tratto, la semplicità di espressione e la sensibilità alle difficoltà altrui, attirava l’attenzione e l’ammirazione di tutti, semplici e intellettuali, sacerdoti e laici, confratelli ed estranei, cercando di alleviare i dolori e aiutare chiunque avesse bisogno.

Servo di Dio Roberto Giovanni

 

 

 

 

- le virtù eroiche della Serva di Dio Maria Teresa del Cuore di Gesù (al secolo: Celia Méndez y Delgado), Cofondatrice della Congregazione delle Ancelle del Divino Cuore di Gesù; nata l’11 febbraio 1844 a Fuentes de Andalucía (Spagna) e morta a Siviglia (Spagna) il 2 giugno 1908.

La Serva di Dio Maria Teresa del Cuore di Gesù (al secolo: Celia Méndez y Delgado) nacque l’11 febbraio 1844 a Fuentes de Andalucía (Spagna). Nel 1852 la famiglia si trasferì a Siviglia.

All’età di diciassette anni, la Serva di Dio contrasse matrimonio con Paulino Fernánez de Córdoba y Vera de Aragón, marchese della Puebla de Obando. La posizione sociale del marito, le permise di frequentare l’alta società di Siviglia. Rimasta vedova a trenta anni e senza figli, nel 1874, si pose sotto la direzione spirituale del Beato Marcello Spínola y Maestre (futuro Vescovo di Coria e di Málaga, poi Arcivescovo di Siviglia, creato cardinale nel 1905), allora parroco di San Lorenzo di Siviglia. Cominciò per la Serva di Dio un intenso periodo di vita spirituale e una grande attività caritativa, che la portò a promuovere un asilo per le ragazze orfane a Puente Genil e a collaborare con le conferenze di San Vincenzo de’ Paoli.

Dopo un lungo periodo di riflessione e di preghiera, insieme a Mons. Spínola, il 26 luglio 1885, fondò la Congregazione delle Ancelle del Divino Cuore di Gesù, con la finalità della glorificazione del Cuore di Gesù, la devozione all’Immacolata Concezione, la carità verso il prossimo e, in particolare, l’educazione delle bambine di ogni ceto sociale. Il 24 dicembre 1888, la Fondatrice emette i voti perpetui. La Serva di Dio fu eletta Superiora Generale il 14 agosto 1902.

Morì il 2 giugno 1908 a Siviglia (Spagna).

La Serva di Dio visse la virtù della fede in modo eroico. Fu sempre disponibile a fare la volontà di Dio, che cercò diligentemente e amò ardentemente.  Il suo spirito di fede si manifestò in particolare nei periodi difficili, come la morte repentina del suo marito e le difficoltà degli inizi della Congregazione. Nutriva grande amore per la Parola di Dio, così come per i misteri della fede e per gli insegnamenti della Chiesa. Visse eroicamente anche la virtù della speranza. Si abbandonò totalmente nelle mani del Signore per discernere insieme al suo direttore spirituale quale fosse la volontà di Dio e confidava nel Suo aiuto per metterla in pratica.  Aveva fiducia nella misericordia divina e aspettava i beni eterni, perseverando nella sua vocazione e nelle opere di bene. La Serva di Dio mostrò la carità eroica nei confronti del Signore, che espresse in modo commovente nei suoi scritti. Tale amore si manifestava in particolare nella vita di orazione e nel vivo desiderio di comunicarlo agli altri, a cominciare dalle Religiose del suo Istituto. Nel suo amore a Dio si radicava l’amore ai fratelli, che manifestò nell’ambito dell’assistenza materiale ai bisognosi, impiegando in opere di bene la sua ingente fortuna, ma anche nell’ambito morale e spirituale, fondando la Congregazione per la gloria di Dio e il bene delle anime.

Serva di Dio Maria Teresa del Cuore di Gesù

 

 

 

 

29 SETTEMBRE 2020

 

Il 29 settembre 2020, il Santo Padre Francesco ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare i Decreti riguardanti:

 

- il miracolo, attribuito all’intercessione della Venerabile Serva di Dio Gaetana Tolomeo, detta Nuccia, Fedele Laica; nata il 10 aprile 1936 a Catanzaro (Italia) e ivi morta il 24 gennaio 1997.

La Venerabile Serva di Dio Gaetana (chiamata “Nuccia”) Tolomeo nacque a Catanzaro il 10 aprile 1936. All’età di due anni, le fu diagnosticata una malformazione degli arti con paralisi progressiva. L’infermità le impedì il normale sviluppo corporeo, per cui dovette vivere tra la sedia ed il letto di casa per tutta la vita. Per il suo stato, entrò sempre di più nella sua particolare chiamata alla sequela di Cristo sofferente. Nel 1952 partecipò ad un pellegrinaggio a Lourdes dove si offrì vittima per i peccatori, offerta che rinnovò in seguito soprattutto per i sacerdoti. La sua casa divenne un luogo di incontro, di preghiera e di formazione cristiana.

Morì il 24 gennaio 1997 a Catanzaro (Italia).

Il decreto sull’eroicità delle virtù venne promulgato l’8 aprile 2019.

Per la beatificazione della Venerabile Serva di Dio Gaetana Tolomeo, la Postulazione della Causa ha presentato all’esame della Congregazione l’asserito evento miracoloso, attribuito alla sua intercessione, della prosecuzione della gravidanza di una signora di Catanzaro (Italia), nel 2014, alla quale un’ecografia aveva evidenziato un embrione annidato nel canale cervicale dell’utero e che, nonostante i molteplici inviti ad abortire, pur consapevole dei rischi, decise di portare avanti la gravidanza. Una successiva ecografia evidenziò che il feto si trovava in sede intrauterina e in normale evoluzione per cui si ebbe una prosecuzione fisiologica della gravidanza fino alla nascita, con taglio cesareo, di un bambino perfettamente sano.

L’iniziativa di invocare la Venerabile Serva di Dio fu presa dal cappellano dell’Ospedale al quale si unì la signora, altre mamme ricoverate e il marito.

Serva di Dio Gaetana Nuccia Tolomeo

 

 

 

 

 

- il martirio dei Servi di Dio Francesco Cástor Sojo López e 3 Compagni, Sacerdoti del Sodalizio Secolare dei Sacerdoti Operai Diocesani; uccisi, in odio alla Fede, in Spagna tra il 1936 e il 1938.

La situazione politico-sociale, esistente in Spagna nel periodo della guerra civile (1936–1939), è storicamente nota, come pure il clima di persecuzione che i miliziani repubblicani instaurarono nei confronti di tutti coloro che si professavano membri della Chiesa cattolica, fossero essi consacrati o laici.

La Causa in parola tratta del martirio di quattro Servi di Dio, appartenenti alla Fraternità Sacerdotale Operarios Diocesanos, uccisi fra il 1936 e il 1938. Essi sono:

1. Francisco Cástor Sojo López. Nato a Madrigalejo (Spagna) il 28 marzo 1881, entrò nel Seminario di Plasencia e fu ordinato sacerdote il 19 dicembre 1903. Durante gli studi conobbe la Fraternità Sacerdotale Operarios Diocesanos; ne fece parte ufficialmente dall’11 ottobre 1903. Svolse il suo servizio sacerdotale soprattutto nell’ambito di vari seminari e collegi a Toledo, Plasencia, Badajoz, Segovia, Astorga e, dal 1933, a Ciudad Real. Il 23 luglio 1936 i miliziani irruppero nel seminario di Ciudad Real. Il 12 settembre 1936 il Servo di Dio fu arrestato e tenuto prigioniero per il resto della giornata. La notte tra il 12 e 13 settembre 1936 fu ucciso poco fuori Ciudad Real.

2. Millán Garde Serrano. Nato il 21 dicembre 1876 a Vara del Rey (Spagna), entrò nel seminario di Cuenca e fu ordinato sacerdote il 21 dicembre 1901. Fece parte della Fraternità Sacerdotale Operarios Diocesanos a partire dal 12 agosto 1903. Svolse il servizio sacerdotale soprattutto nei seminari di Badajoz, dove rimase nove anni, Valladolid, Salamanca, Astorga e Plasencia e Leon. Il 7 luglio 1936 il Servo di Dio si recò nel suo paese natale. Dopo l’uccisione di un altro sacerdote, il Servo di Dio si ritirò in clandestinità, esercitando il ministero nel modo che era possibile. Il 10 aprile 1938 fu scoperto e denunciato. Venne incarcerato a Cuenca dove subì feroci torture. Nel giugno 1938, fu trasferito nel monastero delle Carmelitane Scalze, trasformato in carcere, dove morì nella notte del 7 luglio 1938, stremato dalle torture subite.

3. Manuel Galcerá Videllet. Nato a Caseras (Spagna) il 6 luglio 1877, frequentò il seminario di Zaragoza. Il 1° giugno 1901 ricevette l’ordinazione sacerdotale. Entrò a far parte della Fraternità Sacerdotale Operarios Diocesanos nell’agosto del 1906. Svolse il servizio ministeriale a Zaragoza, Tarragona, Cuernavaca (Messico), Badajoz, Ciudad Real, Roma, Valladolid e Baeza. All’inizio della fase acuta della persecuzione religiosa, il Servo di Dio, con il Servo di Dio Aquilino (n. 4), suo confratello, cercarono di nascondersi in un domicilio, ma furono arrestati il 20 luglio 1936 e tenuti prigionieri con altri nel comune di Baeza. Il 3 settembre 1936, il Servo di Dio fu ucciso.

4. Aquilino Pastor Cambero. Nato il 4 gennaio 1911 a Zarza de Granadilla (Spagna), studiò nel seminario di Coria e di Toledo e fu ordinato sacerdote il 25 agosto 1935. L’anno prima, era divenuto membro della Fraternità Sacerdotale Operarios Diocesanos. Esercitò il ministero a Baeza come prefetto degli alunni. Durante la persecuzione si nascose, insieme al Servo di Dio Manuel Galcerá Videllet, in un domicilio di Baeza. Entrambi furono arrestati il 20 luglio 1936 e portati nella prigione della città. Il 28 agosto 1936, il Servo di Dio e altri prigionieri furono portati fuori della città e uccisi.

Il martirio materiale di tutti i Servi di Dio è sufficientemente provato. Si tratta di tre distinti episodi: il Servo di Dio Francisco Cástor Sojo López fu arrestato e ucciso a Ciudad Real; il Servo di Dio Millán Garde Serrano morì ex aerumnis carceris nel Monastero delle Carmelitane Scalze di Cuenca, trasformato in prigione; i Servi di Dio Manuel Galcerá Videllet e Aquilino Pastor Cambero furono uccisi a Baeza. Le tre Diocesi in cui si verificarono i fatti furono tra quelle maggiormente colpite dalla persecuzione della Spagna.

L’odium fidei è provato dal fatto che tutti i Servi di Dio furono arrestati perché sacerdoti. La crudeltà delle torture inflitte in carcere al Servo di Dio Millán Garde Serrano, che ne cagionarono la morte, confermano l’odio dei carnefici verso la Chiesa e i suoi rappresentanti.

A causa del clima di persecuzione che si stava diffondendo, i quattro sacerdoti erano coscienti della possibilità di subire una morte violenta. Sebbene si fossero nascosti, rimasero fedeli al ministero anche a costo di mettere a repentaglio la loro incolumità. Il Servo di Dio Millán Garde Serrano sopportò le torture con un atteggiamento di perdono verso i carnefici e con fiducia nel Signore.

Si sono svolte quattro Inchieste diocesane, una per ciascun Servo di Dio, alle quali sono seguiti i rispettivi Decreti di validità giuridica della Congregazione delle Cause dei Santi.

Servi di Dio Francesco Cástor Sojo López e 3 Compagni

 

 

 

 

 

- le virtù eroiche della Serva di Dio Francesca della Concezione Pascual Doménech, Fondatrice della Congregazione delle Suore Francescane dell’Immacolata; nata il 13 ottobre 1833 a Moncada (Spagna) e ivi morta il 26 aprile 1903.

La Serva di Dio Francesca della Concezione Pascual Doménech nacque a Moncada (Spagna) il 13 ottobre 1833. All’età di 18 anni, iniziò a lavorare dapprima come domestica e poi come operaia in una seteria. Fin da giovane nutriva sensibilità spirituale e propensione per le opere di misericordia. Avrebbe desiderato entrare nella Congregazione delle Suore Adoratrici del Santissimo Sacramento, ma non poté farlo perché priva della dote necessaria.

Nel 1863, entrò nel Beaterio (nei paesi di lingua e cultura ispanici, era una comunità di donne riunite a condurre vita comune e dedite alla preghiera a opere di carità - insegnamento, cura degli orfani, ospitalità - la forma di vita delle beate era simile a quella delle religiose ma, a differenza di queste ultime, non emettevano voti) delle Terziarie di San Francesco e dell’Immacolata Concezione di Valencia, dove vivevano alcune terziarie francescane dedite alla preghiera e alla penitenza, sotto la guida e l’obbedienza del vicino convento dei Frati Minori. La Serva di Dio emise i voti religiosi il 19 aprile 1871. Eletta Superiora nel 1876, si adoperò alla riforma del Beaterio con lo scopo di consolidare la vita comune, la preghiera e l’impegno nelle opere di carità. Curò in modo particolare la formazione delle suore. Fece approvare nuove Costituzioni e, nel 1877, organizzò, il noviziato canonico. Gli anni seguenti videro una notevole fioritura di vocazioni, di nuove fondazioni e di opere caritative rivolte alla tutela e promozione della donna, agli anziani e ai malati, ai portatori di handicap e, particolarmente, ai ciechi ed ai sordomuti. Sotto la guida della Serva di Dio, furono aperte 43 case.

Il 5 gennaio 1887, la Congregazione ricevette l’approvazione diocesana e fu eretta canonicamente come Suore Francescane dell’Immacolata. L’Istituto ebbe l’approvazione pontificia il 25 marzo 1902, con la condizione di essere aggregato al Terz’Ordine Francescano, che avvenne dopo pochi mesi. Nello stesso anno, si celebrò il Capitolo Generale dove la Serva di Dio fu confermata Superiora Generale ma, a causa del repentino declino della salute, decise di non accettare e di ritirarsi a Moncada, dove morì il 26 aprile del 1903, per un ictus cerebrale. Le sue ultime parole furono: “Gesù mio, misericordia”.

La Serva di Dio visse eroicamente la virtù della fede. Cristo fu l’«unico tesoro»: vita di preghiera e di contemplazione, nutrita dalla Parola di Dio per dirigere la rettitudine di intenzione verso Aquel de quien toda buena inspiración desciende. L’amore verso l’Eucaristia, la ricerca costante della volontà di Dio e la devozione verso la passione del Nostro Signore Gesù Cristo furono alcuni tratti salienti di una spiritualità contrassegnata anche da forte devozione mariana. La Vergine Maria fu da lei indicata come la vera “Superiora dell’Istituto”. San Francesco d’Assisi fu il modello scelto per la vita religiosa, volendo sottolinearne lo spirito di umiltà, di povertà, di semplicità e di gioia spirituale e zelo per le anime.

Visse eroicamente anche la virtù della speranza. Priva di mezzi materiali, ma fiduciosa nell’aiuto della divina Provvidenza e nella sua misericordia, la Serva di Dio manifestò durante tutta la vita un forte e costante spirito di iniziativa: la sua speranza si concentrava sempre nel cercare i beni spirituali prima di qualunque altro bene temporale. Nelle difficoltà e nel periodo della malattia non perse mai la pace e la serenità.

La Serva di Dio si dedicò eroicamente a vivere la virtù della carità. L’amore verso Dio rico en misericordia e Dios de la bondad, lo concretizzò nell’amore verso i più bisognosi. Amò in particolare le religiose a lei affidate. Con le ammalate, i sordomuti e i ciechi dimostrò sempre una cura speciale.

Serva di Dio Francesca della Concezione Pascual Doménech

 

 

 

 

 

- le virtù eroiche della Serva di Dio Maria Dolores Segarra Gestoso, Fondatrice delle Suore Missionarie di Cristo Sacerdote; nata il 15 marzo 1921 a Melilla (Spagna) e morta a Granada (Spagna) il 1° marzo 1959.

La Serva di Dio Maria Dolores Segarra Gestoso nacque il 15 marzo 1921 a Melilla (Spagna), in una famiglia di solide basi cristiane. A motivo della professione militare del padre, passò la sua giovinezza in diverse città spagnole. Nel 1939 tornò a Melilla, impegnandosi in parrocchia come catechista e aiutando i poveri e le persone anziane. Nello stesso anno conobbe María Rosario Lucas Burgos, ex religiosa della “Sacra Famiglia” di Bordeux, e don Sebastián Carrasco, Vicario Ecclesiastico di Melilla, i quali volevano fondare un Istituto caratterizzato dalla spiritualità di unione a Cristo Sacerdote e Vittima. Nel 1944 ebbe luogo la fondazione di una Pia Unione chiamata Hijas de la Iglesia, che divenne Istituto Religioso di diritto diocesano, nel 1948. La Serva di Dio vi svolse l’incarico di Vicaria Generale e maestra delle novizie. Nel 1952 le suore cambiarono il nome in Esclavas del Santísimo y de la Immaculada. Quando il carisma dell’Istituto passò a definirsi come di clausura, la Serva di Dio, che mostrò il suo disaccordo al riguardo, nel luglio 1953, fu espulsa insieme ad un’altra suora e a due novizie. A causa di questi dissensi la Congregazione venne sottoposta ad una Visita Apostolica, svolta per ordine del Vescovo di Cuenca, Mons. Inocencio Rodríguez Díez, che tuttavia dimostrò che non esistevano ragioni gravi per l’espulsione della Serva di Dio.

La Serva di Dio si stabilì con le sue compagne in un appartamento a Madrid, in attesa della soluzione di Roma. Nel 1954 ricevette la dispensa dai voti religiosi e il Decreto di dimissione da parte della Congregazione dei Religiosi. Diretta da don Sebastián, nel 1955 progettò la fondazione della nuova Congregazione “Missionarie di Cristo Sacerdote”, a Puerto de la Torre, con una spiritualità di carattere eucaristico, mariano e sacerdotale, particolarmente in favore delle vocazioni al sacerdozio. Nel frattempo compì studi all’Istituto magistrale di Madrid. Il 4 ottobre 1957, Mons. Rafael Álvarez Lara, Vescovo di Gaudix-Baza, concesse il Decreto di approvazione della nuova Pia Unione. La nuova famiglia religiosa stabilì la sua Casa Generalizia a Huescar (Granada), sviluppando un intenso e svariato apostolato parrocchiale con i giovani e i sacerdoti.

La Serva di Dio morì il 1° marzo 1959 a Granada (Spagna), all’età di 38 anni.

La Serva di Dio visse eroicamente la virtù della fede, espressa come rifugio in Dio, nella preghiera e nell’azione. Fin dalla sua tenera età, manifestò con semplicità e determinazione la sua fiducia in Dio e il desiderio di offrire la propria vita come dono al Signore. La sua offerta continuò a crescere nelle tappe e nelle vicende più drammatiche con l’umiliazione, la calunnia e la persecuzione. La pietà eucaristica e mariana furono il nutrimento della sua spiritualità.

L’eroicità della sua speranza si evince dall’orientamento della sua vita verso la gloria di Dio in mezzo ai continui ostacoli che accompagnarono il suo percorso religioso. Soltanto in punto di morte ricevette un segno di sollievo e di conforto.

Visse eroicamente l’amore per Dio, centro e fine di tutta la sua vita: Dulzura mia, el Amor es mi camino, Divina presencia, Dios adorado. L’amore straordinario che animava la sua relazione con Dio, si estese nelle sue relazioni con il prossimo. Infatti, il comandamento evangelico dell’amore dei nemici fu perfettamente osservato dalla Serva di Dio, in particolare nei confronti di Madre Rosario Lucas verso la quale prese l’impegno di assisterla nella malattia contagiosa, mentre le altre la evitavano. La Serva di Dio trattava tutti con estrema carità religiosa ed aveva la capacità di risolvere situazioni conflittuali.

Serva di Dio Maria Dolores Segarra Gestoso

 

 

 

10 LUGLIO 2020

 

Il 10 luglio 2020, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Durante l’Udienza, il Sommo Pontefice ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare i Decreti riguardanti:

 

- il miracolo, attribuito all’intercessione della Venerabile Serva di Dio Maria Antonia Samà, Fedele Laica; nata il 2 marzo 1875 a Sant’Andrea Jonio (Italia) e ivi morta il 27 maggio 1953.

La Venerabile Serva di Dio Maria Antonia Samá nacque a Sant’Andrea Jonio (Catanzaro, Italia) il 2 marzo 1875, in una famiglia molto povera. Mentre si occupava del lavoro nei campi, nel 1897, fu colpita da una malattia artrosica, che la costrinse a rimanere a letto in posizione supina, con le ginocchia alzate per quasi sessant’anni. Assistita dalla madre e dagli abitanti del paese, sostenuta nella sua vita spirituale dai parroci, dalle Suore Riparatrici del Sacro Cuore e da Padre Carmine Cesarano, redentorista, nel 1915 emise i voti privati di speciale consacrazione a Dio, si coprì il capo con il velo nero e da quel momento venne chiamata comunemente la “Monachella di San Bruno”. La sua casa divenne punto di riferimento spirituale per gli abitanti del paese, che si recavano da lei per esporre i propri problemi, chiedere preghiere e consigli, trovare conforto e consolazione nelle difficoltà.

Morì il 27 maggio 1953 a Sant’Andrea Jonio (Italia).

Per la beatificazione della Venerabile Serva di Dio Maria Antonia Samà, la Postulazione della Causa ha presentato all’esame della Congregazione l’asserita guarigione miracolosa, attribuita alla sua intercessione, di una Signora da una grave forma degenerativa di artrosi alle ginocchia (“gonartrosi bilaterale con sintomatologia algico-funzionale”) che provocava dolori insopportabili alle ginocchia. L’evento accadde nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 2004 a Genova (Italia) quando, in preda ai forti dolori, la Signora iniziò a supplicare la Venerabile Serva di Dio che aveva conosciuto in giovane età. Dopo l’invocazione si addormentò e al mattino seguente, nell’alzarsi, constatò che erano spariti i dolori e che poteva riprendere tutte le sue attività.

Serva di Dio Maria Antonia Samà

 

 

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Eusebio Francesco Chini (detto Kino), Sacerdote professo della Compagnia di Gesù; nato il 10 agosto 1645 a Segno (Italia) e morto a Magdalena (Messico) il 15 marzo 1711.

Il Servo di Dio Eusebio Francesco Chini (detto “Kino) nacque a Segno (Trento, Italia) il 10 agosto 1645, da agiata famiglia contadina. A nove anni incontrò il gesuita Martino Martini, già missionario in Cina e noto come sinologo, cartografo e astronomo, che lo coinvolse profondamente non solo nella ricerca di Dio, ma pure nella passione verso la geografia e l’astronomia. Nel 1665, entrò nel noviziato gesuita di Landsberg, in Baviera, ed emise la professione religiosa nel 1667. Studiò filosofia e scienze matematiche a Landsberg, Friburgo, Ingolstadt e a Monaco. Dal 1670 al 1673, insegnò ad Halle. Dopo aver completato gli studi teologici, il 12 giugno 1677 fu ordinato presbitero a Eichstätt. Seguì il terz’anno di probazione a Öttingen (oggi Altötting), al termine del quale chiese di andare in Cina per realizzare il suo sogno vocazionale sulle orme di padre Martino Martini. Fu, invece, destinato in Messico dove giunse il 3 maggio 1681, dopo un triennio di soggiorno in Spagna.

Giunto a Città del Messico, vi rimase per due anni di preparazione. Successivamente, evangelizzò la Bassa California, dove conseguì una profonda conoscenza della popolazione indigena, la quale beneficò del suo l’insegnamento e delle tecniche di allevamento del bestiame e di alcune colture, e proprio grazie a questo contributo del Servo di Dio riuscì a difendersi dai soprusi dei soldati spagnoli. Durante questa prima missione il Servo di Dio intervenne convintamente e molte volte a difesa dei nativi, dei loro diritti e della loro dignità, verso i quali il suo servizio si caratterizzò dalla denuncia e contestazione degli abusi degli spagnoli, dall’ansia con cui li cercava, dal paziente adeguarsi alla loro condizione, dal suo sincero rispetto e dalla stima per loro. Con il suo operato ebbe coraggio di difendere la dignità umana e denunciare i soprusi dei militari e dei coloni spagnoli. Nel 1687 iniziò un altro viaggio missionario nella Pimería Alta, una regione compresa tra la regione messicana di Sonora e la parte sud occidentale dell’Arizona. Il Servo di Dio stabilì ottime relazioni con le popolazioni indigene, al punto che i coloni lo considerarono loro nemico perché difensore dei diritti dei nativi che considerava come suoi protetti, “i nostri fratelli in Cristo”. Fece trentasei spedizioni con esplorazioni territoriali, percorrendo migliaia di chilometri e seguendo i sentieri segnati dai popoli nativi: questo gli permise di redigere le prime carte geografiche della regione per un’area vastissima. Organizzò 17 stazioni centrali di missione e sedici succursali, fondando 19 villaggi. Nel 1703 fu nominato procuratore delle missioni del nordovest.

Morì, all’età di 65 anni, il 15 marzo 1711 a Magdalena, successivamente chiamata in suo onore Magdalena de Kino (Messico) e che è meta di pellegrinaggio di tanti nativi, i quali ancora oggi riconoscono nel Servo di Dio il loro “grande padre”.

Il Servo di Dio visse la virtù della fede in maniera eroica, nutrendo il proprio rapporto con il Signore attraverso un’intensa vita di preghiera, soprattutto nell’adorazione notturna, la recita del breviario e la lettura della vita dei Santi. Esercitò la virtù della speranza, confidando nella Provvidenza divina per l’opera di evangelizzazione che doveva compiere. La virtù eroica della carità verso Dio e il prossimo si manifestò nell’intensa attività missionaria in un vasto territorio, caratterizzato dalla complessità delle situazioni politiche. La sua vita fu caratterizzata anche dall’esercizio eroico della povertà: tutto era ridotto all’essenziale. Come usavano i nativi, il suo letto era composto da due pelli, due coperte grezze e la sella del cavallo per cuscino. Cercò di vivere in tutto come i nativi, spendendo le proprie energie e le capacità intellettuali per difendere la dignità degli indigeni e promuovere il loro bene. Fu definito: colonna della nuova Chiesa, consigliere e difensore dei poveri, esempio, modello e anima per tutti coloro che incontrava.

Servo di Dio Eusebio Francesco Chini

 

 

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Mariano Giuseppe de Ibargüengoitia y Zuloaga, Sacerdote diocesano, Cofondatore dell’Istituto delle Serve di Gesù; nato l’8 settembre 1815 a Bilbao (Spagna) e ivi morto il 31 gennaio 1888.

Il Servo di Dio Mariano Giuseppe de Ibargüengoitia y Zuloaga nacque l’8 settembre 1815 a Bilbao (Spagna), in un’agiata famiglia dedita al commercio marittimo. Per la situazione politica in cui si trovava la Spagna, causata dalla prima guerra carlista e dalla conseguente politica anticlericale, il Servo di Dio non poté entrare nella Compagnia di Gesù che, in quel periodo, non accettava nuove vocazioni. Seguì, pertanto, i corsi di filosofia nel seminario di Bilbao, fra il 1831 e 1834, e quelli di teologia privatamente fino al 1839, poiché il governo liberale aveva chiuso i Seminari. Infine, andò a Roma a completare gli studi nel Seminario Romano e fu ordinato sacerdote il 18 aprile 1840.

Ritornato a Bilbao, esercitò il ministero sacerdotale come coadiutore della parrocchia di Sant’Antonio della quale, nel 1858, venne nominato parroco. Nel 1873 fu trasferito a Bilbao come parroco della basilica di San Giacomo.

Come parroco, nonostante il contesto socio-politico di anticlericalismo, si impegnò nell’ascolto prolungato delle confessioni, nella catechesi, e nella formazione dei sacerdoti, nella predicazione degli Esercizi Spirituali e, insieme ad altri confratelli, svolse delle missioni parrocchiali nella città. Visitava gli infermi, i carcerati, le famiglie povere e svolse altre opere di misericordia e carità cristiana.

Fu promotore della prima comunione dei bambini, introdusse il mese di Maria in Bilbao, propagò il Culto Eucaristico della misericordia, fu patrono dell’Arciconfraternita del Purissimo Cuore di Maria per la conversione dei peccatori, della Congregazione di San Luigi per la gioventù, delle Conferenze di San Vincenzo de Paoli in aiuto dei bisognosi e dell’Associazione delle Madri Cattoliche sotto il patrocinio di Santa Monica. Esercitò anche il servizio di visitatore e confessore di vari monasteri di monache di clausura.

Nel 1857, diede il suo apporto alla fondazione in Bilbao delle Religiose di Nostra Signora del Rifugio, per la riabilitazione delle prostitute. Nel 1859, si prodigò per la venuta in città delle Religiose della Croce, a beneficio dell’istruzione delle orfane povere.

Nel 1862, ricevette da Papa Pio IX il titolo di missionario apostolico. Predicatore instancabile di missioni al popolo e di esercizi spirituali al clero, raccolse tale esperienza nel volume “Ejercicios Espirituales para Sacerdotes” nel quale adattò gli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio di Loyola alla spiritualità del presbitero diocesano.

Nel 1871 promosse la fondazione dei collegi delle Carmelitane della Carità a Zumaya e a Deusto. Nello stesso anno, collaborò con Santa María Josefa del Corazón de Jesús Sancho de Guerra alla fondazione dell’Istituto delle Religiose Serve di Gesù. Accompagnò la Fondatrice e il primo gruppo di suore con la direzione spirituale. Delineò il carisma dell’Istituto e le prime Costituzioni tanto da esserne considerato Cofondatore. Morì a Bilbao il 31 gennaio 1888.

Il Servo di Dio nutrì la virtù della fede con un’intensa vita di preghiera, con al centro l’Eucaristia, celebrata ed adorata, e la devozione alla Madonna. Era una grande anima di preghiera. Amava ripetere: “Il pensiero della morte era più dolce del nido d'ape". Visse la virtù della speranza, confidando in Dio nell’affrontare le situazioni difficili e rischiose in campo apostolico e caritativo, come pellegrino e straniero nella terra, con lo sguardo al cielo. La speranza era rafforzata dal dono del timore di Dio. La virtù della carità verso Dio e verso il prossimo fu attuata dal Servo di Dio nella promozione di associazioni e atti di culto, nella cura dei sacerdoti e delle comunità religiose, nelle molteplici opere di apostolato, nella ricerca del bene dei più poveri e in una carità universale senza favoritismi o discriminazioni, cercando per il prossimo soprattutto i beni soprannaturali e generando diverse fondazioni per i bambini, i giovani, in campo educativo e pastorale.

Servo di Dio Mariano Giuseppe de Ibargüengoitia y Zuloaga

 

 

 

 

 

- le virtù eroiche della Serva di Dio Maria Félix Torres, Fondatrice della Compagnia del Salvatore; nata il 25 agosto 1907 ad Albelda (Spagna) e morta a Madrid (Spagna) il 12 gennaio 2001.

La Serva di Dio María Félix Torres nacque il 25 agosto 1907 ad Albelda (Huesca, Spagna). Ricevuta dalla famiglia una buona formazione umana e cristiana, nel 1921, fu inviata a Lérida per gli studi medi superiori. Vivendo nel Collegio della Compagnia di Maria, nella Settimana Santa del 1922, all’età di 14 anni, fece per la prima volta gli Esercizi Spirituali secondo il metodo di Sant’Ignazio di Loyola, durante i quali sentì fortemente la chiamata alla vita consacrata. In un primo momento, i suoi genitori si opposero fortemente a tale scelta e decisero di ritirarla dal Collegio e di proibirle qualsiasi contatto con le suore. Successivamente, vedendo la fermezza della figlia, le diedero il permesso di entrare in noviziato, al termine degli studi universitari. La Serva di Dio si trasferì a Barcellona, dove cominciò gli studi universitari e, contemporaneamente, si dedicò all’attività pastorale, divenendo la prima delegata della gioventù universitaria femminile di Azione Cattolica. In questo periodo ebbe occasione di approfondire la spiritualità ignaziana grazie alla formazione ricevuta dal suo confessore gesuita. Trasferitasi a Zaragoza, la Serva di Dio continuò la sua formazione religiosa sotto la guida spirituale di altri gesuiti, portando avanti la vita di orazione e l’assistenza ai più poveri. A tale scopo organizzò, insieme ad alcuni colleghi, gruppi di catechisti per evangelizzare i bassifondi di Zaragoza. Nel 1930, divenne una delle prime donne spagnole laureate in Chimica nell’Università di Zaragoza. Terminati gli studi universitari, nel 1932, durante gli Esercizi Spirituali, decise di concretizzare il suo proposito di consacrazione religiosa dando vita alla Compagnia del Salvatore, con spiritualità ignaziana, dedita all’apostolato della gioventù femminile, specialmente universitaria. In mezzo a molte difficoltà economiche, aprì a Lérida una piccola scuola, la Academia Nueva. Il 15 agosto del 1934, insieme alla sua prima collaboratrice ed amica, Carmen Aige, fece voto privato di consumare la sua vita a beneficio delle anime e a servizio della Chiesa, seguendo la spiritualità di Sant’Ignazio di Loyola. L’anno seguente si trasferì a Madrid per conseguire il dottorato di ricerca nell’Università Centrale, ma le circostanze politiche e sociali spagnole la obbligarono a rientrare in famiglia pochi giorni prima dello scoppio della Guerra Civile del 1936. In questo periodo, si dedicò all’aiuto dei sacerdoti perseguitati. Terminata la guerra, il 15 agosto 1940, la Serva di Dio riunì il gruppo di giovani universitarie per rinnovare, con voto, la donazione al Signore. Nel 1944, fu eretta la Pia Unione della Compagnia del Salvatore. Poco dopo cominciarono le fondazioni di nuove case religiose e la Serva di Dio fu eletta Superiora Generale. Nel 1952 la Compagnia del Salvatore fu approvata come Istituto Religioso di diritto diocesano e la Serva di Dio si dedicò alla formazione delle giovani che entravano nell’Istituto. In particolare visse e trasmise loro i seguenti fondamenti spirituali: amore e devozione al Sacro Cuore di Gesù ed alla Beata Vergine Maria, adesione al Papa, tramite il quarto voto di speciale obbedienza ed un ardente fervore apostolico per formare le giovani. Nel 1965, la Serva di Dio ebbe un’embolia cerebrale, in seguito alla quale dovette imparare di nuovo a leggere e scrivere. Nella sua funzione di Superiora Generale, seguì le indicazioni del Concilio Vaticano II. Nel 1986, la Compagnia del Salvatore fu approvata dalla Santa Sede come Istituto Religioso di diritto pontificio.

La Serva di Dio trascorse gli ultimi anni nel governo della sua fondazione, nella preghiera, nel silenzio e nell’offerta delle sofferenze al Signore. Morì a Madrid il 12 gennaio 2001, all’età di 93 anni.

La Serva di Dio visse eroicamente la virtù della fede, nutrendo il rapporto con il Signore mediante un’intensa preghiera che, come dichiarò nelle sue lettere al direttore spirituale, mantenne anche nelle “notti oscure”. Formata alla spiritualità della Compagnia di Gesù, cercava sempre la maggior gloria di Dio e la salvezza dell’umanità. In ogni gesto e parola faceva sempre riferimento agli insegnamenti del Signore. Aveva un atteggiamento di grande raccoglimento durante la preghiera personale e comunitaria. Curò molto la formazione religiosa delle suore, soprattutto quella liturgica e culturale.

Visse eroicamente la virtù della speranza sapendo leggere e discernere ogni evento della vita nell’abbandono fiducioso alla Divina Provvidenza, certa che Dio non le avrebbe fatto mancare il Suo aiuto e il Suo sostegno. Percorse con zelo e fortezza il suo cammino di santità nel continuo desiderio della Gerusalemme celeste.

La Serva di Dio visse eroicamente la virtù della carità verso Dio e verso il prossimo. Desiderò vivere unita al Signore per diffondere il Regno di Dio, compiendo sempre e solo la volontà divina. Fu disponibile verso tutti, soprattutto le consorelle ammalate, i sacerdoti e coloro che avevano bisogno di aiuto spirituale e materiale, con particolare attenzione e dedizione alle giovani.

Serva di Dio Maria Félix Torres

 

 

 

 

 

le virtù eroiche del Servo di Dio Angiolino Bonetta, Fedele Laico dell’Associazione Silenziosi Operai della Croce; nato il 18 settembre 1948 a Cigole (Italia) e ivi morto il 28 gennaio 1963.

Il Servo di Dio Angiolino Bonetta nacque a Cigole (Brescia, Italia) il 18 settembre 1948. Ricevette una prima formazione nella scuola delle Madri Canossiane. Frequentò la Scuola di Avviamento Professionale presso l’Istituto Artigianelli di Brescia ma, al termine del 1960, a causa di dolori persistenti alla gamba destra, dovette abbandonare gli studi per cominciare una serie di accertamenti clinici. Ricoverato presso l’ospedale Fatebenefratelli di Brescia, il 2 novembre dello stesso anno, gli venne diagnosticata un’osteomielite condensante alla gamba destra. Un nuovo ricovero all’ospedale civile di Brescia precisò la diagnosi in osteosarcoma della tibia. Dopo cinque altri ricoveri ospedalieri, a scopo terapeutico, il 2 maggio 1961, subì l’amputazione della gamba destra.

Durante i ricoveri ospedalieri, il Servo di Dio conobbe Fausto Gei, anche lui malato e appartenente al Centro Volontari della Sofferenza. Ne divenne amico e cominciò a frequentare il pio sodalizio, che cambiò radicalmente il suo atteggiamento di fronte al dolore.

Nel 1962, il tumore attaccò anche i polmoni al punto da rendere inefficace la stessa terapia radiologica. Il 1° maggio 1962, a Offlaga presso il Santuario della Madonna della Formica, incontrò il Beato Luigi Novarese. Contemporaneamente, iniziò a partecipare ai pellegrinaggi a Lourdes, insieme ad altri malati.

Durante gli Esercizi Spirituali dello stesso anno, il Beato Luigi Novarese gli comunicò l’inguaribilità della malattia e gli propose di far parte dei Silenziosi operai della Croce.

Il 21 settembre 1962, il Servo di Dio pronunciò la sua professione di associato ai Silenziosi operai della Croce. Il 10 ottobre successivo venne ricoverato all’ospedale civile per ulteriori cure ma, constatata la loro inutilità, venne dimesso quindici giorni dopo.

Nella solennità dell’Immacolata Concezione del 1962 il Servo di Dio rinnovò la sua consacrazione alla Vergine Maria. Il 27 gennaio 1963 ricevette l’Unzione degli Infermi. Morì il 28 gennaio 1963 nella sua casa a Cigole (Italia).

Fin da bambino, il Servo di Dio lasciò illuminare la propria vita dalla fede, la nutrì con l’Eucaristia e un’intensa preghiera. Durante la malattia, si intensificò in lui il senso della presenza di Gesù e la forza della orazione, specialmente ricorrendo alla Vergine Maria. La virtù della speranza, che fu l’anima della sua accettazione della malattia, orientando tutto se stesso all’incontro con Dio, emerse fin da piccolo, nel carattere gioioso che lo contraddistinse. La virtù della carità verso Dio e verso il prossimo si rivelò nell’oblazione della vita, come pure nel ruolo che riservò alla preghiera che gli dette il coraggio di farsi testimone di Dio, soprattutto tra gli altri ammalati. Quando era ricoverato in ospedale, confortava i compagni con la parola e la preghiera. Fu un giovane schietto, sincero e leale, forte nell’affrontare la malattia, mantenendo una eroica tranquillità esteriore e interiore.

È un esempio di comprensione di una vita segnata dalla sofferenza e dalla malattia ed insieme un modello non solo per la Chiesa, ma anche per un mondo che fa fatica a stare di fronte al dolore senza paura e senza rabbia. È uno splendido esempio da proporre sia ai giovani per la gioia della sua esistenza vivificata dalla fede pur segnata dal dolore, sia ai malati.

Servo di Dio Angiolino Bonetta

 

 

 

19 GIUGNO 2020

 

Oggi 19 giugno 2020, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Durante l’Udienza, il Sommo Pontefice ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare i Decreti riguardanti:

 

- il miracolo, attribuito all’intercessione del Venerabile Servo di Dio Mamerto Esquiú, dell’Ordine dei Frati Minori, Vescovo di Córdoba (Argentina); nato l’11 maggio 1826 a San Josè de Piedra Blanca (Argentina) e morto il 10 gennaio 1883 a La Posta de El Suncho (Argentina);

Il Venerabile Servo di Dio Mamerto Esquiú nacque l’11 maggio 1826 a San Josè de Piedra Blanca (Argentina). Nel 1841 entrò nel noviziato dei Frati Minori della Provincia dell’Asunción e, il 14 luglio 1842, emise la professione religiosa. Il 18 ottobre 1848, fu ordinato sacerdote e, dal 1850, iniziò a insegnare nel seminario di Catamarca, svolgendo anche l’incarico di padre spirituale. Stimato per la sua pietà e l’integrità morale, tra il 1855 e il 1862, ricoprì gli incarichi di deputato e di membro del consiglio di governo di Catamarca. Nel 1862, si trasferì in Bolivia come missionario e, nel 1864, ebbe l’incarico di insegnante nel seminario di Sucre. Papa Leone XIII lo nominò Vescovo di Córdoba in Argentina. Ricevette l’ordinazione episcopale il 12 dicembre 1880. In diocesi si distinse per l’intensa vita di preghiera, l’aiuto spirituale e materiale dei poveri, lo zelo e la carità pastorale, la formazione dei seminaristi, la fondazione di confraternite e associazioni di fedeli, la predicazione di corsi di esercizi spirituali e missioni al popolo.

Morì il 10 gennaio 1883 a Posta del Suncho (Argentina).

Il decreto sull’eroicità delle virtù venne promulgato il 16 dicembre 2006.

Per la Beatificazione del Venerabile Servo di Dio Mamerto Esquiú, la Postulazione della Causa presentò all’esame della Congregazione l’asserita guarigione miracolosa, attribuita alla sua intercessione, di una bambina, da “osteomielite acuta con evoluzione cronica ed artrite settica”. L’evento accadde nel gennaio 2016 in Argentina. Nata prematuramente, già alla nascita presentò difficoltà respiratorie e fu diagnosticata una gastroenterocolite. Nel novembre 2015, la bambina presentò un’infiammazione della gamba sinistra con febbre alta. Nei giorni successivi il quadro clinico peggiorò notevolmente: alla piccola fu diagnosticata artrite settica dell’anca sinistra e osteomielite del femore omolaterale, per cui fu eseguito un intervento chirurgico d’urgenza. La prognosi era riservata. Si resero necessari altri interventi chirurgici. Agli inizi di gennaio 2016 la situazione si aggravò ulteriormente per cui sarebbe stato necessario uno specifico intervento chirurgico che non venne eseguito. Vista l’estrema gravità della situazione, la madre, a partire dal 14 gennaio 2016, pose sulla gamba della figlioletta una reliquia ex indumentis del Venerabile Servo di Dio Mamerto Esquiú, invocandolo assieme ai familiari. Il 26 gennaio 2015 un controllo radiografico riscontrò la risoluzione quasi completa della osteomielite. Successivi esami strumentali confermarono il perdurare della guarigione in assenza di esiti.

L’iniziativa di invocare Mamerto Esquiú fu presa dal medico che aveva operato la bambina più volte. Alla madre della piccola, il medico aveva consegnato un’immaginetta con la reliquia di Fray Mamerto. Alle preghiere del medico e della madre si unirono quelle di altri familiari.

Servo di Dio Mamerto Esquiú

 

 

 

 

 

il miracolo, attribuito all’intercessione del Venerabile Servo di Dio Francesco Maria della Croce (al secolo: Giovanni Battista Jordan), Sacerdote, Fondatore della Società del Divin Salvatore (Salvatoriani) e della Congregazione delle Suore del Divin Salvatore (Salvatoriane); nato il 16 giugno 1848 a Gurtweil (Germania) e morto l’8 settembre 1918 a Tafers (Svizzera).

Il Venerabile Servo di Dio Francesco Maria della Croce (al secolo: Giovanni Battista Jordan) nacque il 16 giugno 1848 a Gurtweil (Germania). All’età di 29 anni, entrò in seminario e, il 21 luglio 1878, venne ordinato sacerdote. Fu mandato a Roma per studiare le lingue orientali, e, successivamente, nel centro di studio dei Maroniti ad Ain Warqa (Libano). Mentre si trovava in Terra Santa, fu ispirato a fondare un’opera completamente dedita alla diffusione della fede. Così, l’8 dicembre 1881, nella cappella di S. Brigida, in Roma, diede inizio alla Società del Divin Salvatore (Salvatoriani). Sette anni dopo, l’8 dicembre 1888, fondò a Tivoli, in collaborazione con la Beata Maria degli Angeli (al secolo: Teresa von Wüllenweber), la Congregazione delle Suore del Divin Salvatore (Salvatoriane). Il 13 dicembre 1893, la Congregazione di Propaganda Fide affidò ai Salvatoriani la Prefettura apostolica della missione di Assam in India. Nel primo Capitolo Generale della Società del Divin Salvatore, nel 1902, il Venerabile Servo di Dio fu eletto Superiore generale a vita. Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale si trasferì a Friburgo (Svizzera).

Morì l’8 settembre 1918 a Tafers (Svizzera). Nel 1956 i suoi resti mortali furono traslati a Roma, nella cappella della Casa Generalizia.

Il decreto sull’eroicità delle virtù venne promulgato il 14 gennaio 2011.

Per la Beatificazione del Venerabile Servo di Dio Francesco Maria della Croce (al secolo: Giovanni Battista Jordan), la Postulazione della Causa presentò all’esame della Congregazione l’asserita guarigione miracolosa, attribuita alla sua intercessione, riguardante una bambina da “displasia scheletrica delle ossa lunghe in epoca prenatale”. L’evento accadde l’8 settembre 2014 in Brasile. Il 10 giugno 2014, la mamma, incinta alla 23° settimana di gravidanza, fu sottoposta ad una ecografia che segnalò delle anomalie. Nei mesi successivi numerosi esami ecografici confermarono una crescita rallentata del feto, con un peso inferiore alla norma per l’età gestazionale, insieme ad una evidente compromissione della lunghezza di tutte le ossa lunghe. Secondo i medici curanti, i dati ecografici erano compatibili con la diagnosi di displasia scheletrica, cioè “nanismo congenito”. Tuttavia, l’8 settembre 2014, nacque la bambina, perfettamente sana. Negli anni successivi, venne riscontrata una buona crescita, con corrispondenza tra peso e statura, senza deficit neurologici.

I familiari della piccola erano profondamente devoti del Venerabile Servo di Dio Francesco Maria Jordan. I nonni e gli zii appartenevano al Gruppo dei Laici Salvatoriani, mentre la madre della neonata faceva parte del gruppo “Giovani Salvatoriani”. Non appena vennero a conoscenza della gravità della patologia, i familiari cominciarono ad invocare il Fondatore dei Salvatoriani perché intercedesse per la guarigione della piccola. Alla famiglia si unì anche un sacerdote salvatoriano, assistente spirituale del gruppo dei laici, che coinvolse nella catena di preghiere sia i gruppi di laici, sia le comunità religiose della Congregazione.

Servo di Dio Francesco Maria della Croce

 

 

 

 

 

il miracolo, attribuito all’intercessione del Venerabile Servo di Dio Giuseppe Gregorio Hernández Cisneros, Fedele Laico; nato il 26 ottobre 1864 ad Isnotú (Venezuela) e morto il 29 giugno 1919 a Caracas (Venezuela).

Il Venerabile Servo di Dio Giuseppe Gregorio Hernández Cisneros nacque il 26 ottobre 1864 ad Isnotú (Venezuela). Dopo aver conseguito il baccalaureato in Filosofia, si laureò in Medicina nell’Università di Caracas. Nel 1889 frequentò a Parigi corsi di perfezionamento in microbiologia e batteriologia. Ritornato a Caracas, iniziò la sua carriera universitaria, professando apertamente la sua fede cattolica, in un ambiente tendenzialmente materialista. Si iscrisse al Terz’Ordine Regolare di San Francesco e si impegnò nell’aiuto dei più bisognosi, venendo chiamato “il medico dei poveri”. Sentendo la vocazione alla vita consacrata contemplativa, nel 1908 entrò nella Certosa di Farneta (Lucca) ma, per motivi di salute, dovette uscirne dopo nove mesi, rientrando a Caracas. Nel 1913 cominciò a prepararsi al sacerdozio ma, mentre si trovava nel Collegio Pio Latino Americano di Roma, fu colpito dalla pleurite e da un inizio di tubercolosi. Tornato in Patria, si dedicò definitivamente alla professione medica.

Morì a Caracas (Venezuela), il 29 giugno 1919, vittima di un incidente stradale, mentre si stava recando a visitare un ammalato.

Il decreto sull’eroicità delle virtù venne promulgato il 16 gennaio 1986.

Per la Beatificazione del Venerabile Servo di Dio Giuseppe Gregorio Hernández Cisneros, la Postulazione della Causa presentò all’esame della Congregazione l’asserita guarigione miracolosa, attribuita alla sua intercessione, riguardante una bambina da “gravissimo trauma cranioencefalico con ferita craniocerebrale, da colpo da arma da fuoco”. L’evento accadde il 15 marzo 2017 in Venezuela. La bambina, nata nel 2006, nel pomeriggio del 10 marzo 2017, mentre si trovava insieme al padre in motorino, fu vittima di una rapina a mano armata. La piccola fu raggiunta alla testa da alcuni colpi di fucile da caccia, dalla distanza di 2 metri, riportando una ferita cranio-cerebrale. Soccorsa dalla madre, fu trasportata, con una piccola barca a motore, in ospedale dove giunse dopo circa quattro ore dal ferimento. Le fu diagnosticata una frattura parietale destra con molteplici frammenti ossei e metallici all’interno del tessuto cerebrale. Successivamente, si constatò un evidente peggioramento delle condizioni neurologiche. Per varie difficoltà, il neurochirurgo poté visitarla soltanto dopo 48 ore dal trauma, rilevando “fuoriuscita di materiale cerebrale attraverso le ferite craniche causate da molteplici proiettili d’arma da fuoco”. Nello stesso giorno fu deciso il trasferimento in una clinica privata, dove la piccola fu sottoposta ad un delicato intervento neurochirurgico. I medici informarono la madre che, se la bambina avesse superato l’operazione, sarebbe rimasta con disturbi neurologici e disabilità. Il 15 marzo 2017, però, si verificò un improvviso e inatteso miglioramento. Il 30 marzo, venne dimessa in buono stato di salute e assenza di deficit neurologici e cognitivi. L’artefice dell’invocazione al Venerabile Servo di Dio Giuseppe Gregorio Hernández Cisneros fu la madre della bambina. Dopo aver appreso delle gravissime condizioni della figlia, iniziò ad invocarlo affinché intercedesse per la guarigione. Alle sue invocazioni si unirono i familiari ed altre persone.

Servo di Dio Giuseppe Gregorio Hernández Cisneros

 

 

 

 

 

il martirio della Serva di Dio Maria Laura Mainetti (al secolo: Teresina Elsa), Suora professa della Congregazione delle Figlie della Croce, Suore di Sant’Andrea; nata a Colico (Italia) il 20 agosto 1939 e uccisa Chiavenna (Italia), in odio alla Fede, il 6 giugno 2000.

La Serva di Dio Maria Laura Mainetti (al secolo: Teresina Elsa) nacque a Colico (Lecco, Italia) il 20 agosto 1939. Rimasta orfana di madre, si prese cura di lei la seconda moglie del padre. Nel 1950 iniziò un periodo di aspirantato tra le Figlie della Croce e, nel 1957, entrò nel postulantato a Roma. Concluso il noviziato, il 15 agosto 1959 emise la professione temporanea e, il 25 agosto 1964, quella perpetua. Fu insegnante, educatrice di molti giovani e studentesse e punto di riferimento spirituale per tante persone.

Venne uccisa a Chiavenna (Sondrio, Italia) il 6 giugno 2000 da tre ragazze che avevano progettato di sacrificare al demonio una persona consacrata. La Serva di Dio, per aiutare una di loro, si recò all’appuntamento, fissato in una strada solitaria, e fu uccisa a colpi di pietra e con numerose coltellate, mentre perdonava e pregava per le autrici del delitto.

Serva di Dio Maria Laura Mainetti

 

 

 

 

 

le virtù eroiche della Serva di Dio Gloria Maria di Gesù Elizondo García (al secolo: Speranza), Superiora Generale della Congregazione delle Missionarie Catechiste dei Poveri; nata il 26 agosto 1908 a Durango (Messico) e morta a Monterrey (Messico) l’8 dicembre 1966.

La Serva di Dio Gloria Maria di Gesù Elizondo García (al secolo: Speranza) nacque il 26 agosto 1908 a Durango (Messico). Nel 1913, con la famiglia, si trasferì a Monterrey. Nel 1921 conseguì il diploma di perito contabile e, due anni dopo, iniziò a lavorare in un’impresa commerciale. Contemporaneamente, cominciò a frequentare la Gioventù Cattolica Femminile Messicana e si impegnò in opere di apostolato, in particolare nell’Hospital González, dedicandosi soprattutto alle visite agli infermi, alla catechesi ai bambini e ai giovani. Nel 1941, si trasferì a Tamantán, nei pressi di Ciudad Victoria. Si mise in proprio, aprendo La empacadora de mariscos, un’azienda di confezione di gamberi. Due anni dopo, divenne Presidente della Gioventù Cattolica Femminile Messicana e avviò diversi centri di catechesi ed evangelizzazione per bambini e adulti, interessandosi anche della formazione cristiana dei carcerati di Ciudad Victoria. Nel 1943, la Serva di Dio promosse la fondazione del collegio “Antonio Repiso”. Nel 1946 organizzò una missione popolare a La Pesca, dove abitavano pescatori che lavoravano per la sua impresa. L’8 dicembre 1946, la Serva di Dio entrò nell’Associazione delle Figlie di Maria. Sentendosi chiamata alla vita consacrata, lasciò il lavoro e, il 16 luglio 1954, entrò nella Congregazione delle Missionarie Catechiste dei Poveri, istituto di diritto diocesano, fondato nel 1926 dall’Arcivescovo di Monterrey Mons. José Juan de Jésus Herrera y Piña. Nel 1956, la Serva di Dio pubblicò il libro Jesucristo. Il 16 maggio 1957 fece la prima professione religiosa e, due anni dopo, ebbe l’incarico di Maestra delle Postulanti. Il 19 maggio 1961, pur non avendo ancora emesso i voti perpetui, fu eletta Superiora Generale. Accettò umilmente l’incarico e, il 23 maggio 1961, emise la professione perpetua. Come Superiora Generale, si impegnò con zelo per il rinnovamento e l’espansione dell’Istituto. Conobbe il Movimento dei Cursillos de Cristianidad e ne favorì l’apostolato, incoraggiando l’inizio dei Cursillos per donne a Monterrey. Il 22 ottobre 1964, la Congregazione delle Missionarie Catechiste dei Poveri ricevette dalla Santa Sede il decretum laudis. Nel giugno 1965 le condizioni di salute della Serva di Dio peggiorarono.

Morì l’8 dicembre 1966 a Monterrey (Messico).

La Serva di Dio visse una fede eroica. Come laica, la preghiera era il cuore della sua vita spirituale, che alimentava con i Sacramenti, in particolare l’Eucaristia. Nella devozione al Sacro Cuore, contemplava l’infinita misericordia divina. Amava la Vergine Maria, recitando quotidianamente il Rosario e invitando, il 12 di ogni mese, le amiche a trascorrere la notte in preghiera, in onore della Madonna di Guadalupe. Dalla sua unione con Dio, sviluppò l’ardore apostolico e lo spirito missionario. La sua grande aspirazione era la diffusione della Parola di Dio, affinché tutti gli uomini lo conoscano e lo amino. Praticò la virtù della speranza in modo eroico. L’abbandono totale nelle mani del Signore, in un atteggiamento di docilità e fiducia, generò nella Serva di Dio una grande serenità, che l’accompagnò in ogni circostanza, durante l’attività lavorativa e nell’apostolato fra i poveri. Con questo spirito, accettò l’elezione inaspettata a Superiora Generale ed affrontò la dolorosa malattia (un tumore), che la portò alla morte. Visse eroicamente la virtù della carità. La sua preoccupazione nel governo dell’Istituto era che Dio fosse amato e glorificato e nelle sue conversazioni c’era sempre un richiamo a Lui. Vedeva ed accoglieva ogni persona, scorgendo in loro il volto di Cristo. L’amore al prossimo fu l’espressione pratica e completa del suo amore per Dio. Da consacrata continuò a spendersi per gli emarginati e dedicò tutta se stessa alle consorelle che considerava come figlie. Agì con grande saggezza nel governo della Congregazione. Seppe unire le molteplici doti ricevute dal Signore con lo sforzo ascetico, che la fece crescere nell’amore verso il Signore e verso il prossimo e nella costante ricerca della Sua volontà. Aspirò alla santità, dapprima nel mondo del lavoro, con la passione per l’evangelizzazione e l’aiuto alle classi più disagiate della società, pur tra gravi difficoltà a causa della Guerra Cristera, in seguito, come religiosa, nella esemplare fedeltà alla Regola delle Missionarie Catechiste dei Poveri. Come formatrice fu, ai suoi tempi, una pioniera del rinnovamento della vita consacrata e si distinse per l’impegno di aiutare ogni membro della Congregazione nel cammino personale verso la santità.

Serva di Dio Gloria Maria di Gesù Elizondo García

 

 

 

26 MAGGIO 2020

 

Il 26 maggio 2020, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Durante l’Udienza, il Sommo Pontefice ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare i Decreti riguardanti:

 

- il miracolo, attribuito all’intercessione del Beato Cesare de Bus, Sacerdote, Fondatore della Congregazione dei Padri della Dottrina Cristiana (Dottrinari); nato il 3 febbraio 1544 a Cavaillon (Francia) e morto ad Avignone (Francia) il 15 aprile 1607;

Il Beato Cesare de Bus, apostolo del catechismo, nacque il 3 febbraio 1544 a Cavaillon (Francia). Nel 1582, venne ordinato sacerdote ed iniziò il ministero sacerdotale e l’apostolato catechistico, con un’attenzione particolare ai piccoli e ai poveri, seguendo i Decreti del Concilio di Trento e l’esempio di San Carlo Borromeo. Il 29 settembre 1592 a Isle-sur-Sorgue, fondò la Congregazione dei Padri della Dottrina Cristiana (Dottrinari), per l’insegnamento del catechismo con linguaggio semplice, immediato e familiare, suddividendolo in Dottrina Piccola, rivolta ai bambini, ai poveri e coloro che non conoscevano Gesù Cristo e il Vangelo, e Dottrina Grande, cioè un’ampia spiegazione, accessibile a tutti, delle verità di fede.

Molto provato nella salute da grandi sofferenze fisiche e morali, il 1° aprile 1607 rinunciò al suo incarico di Superiore della Congregazione da lui fondata. Divenuto cieco, continuò a predicare e a confessare.

Morì ad Avignone (Francia) il 15 aprile 1607, giorno di Pasqua.

Venne beatificato da San Paolo VI il 27 aprile 1975.

Per la canonizzazione del Beato Cesare de Bus, la Postulazione della Causa presentò all’esame della Congregazione la vicenda riguardante una giovane, consistente nella guarigione da “meningite in paziente con emorragia cerebrale”. L’evento accadde nel 2016 a Salerno (Italia). L’iniziativa di affidare la giovane all’intercessione del Beato Cesare de Bus venne presa dai Padri della Dottrina Cristiana di Salerno. 

Beato Cesare de Bus

 

 

 

 

 

il miracolo, attribuito all’intercessione del Beato Carlo de Foucauld (detto Carlo di Gesù), Sacerdote diocesano; nato a Strasburgo (Francia) il 15 settembre 1858 e morto a Tamanrasset (Algeria) il 1° dicembre 1916;

Il Beato Carlo de Foucauld (detto Carlo di Gesù) nacque a Strasburgo (Francia) il 15 settembre 1858. Intrapresa la carriera militare, fu inviato in Algeria nel 1876. Rassegnate le dimissioni, iniziò un cammino di conversione, che lo portò a tornare al Cristianesimo nel 1886. Approfondì la conoscenza della Sacra Scrittura, accostandosi regolarmente all’Eucarestia. In un pellegrinaggio in Terra Santa, nel 1888, fu affascinato dalla vita di Gesù a Nazareth. Qui maturò la decisione di entrare nella Trappa di Nostra Signora delle Nevi  ad Ardèche (Francia). Successivamente, fu inviato nella Trappa di Nostra Signora del Sacro Cuore, vicino Akbès (Siria), dove dimorò per sette anni. Volendo vivere il Vangelo in modo ancora più radicale, nel 1897, si trasferì a Nazareth, facendo il domestico nel monastero delle Clarisse. Dopo un intenso cammino di preghiera e di preparazione, ricevette l’ordinazione sacerdotale il 9 giugno 1901 a Viviers (Francia). Poi partì per l’Algeria, andando ad abitare nell’oasi di Beni-Abbès, al confine con il Marocco, dove costruì un eremo. Nel 1905, si trasferì a Tamanrasset, nel cuore del deserto del Sahara, vivendo in povertà tra i Tuareg. Qui morì il 1° dicembre 1916, assassinato da una banda di razziatori.

Fu proclamato Beato il 13 novembre 2005.

Per la canonizzazione del Beato Carlo de Foucauld, la Postulazione della Causa presentò all’esame della Congregazione la vicenda di un giovane che in una gravissima caduta da 15,5 metri di altezza, inspiegabilmente, non riportò le lesioni che erano prevedibili (scampato pericolo). L’evento accadde nel 2016 a Saumur (Angers, Francia). Lo scampato pericolo fu attribuito all’intercessione del Beato Carlo de Foucauld per le preghiere che molte persone innalzarono dopo il fatto per ottenere la sua guarigione nel pomeriggio del 30 novembre 2016 (immediatamente prima che iniziasse la memoria liturgica del Beato, esattamente al termine della novena di preparazione alla festa parrocchiale), centenario della morte del Beato (1° dicembre 1916). Il luogo in cui avvenne il presunto miracolo è Saumur, cittadina in cui il Beato aveva vissuto per qualche tempo come militare nel Reggimento di Cavalleria. Si verificò, inoltre, nell’unica parrocchia della diocesi di Angers intitolata al Beato e nella cappella della Institution Saint-Louis, un liceo cattolico scelto per celebrare il centenario del de Foucauld.

Beato Carlo de Foucauld

 

 

 

 

 

il miracolo, attribuito all’intercessione della Beata Maria Domenica Mantovani, Cofondatrice e prima Superiora Generale dell’Istituto delle Piccole Suore della Sacra Famiglia; nata il 12 novembre 1862 a Castelletto di Brenzone (Italia) e ivi morta il 2 febbraio 1934;

La Beata Maria Domenica Mantovani nacque a Castelletto di Brenzone (Verona, Italia) il 12 novembre 1862. Ebbe come guida spirituale il suo parroco, il Beato Giuseppe Nascimbeni. Si iscrisse alla Pia Unione delle Figlie di Maria e, l’8 dicembre 1866, emise il voto di perpetua verginità, ponendosi sotto la protezione della Madonna Immacolata. Sentendo la vocazione alla vita consacrata, il 6 novembre 1892l, insieme al Beato Giuseppe Nascimbeni, fondò, per il servizio della parrocchia, l’Istituto delle Piccole Suore della Sacra Famiglia, di cui divenne prima Superiora Generale. La sua collaborazione, unita ad una testimonianza di vita ineccepibile, contribuì in modo determinante allo sviluppo e all’espansione della Congregazione. Dopo la morte del Fondatore, guidò l’Istituto, ispirato alla regola del Terz’Ordine Regolare di S. Francesco.

Morì il 2 febbraio 1934 a Castelletto di Brenzone (Italia).

Fu proclamata Beata il 27 aprile 2003 da San Giovanni Paolo II.

Per la canonizzazione della Beata Maria Domenica Mantovani, la Postulazione della Causa ha presentato all’esame della Congregazione la guarigione di una giovane undicenne da “stato di male epilettico; coma; arresti cardiorespiratori; insufficienza respiratoria acuta; infezioni in paziente con mielomenigocele e idrocefalo derivato, paraplegia arti inferiori”. L’evento accadde nel 2011 a Bahía Blanca (Argentina). Durante la permanenza in Terapia Intensiva iniziarono le invocazioni alla Beata Mantovani per ottenere la sua guarigione. Dopo alcuni giorni si registrò un inaspettato viraggio favorevole del decorso clinico. Il sorprendente miglioramento continuò, confermato dai successivi esami clinici del 2015. Artefici dell’invocazione alla Beata sono la madre della bambina e una dottoressa già medico curante della prima miracolata. 

Beata Maria Domenica Mantovani

 

 

 

 

 

il miracolo, attribuito all’intercessione del Venerabile Servo di Dio Michele McGivney, Sacerdote diocesano, Fondatore dell’Ordine dei Cavalieri di Colombo, v.d. The Knights of Columbus; nato il 12 agosto 1852 a Waterbury (Stati Uniti d’America) e morto a Thomaston (Stati Uniti d’America) il 14 agosto 1890;

Il Venerabile Servo di Dio Michele McGivney nacque il 12 agosto 1852 a Waterbury (Connecticut, Stati Uniti d’America), in una famiglia di immigrati irlandesi. Entrato nel seminario di Baltimora nel 1873, fu ordinato presbitero il 22 dicembre 1877. Svolse il suo ministero in particolare tra gli immigrati irlandesi e soprattutto tra i giovani, organizzando tra l’altro un’associazione per combattere l’alcolismo. Nel 1882, fondò l’Associazione dei Cavalieri di Colombo, allo scopo di rafforzare la fede e di dare un’assistenza economica alle famiglie cattoliche a cui veniva a mancare il salario a causa di malattie o di morte. La denominazione intendeva sottolineare l’eredità cattolica lasciata all’America dal suo scopritore e rafforzare la causa delle libertà civili dei cattolici americani, spesso vittime di pregiudizi.

Di salute cagionevole, il Servo di Dio morì il 14 agosto 1890 a Thomaston (Connecticut, Stati Uniti d’America).

Il decreto sull’eroicità delle virtù venne promulgato il 15 marzo 2008.

Per la beatificazione del Venerabile Servo di Dio Michele McGivney, la Postulazione della Causa presentò all’esame della Congregazione l’asserita guarigione miracolosa, attribuita alla sua intercessione, di un neonato da “idrope fetale non immune con versamenti multipli nelle sierose, ad insorgenza precoce; in soggetto da trisomia 21 (sindrome di Down), coartazione aortica”. L’evento accadde il 15 maggio 2015 nel Tennessee (Stati Uniti d’America). La madre era alla sua quattordicesima gravidanza quando, nel gennaio 2015, un’ecografia evidenziò che il feto, di sesso maschile, risultava positivo alla Trisomia 21. Un successivo esame palesò la diagnosi di idrope fetale grave che, per le peculiarità del caso (Trisomia 21), avrebbe comportato un’altissima probabilità di morte intrauterina. Da questo momento i coniugi iniziarono a chiedere l’intercessione del Venerabile Servo di Dio, affinché intercedesse per la salvezza del figlio. Un’ecografia praticata nel mese successivo mostrò la scomparsa dell’idrope. Il neonato nacque, contro ogni previsione, il 15 maggio 2015, alla 31a settimana di gestazione.

L’iniziativa di invocare P. McGivney affinché salvasse la vita al nascituro fu presa dal marito della signora il quale, lavorando presso l’Ordine dei Cavalieri di Colombo, era solito pregare il Fondatore insieme ai colleghi. Nella preghiera, a lui si unirono la moglie, altri familiari e amici.

Venerabile Servo di Dio Michele McGivney

 

 

 

 

 

il miracolo, attribuito all’intercessione della Venerabile Serva di Dio Paolina Maria Jaricot, Fondatrice delle Opere del “Consiglio della Propagazione della Fede” e del “Rosario Vivente”; nata il 22 luglio 1799 a Lione (Francia) e ivi morta il 9 gennaio 1862;

La Venerabile Serva di Dio Paolina Maria Jaricot nacque a Lione (Francia) il 22 luglio 1799. Dopo aver attraversato un periodo difficile in giovane età a causa di una caduta che le aveva causato gravi danni fisici e una malattia nervosa, aggravata dalla morte della madre, sentì la chiamata alla vita missionaria. Il 3 maggio 1822, insieme a un gruppo di laici, fondò l’associazione della “Propagazione della Fede”, che fu approvata da Pio VII nel 1823. Nel 1826 la Serva di Dio diede inizio anche all’associazione “Rosario vivente” e, nel 1831, alle “Figlie di Maria”, persone consacrate senza abito religioso, interamente dedite alle opere di diffusione della fede.

Morì in povertà a Lione il 9 gennaio 1862.

Il 25 febbraio 1963 venne dichiarata Venerabile da San Giovanni XXIII.

Per la beatificazione della Venerabile Serva di Dio Paolina Maria Jaricot, la Postulazione della Causa ha presentato all’esame della Congregazione l’asserita guarigione miracolosa, attribuita alla sua intercessione, di una bambina da “coma da anossia cerebrale prolungata per ostruzione delle alte vie respiratorie da corpo estraneo alimentare, arresto cardio-respiratorio”. L’evento accadde nel 2012 a Nizza (Francia). La piccola venne ricoverata nel reparto di rianimazione dell’Ospedale “Femme Mère Enfant” di Lione in stato di coma vegetativo. Fu comunicato ai genitori che, qualora fosse sopravvissuta, possibilità alquanto remota, non avrebbe potuto più parlare né camminare. Successivamente i medici, d’accordo con i genitori, stabilirono di evitare l’accanimento terapeutico, limitando le terapie alla nutrizione enterale e all’idratazione. Trasferita all’ospedale pediatrico di Nizza, si registrò un viraggio delle sue condizioni con un miglioramento clinico; quindi fu trasferita presso un centro di riabilitazione e, infine, tornò a casa. Controlli medici ed esami clinici successivi attestarono la completezza della guarigione con l’autonomia motoria della bambina, la comprensione del linguaggio, nonché l’assenza di sequele neurologiche.

L’iniziativa di invocare Paolina Maria Jaricot fu presa dalla madre di una compagna di scuola della bambina, devota della Venerabile Serva di Dio ed appartenente al Gruppo del “Rosario Vivente”. Ella era presente al momento dell’incidente e, sin da subito, invocò la Venerabile Jaricot, chiedendo la sua intercessione per la guarigione della bambina. Altre persone furono invitate ad unirsi alle preghiere. Il padre della piccola, non credente, dopo l’evento, iniziò un cammino di preparazione per ricevere il battesimo.

Venerabile Serva di Dio Paolina Maria Jaricot

 

 

 

 

 

- il martirio dei Servi di Dio Simeone Cardon e 5 Compagni, Religiosi professi della Congregazione Cistercense di Casamari; uccisi a Casamari, in odio alla Fede, tra il 13 e 16 maggio 1799;

Nel gennaio del 1799 Napoli venne occupata dai Francesi. Il Re Ferdinando IV fuggì a Palermo e, a Napoli, fu proclamata la Repubblica Partenopea. Nell’aprile dello stesso anno l’esercito rivoluzionario subì diverse sconfitte ad opera dell’Austria e questa circostanza portò le truppe francesi a recarsi verso il nord. Nella ritirata, i Francesi compirono ogni sorta di devastazioni e uccisioni accanendosi in modo particolare contro chiese e monasteri. Infatti, i soldati francesi erano imbevuti di idee rivoluzionarie, contrarie alla Chiesa e alla fede cristiana. In questo contesto di odium fidei si svolse l’episodio martiriale dei Servi di Dio. Il 13 maggio 1799, dopo aver saccheggiato l’abbazia di Montecassino, venti soldati, entrarono nell’abbazia di Casamari alla ricerca di oggetti preziosi da depredare.

Al momento dell’eccidio la comunità monastica era guidata dall’abate Pirelli e dal priore claustrale, padre Simeone Cardon. L’abate Pirelli, però, aveva lasciato il monastero ed era fuggito a Palermo.

Durante l’ora di Compieta, mentre i monaci si preparavano al coro, i soldati francesi irruppero nel monastero e, dopo essere stati accolti e rifocillati, cominciarono a seminare terrore e morte. Mentre la maggior parte dei monaci cercò di mettersi in salvo, i Servi di Dio resistettero con coraggio eroico per difendere dalla profanazione l’Eucaristia, i vasi sacri e i paramenti. Furono uccisi con ferocia a colpi di sciabola e di baionetta.

 

I Servi di Dio in parola sono:

1. Simeone Maria Cardon. Nato a Cambrai (Francia), emise la professione religiosa il 4 agosto 1782, presso il monastero benedettino della Congregazione di San Mauro di Saint-Faron de Meaux. Durante la Rivoluzione Francese, si oppose pubblicamente alla Costituzione Civile del Clero e, nel 1795, dovette fuggire dalla Francia, rifugiandosi nell’Abbazia di Casamari. Qui rinnovò la sua professione il 5 maggio 1797. Dopo essere stato economo, divenne priore dell’Abbazia, che fu da lui guidata dopo che, nel 1798, l’Abate Romualdo Pirelli era fuggito a causa delle turbolenze politiche. Il Servo di Dio si distinse per santità di vita e specialmente per la carità verso i malati. Morì il 14 maggio 1799, dopo essere stato colpito dai soldati francesi che avevano occupato l’Abbazia di Casamari il giorno prima.

2. Domenico Maria Zawrel. Nato nel 1725 a Cadovio (attuale Repubblica Ceca), dapprima divenne religioso domenicano. Sentendosi attratto dalla vita monastica, nel 1776, chiese di entrare nell’Abbazia di Casamari, emettendo la professione religiosa il 6 giugno 1777. Ricoprì la carica di maestro dei novizi e difese la “Stretta Osservanza”. Era apprezzato per la vita di preghiera e per la sua saggezza. Fu ucciso dai soldati francesi nella notte del 13 maggio 1799.

3. Albertino Maria Maisonade. Nacque a Bordeaux (Francia). Nel 1792 entrò nell’Abbazia di Casamari, dove emise la professione semplice il 20 novembre 1793, come monaco corista.

Il 13 maggio 1799 fu ucciso dai soldati francesi con due colpi di pistola, mentre pregava assieme al Servo di Dio Domenico Zawrel.

4. Zosimo Maria Brambat. Nato a Milano, entrò nell’Abbazia di Casamari nel 1792. Fu ammesso al Noviziato nel 1794 e, il 20 novembre 1795, emise la professione semplice. Dopo essere stato aggredito e ferito mortalmente il 13 maggio 1799, morì tre giorni dopo, il 16 maggio 1799, mentre si dirigeva a Boville Ernica (Frosinone, Italia), desiderando ricevere gli ultimi Sacramenti.

5. Modesto Maria Burgen. Originario della Borgogna (Francia), era stato trappista nell’Abbazia delle Settefonti, che dovette abbandonare dopo l’inizio della Rivoluzione Francese perché il monastero fu soppresso. Entrato nell’Abbazia di Casamari nel gennaio 1796 come novizio, emise i voti monastici semplici il 9 gennaio 1797. Il 13 maggio 1799 fu ucciso dai soldati francesi.

6. MATURINO MARIA PITRI. Nato a Fontainebleau (Francia), giunse in Italia arruolato, contro la sua volontà, nell’esercito francese. A Veroli fu ricoverato in ospedale per una grave malattia e qui si confessò con il Servo di Dio Simeone Cardon, esprimendogli la volontà di diventare monaco cistercense se fosse guarito. Superata la malattia, il Servo di Dio fu nascosto in casa del curato dell’Ospedale di Veroli, che lo accompagnò nell’Abbazia di Casamari, dove fu accolto nel gennaio 1799. Venne fucilato il 13 maggio 1799.

 

Il martirio materiale dei Servi di Dio è sufficientemente provato. La loro uccisione fu motivata da prevalente odium fidei. I corpi martoriati dei monaci furono sepolti in modo tale da favorire l’identificazione.

Circa il martirio formale ex parte persecutoris, i soldati francesi, imbevuti delle idee anticristiane della rivoluzione francese, quando giunsero all’abbazia, trovarono i monaci intenti a condurre la consueta vita di preghiera e di lavoro. Sin da subito si macchiarono di atti sacrileghi verso l’Eucaristia e distrussero alcuni oggetti sacri. I monaci tentarono di reagire, raccogliendo con devozione le particole. Due di loro, P. Zawrel e P. Maisonade, vennero uccisi a colpi di sciabola nella cappella dell’Infermeria dove si trovavano in preghiera per l’avvenuta profanazione delle specie eucaristiche. Insieme a loro c’era un altro monaco che venne ferito allo stesso modo ma si salvò fingendosi morto, potendo così raccontare l’accaduto.

I monaci erano rimasti nell’abbazia nonostante il pericolo grave dovuto al passaggio delle truppe francesi. I monaci che decisero di rimanere a servire i soldati e a pregare accettarono il rischio di essere uccisi. P. Brambat morì fuori dal monastero mentre cercava di raggiungere Boville Ernica per ricevere l’estrema Unzione. P. Cardon spirò il giorno dopo l’assalto, davanti al Generale Barone Thiébault che, trovandolo agonizzante, ebbe il tempo di raccogliere la sua testimonianza di accettazione del martirio e di perdono degli aguzzini.

Sin da subito i fedeli della zona accorsero alle tombe dei monaci domandando grazie per loro intercessione. Sull’episodio si diffuse una certa fama di martirio che ha attraversato i secoli.

Servi di Dio Simeone Cardon e 5 Compagni

 

 

 

 

 

il martirio del Servo di Dio Cosma Spessotto (al secolo: Sante), Sacerdote professo dell’Ordine dei Frati Minori; nato a Mansué (Italia) il 28 gennaio 1923 e ucciso a San Juan Nonualco (El Salvador), in odio alla Fede, il 14 giugno 1980;

Il Servo di Dio Cosma (al secolo: Sante) Spessotto nacque il 28 gennaio 1923 a Mansuè (Treviso, Italia). Nel 1935 entrò nel seminario francescano dei Frati Minori di Lonigo e, il 17 novembre 1940, emise la professione religiosa. Ordinato sacerdote il 27 giugno 1948, manifestò ai Superiori il desiderio di recarsi missionario in Cina, ma impedimenti di natura politica gli preclusero quella via. Domandò allora di poter partire per il Centro America. Nel 1950, fu destinato a San Juan Nonualco (El Salvador), dove costruì una chiesa parrocchiale, dei laboratori per insegnare ai ragazzi un mestiere e una scuola parrocchiale per le classi elementari. Sacerdote mite, buono e umile predicò la giustizia e la carità, l’amore fraterno e il perdono a tutti, specie ai campesinos, disperati per le tristi e misere condizioni di vita.

Al termine della Presidenza del Colonnello Arturo Armando Molina, sul finire degli anni ‘70, il governo del Paese era di fatto in mano all’Esercito appoggiato dai latifondisti e da gruppi paramilitari di estrema destra, tra cui gli Escuadrones de la muerte e la Unión Gerrera Blanca. La popolazione, e soprattutto i campesinos, si vedeva negare anche i diritti fondamentali. Per contrastare il governo si era organizzata la guerriglia di sinistra. In questo contesto violento, molti esponenti della Chiesa, compreso il Servo di Dio, cercavano di aiutare i più deboli e i poveri. Egli non appoggiava né i guerriglieri, né i militari, ma ricercava il dialogo e la riconciliazione tra le parti evitando qualsiasi strumentalizzazione della sua parrocchia per fini politici. Nonostante l’atteggiamento super partes, il Servo di Dio ricevette minacce di morte.

Fu ucciso il 14 giugno del 1980, nel giorno della festa del Cuore Immacolato di Maria, mentre, inginocchiato in un banco della chiesa vicino al tabernacolo, era intento alla lettura della Parola di Dio. La chiesa era quasi vuota. Due persone, utilizzando parrucche che nascondevano la loro identità, si avviarono verso la chiesa parrocchiale. Uno dei due, coperta la faccia con un fazzoletto, entrò in chiesa tenendo tra le mani una mitragliatrice e, avvicinatosi al Servo di Dio, gli sparò contro una raffica che lo uccise.

Il martirio materiale è largamente provato. Il Servo di Dio fu assassinato la sera del 14 giugno 1980, nella chiesa di San Juan Nonualco, dove aveva esercitato il ministero di parroco per circa ventitré anni.

Quanto al martirio formale ex parte persecutoris, si seppero i nomi dell’esecutore materiale e del mandante e della loro ideologia. Le autorità tentarono anche di attribuire l’omicidio ai guerriglieri. La predicazione del Servo di Dio, rivolta a tutti gli schieramenti in lotta e centrata sulla necessità di ristabilire la pace e il rispetto dei diritti umani, infastidiva entrambe le fazioni. La sera del delitto, il religioso aveva celebrato una Messa in suffragio di un giovane universitario ucciso una settimana prima dai militari. Il Servo di Dio non faceva politica ma esercitava il suo ministero sacerdotale, cercando di mediare tra le parti in conflitto. Pertanto, è possibile individuare come motivo prevalente l’odium fidei. Anche se per i persecutori l’operato del religioso poteva apparire sovversivo, essi sapevano che era strettamente collegato alla sua fede e ai suoi doveri di parroco. Il fatto che fosse ucciso davanti al tabernacolo indica particolare disprezzo del luogo sacro.

Quanto al martirio formale ex parte victimae, in Padre Cosma la disponibilità al martirio emerge anche dai suoi Scritti, in cui espresse anche la volontà di perdonare i suoi possibili assassini. Egli era consapevole di essere in pericolo perché aveva ricevuto minacce. I Superiori gli avevano suggerito di tornare in Italia, ma egli, spinto dalla carità pastorale, volle restare in El Salvador per non abbandonare la sua gente.

La fama di martirio, che sin da subito circondò il Servo di Dio, è rimasta costante nel tempo.

Servo di Dio Cosma Spessotto

 

 

 

 

 

le virtù eroiche del Servo di Dio Melchiorre Maria de Marion Brésillac, Vescovo tit. di Prusa, già Vicario Apostolico di Coimbaore e Fondatore della Società delle Missioni Africane; nato il 2 dicembre 1813 a Castelnaudary (Francia) e morto a Freetown (Sierra Leone) il 25 giugno 1859.

Il Servo di Dio Melchiorre Maria de Marion Brésillac nacque il 2 dicembre 1813 a Castelnaudary (Carcassonne, Francia), in una famiglia aristocratica. Nel 1832, entrò nel Seminario minore di Carcassonne. Ordinato sacerdote il 22 dicembre 1838, fu nominato vicario parrocchiale nella sua città natale, dedicandosi con zelo al ministero pastorale. Dopo un lungo discernimento spirituale, giunse alla decisione di partire in missione. Il 2 giugno 1841 si trasferì a Parigi, presso il Seminario delle Missioni Estere (MEP) per essere formato alla vita missionaria. Nel 1842 fu inviato al Vicariato di Pondichéry, nel sud-ovest dell’India e, l’anno successivo, venne trasferito nella missione di Salem. Nel 1844, fu nominato Rettore del Seminario-collegio di Pondichéry, dove si impegnò per la formazione del clero locale. Dopo il Sinodo del 1844, la Santa Sede stabilì di dividere il Vicariato di Pondichéry in due nuovi Vicariati, dei quali uno, quello di Coimbatore, venne affidato alla guida del Servo di Dio, il quale fu nominato Vescovo titolare di Prusa. Ricevette l’ordinazione episcopale il 4 ottobre 1846. Il suo ministero iniziò in una condizione di estrema povertà, sia personale sia di mezzi materiali. La popolazione era molto povera, ed egli si prese cura dei disoccupati e dei malati. Sul piano missionario e pastorale affrontò diversi problemi, fra i quali quello riguardante i “riti malabarici”, considerato in modo diverso dai Vicari apostolici e dai missionari. Il Servo di Dio chiese che la Santa Sede approfondisse la questione e, volendo evitare di creare divisioni, per cinque anni, presentò ripetutamente le sue dimissioni dall’ufficio di Vicario Apostolico. Nel 1855 gli fu concesso di recarsi a Roma dove, dopo aver incontrato Pio IX e la Congregazione di Propaganda Fide, gli fu richiesto di redigere un documento sulla questione dei riti malabarici, sulla situazione della missione in India e sulle missioni in genere.

Successivamente, rientrò in Francia e Pio IX accolse le sue dimissioni di Vicario Apostolico. Desiderando di poter continuare il suo servizio missionario, il Servo di Dio chiese e ottenne dalla Sede Apostolica di potersi recare in Africa, insieme a due o tre confratelli. Accolto il progetto, la Congregazione di Propaganda Fide, lo invitò a fondare una società missionaria per l’Africa. Per tre anni, in Francia, si impegnò nel lavoro di promozione vocazionale a favore della fondazione della Società delle Missioni Africane (SMA), visitando circa un centinaio di diocesi, cercando aspiranti per le missioni e mezzi finanziari. Egli stabilì la sede della Società a Lione, dove acquistò una casa. L’8 dicembre del 1856, nel santuario di Nostra Signora di Fourvière, nella sua città natale, consacrò alla Vergine l’opera e tutti i suoi membri.

Dopo aver raccolto i fondi necessari e dopo l’erezione del Vicariato apostolico di Sierra Leone affidato a lui, il 19 febbraio 1859 partì insieme a due altri missionari per fondarvi la missione. Il 14 maggio 1859 arrivarono a Freetown (Sierra Leone), dove assistendo i malati colpiti dalla febbre gialla, il Servo di Dio morì il 25 giugno dello stesso anno, all’età di 45 anni.

Il Servo di Dio visse la virtù della fede in modo eroico. Era devotissimo a Gesù Eucaristia e passava ore in adorazione dinanzi al Santissimo Sacramento. Aveva particolare venerazione verso la Vergine Maria, alla quale aveva consacrato la Società dei Missionari d’Africa. Invocava l’intercessione dei Santi, in particolare di quelli missionari. Mostrò fede in tutte le circostanze della sua vita, anche le più tragiche come quando, arrivato a Freetown, vide i suoi confratelli ammalarsi e morire, mentre la missione cominciava. In tale circostanza scrisse: “Adoriamo gli impenetrabili decreti [del Signore], ma il cuore è spezzato”.

Si affidava con fiducia al Signore. Era profondamene convinto che solo la virtù della speranza fiduciosa nel Padre celeste era in grado di fargli superare gli ostacoli. Accettò tutte le prove, abbandonandosi alla Divina Provvidenza. Diceva spesso: “Tutto è possibile a Dio e in Lui mettiamo tutta la nostra speranza”.

Il Servo di Dio fu sempre animato da amore soprannaturale verso Dio e rispose generosamente e senza ripensamenti alla chiamata al sacerdozio e alla vita missionaria, fino al sacrificio della vita. Anche nei confronti del prossimo, dimostrò sempre grande carità: in famiglia, in seminario, in parrocchia e in missione. Nelle sue relazioni con i missionari, segnate dalla disubbidienza di alcuni, mostrò pazienza e carità. Da Vicario Apostolico ebbe cura dei più piccoli. A Coimbatore, aveva il progetto di creare un ospedale. Appena arrivato in Sierra Leone assistette con i confratelli i malati di febbre gialla, malgrado il pericolo di morte. Nel suo apostolato missionario, cercò la giustizia nei confronti di Dio, compiendo i propri doveri ed esortando i missionari ad agire in modo tale che tutti, a prescindere dalle lingue e dalle culture diverse, potessero rendere al Signore il culto dovuto. Con le persone manifestava un grande senso della giustizia; in particolare si adoperò affinché i seminaristi indiani avessero la migliore formazione, sull’esempio di quelli europei, e si dedicò alla promozione umana e cristiana del clero locale.

 Servo di Dio Melchiorre Maria de Marion Brésillac

 

 

 

5 MAGGIO 2020

 

Il 5 maggio 2020, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Durante l’Udienza, il Sommo Pontefice ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare i Decreti riguardanti:

 

L'eroicità delle virtù del Servo di Dio Francesco Caruso, Sacerdote diocesano; nato a Gasperina (Italia) il 7 dicembre 1879 e ivi morto il 18 ottobre 1951.

Il Servo di Dio Francesco Caruso nacque il 7 dicembre 1879 a Gasperina (Italia), in una famiglia molto religiosa. Dopo gli studi elementari, desiderava entrare in Seminario ma, a causa delle condizioni economiche molto precarie della famiglia, non poté realizzare la sua aspirazione. Per aiutare la famiglia lavorò nei campi e, dal 1898 al 1900, come volontario prestò il servizio militare, terminato il quale chiese di entrare nel Seminario diocesano di Squillace. I Superiori rifiutarono la sua domanda, ritenendolo non idoneo ad affrontare gli studi teologici, a causa della carenza degli studi preparatori. Il Servo di Dio bussò allora al Seminario di Catanzaro, dove fu accolto. Venne ordinato sacerdote il 18 aprile 1908. L’anno successivo fu nominato parroco di Sellia Superiore, dove si dedicò all’evangelizzazione e alla cura della popolazione rurale. Nel 1912, venne scelto come Rettore del Seminario diocesano di Catanzaro. S’impegnò con tutte le sue energie alla formazione dei seminaristi: come guida del Seminario, condivise la sua vita di educatore con i giovani aspiranti al sacerdozio, puntò sulle scuole interne e su un’intensa formazione interiore. Nel 1916 venne nominato anche curato e poi parroco della piccola parrocchia di San Nicola Coracitano. Nel 1919 ricevette la nomina di Direttore Spirituale del medesimo Seminario. Nel 1923 dovette rinunciare alla parrocchia per motivi di salute e, nello stesso anno, fu nominato Canonico Penitenziere della Cattedrale di Catanzaro, dove esercitò il ministero di confessore fino alla fine della sua vita.

Il 21 novembre 1923, istituì a Catanzaro il Terzo Ordine Domenicano, per l’evangelizzazione e la formazione dei fedeli laici e, nel, 1928, lo istituì anche a Gasperina. Dal 1943, a causa del bombardamento avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale, il Servo di Dio fu ospitato nell’Istituto delle Ancelle del Buon Pastore, dove svolse – insieme al ministero di confessore nella chiesa cattedrale – il compito di Direttore Spirituale delle suore. Nel 1944 diede inizio a Bellavista di Catanzaro all’attività di accoglienza di quindici disabili e orfani, con l’apertura nel 1949 della “Casa dei Sacri Cuori”.

Il 2 settembre 1949 il Servo di Dio si ritirò a Gasperina per motivi di salute e fu ospite a casa del fratello. A causa di una emorragia celebrare morì a Gasperina il 18 ottobre 1951, all’età di 72 anni.

Il Servo di Dio fu animato da una fede eroica, luminosa e appassionata. In lui c’era la vita interiore intensa, la scienza nel campo dello spirito e nella direzione delle anime, la santità e nessuna mediocrità. Visse il ministero sacerdotale con fedeltà e disponibilità alle esigenze della diocesi, in un periodo storico segnato dai due conflitti mondiali. La sua comunione con Cristo era nutrita di costante preghiera e di generoso impegno ascetico. Nel quotidiano era guidato dal motto “Soltanto Dio e le anime”. Si offrì vittima per il bene della Chiesa e la salvezza delle persone. La sua vita interiore fu caratterizzata dalla sofferenza, forse accentuata dalla sua inclinazione allo scrupolo. Donò questo travaglio al Signore con serenità.

Pose la sua eroica speranza in Dio. Da Rettore infondeva coraggio e stimolava tutti a cercare Dio nella propria vita. Si affidava totalmente a Lui, credeva nella Sua Provvidenza e in Dio poneva tutte le sue preoccupazioni.

Generazioni di seminaristi crebbero sotto la sua saggia guida. L’impegno formativo del Seminario non lo distolse dalla direzione spirituale dei laici, in particolare dei giovani. Il confessionale, dove spesso rimaneva a disposizione dei fedeli per intere giornate, divenne il luogo in cui formava coscienze cristiane, non solo di sacerdoti e consacrati, ma anche di molti laici. Grazie all’apprezzamento che aveva suscitato in questo ambito venne nominato canonico penitenziere della cattedrale.

Eroico fu anche il suo esercizio della virtù della carità verso Dio e il prossimo. Le sue attenzioni si rivolgevano a coloro che soffrivano nel corpo e nell’animo. Durante la Seconda Guerra Mondiale, si impegnò a portare sollievo e aiuto alle persone sfollate e accolse in parrocchia gli orfani e le famiglie bisognose.

La sua vita sacerdotale e il suo instancabile apostolato rappresentano l’intreccio di eroica carità verso Dio e verso il prossimo.

Servo di DIo Francesco Caruso

 

 

 

 

 

le virtù eroiche del Servo di Dio Carmelo De Palma, Sacerdote diocesano; nato a Bari (Italia) il 27 gennaio 1876 e ivi morto il 24 agosto 1961;

Il Servo di Dio Carmelo De Palma nacque il 27 gennaio 1876 a Bari (Italia). Rimasto orfano, a dieci anni entrò nel Seminario della città natale. Il 17 dicembre 1898 venne ordinato sacerdote a Napoli e, successivamente, per motivi di salute, si recò per alcuni mesi nel monastero benedettino di Montecassino. Il 17 giugno 1900 fu nominato Cappellano della Basilica di S. Nicola a Bari. Servì il popolo di Dio celebrando la Messa, ascoltando le confessioni e animando molte realtà pastorali.

Dal 1902 ricevette vari incarichi nella medesima Basilica: segretario del Gran Priore, cerimoniere, cancelliere, custode della cripta, delegato del Gran Priore, primicerio del Capitolo, cantore e vicario capitolare dal 1945 al 1951.

Quando la Basilica di San Nicola venne affidata per disposizione della Santa Sede ai Padri Domenicani, il Servo di Dio, molto legato alla spiritualità benedettina, ricevette l’incarico di direttore spirituale delle monache benedettine di Santa Scolastica di Bari, come anche degli Oblati e delle Oblate di San Benedetto.

Si dedicò anche ad altri ambiti pastorali come l’Azione cattolica, la direzione spirituale dei fedeli, in particolare dei sacerdoti e dei seminaristi. Era instancabile nel ministero della confessione. Verso la fine della vita si aggravarono le difficoltà di salute: colite cronica, arteriosclerosi del miocardio e progressiva perdita della vista.

Nel febbraio 1961 celebrò per l’ultima volta la Messa in pubblico. Successivamente, per motivi di infermità, poté solo celebrare nella sua stanza, dove continuò a rendersi disponibile nell’ascolto delle confessioni.

Morì a Bari il 24 agosto 1961 per insufficienza cardiaca.

Il Servo di Dio nutrì la virtù della fede con un’intensa vita di preghiera, con al centro l’Eucaristia, celebrata ed adorata, e la devozione alla Madonna. Da questa fede scaturiva la sua obbedienza a Dio: “La mia aspirazione, diceva, è una sola: compiere sempre la volontà di Dio; perciò ringraziamolo ogni momento con fede sempre viva, accettando generosamente ciò che piace a Lui”.

La virtù della speranza aveva in lui la sua radice proprio nella fiducia nella paternità di Dio da cui si sentiva amato. E questa speranza infondeva anche agli altri, sapendo consolare ed incoraggiare le persone in difficoltà.

Il Servo di Dio visse eroicamente la virtù della carità. Era generoso nel soccorrere le povertà materiali della gente. Spese ogni sua energia nel ministero di confessore e direttore spirituale, tanto da essere denominato “l’eroe del confessionale”.

Servo di Dio Carmelo De Palma

 

 

 

 

 

le virtù eroiche del Servo di Dio Francesco Barrecheguren Montagut, Sacerdote professo della Congregazione del Santissimo Redentore; nato a Lérida (Spagna) il 21 agosto 1881 e morto a Granada (Spagna) il 7 ottobre 1957;

Il Servo di Dio Francesco Barrecheguren Montagut nacque il 21 agosto 1881 a Lérida (Spagna), in una facoltosa famiglia della città. Morti i genitori, all’età di cinque anni si trasferì a Granada, presso l’abitazione di una zia paterna. Frequentò i collegi più importanti della città, ricevendo una formazione culturale e cristiana di alto livello. Nonostante la sua spiccata posizione sociale e culturale, il Servo di Dio rimase umile e caritatevole. Fu devoto della Vergine del Carmine, apparteneva all’Associazione dell’Adorazione notturna e alla Congregazione di San Vincenzo de’ Paoli.

Nel 1904 si sposò con Concha García Calvo e, il 27 novembre 1905, nacque la loro unica figlia, la Serva di Dio María Concepción.

Attorno all’anno 1909, il Servo di Dio iniziò a soffrire di una ulcera allo stomaco, con gravi difficoltà di alimentazione, che durò per circa diciotto anni. Nel frattempo si ammalò anche la figlia.

Insieme a sua moglie, il Servo di Dio decise di non inviare la figlia ad alcun collegio ma, su consiglio dei medici, di educarla in famiglia, per non sottoporla a sforzi che potessero incidere sulla sua delicata salute. Oltre a educarla culturalmente, i genitori impartirono alla figlia una profonda formazione cristiana e religiosa, preparandola anche al sacramento della Cresima e alla Prima Comunione.

Il Servo di Dio, oltre ai problemi della figlia, dovette affrontare anche la malattia mentale ereditaria della moglie, ricoverata diverse volte in un sanatorio fin dal 1924. La figlia morì il 13 maggio 1927.

Nelle diverse tappe della malattia della moglie, il Servo di Dio si dedicò alle sue cure, sostenuto dalla preghiera e dall’Eucaristia. La moglie morì il 13 dicembre 1937.

Nel 1945, il Servo di Dio, dopo aver  donato parte dei suoi beni alla Congregazione delle “Schiave dell’Eucaristia”, creò il Patronato delle Scuole “Conchita Barrecheguren”, associazione destinata all’insegnamento dei bambini poveri.

Successivamente, all’età di 65 anni, entrò nella Congregazione del Santissimo Redentore. Il 24 agosto 1947 emise la professione religiosa temporanea. Nello stesso anno fu inviato ad Astorga, al convento di San Francisco, per completare l’iter formativo al sacerdozio. Dopo due anni di studio e ottenuta dalla Congregazione dei Religiosi la dispensa, il 25 luglio 1949 venne ordinato presbitero. Fu destinato al convento di Granada, dove visse con zelo il suo ministero sacerdotale, mettendosi a disposizione principalmente degli ammalati e degli anziani.

Si spense improvvisamente il 7 ottobre 1957, all’età di 76 anni, a causa di un infarto, mentre pregava nella sua cella a Granada.

La vita virtuosa del Servo di Dio può essere sintetizzare in tre parole: fede, croce e carità. Alimentò la virtù della fede con una profonda preghiera, in particolare nell’Eucaristia, adorata e celebrata. Venerava con filiale fiducia la Vergine Maria ed era devoto di Santa Teresa di Gesù Bambino, alla quale attinse per la sua spiritualità. In particolare, nonostante tutte le difficoltà e le situazioni tragiche della sua vita, con una straordinaria fede, si affidò ai disegni di Dio, riponendo in Lui ogni speranza. Trovò la forza per essere sempre vicino a Dio, specialmente nelle difficoltà e nella scelta della vita religiosa. Visse i suoi ultimi anni in attesa della vita eterna. Scegliendo la vita consacrata, decise di distaccarsi da tutti i beni della terra e concentrarsi sui beni spirituali.

Visse eroicamente anche la virtù della carità. La sua accoglienza dell’amore di Dio divenne quotidiana azione di carità operosa per il prossimo; carità pronta, cordiale ed umile al servizio dei sofferenti. Volendo amare Dio, amò i suoi familiari: ebbe grande cura della moglie Conche e della figlia Conchita durante le loro gravi malattie, così anche sostenne i confratelli nella comunità, specialmente gli infermi ai quali portava sollievo e consolazione. Visse povero, nonostante le ricchezze della sua famiglia, umile e distaccato dai beni materiali ed obbediente ai superiori e alle Regole della sua Congregazione per seguire la volontà di Dio.

Abbracciò i consigli evangelici in modo esemplare: nonostante la posizione agiata della sua famiglia, visse in povertà, aiutando i bisognosi. Obbediente a Dio, osservò i comandamenti e le leggi della Chiesa.

Servo di Dio Francesco Barrecheguren Montagut

 

 

 

 

 

le virtù eroiche della Serva di Dio Maria de la Concepción Barrecheguren y García, Laica; nata a Granada (Spagna) il 27 novembre 1905 e ivi morta il 13 maggio 1927;

La Serva di Dio Maria de la Concepción Barrecheguren García nacque il 27 novembre 1905 a Granada (Spagna), dal Servo di Dio Francesco Barrecheguren Montagut e da Concha García Calvo, ambedue provenienti da famiglie benestanti e profondamente cristiane.

Nell’infanzia, la Serva di Dio manifestò una salute precaria a causa di un’enterocolite acutissima. Per non esporla ai pericoli del quotidiano, i genitori decisero di non farle frequentare alcuna scuola della città, divenendo essi stessi suoi educatori. Spesso la famiglia si radunava per pregare davanti al quadro del Sacro Cuore di Gesù esposto nel salone di casa. Dal padre, la Serva di Dio ricevette anche un’adeguata preparazione catechistica per ricevere il Sacramento della Cresima e per la prima Comunione.

Fin da piccola avvertì la chiamata alla vita religiosa, desiderando divenire carmelitana. Purtroppo la malattia le impedì di realizzare tale scelta di vita. Nel 1917 le fu diagnosticata un’infiammazione intestinale che le procurava forti dolori e la obbligava ad una rigida dieta nell’alimentazione. Nel 1924 fu colpita da una grave malattia mentale, ereditata dalla madre, che, dopo una serie di cure effettuate a casa, portò i medici alla prescrizione di un ricovero presso una casa di salute.

Nonostante la sua salute cagionevole, poté coltivare in modo eroico le virtù cristiane, compì diversi viaggi e pellegrinaggi, fra cui a Lisieux, dove non chiese la guarigione dal male allo stomaco, bensì di ricevere la tubercolosi, malattia che pure aveva avuto santa Teresa del Bambino Gesù. Il 29 ottobre 1926 si manifestò la prima emottisi, per cui i medici consigliarono ai genitori di trasferirsi al Carmine di San Valentino, un luogo situato vicino alle foreste dell’Alhambra, con lo scopo di cambiare aria e di fermare l’avanzata della malattia della figlia. Il trasferimento purtroppo non portò il miglioramento sperato e lo stato di salute peggiorò rapidamente.

Morì a Granada (Spagna) il 13 maggio 1927, all’età di 22 anni.

Nel breve arco della sua vita, la Serva di Dio raggiunse il grado eroico di perfezione, applicandosi con semplicità e senza ripensamenti al bene nel contesto della vita quotidiana. La sua vita si può riassumere in tre parole: amare, soffrire, pregare. Seguendo la dottrina della piccola via di Santa Teresa di Gesù Bambino, di cui era molto devota, la Serva di Dio pose ogni impegno a compiere bene ogni cosa, anche la più piccola.

Fin da bambina mostrò un’esemplare vita di devozione e di fede. Visse la propria malattia e quella di sua madre in una prospettiva di donazione di se stessa, chiedendo, addirittura di ricevere altre croci da portare. Considerava la sofferenza come una vocazione personale a seguire Cristo crocifisso, rinnegando se stessa per amore. Era fedele alla preghiera personale, alla Messa quotidiana, alla lettura dei testi religiosi e delle biografie dei santi; come anche si prodigava nella divulgazione della Parola di Dio, catechizzando le persone a lei vicine. Esercitò la speranza eroica, non solo con la sua capacità di sopportazione delle malattie, ma con la forza di assumerle con gioia e docilità, affidandosi totalmente alla bontà di Dio. L’amore verso Dio della Serva di Dio, coltivato e sostenuto dai genitori, orientò tutta la sua vita e la fece maturare, specialmente dopo la sua Prima Comunione. Il suo grande desiderio fu di dedicarsi al servizio e all’amore di Dio, pensando di consacrarsi nella vita religiosa.

Nonostante la sua precaria salute e i pochi rapporti con gli altri, non potendo frequentare scuole pubbliche e collegi, la Serva di Dio manifestava il suo amore verso il prossimo in famiglia, con il personale di servizio e con quanti poteva entrare in contatto. Con gesti semplici, si dedicava ad aiutare i bisognosi, soprattutto i più poveri.

 

Serva di DIo Maria Barracheguren

 

 

 

 

 

le virtù eroiche del Servo di Dio Matteo Farina, Laico; nato ad Avellino (Italia) il 19 settembre 1990 e morto a Brindisi (Italia) il 24 aprile 2009.

Il Servo di Dio Matteo Farina nacque ad Avellino (Italia) il 19 settembre 1990. Visse con la famiglia a Brindisi.

Cresciuto in parrocchia, la cui cura pastorale era affidata ai Frati Minori Cappuccini, fu segnato dalla spiritualità di San Francesco e dalla devozione a San Pio da Pietrelcina. Dotato di una intelligenza molto viva e di una profonda fede, a nove anni già possedeva una conoscenza profonda del Vangelo.

Il 4 giugno del 2000 ricevette la Prima Comunione e, da quel momento, sviluppò un rapporto profondo con il Signore Gesù, che alimentava attraverso la partecipazione al Sacramento dell’Eucaristia, con le visite al SS. Sacramento, la devozione al Sacro Cuore, con la pratica dei primi venerdì del mese e la recita del Santo Rosario.

Dopo un’estate serena, nel settembre 2003, il Servo di Dio iniziò a soffrire di lancinanti mal di testa e problemi alla vista. Sottoposto a varie visite specialistiche, gli fu diagnosticato un tumore cerebrale. Accolse la sofferenza come una vera e propria missione e si impegnò nel discernere il progetto di Dio mediante la preghiera, il catechismo e la lettura del Vangelo. Si distinse anche per gesti di carità di notevole spessore, soprattutto verso le persone sofferenti. Malgrado le condizioni fisiche precarie, si affidò al Signore e continuò con decisione il percorso scolastico, iscrivendosi, nel 2004, all’Istituto Tecnico Industriale.

La situazione clinica non migliorò e le condizioni della sua vista divennero sempre più critiche. Nel gennaio 2005, ad Hannover, subì il primo intervento di craniotomia. Nonostante ciò, continuò il discernimento circa la volontà di Dio nei suoi confronti e la missione evangelizzatrice presso i compagni.

Nell’ottobre 2007, si fidanzò con una giovane, con la quale condivise un percorso caratterizzato da condivisione e purezza.

Nell’ottobre 2008 si manifestarono i sintomi di una recidiva. Ricevette l’unzione degli infermi. Dal 9 dicembre 2008 al 15 gennaio 2009, ad Hannover subì tre interventi al cervello. Rientrato a Brindisi gravemente paralizzato, si spense lentamente, con il conforto dell’Eucarestia. Morì a Brindisi (Italia) il 24 aprile 2009.

Il Servo di Dio si distinse per il carattere allegro, determinato, equilibrato e riflessivo. Fin da bambino, lasciò illuminare la propria vita dalla fede, la nutrì con la Parola di Dio, la Santa Messa e la preghiera, sentendo l’urgenza di farsene testimone presso i coetanei, fino a subire ostilità e derisioni. La virtù della speranza fu l’anima della sua accettazione della malattia, orientando tutto se stesso all’incontro con Dio, ma emerse fin da piccolo, nel carattere gioioso che lo contraddistinse. L’amore verso Dio si rivelò nell’oblazione della vita nella malattia, come pure nel ruolo che riservò nella sua vita alla preghiera e nel coraggio con cui si fece testimone di Dio verso i coetanei. Maturò la consapevolezza che la sua missione doveva essere quella di “infiltrato di Dio” tra i giovani. I coetanei lo seguivano perché vedevano in lui un esempio credibile. Da qui scaturì il suo amore verso il prossimo, da aiutare in tutte le circostanze e soprattutto da ricondurre alla fede. Quando era ricoverato in clinica, faceva visita agli altri ammalati, confortandoli con le parole e la preghiera. Quando sapeva che dovevano affrontare un intervento, la sera prima si recava nelle loro stanze a recitare il Rosario e, quando non poteva perché costretto a letto dalla malattia, lo recitava dalla sua stanza.

La disponibilità a seguire le indicazioni dei confessori e del direttore spirituale per scoprire la volontà di Dio, mostrò la sua prudenza, di cui si avvalevano diversi suoi coetanei che ricorrevano al suo consiglio. La giustizia del Servo di Dio si manifestava nell’adempimento dei suoi doveri di cristiano, di figlio e di studente. Il modo con cui affrontò la malattia fa risplendere la fortezza di questo giovane, a cui va ricondotta anche la sua azione di coraggioso evangelizzatore. Così si esprimeva in un tema in classe: “La cosa più importante è che la fede non va tenuta dentro, ma bisogna esternarla agli altri; è nostro dovere non obbligare a credere, ma indurre alla conoscenza di Dio”. La sobrietà nel vestire, libero dai dettami della moda, nell’uso degli strumenti tecnologici, nel risparmiare per poter donare alle missioni, mostrano la temperanza di Matteo. L’ispirazione francescana lo indirizzò verso la povertà in vista della carità. L’obbedienza giunse al culmine nell’accettare di sottoporsi all’ultimo intervento chirurgico che lo fece rientrare a casa in carrozzina. La castità fu da lui vissuta in pienezza nel rapporto con la fidanzata. Le molteplici doti che si evidenziavano nell’esistenza del Servo di Dio non facevano schermo a una sostanziale umiltà. Era un brillante studente, amante della musica e dello sport. Sopportava con forza d’animo il male che lo consumava, facendo trapelare serenità e gioia.

Servo di Dio Matteo Farina

 

 

 

 

21 FEBBRAIO 2020

 

Il 21 febbraio 2020, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in udienza Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.

Durante l’Udienza, il Sommo Pontefice ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare i Decreti riguardanti:

 

- Il miracolo, attribuito all’intercessione del Beato Lazzaro, detto Devasahayam, Laico, Martire; nato il 23 aprile 1712 nel villaggio di Nattalam (India) e ucciso, in odio alla Fede, ad Aralvaimozhy (India) il 14 gennaio 1752.

Il Beato Lazzaro (v.d. Devasahayam) nacque il 23 aprile 1712 nel villaggio di Nattalam in Tamil Nadu (India). La sua famiglia era benestante e di religione induista. Dopo gli studi, intraprese la carriera militare e divenne ministro del Regno, come funzionario del palazzo reale, addetto al tesoro. Nel 1741, tramite un prigioniero francese dell’esercito olandese, conobbe la religione cattolica e si convertì. Il 14 maggio 1745 ricevette il battesimo e prese il nome di Lazzaro, che nella lingua locale tamil si dice “Devasahayam”, cioè “aiuto di Dio”. Dopo il Battesimo iniziò a predicare il Vangelo e molte persone si convertirono, tra cui anche sua moglie. In seguito a ripetuti e inutili tentativi di fargli abiurare la fede cristiana, venne arrestato e torturato a lungo pubblicamente, anche come monito per coloro che intendevano convertirsi al cattolicesimo. Alla fine fu portato segretamente ad Aralvaimozhy (India), dove venne fucilato il 14 gennaio 1752.

Il 2 dicembre 2012 fu  proclamato Beato.

Per la canonizzazione del Beato Lazzaro, la Postulazione della Causa presentò all’esame della Congregazione la vicenda riguardante la ripresa del “battito cardiaco fetale alla 24a settimana di gestazione, accertata ecocardiograficamente”. L’evento accadde nel 2013 in India. alla madre gli esami ecografici evidenziarono mancanza di battito cardiaco e di movimento fetale. La madre, di religione cattolica, iniziò a pregare il Beato Lazzaro, del quale era profondamente devota. Dai genitori si fece portare dell’acqua proveniente dal pozzo di Nattalam, luogo di nascita del Beato. Circa un’ora dopo aver bevuto l’acqua e continuato a pregare il Beato Lazzaro, la Signora avvertì il movimento del feto che portava in grembo, con ripresa dell’attività cardiaca fetale documentata ecograficamente. Il bambino nacque senza taglio cesareo, sano e in buone condizioni cliniche generali.

Beato Lazzaro Devasahayam

 

 

 

 

Il miracolo, attribuito all’intercessione della Beata Maria Francesca di Gesù (al secolo: Anna Maria Rubatto), Fondatrice della Suore Terziarie Cappuccine di Loano; nata a Carmagnola (Italia) il 14 febbraio 1844 e morta a Montevideo (Uruguay) il 6 agosto 1904.

La Beata Maria Francesca di Gesù (al secolo: Anna Maria Rubatto) nacque il 14 febbraio 1844 a Carmagnola (Torino, Italia). Nel 1883, mentre si trovava a Loano in Liguria insieme alla sorella, venne invitata dal frate cappuccino Padre Angelico da Sestri Ponente a prendersi cura di un nascente Istituto Religioso. Prima di decidere pregò molto e si consigliò, tra l’altro, anche con San Giovanni Bosco. Infine, presa una decisione affermativa, il 23 gennaio 1885, vestì l’abito religioso e diede inizio alla Congregazione delle Terziarie Cappuccine di Loano, dedite all’assistenza degli ammalati e all’educazione della gioventù.

La Beata Maria Francesca di Gesù, che fu eletta Superiora Generale, estese l’istituto fino in America Latina.

Morì a Montevideo (Uruguay) il 6 agosto 1904, a causa di un’infezione.

Fu proclamata Beata il 10 ottobre 1993 da San Giovanni Paolo II.

Il presunto evento miracoloso riguarda la guarigione di un giovane di Montevideo (Uruguay) che a seguito di un investimento aveva riportato un trauma cranico con emorragia e coma grave, avvenuta nell’aprile 2000. L’invocazione alla Beata Maria Francesca di Gesù fu univoca e antecedente alla guarigione.

Beata Maria Francesca di Gesù

 

 

 

 

Il miracolo, attribuito all’intercessione del Venerabile Servo di Dio Carlo Acutis, Laico; nato il 3 maggio 1991 a Londra (Inghilterra) e morto il 12 ottobre 2006 a Monza (Italia).

Il Venerabile Servo di Dio Carlo Acutis nacque il 3 maggio del 1991 a Londra (Inghilterra). Rientrato nello stesso anno a Milano con i genitori, frequentò assiduamente la parrocchia di Santa Maria Segreta. Nutrì la sua vita con l’Eucaristia e la devozione a Maria, svolse il servizio di catechista, senza tralasciare gli studi, aiutò i compagni in difficoltà e fece volontariato con i clochard e nelle mense dei poveri. Si dedicò all’evangelizzazione, anche realizzando progetti informatici su temi di fede, come un sito sui “Miracoli Eucaristici”.

Colpito improvvisamente da una forma di leucemia fulminante, morì il 12 ottobre 2006 a Monza (Italia).

Il decreto sull’eroicità delle virtù venne promulgato il 5 luglio 2018.

Il 5-6 aprile 2019 i resti mortali sono stati traslati nel Santuario della Spogliazione, chiesa di Santa Maria Maggiore, di Assisi.

La presunta guarigione miracolosa, attribuita alla sua intercessione e avvenuta nel 2013, riguarda un bambino brasiliano affetto da importanti disturbi all’apparato digerente, con rara anomalia anatomica congenita del pancreas. L’intervento chirurgico, che avrebbe potuto eliminare il problema non fu mai effettuato. La preghiera di intercessione al Venerabile Servo di Dio fu antecedente, corale, univoca, fatta in un contesto di fede che ha visto coinvolta, con la famiglia, un’intera comunità parrocchiale.

Carlo Acutis

 

 

 

 

- Il martirio dei Servi di Dio Rutilio Grande García, Sacerdote professo della Compagnia di Gesù, e 2 Compagni, Laici; uccisi in El Salvador, in odio alla Fede, il 12 marzo 1977.

La conquista dell’indipendenza dal dominio spagnolo nel 1825 portò lo Stato di El Salvador all’accaparramento dei territori sottratti agli Indios e il conseguente arricchimento da parte dei proprietari terrieri e dei banchieri. Successivamente, si ebbe il passaggio della ricchezza nelle mani della classe imprenditoriale. Nel frattempo, gran parte della popolazione diventava sempre più povera e veniva facilmente suggestionata da gruppi estremisti di sinistra che predicavano una diversa distribuzione della ricchezza da conseguire anche con mezzi violenti. A fronte di ciò, i gruppi politici di estrema destra, appoggiati dai militari, difendevano i privilegi che si erano creati. L’elezione del Colonnello Arturo Armando Molina alla Presidenza della Repubblica, nel 1972, non portò alla realizzazione del tentativo di riforma del Paese. Nel 1979 ci fu un nuovo golpe militare al quale si contrapposero le organizzazioni popolari sia di destra che di sinistra. Il gruppo dei militari dissenziente dal precedente colpo di stato ne organizzò un altro con l’appoggio delle forze al governo, favorendo l’inizio della guerra civile.

La Causa in parola tratta del presunto martirio, avvenuto nel contesto sopra descritto, di tre Servi di Dio, uccisi 12 marzo 1977 ad Aguilares (El Salvador).

Essi sono:

1. Rutilio Grande García. Nacque a Villa de El Paisnal (El Salvador) il 5 luglio 1928. Entrò nel Seminario diocesano nel 1941 ma, quattro anni dopo, chiese di essere ammesso nella Compagnia di Gesù. Fece il noviziato a Caracas (Venezuela) ed emise i voti religiosi il 24 settembre 1947. Dopo gli studi in Ecuador, dove ottenne il baccellierato nel 1950, il Servo di Dio, per un anno, fu mandato a Panama come docente. Nel 1953 fu inviato in Spagna per proseguire gli studi di filosofia e di teologia a Oña, dove fu ordinato sacerdote il 30 luglio 1959. Dal 1962 al 1964 studiò all’Istituto Lumen Vitae di Bruxelles. Al suo rientro in Patria, fu nominato prefetto e docente di teologia pastorale nel Seminario “San José de la Montaña”, compito che svolse con efficacia e creatività. Promosse l’invio dei seminaristi nelle parrocchie per l’apostolato tra la gente, esperienza che faceva anche personalmente. Nel 1972, fu nominato parroco di Aguilares. Qui il Servo di Dio si dedicò totalmente alle anime a lui affidate, con particolare attenzione ai poveri e agli emarginati, non esitando a condannare le azioni repressive nei loro confronti da parte dei militari e dell’oligarchia al potere. Con le sue iniziative in linea con il Concilio Vaticano II e la Seconda Conferenza dell’Episcopato Latinoamericano di Medellín (1968), suscitò la partecipazione attiva dei fedeli alla vita parrocchiale, specie con i cursillos, nel campo delle celebrazioni liturgiche e nella promozione sociale. Ad Apopa il 13 febbraio 1977, il Servo di Dio pronunciò un’omelia in cui prese pubblicamente la difesa di P. Mario Bernal, S.I., appena espulso dal Paese per il suo impegno sociale. Questo fatto mise ulteriormente a rischio la sua situazione già precaria nei confronti del regime.

Il 12 marzo 1977, il Servo di Dio si recò a San José (El Paisnal) per presiedere una celebrazione eucaristica durante la novena di preparazione alla festa patronale di San Giuseppe. Nel viaggio di ritorno ad Aguilares, fu accompagnato in macchina da un catechista, il Servo di Dio Manuel Solórzano, dal giovane Servo di Dio Nelson Rutilio Lemus e da tre bambini. A metà strada, la loro macchina fu mitragliata da alcuni uomini armati e i tre Servi di Dio morirono all’istante. I bambini invece si salvarono. Sant’Óscar Arnulfo Romero, Arcivescovo di San Salvador, fu profondamente scosso dall’assassinio del Servo di Dio e presiedette personalmente la Messa esequiale nella Chiesa Cattedrale di San Salvador. P. Rutilio aveva 49 anni di età.

2. Manuel Solorzano Solórzano. Nato nel 1905 a Suchitoto (El Salvador), si sposò con Eleuteria Antonia Guillén, dalla quale ebbe dieci figli. Si trasferì per motivi di lavoro nella città di Aguilares, dove collaborava alla compravendita di sementi e di bestiame. Era molto attivo nella vita parrocchiale soprattutto nell’evangelizzazione. Fu ucciso insieme a P. Rutilio e al giovane Nelson Rutilio Lemus. Aveva 72 anni di età.

3. Nelson Rutilio Lemus. Nato a El Paisnal (El Salvador) il 10 novembre 1960, seguiva spesso il parroco nelle attività pastorali. Andò a El Paisnal per partecipare alla Messa presieduta da P. Rutilio Grande, con il quale subì il martirio lo stesso 12 marzo 1977. Aveva 16 anni di età.

Il martirio materiale dei tre Servi di Dio è sufficientemente provato. La loro uccisione fu motivata da prevalente odium fidei. Le aggressioni contro i cristiani, specialmente sacerdoti e religiosi, erano all’ordine del giorno. Sui tre Servi di Dio spicca sicuramente la figura di P. Rutilio. Convinto di dover difendere i valori del Vangelo ed applicare l’insegnamento della Chiesa, egli si era apertamente schierato al fianco dei poveri e dei campesinos, la fascia sociale che maggiormente soffriva l’oppressione e lo sfruttamento del governo. Molte sue prediche erano ritenute eversive perché volte alla promozione umana e cristiana dei più deboli. I Servi di Dio Manuel Solórzano e Nelson Rutilio Lemus furono uccisi perché erano insieme a P. Rutilio. La loro morte, però, non fu accidentale. Dalla dinamica dell’agguato, tipica dei gruppi armati paramilitari, si evince che gli assassini volevano uccidere anche i due laici. I Servi di Dio non facevano parte di alcun partito politico di opposizione al regime, né risulta che fossero vicini alla guerriglia.

Nell’agguato i Servi di Dio morirono subito, colpiti da diversi proiettili. La loro disposizione martiriale è stata provata. P. Grande era consapevole dei rischi derivanti dal suo apostolato, più volte aveva ricevuto intimidazioni: era stato minacciato anche pochi giorni prima della morte. Cionondimeno, continuò a testimoniare la fede, senza compromessi con il potere ed evitando toni accesi o provocazioni. Anche i due laici erano a conoscenza della situazione, eppure rimasero al suo fianco. Manuel Solórzano soleva accompagnarlo negli spostamenti per difenderlo in caso di aggressione. Le testimonianze sono concordi nell’evidenziare la serenità d’animo di P. Rutilio, il suo coraggio e la fiducia nella Provvidenza. Anche i Servi di Dio Manuel e Nelson si disposero al martirio in quanto, collaborando con P. Rutilio, si esposero consapevolmente agli stessi rischi.

Dal popolo di Dio P. Rutilio e i due laici furono subito considerati martiri, nonostante il fatto che il regime tentò di presentare l’episodio come criminalità comune. Il loro sacrificio ebbe una risonanza mondiale che favorì anche la fioritura di nuove vocazioni. Mons. Oscar Romero rimase talmente colpito dalla vicenda che, parlando del proprio apostolato, dichiarò di essere lui stesso un frutto del sangue di P. Grande. Tale fama è rimasta costante nel tempo.

Rutilio Grande García e 2 Compagni

 

 

 

 

- L’eroicità delle virtù del Servo di Dio Emilio Venturini, Sacerdote diocesano, Fondatore della Congregazione delle Suore Serve dell’Addolorata; nato a Chioggia (Italia) il 9 gennaio 1842 e ivi morto il 1° dicembre 1905.

Il Servo di Dio Emilio Venturini nacque il 9 gennaio 1842 a Chioggia (Italia). Nel 1858, entrò nella Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri della sua città natale. Il 24 settembre 1864, venne ordinato sacerdote. Fino al 1868, anno della soppressione dell’Oratorio da parte del governo, il Servo di Dio si impegnò in attività educative e pastorali all’interno della comunità, nel seminario e nel servizio dei poveri, emarginati e di quanti avevano bisogno di essere educati alla fede. Dopo la soppressione dell’Oratorio, visse in famiglia e continuò la sua attività pastorale ed educativa. Nel 1871, insieme alla maestra Elisa Sambo, fondò, l’Istituto delle “Orfanelle di S. Giuseppe” per prendersi cura delle bambine orfane o abbandonate. Nel 1873 l’Istituto si traferì in un edificio più grande e, per affiancare la maestra Sambo, il Servo di Dio diede inizio ad una comunità religiosa denominata originariamente “Congregazione delle Figlie di Maria Santissima Addolorata” e poi “Serve di Maria Addolorata”.

Nel 1893 morì il Superiore dell’Oratorio, P. Giuseppe Vianelli, e il Servo di Dio rimase l’unico sacerdote oratoriano a Chioggia. Pur continuando a vivere presso l’abitazione della sorella a causa delle pessime condizioni di salute, il Servo di Dio si diede da fare per lo ristabilimento degli oratoriani. Nel frattempo un giovane “formando”, Giuseppe Veronese, tentò di ripristinare il cammino dell’Istituto in modo inusuale e, pur senza avere i requisiti, si fece nominare dalla Curia vescovile come Rettore della chiesa del Patrocinio, retta dai Filippini. Nel 1902 la Congregazione per i Vescovi e i Regolari annullò tale decisione e nominò il Servo di Dio preposito dell’Oratorio con l’obbligo di osservare la vita comunitaria. Questa decisione portò quest’ultimo ad uscire dall’Oratorio, anche perché le condizioni igieniche della casa religiosa erano pessime. Rinunciò anche alla carica di Preposito e si dedicò alla Congregazione delle Serve di Maria Addolorata. Accolto nel clero diocesano di Chioggia, continuò a distinguersi per zelo e sapienza.

Morì il 1° dicembre 1905 a Chioggia (Italia).

Formato nella spiritualità oratoriana, il Servo di Dio visse una profonda fede, alimentata dalla preghiera e dalla celebrazione della Santa Messa. La Vergine Addolorata fu la figura che il Servo di Dio predilesse perché richiamava il mistero della croce, fondamento della virtù della fede. Fu un uomo pieno della virtù della speranza, fondata sulla totale fiducia nella Provvidenza Divina.

Il Servo di Dio si distinse nella virtù della carità, soprattutto verso le Suore della Congregazione da lui fondata e verso le persone indigenti. Per amore di Gesù Cristo abbracciò una vita povera e si dedicò ai poveri spirituali e materiali.

In un contesto socio-religioso contrassegnato da molteplici sfide, il Servo di Dio cercò di rispondervi con creatività evangelica. I tratti specifici della spiritualità oratoriana furono da lui vissuti in pienezza: una costante vita di grazia; uno spirito fervoroso di orazione; l’esercizio perseverante, generoso e volontario delle opere di misericordia; lo spirito di amore fraterno che si forma nell’ascolto quotidiano della Parola di Dio; la devozione profonda verso la Madre di Dio e la fedeltà alla comunione e missione della Chiesa.

Il Servo di Dio visse anche la virtù dell’obbedienza, soprattutto nei momenti più difficili della vita. In merito alla sofferta decisione di rifiutare la nomina a Superiore della Comunità degli Oratoriani da parte della Congregazione per i Vescovi e Regolari, il Servo di Dio non si sentì di riprendere la vita comunitaria per le sue critiche condizioni di salute. Non si trattò di un atto di disobbedienza nei confronti della Santa Sede, che per di più non gli imponeva una scelta ma precisava le condizioni nel caso volesse continuare la vita oratoriana. Dopo l’accurato discernimento, il Servo di Dio scelse di obbedire alla propria coscienza, anche per dedicarsi completamente alle opere di misericordia.

Emilio Venturini

 

 

 

 

- L’eroicità delle virtù del Servo di Dio Pirro Scavizzi, Sacerdote diocesano; nato a Gubbio (Italia) il 31 marzo 1884 e morto a Roma il 9 settembre 1964.

Il Servo di Dio Pirro Scavizzi nacque a Gubbio (Italia) il 31 marzo 1884. Trasferitosi a Roma insieme alla famiglia, nel 1900 entrò nel Collegio Capranica, studiando alla Pontificia Università Gregoriana. Con alcuni suoi compagni, emise il voto di rinunciare agli onori per dedicarsi al servizio dei più umili.

Il 7 luglio 1907 fu ordinato sacerdote e venne nominato vicario parrocchiale della parrocchia “San Vitale” a Roma. Contemporaneamente collaborò con i Sacerdoti Missionari Imperiali che avevano assunto il compito, come sacerdoti romani, di predicare gratuitamente le missioni al popolo dell’ex territorio pontificio. Durante il servizio in parrocchia, il Servo di Dio divulgò la spiritualità mariana, si dedicò ai giovani, alle vocazioni e agli ammalati. Nel 1915 prestò il servizio di cappellano militare. Con l’Ordine di Malta accompagnò un treno-ospedale, sperimentando direttamente il dramma della guerra.

Nel 1919, ricevette l’incarico di parroco di “Sant’Eustachio” in Roma. Anche qui, valorizzò le attività dei laici e si dimostrò instancabile nella predicazione e nelle confessioni. Con le sue doti di musicista creò canti e poemi per diverse occasioni liturgiche. Insieme a Mons. Ermenegildo Florit, futuro Arcivescovo di Firenze, ed Eugenio Zolli fondò l’associazione “Nostra Signora di Sion” per sostenere l’amicizia ebraico-cristiana. Accompagnò anche diversi “Treni bianchi” (UNITALSI) come cappellano, per portare gli ammalati – tra loro anche molti sacerdoti – da Roma a Lourdes.

Visse momenti di profonda prova quando, nel 1929, fu accusato di aver violentato e ucciso una ragazza. Il Sant’Uffizio si occupò del caso, il Vicario di Roma prese provvedimenti, ma fu provata la sua totale innocenza.

Nel 1932 il Servo di Dio presentò al Vicario le dimissioni da parroco e si dedicò completamente alla predicazione con i Missionari Imperiali. Con la Seconda Guerra Mondiale, il Servo di Dio riprese il ruolo di cappellano militare dell’Ordine di Malta, affrontò viaggi in Russia e in Polonia per volontà del Santo Padre, al fine di prendere contatto con i Vescovi dei Paesi occupati. A Roma si adoperò a favore degli ebrei durante l’occupazione tedesca.

Dopo la guerra, continuò la sua missione di predicatore, spesso nella modalità delle missioni popolari. Nel 1947 fu nominato da Pio XII suo Prelato Domestico. Nel 1960 fu chiamato da San Giovanni XXIII a predicare gli esercizi al Papa e alla Curia Romana.

Nel 1964 gli fu diagnosticato un tumore all’intestino. Morì il 9 settembre 1964 a Roma.

Il Servo di Dio visse eroicamente la virtù della fede, che si manifestava soprattutto nel fervore con cui celebrava la Santa Messa. Inoltre trascorreva lunghe ore in adorazione, era devoto della Beata Vergine Maria e si dedicava alla cura delle anime con la celebrazione del Sacramento della Riconciliazione. Il Servo di Dio si fidava completamente della Divina provvidenza, così da essere animato da un’incrollabile virtù della speranza. La sua carità era evidente nell’annuncio della Parola di Dio, soprattutto ai poveri. Soffriva per i peccati, ma era comprensivo con i peccatori. Visitava spesso gli infermi. Ebbe una carità particolare verso gli ebrei. Visse poveramente per aiutare il prossimo bisognoso.

Il grado eroico delle virtù, lo manifestò nella resistenza alla fatica, nelle tante ore trascorse al confessionale, nella sopportazione paziente dei dolori fisici nel periodo della malattia. Fu un sacerdote tutto dedito alle anime, dalla fede forte, nutrita dalla preghiera e dall’amore del prossimo donato senza risparmio.

Pirro Scavizzi

 

 

 

 

- L’eroicità delle virtù del Servo di Dio Emilio Recchia, Sacerdote professo della Congregazione delle Stimmate di Nostro Signore Gesù Cristo; nato a Verona (Italia) il 19 febbraio 1888 e ivi morto il 27 giugno 1969.

Il Servo di Dio Emilio Recchia nacque il 19 febbraio 1888 a Verona (Italia), in una famiglia profondamente cristiana e benestante. Nel 1903, mentre frequentava il quarto anno di ginnasio, entrò nella Congregazione delle Sacre Stimmate di Nostro Signore Gesù Cristo (Stimmatini). Il 15 agosto 1905 emise la professione religiosa temporanea e, l’8 agosto 1908, quella perpetua. Terminati gli studi, il 3 settembre 1911 fu ordinato sacerdote. Si dedicò alla predicazione e alla formazione dei giovani nelle comunità stimmatine di Gemona, Pistoia, Milano e Verona.

Durante la Prima Guerra Mondiale prestò servizio come Cappellano Militare e venne inviato al fronte. Il 30 ottobre 1917, mentre assisteva alcuni feriti, fu catturato dagli Austriaci e rinchiuso nella Fortezza di Rastatt. Nel 1918 venne trasferito nella Prigione degli Ufficiali di Schwarmstedt, da dove fu liberato un anno dopo in pessime condizioni di salute.

Nel 1919 riprese l’attività pastorale a Milano, Roma, Verona e Trento. Nel Capitolo Generale del 1934 venne eletto Segretario Generale e fu trasferito a Roma, nella parrocchia di “S. Croce”, di cui fu parroco per 32 anni. Durante la Seconda Guerra Mondiale ospitò numerose famiglie ebree.

Trasferitosi a Verona per gravi problemi di salute, morì il 27 giugno 1969.

Il Servo di Dio realizzò l’ideale del religioso fedele alla sua consacrazione. La fede fu il fondamento di tutte le altre virtù. Nutrì un’intensa vita spirituale, soprattutto con l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera anche notturna davanti al Santissimo Sacramento e la recita del Rosario, che lo portavano alla profonda unione con il Signore. Visse un’eroica speranza nel suo abbandono fiducioso in Dio, trasmettendola anche a quanti lo avvicinavano, soprattutto malati e sofferenti. Esercitò la carità verso il prossimo, dedicandosi con grande dedizione all’apostolato. Mirò alla perfezione attraverso la fedeltà quotidiana alla vita religiosa, preoccupandosi principalmente della salvezza delle anime. Eroica fu la sua costante donazione al prossimo: assisteva i malati, soprattutto se moribondi; soccorreva i poveri e i disoccupati, difendeva i deboli, consolava i sofferenti. Amava dedicarsi alla catechesi dei bambini e agli esercizi spirituali per gli adulti. Fu un formatore di coscienze, incoraggiando alla santità, conservando un atteggiamento mite, pronto all’ascolto di tutti coloro che si rivolgevano a lui per essere guidati. Luminoso fu il suo esempio di povertà evangelica, obbedienza e umiltà. 

Emilio Recchia

 

 

 

 

- L’eroicità delle virtù del Servo di Dio Mario Hiriart Pulido, Laico; nato a Santiago del Cile (Cile) il 23 luglio 1931 e morto a Milwaukee (Stati Uniti d’America) il 15 luglio 1964.

Il Servo di Dio Mario Hiriart Pulido nacque a Santiago del Cile (Cile) il 23 luglio 1931. Frequentò l’Istituto “Afonso de Ercilla”, retto dai Fratelli Maristi. Nel 1949, mentre era studente universitario, conobbe il Movimento di Schönstatt e decise di farne parte. Il 29 maggio 1949, insieme ad alcuni amici dello stesso gruppo, il Servo di Dio fece un atto di consacrazione alla Madonna presso il Santuario di Schönstatt “La Bellavista” a Santiago de Chile, ponendosi all’interno della “Alleanza d’Amore con Maria”.

Nel 1953 si laureò alla Facoltà d’Ingegneria dell’Università Cattolica del Cile con il massimo dei voti e l’anno successivo fu assunto come ingegnere da un’importante ditta, nella quale lavorò in vari progetti di pianificazione dello sviluppo economico in tutto il Paese. Quando capì che la sua vocazione non era quella matrimoniale, decise di rimanere nello stato laicale e consacrarsi in uno dei rami del Movimento di Schönstatt, quello dei “Fratelli di Maria”. Lasciata la Società per cui lavorava, divenne insegnante a tempo pieno nella Facoltà di Ingegneria dell’Università Cattolica di Santiago. Apostolo tra i giovani, cercò di diffondere il carisma del suo Movimento. Con questo scopo, nel 1964, pianificò un viaggio in Germania. Quindi, si recò negli Stati Uniti, dove gli viene diagnosticato un cancro terminale a livello dello stomaco. Morì nell’ospedale di Milwaukee (Stati Uniti d’America) il 15 luglio 1964, poco prima di compiere 33 anni di età e dopo aver ricevuto l’Unzione degli Infermi.

Il Servo di Dio, nella sua breve vita, testimoniò l’amore a Dio e alla Chiesa, noncurante dell’ambiente in cui operò a volte ostile o indifferente alla religione. Visse eroicamente la virtù della fede, soprattutto testimoniandola in ambito lavorativo. Suoi pilastri furono l’Eucaristia e la devozione a Maria. L’esercizio eroico della virtù della speranza gli permise di vincere numerose difficoltà di percorso: la sua decisione vocazionale, la vita nel Movimento di Schönstatt, la solitudine in Cile, le defezioni dei suoi compagni. Di fronte alle difficoltà si affidava sempre alla Vergine Maria. Visse anche eroicamente la virtù della carità verso Dio e verso il prossimo. Rimase sempre vicino ai suoi familiari, in particolare alla madre malata. Fu una persona disposta ad ascoltare e ad aiutare i giovani. Percorse il cammino di santità da vero testimone del messaggio evangelico nel contesto laicale, mediante l’evangelizzazione del mondo del lavoro e della cultura. Nelle questioni interne al Movimento, il Servo di Dio cercò il dialogo, proponendo vie di conciliazione. Durante la malattia il suo atteggiamento di accettazione fu edificante per tutti.

La fama di santità è rimasta viva sino ad oggi.

Mario Hiriart Pulido

 

 

 

 

 

 

23 GENNAIO 2020

 

Il 23 gennaio 2020, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in udienza Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.

Durante l’Udienza, il Sommo Pontefice ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare i Decreti riguardanti:

 

 

- il martirio dei Servi di Dio Benedetto di Santa Coloma de Gramenet (al secolo: Giuseppe Doménech Bonet) e 2 Compagni, dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini; uccisi, in odio alla Fede, in Spagna, fra il 24 luglio e il 6 agosto 1936;

1. Benedetto di Santa Coloma de Gramenet (al secolo: Giuseppe Doménech Bonet). Nato il 6 settembre 1892 a Santa Coloma de Gramenet (Spagna), entrò nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini nel 1909 e, il 23 febbraio 1913, emise la professione religiosa solenne. Fu ordinato sacerdote il 29 maggio 1915. Svolse gli incarichi di Maestro dei Novizi; Definitore Provinciale e Guardiano del convento di Manresa che, il 22 luglio 1936 fu occupato e devastato dai miliziani anarchici e marxisti. Riuniti i religiosi e, messili al corrente della situazione drammatica, il Servo di Dio ordinò l’immediata evacuazione dal convento. I frati trovarono rifugio in luoghi più sicuri. Il Servo di Dio si recò in una casa di campagna detta Casajoana nei pressi di Manresa dove, il 6 agosto 1936, un gruppo di miliziani fece irruzione. Individuato il Servo di Dio, volevano obbligarlo a bestemmiare, ma egli rifiutò categoricamente. Fu condotto allora nel luogo detto La Culla, dove venne ucciso il 6 agosto 1936.

2. Giuseppe Oriol di Barcelona (al secolo: Jaume Barjau y Martí). Nato il 25 luglio 1891 a Barcellona (Spagna), nel 1906 entrò nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini e, il 15 agosto 1911, emise la professione religiosa solenne. Fu ordinato sacerdote il 29 maggio 1915. Insegnò Liturgia, Ebraico e Storia Ecclesiastica nel teologato di Sarriá. Dal 1925 visse nel convento di Manresa. Il Servo di Dio fu costretto ad abbandonare il convento e, il 24 luglio 1936, mentre portava la comunione ad una suora clarissa, fu individuato dai miliziani e condotto con un camion poco fuori dalla città, dove venne fucilato.

3. Doménech di Sant Pere de Riudebittles (al secolo: Joan Romeu y Canadell). Nato l’11 dicembre 1882 a Sant Pere Riudebitlles (Spagna), nel 1908 entrò nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini e, il 4 ottobre 1912, emise la professione religiosa solenne. Fu ordinato sacerdote il 25 maggio 1917. Venne inviato in missione in Costa Rica e in Nicaragua, dove rimase fino al 1930. Rientrato in Patria, visse nel convento di Manresa, che il 22 luglio 1936 venne occupato. Il Servo di Dio, mentre abbandonava il convento, fu individuato dai miliziani nella notte tra il 27 e il 28 luglio 1936 e venne fucilato.

Al momento della cattura non esitarono a rivelare la loro identità di religiosi. Verso i Servi di Dio i miliziani manifestarono particolare ferocia, sottoponendoli a torture e maltrattamenti prima dell’esecuzione. I cadaveri dei tre frati vennero ritrovati dalla Croce Rossa.

L’odium fidei determinò l’agire dei persecutori. I Servi di Dio furono uccisi perché religiosi. Tutti e tre erano stati arrestati insieme a dei laici che poi furono liberati, mentre solo i frati vennero fucilati senza alcun processo.

Benedetto di Santa Coloma de Gramenet

 

 

 

 

- il martirio dei Servi di Dio Giuseppe Maria Gran Cirera e 2 Compagni, Sacerdoti professi dei Missionari del Sacratissimo Cuore di Gesù, e 7 Compagni, Laici; uccisi, in odio alla Fede, in Guatemala tra il 1980 e il 1991;

I dieci Servi di Dio, tre Sacerdoti professi della Congregazione dei Missionari del Sacro Cuore di Gesù e sette laici, furono uccisi in Guatemala fra il 1980 e il 1991 nel corso di una prolungata e sistematica persecuzione della Chiesa in quanto impegnata nella tutela della dignità e dei diritti dei poveri.

1. José María Gran Cirera. Nato a Barcellona (Spagna) il 27 aprile 1945, emise la prima professione nella Congregazione dei Missionari del Sacro Cuore l’8 settembre 1966 e quella perpetua l’8 settembre 1969. Fu ordinato sacerdote il 9 giugno 1972 a Valladolid. Dopo un periodo di servizio pastorale a Valencia, nel 1975 fu inviato in Guatemala, dove esercitò il ministero presso S. Cruz del Quiché, fino al 1978. Successivamente fu destinato alla parrocchia di S. Gaspar di Chajul (Guatemala). Fece suo il programma della comunità religiosa e della diocesi a fianco dei più poveri e degli indigeni, massacrati dal silenzioso genocidio messo in atto dalla autorità militari. Il Servo di Dio fu assassinato il 4 giugno 1980 insieme al sacrestano, il Servo di Dio Domingo del Barrio Batz, mentre rientravano a Chajul (Guatemala), dopo una visita pastorale presso i villaggi della parrocchia. Aveva 35 anni di età.

2. Domingo del Barrio Batz. Nato a Ilom (Guatemala) il 26 gennaio 1951, laico sposato, impegnato nell’Azione Cattolica e sacrestano nella parrocchia di S. Gaspar di Chajul. Fu assassinato insieme al Servo di Dio José María Gran Cirera il 4 giugno 1980. Aveva 29 anni.

3. Faustino Villanueva Villanueva. Nato a Yesa (Spagna) il 15 febbraio 1931, emise la prima professione religiosa nella Congregazione dei Missionari del Sacro Cuore l’8 settembre 1949 e quella perpetua nel 1952. Fu ordinato sacerdote il 25 febbraio 1956. Fu maestro dei novizi e professore in seminario. Nel 1959 fu inviato in Guatemala. Ebbe incarichi pastorali in diverse parrocchie della diocesi di Quiché, soprattutto presso la parrocchia di Nostra Signora dell’Assunzione di Joyabaj (Guatemala), dove fu assassinato il 10 luglio 1980. Aveva 49 anni.

4. Juan Alonso Fernández. Nato a Cuerigo (Spagna) il 28 novembre 1933, emise i primi voti nella Congregazione dei Missionari del Sacro Cuore l’8 settembre 1953 e quelli perpetui l’8 settembre 1958. Fu ordinato sacerdote l’11 giugno 1960 e nello stesso anno fu inviato in Guatemala. Dal 1963 al 1965 fu missionario in Indonesia. Tornato in Guatemala, fondò la parrocchia di S. Maria Regina a Lancetillo. Fu torturato e assassinato il 15 febbraio 1981, a La Barranca (Guatemala). Aveva 47 anni.

5. Tomás Ramírez Caba. Nato a Chajul (Guatemala) il 30 dicembre 1934, laico sposato, era il sacrestano maggiore di Chajul. Fu assassinato nella parrocchia di S. Gaspar di Chajul (Guatemala) il 6 settembre 1980. Aveva 45 anni.

6. Reyes Us Hernández. Nato a Macalajau (Guatemala) nel 1939, laico sposato, era impegnato nell’attività pastorale della parrocchia natale. Fu assassinato a Macalajau il 21 novembre 1980. Aveva 45 anni.

7. Rosalío Benito. Non si conosce con esattezza né il luogo né la data di nascita. Era catechista e molto impegnato pastoralmente. Fu assassinato a La Puerta (Chinique, Guatemala) il 22 luglio 1980.

8. Nicolás Castro. Nato a Cholá (Guatemala), era catechista e ministro straordinario dell’Eucaristia. Fu assassinato a Los Platanos (Chicamán, Guatemala) il 29 settembre 1980.

9. Miguel Tiu Imul. Nato a Cantón la Montaña (Guatemala) il 5 settembre 1941, laico sposato, era direttore dell’Azione cattolica e catechista. Fu assassinato a Parraxtut (Guatemala) il 31 ottobre 1991. Aveva 50 anni.

10. Juan barrera Méndez. Nato a Potrero Viejo (Guatemala) il 4 agosto 1967, era un ragazzo di Azione cattolica. Fu assassinato nel Segundo Centro de la Vega (Guatemala), a 12 anni, nel 1980.

Dal 1954 al 1996 il Guatemala visse un conflitto tra il regime militare e diversi gruppi di sinistra, durante il quale furono uccise circa duecentomila persone e cancellati quattrocento villaggi. Dal 1980 iniziò una persecuzione sistematica contro la Chiesa, travolgendo sacerdoti, religiosi e laici con il pretesto che fossero “nemici dello Stato”. Il motivo della persecuzione contro la Chiesa fu la scelta, ispirata alla dottrina sociale della Chiesa e agli orientamenti di Medellín del 1968 e di Puebla del 1979, di difendere la dignità e i diritti dei poveri.

Tutti i Servi di Dio hanno goduto sin da subito della fama di martirio che è ancora oggi presente tra la popolazione di Quiché.

Giuseppe Maria Gran Cirera e Compagni

 

 

 

 

- le virtù eroiche del Beato Giovanni Tavelli da Tossignano, dell’Ordine dei Gesuati, Vescovo di Ferrara; nato a Tossignano (Italia) nel 1386 e morto a Ferrara (Italia) il 24 luglio 1446;

Il Beato Giovanni Tavelli nacque nel 1386 a Tossignano (Italia). Nel 1402 si trasferì a Bologna per seguire gli studi giuridici, che non portò a termine perché si sentì chiamato ad entrare nell’Ordine dei Gesuati, fondato dal Beato Giovanni Colombini a metà del XIV secolo. Il Beato Giovanni Tavelli rimase affascinato dallo spirito di penitenza e dalla carità di questa famiglia religiosa, nella quale entrò con il desiderio di essere santo, pur ponendosi contro il volere dei genitori. Nel 1408 iniziò il percorso formativo a Venezia. Per la sua intelligenza e prudenza, i superiori gli affidano la redazione di documenti fondamentali quali la Vita del Beato Giovanni Colombini, le Costituzioni dei Gesuati e il Memoriale. Nel 1426, fu trasferito a Ferrara come priore del convento “S. Girolamo”. Il 28 ottobre 1431, fu nominato Vescovo di Ferrara da Eugenio IV, che lo stimava moltissimo. Venne ordinato presbitero e vescovo lo stesso giorno, il 27 dicembre 1431. Si distinse in particolare per aver riportato lo zelo nell’ambito della vita consacrata e per la celebrazione del sinodo diocesano. Partecipò ai Concili di Basilea, e di Ferrara-Firenze, dimostrandosi fedele al Papa, in un periodo di turbolenze. Fu maestro di dottrina cristiana. Si dedicò alle visite pastorali, che portarono benefici nella vita spirituale dei fedeli. Fondò l’Arcispedale, che tanto bene portò alla popolazione, afflitta a causa di frequenti e violente pestilenze. Continuò ad essere punto di riferimento per i Gesuati, che lo chiamavano spesso perché la loro vita fosse in linea con le esigenze del Vangelo e il carisma di fondazione. Morì il 24 luglio 1446 a Ferrara (Italia).

Il Beato visse in modo radicale la sua opzione per Cristo. Umiltà, silenzio, nascondimento, penitenza corporale e mortificazione gli consentirono di rimanere in quotidiano dialogo con il Signore. Alla profonda vita contemplativa unì una vivace carità; intensa fu la sua attività di soccorso ai bisognosi. L’amore di Dio e del prossimo fu il motore di ogni scelta del Beato, anche quando fu chiamato al ministero episcopale. L’Arcispedale Sant’Anna può considerarsi il frutto della carità del Beato. L’amore verso il prossimo raggiunse il suo apice sino al sacrificio della vita quando, durante l’epidemia di peste, si prodigò personalmente nell’assistenza degli ammalati ferraresi, senza alcun timore di contagio. Fu un pastore zelante, animato dalla preghiera, attento alle necessità del popolo di Dio. Si spese instancabilmente nelle Visite Pastorali, mostrando pregevoli doti. Soprattutto durante i Concili di Basilea e poi di Firenze e Ferrara emerse il suo atteggiamento di austero riformatore che perseguiva l’ideale della povertà, invitando tutti, a partire dal clero, ad una riforma dei costumi per rimanere saldi nella fede. Alla morte del Beato, vista la grande fama di santità e di segni di cui godeva, il Duca di Ferrara, Ercole I, decise di promuovere il processo di canonizzazione. Clemente VIII, nel 1598, concesse Messa e Ufficio in suo onore nella chiesa di S. Girolamo (= beatificazione equipollente). Il privilegio fu poi esteso da Papa Benedetto XIV, il 20 luglio 1748. Nel 1846, Pio IX concesse il culto in tutte le Diocesi in cui il Beato visse e operò. In vista della canonizzazione occorrerà un miracolo attribuito all’intercessione del Beato Giovanni Tavelli da Tossignano.

Giovanni Tavelli

 

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Gioacchino Masmitjá y Puig, Canonico della Cattedrale di Girona, Fondatore della Congregazione delle Missionarie del Cuore di Maria; nato a Olot (Spagna) il 29 dicembre 1808 e morto a Girona (Spagna) il 26 agosto 1886;

Il Servo di Dio Gioacchino Masmitjà y Puig nacque ad Olot (Catalogna, Spagna) il 29 dicembre 1808. Dopo aver frequentato la scuola di scienze umane nella città natale, iniziò gli studi ecclesiastici nel Seminario di Girona. Nel 1825, contemporaneamente, conseguì il baccellierato in diritto civile e la licenza in diritto canonico. Ordinato sacerdote il 22 febbraio 1834, fu inviato a La Bisbal del Ampurdán e poi nella parrocchia di San Esteban di Olot. Nel corso del ministero sacerdotale si distinse per la devozione mariana, istituendo la Confraternita del Cuore di Maria, e per quella eucaristica, che alimentò con la pratica delle “Quarantore”. Inoltre, si dedicò all’insegnamento catechetico, vedendo l’abbandono della fede cristiana nella popolazione. Durante il ministero parrocchiale ad Olot, cercò di aiutare le giovani donne che dovevano andare a lavorare nelle fabbriche tessili, rinunciando per questo ad ogni tipo di inserimento scolastico e di formazione alla fede. Per tale ragione, nel 1848, fondò la Congregazione delle “Figlie del Santissimo e Immacolato Cuore di Maria”, chiamate in seguito “Missionarie del Cuore di Maria”, con lo scopo di dedicarsi all’educazione di queste ragazze e bambine, ritenendo che le donne dovessero ricoprire un ruolo determinante come educatrici in tutti i settori della società. Nel 1877, il Servo di Dio venne nominato Vicario Capitolare e, l’anno successivo, Vicario generale della Diocesi e, in due occasioni, il Vescovo lo propose all’episcopato, che però egli rifiutò. Nel 1886, una caduta dalle scale, gli provocò alla testa un ascesso andato in cancrena. Morì a Girona (Spagna) il 26 agosto 1886.

L’esercizio delle virtù del Servo di Dio si configura come “eroismo nel quotidiano”. Fu un sacerdote sostenuto e animato da una fede viva e profonda, che si alimentava ad un’intensa preghiera di lode e ringraziamento. La virtù della speranza lo sostenne nelle contrarietà, fino a donargli la pace del cuore. Nell’esercizio della virtù della carità, il Servo di Dio ripeteva spesso che lo scopo della sua vita era dare gloria a Dio e adempiere la sua volontà. La carità verso il prossimo si manifestò nel ministero per riconciliare i peccatori e nella cura dei poveri e degli emarginati. Fra i principali gesti di carità del Servo di Dio vi era la visita agli infermi. Ebbe a cuore la virtù dell’umiltà e accettò di buon grado le umiliazioni. Amò e praticò la povertà, preferendo distribuire ai poveri quanto era di sua proprietà. Orientò tutta la sua missione all’evangelizzazione. Si preoccupò della formazione dei giovani, in particolare delle ragazze. Fondò la Congregazione delle “Missionarie del Cuore di Maria” in un’epoca in cui la donna era in condizioni di svantaggio. Sapeva valorizzare la preghiera e il discernimento, senza lasciarsi travolgere dalle questioni politiche. In ambito diocesano, curò la collaborazione e l’amicizia tra sacerdoti. Dimostrò amore e fedeltà al Papa e alla Chiesa in un periodo storico difficile. Preoccupato della conversione dei peccatori, diede impulso alla direzione spirituale e al Sacramento della Riconciliazione, trascorrendo molto tempo in confessionale.

Gioacchino Masmitjà y Puig

 

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Giuseppe Antonio Plancarte y Labastida, Sacerdote diocesano, Fondatore dell’Istituto delle Suore di Maria Immacolata di Guadalupe; nato a Città del Messico (Messico) il 23 dicembre 1840 e morto a Città del Messico (Messico) il 26 aprile 1898;

Il Servo di Dio Giuseppe Antonio Plancarte y Labastida nacque a Città del Messico (Messico) il 23 dicembre 1840. Trasferitosi con la famiglia a Morelia, nel 1852, entrò nel Seminario locale, dove era Rettore lo zio materno, Mons. Pelagio Antonio de Labastida y Dávalos, futuro Arcivescovo di Città del Messico. Nel 1855, lo zio fu nominato Vescovo di Puebla e, così, il Servo di Dio, insieme al fratello minore, si trasferì per pochi mesi nel seminario di Puebla. Per il forte attrito fra la Chiesa e il Governo nazionale, lo zio Vescovo dovette andare in esilio. Soggiornò a Cuba e in Europa, portando con sé i nipoti, fra cui il Servo di Dio che, nel 1862, iniziò gli studi nel Collegio Romano. L’11 giugno 1865 fu ordinato presbitero. Rientrato in Messico, fu accolto nella diocesi di Zamora, dove venne nominato prima viceparroco e poi parroco di Jacona. Qui svolse una intensa attività pastorale: si preoccupò della vita spirituale dei suoi fedeli; promosse opere sociali ed educative, fondò una scuola per i ragazzi e un asilo per bambine orfane; riedificò il santuario di Nostra Signora della Speranza e fu tra i promotori della prima ferrovia tra Jacona e Zamora. Si dedicò in modo particolare alla formazione dei giovani, che aspiravano al sacerdozio. Fondò la Congregazione delle Figlie di Maria Immacolata, che si proponeva la formazione culturale e cristiana della gioventù, la catechesi, l’assistenza ai malati e agli anziani e le missioni (“Congregaciòn de las Hijas de Maria Inmaculada de Guadalupe”). Il 22 maggio 1896, la Congregazione ricevette il Decretum Laudis da Papa Leone XIII. Non mancarono le difficoltà nel ministero del Servo di Dio soprattutto da quanti erano impegnati nella campagna contro le apparizioni della Madonna di Guadalupe. Fu invidiato da molti sacerdoti e contrastato anche dal Vescovo di Zamora, che lo depose da parroco di Jacona. Per sanare tale dolorosa situazione, lo zio Arcivescovo di Città del Messico lo chiamò nella capitale, dove, per diciassette anni, il Servo di Dio continuò la sua missione pastorale e sociale. Fu nominato rettore del seminario; gli fu affidata la costruzione del tempio di San Felipe de Jesús per l’Adorazione Perpetua; si impegnò nel restauro e nell’abbellimento della Basilica e della Collegiata di Guadalupe. Minato dalle sofferenze morali e fisiche, il Servo di Dio morì a Tacuba (Messico) il 26 aprile 1898, all’età di 58 anni.

Il Servo di Dio manifestò la sua profonda fede nella celebrazione eucaristica, dell’adorazione e nella devozione al Sacro Cuore, come impegno di imitazione di Cristo ed atto di riparazione per i peccati. La fede lo sostenne anche nelle dure prove della vita, in particolare nella rimozione dalla sua parrocchia di Jacona e nella rinuncia quasi imposta all’episcopato. Inoltre, il Servo di Dio fu un uomo di straordinaria speranza e di un grande distacco dalle cose mondane. Visse una grande carità pastorale, facendosi carico delle sofferenze del popolo. Fu un forte sostenitore delle vocazioni, tanto da inviare a Roma più di sessanta giovani per formarsi al sacerdozio, alcuni dei quali diventarono poi Vescovi negli anni della persecuzione anticattolica. Per questa sua sensibilità la Congregazione di Propaganda Fide gli concesse il titolo di “Missionario Apostolico”. Nell’esercizio della virtù della fortezza, il Servo di Dio si mostrò coraggioso nell’intraprendere grandi iniziative in campo pastorale e sociale. Nei momenti di sofferenza si sentiva unito alla Passione del Signore. Si batté in difesa delle apparizioni della Madonna di Guadalupe. Persona colta ed austera, naturalmente poco incline alla mitezza, si lasciò purificare dalla grazia svolgendo il ministero sacerdotale con generosità fra contrasti e calunnie.

Giuseppe Antonio Plancarte y Labastida

 

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Giuseppe Pio Gurruchaga Castuariense, Sacerdote diocesano, Fondatore della Congregazione delle Ausiliatrici Parrocchiali di Cristo Sacerdote; nato a Tolosa (Spagna) il 5 maggio 1881 e morto a Bilbao (Spagna) il 22 maggio 1967;

Il Servo di Dio Giuseppe Pio Gurruchaga Castuariense nacque il 5 maggio 1881 a Tolosa (Guipúzcoa, Spagna). Nel 1891 entrò nel pre-seminario di Vitoria e concluse gli studi all’Università Pontificia di Zaragoza, dove ottenne la licenza in teologia nel 1904. Fu ordinato sacerdote il 23 dicembre 1905. Inviato come vicario nella parrocchia di Santa María del Juncal di Irún, svolse un intenso e poliedrico ministero come catechista, confessore, predicatore, consigliere dell’Azione Cattolica. Fu socio attivo dell’Adorazione Notturna, Direttore delle “Marie dei tabernacoli” e Consigliere dei “Tarsicios”. Aderì all’Unione Apostolica di Sacerdoti e all’Associazione di Sacerdoti di Maria. Nel suo apostolato sociale si ispirò all’Enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, promuovendo e curando la formazione umana, sociale e religiosa dei lavoratori, uomini e donne. A questo scopo, tra il 1913 e il 1919, fondò ad Irún il Sindacato Operario Femminile di Nazareth, quello dei dipendenti, quello dei ferrovieri, una Cassa Sociale e il Sindacato Agricolo Cattolico. Nel 1916 il Vescovo di Vitoria lo nominò assistente dei sindacati e, nel 1921, divenne Presidente della Cassa Rurale Cattolica in Irún. Fu chiamato padre degli operai per l’aiuto nei momenti conflittuali e la predicazione della giustizia sociale, ispirata ai principi cristiani. Nel 1918, insieme ad alcune giovani donne, organizzò l’associazione delle “Figlie dell’Unione Apostolica”, con lo scopo di vivere e promuovere la spiritualità eucaristica e sacerdotale, collaborando attivamente nelle opere parrocchiali, attraverso la catechesi, le scuole, la formazione dei ministranti e quanto riguarda la liturgia. Il Regolamento fu approvato nel 1926 dal Vescovo di Vitoria. Nel 1927 iniziò la vita in comunità nella Casa Madre di Irún. Nel 1966 ricevette il Nihil obstat per la erezione dell’Opera in Congregazione religiosa di Diritto Diocesano. Il Servo di Dio decise di cambiare il nome in Auxiliares Parroquiales de Cristo Sacerdote. Alla intensa attività di fondatore il Servo di Dio aggiunse una vasta azione apostolica in svariati campi: fu Presidente della Lega Eucaristica e dei Sacerdoti Adoratori; nonché promotore del movimento liturgico in Spagna, valorizzando le sue capacità musicali, l’arte e il grande amore per la liturgia che trasmise anche alle sue religiose. Promosse nelle parrocchie la musica sacra e la partecipazione attiva dei fedeli alle celebrazioni liturgiche attraverso i messali bilingue e le omelie quotidiane; propose numerose conferenze e predicazioni a sacerdoti, seminaristi e religiose, alimentando la devozione eucaristica. Sviluppò il suo impegno missionario operando a favore delle vocazioni autoctone nei Paesi di missione. Promosse le Pontificie Opere Missionarie fondando ad Irún l’Opera della Propagazione della Fede, l’Opera della Santa Infanzia e l’Opera Missionaria di San Pietro per il Clero Indigeno di cui venne nominato Direttore nazionale per sette anni, con residenza a Madrid. Dal 22 al 29 settembre 1929 organizzò il Primo Congresso Nazionale delle Missioni in Barcellona. Oltre l’attività intellettuale e pastorale, praticò il lavoro manuale, in un laboratorio di falegnameria, dove fabbricava banchi e oggetti utili alla comunità. Nel 1951 si incardinò nella nuova diocesi di San Sebastián e, nominato decano della cattedrale di Bilbao, trasferendosi in questa città, ricoprì diverse responsabilità diocesane, fra cui Amministratore Apostolico. La sua dedicazione principale fu l’assistenza e la formazione nell’Istituto religioso da lui fondato. Morì a Bilbao (Spagna) il 22 maggio 1967.

Il Servo di Dio fu un uomo di notevoli doti spirituali. La fede fu una virtù centrale nella sua vita. Viveva alla presenza divina con intima confidenza nel Signore e lo mostrava in ogni atteggiamento, specialmente nella preghiera. Per intrattenersi a lungo in orazione, fin dalla giovinezza, si alzava prima dell’alba. Aveva un legame speciale con l’Eucaristia, celebrata e adorata, che chiamava “respiro dell’anima”. Nell’instancabile esercizio del ministero pastorale, manifestò in grado eroico la carità verso il prossimo. Trascorreva molto tempo in confessionale, si dedicava ai malati e ai poveri, fondò le mense per i bambini poveri, faceva penitenza per i peccatori, trattava le Suore con semplicità e amorevolezza, preoccupandosi che non mancasse loro alcunché a livello spirituale e materiale. L’esercizio della virtù della speranza lo rese un operatore di pace, anche nelle inevitabili difficoltà della vita. Il Servo di Dio fu un sacerdote totalmente immerso in Dio, dedito al proprio ministero, impegnato nella vita spirituale e in un apostolato senza frontiere. Dotato di acuta intelligenza, avvertì i segni dei tempi, ai quali cercò di rispondere in comunione con la Chiesa. Si impegnò in un fecondo apostolato, promuovendo alcune associazioni laicali come l’Azione Cattolica e l’Adorazione notturna. Si adoperò per la promozione umana e cristiana dei lavoratori e per la tutela dei loro diritti, partecipando anche alla fondazione di sindacati cattolici.

Giuseppe Pio Gurruchaga Castuariense

 

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Antonio Maria da Lavaur (al secolo: Francesco Leone Clergue), Sacerdote professo dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini; nato a Lavaur (Francia) il 23 dicembre 1825 e morto a Tolosa (Francia) l’8 febbraio 1907;

Il Servo di Dio Maria Antonio da Lavaur (al secolo Francesco Leone Clergue) nacque a Lavaur (Francia) il 23 dicembre 1825. Entrato nel Seminario di Tolosa nel 1836, fu ordinato sacerdote il 21 settembre 1850. Nominato vicario parrocchiale a Saint-Gaudens, si distinse per l’intensa vita spirituale e per la creatività pastorale, dando vita a diversi movimenti e associazioni. Nel 1853, maturò il desiderio di entrare nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini e, il 27 maggio 1855, iniziò il noviziato a Marsiglia. Un anno dopo, il 13 giugno 1856, il Servo di Dio emise la professione religiosa. Nel 1857, fu inviato a Tolosa per fondare un nuovo Convento cappuccino, essendo stato soppresso il precedente, durante la Rivoluzione Francese. Con l’aiuto della popolazione locale, il Servo di Dio riuscì a costruire il nuovo Convento la cui chiesa, dedicata a San Ludovico di Tolosa, fu consacrata nel 1861. Il Servo di Dio si dedicò particolarmente alla predicazione e alle missioni popolari, all’organizzazione del Terz’Ordine Francescano, all’assistenza dei poveri ai quali offriva quotidianamente un pasto caldo, all’aiuto dei ragazzi bisognosi e alla cura delle vocazioni religiose e sacerdotali. Grazie al suo aiuto, fu portata a termine la costruzione della chiesa dell’Immacolata Concezione a Tolosa e, più tardi, quella della cappella di Nostra Signora della Consolazione a Lavaur, suo paese natale. Nel 1858, a Lourdes, incontrò Santa Bernadette Soubirous. Nel 1863, nella cittadina mariana, organizzò, per la prima volta, le processioni aux flambeaux, con il SS. Sacramento, per i malati, la preghiera notturna, la costruzione, nei pressi del santuario, della Via Crucis e della croce di Gerusalemme, il calvario e le grotte delle Espélugues, dedicate alla Madonna Addolorata e a Santa Maria Maddalena. Il Servo di Dio visse con dolore le conseguenze della guerra franco-prussiana, offrendosi tra l’altro come volontario per assistere spiritualmente i soldati. Fece fronte al complesso legislativo anticlericale e alla soppressione di tutti gli Ordini religiosi tra il 1880 e il 1903 riuscendo, nonostante gravi difficoltà e mediante la benevolenza popolare, a evitare la chiusura del convento di Tolosa da lui fondato. Morì l’8 febbraio 1907 a Tolosa (Francia).

Il Servo di Dio si dedicò alla predicazione popolare, ai poveri e ai malati, come pure all’organizzazione di pellegrinaggi a vari santuari mariani, in particolare a Lourdes. Così egli scriveva: “Lourdes è la perpetua primavera dell’anima, il luogo dove il Cielo ha sorriso alla Terra attraverso il sorriso della Vergine Immacolata. È nostra consolazione, nostra vita e nostra speranza in questa Terra di esilio, il piccolo Paradiso sulla Terra, il bacio tra il Cielo e la Terra, il luogo dove ho trovato il cielo”. In tutta la sua vita amò e soccorse i poveri. Cercava di scoprire in fondo all’anima l’immagine divina in loro impressa e il destino eterno a cui erano chiamati.

Antonio Maria da Lavaur

 

 

 

 

- le virtù eroiche della Serva di Dio Maria del Monte Carmelo della Santissima Trinità (al secolo: Carmen Caterina Bueno), Monaca professa dell’Ordine delle Carmelitane Scalze; nata a Itú, Campinas (Brasile) il 25 novembre 1898 e morta il 13 luglio 1966 a Taubaté (Brasile);

La Serva di Dio Maria del Carmelo della Santissima Trinità (al secolo: Carmen Caterina Bueno) nacque il 25 novembre 1898 a Itú, frazione di Campinas (São Paulo, Brasile). Giacché la madre era ancora quindicenne, la bambina fu affidata alla zia che, rimasta vedova, si dedicò completamente alla sua educazione. Nel 1917, mentre frequentava il Gruppo delle Figlie di Maria, la Serva di Dio comprese la sua vocazione al Carmelo. Trasferitasi con la zia a Rio de Janeiro, andò ad abitare vicino alla cappella di Nossa Senhora do Carmo, consentendole di frequentare i Carmelitani della Provincia Romana e di iniziare con loro una collaborazione più stretta. Nel 1926, entrò nel Carmelo di São José, fondato da poco più di un mese a Rio de Janeiro. Il 1° novembre 1927 emise la professione temporanea dei voti per tre anni e, il 2 novembre 1930, quella solenne. Oltre ai voti di castità, povertà e obbedienza, il 25 luglio 1937 emise i voti di mansuetudine, di abbandono fino alla morte e di lavorare per la gloria di Maria. Diversi furono i compiti da lei svolti all’interno del Monastero: ruotara, archivista, ostiaria, portinaia e infermiera. Inoltre, la Serva di Dio svolse anche il ruolo di priora e di maestra delle novizie. Nel 1955, il Vescovo di Taubaté, Mons. Francisco Borja do Amaral, amico di infanzia della Serva di Dio, le manifestò il desiderio di avere un Carmelo nella sua diocesi. Il Vicario Provinciale del Brasile dei Carmelitani autorizzò la fondazione del nuovo monastero di Tremembé, nominato “Carmelo del Volto Santo e Pio XII”, dove si trasferirono la Serva di Dio e altre cinque monache. La Serva di Dio venne eletta priora e successivamente maestra delle novizie. Colpita da una emorragia cerebrale, trasportata in ospedale a Taubaté (Brasile), morì il 13 luglio 1966.

La Serva di Dio cercò di esercitare le virtù, in particolare l’umiltà. Emise tre voti particolari – quello di essere sempre mansueta, di offrire la sua opera per la gloria di Maria e di abbandonarsi fiduciosamente a Dio – che le servirono nel cammino spirituale, caratterizzato dai tratti tipici della spiritualità carmelitana. Condusse una vita di pietà e di fervore eucaristico. La costante preghiera la custodiva nel dialogo con Dio. Semplice, obbediente, ebbe un elevato senso della giustizia e del rispetto dei diritti altrui. Nonostante la salute cagionevole, non venne mai meno ai propri doveri. L’opera più importante compiuta dalla Serva di Dio fu la fondazione del monastero del “Volto Santo e Pio XII”, progetto che maturò durante un periodo di sofferenza interiore. Preoccupata per la salvezza spirituale del popolo, divenne un solido punto di riferimento per molta gente desiderosa di ricevere consigli. La sua apertura all’azione dello Spirito Santo rappresenta un tratto di perenne modernità.

Maria del Carmelo della Santissima Trinità