Decreti Pubblicati nel 2021

DECRETI PUBBLICATI NEL 2021

 

 

 

17 MARZO 2021

 

Il 17 marzo 2021, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Durante l’Udienza, il Sommo Pontefice ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare i Decreti riguardanti:

 

le virtù eroiche del Servo di Dio Mercurio Maria Teresi, Arcivescovo di Monreale; nato il 10 ottobre 1742 a Montemaggiore Belsito (Italia) e morto a Monreale (Italia) il 18 aprile 1805.

Il Servo di Dio Mercurio Maria Teresi nacque il 10 ottobre 1742 a Montemaggiore Belsito (Palermo, Italia). Intorno ai 10 anni fu inviato a Palermo per studiare presso il Collegio Massimo dei Gesuiti. Entrato in Seminario, venne ordinato presbitero il 21 settembre 1765, per la Diocesi di Cefalù. Nel 1766, entrò nella Compagnia di Gesù ma ne uscì l’anno dopo, a causa dell’espulsione dei Gesuiti dalla Sicilia. Rientrato in Diocesi, fu assegnato alla Comunità del Seminario di Cefalù quale Direttore Spirituale e Professore di Teologia Morale.

Nel 1769 cominciò a dedicarsi alle Missioni popolari, che lo portarono, per circa quarant’anni, in svariati luoghi della Sicilia per annunciare la Parola di Dio ed amministrare i Sacramenti. Per l’amministrazione della Confessione, ricevette la facoltà di ascoltare i penitenti di entrambi i sessi e di assolvere i casi riservati.

Diede alle stampe vari libri su tematiche spirituali, pastorali e morali.

Nel 1796, fu nominato Canonico della Chiesa Metropolitana di Palermo e, l’anno successivo, Parroco di Montemaggiore Belsito.

Per la sua fama di pastore zelante e virtuoso, nel 1799, il Re Ferdinando III di Borbone e la Regina Carolina lo chiamarono a Corte quale Predicatore e Confessore.

Nel 1802, il Servo di Dio venne nominato Arcivescovo di Monreale, ricevendo l’ordinazione episcopale il 3 giugno dello stesso anno. Le logoranti fatiche apostoliche avevano però sfinito la sua fibra e limitarono molto la sua azione pastorale.

L’11 aprile 1805, dopo aver celebrato in Cattedrale la Santa Messa in Coena Domini ed essersi particolarmente stancato pronunciando una fervorosa omelia, venne colto da un malore

Morì a Monreale (Italia) il 18 aprile 1805.

Il Servo di Dio esercitò la virtù teologale della fede in grado eroico, coltivando la sua vita spirituale soprattutto con l’Eucarestia, celebrata e adorata, con l’amore a Gesù Crocifisso, con la preghiera e con una profonda devozione verso la Madonna e i Santi. Fin dall’infanzia, visse alla presenza del Signore, per adorarlo e per servirlo. Con queste disposizioni, diventato sacerdote, si distinse per lo zelo non comune manifestato nella propagazione della fede in ogni periodo della sua vita, dedicandosi alla predicazione senza risparmio di energie, dichiarandosi pronto a morire per la causa del Vangelo

La sua vita di fede era abitualmente accompagnata dalla speranza e dalla carità, praticate in grado non comune e in un contesto culturale non favorevole alla Chiesa Cattolica, caratterizzato dal Dispotismo illuminato, dal Giurisdizionalismo e dall’Illuminismo. Di fronte alle difficoltà, il Servo di Dio confidò sempre nella Divina Provvidenza, sentendosi un umile servitore di Cristo e della Chiesa, annunciatore del Regno, con lo sguardo costantemente rivolto alla Vita eterna. La speranza gli diede l’energia necessaria per il suo intenso apostolato missionario. Sopportò con saldezza d’animo le fatiche delle tante missioni predicate in diverse località.

Circa la carità eroica, il Servo di Dio generosissimo, elargiva i suoi averi alle persone indigenti, tenendo per sé solo il necessario. Non voleva denaro per la predicazione e, se ne riceveva, lo donava prontamente e volentieri ai poveri. Si comportò abitualmente in modo caritatevole anche verso coloro che gli erano ostili.

Servo di Dio Mercurio Maria Teresi

 

 

 

 

le virtù eroiche del Servo di Dio Cosma Muñoz Pérez, Sacerdote diocesano, Fondatore della Congregazione delle Figlie del Patrocinio di Santa Maria; nato nel 1573 a Villar del Rio (Spagna) e morto a Córdoba (Spagna) il 3 dicembre 1636.

Il Servo di Dio Cosma Muñoz Pérez nacque a Villar del Rio (Spagna) nel 1573. All’età di 16 anni, fu inviato a Málaga con lo scopo di essere assunto in una delle galee reali ma, a causa di una malattia, il giovane fu costretto ad abbandonare la prospettiva di intraprendere la carriera militare. Nonostante ciò, prese servizio nel 1593 come segretario di provvisione delle galee.

Dopo una vita sregolata, che gli causò anche conseguenze negative sulla salute, nel 1599, si rivolse alla Vergine delle Vittorie, chiedendo la grazia della guarigione e facendo voto di cambiare vita. Da quel momento intraprese un cammino di conversione e decise di mettersi a servizio di Dio. Distribuiti i suoi beni ai poveri, si recò a Córdoba con l’intenzione di diventare francescano, ma non fu accolto a causa del sovrannumero di fratelli laici nella comunità. Dopo discernimento sotto la guida di un gesuita, il Servo di Dio intraprese gli studi per il sacerdozio e venne ordinato presbitero nel 1607. Da allora, si dedicò all’apostolato sacerdotale, all’assistenza ai bisognosi, alla cura dei malati e alla conversione delle pentite di Santa Maria Egiziaca. Nel 1609, il Vescovo di Córdoba, Mons. Diego de Mardones, gli affidò il compito di occuparsi delle bambine orfane, continuando l’Opera iniziata dalla defunta Madre Isabel de la Cruz. Con spirito di sacrificio, il Servo di Dio si mise ad elemosinare per sostenere l’Opera. Con l’appoggio del Re di Spagna Filippo III, riuscì a riorganizzarla, fondando un collegio con una struttura più adeguata e annettendo ad esso la chiesa di Nostra Signora della Pietà. Il Servo di Dio dedicò la sua vita all’istruzione e all’assistenza materiale e spirituale delle orfane e delle donne abbandonate, all’epoca reiette dalla società e spesso destinate alla prostituzione. A tale scopo diede vita alla Congregazione delle Figlie del Patrocinio di Santa Maria.

Morì il 3 dicembre 1636, dopo una breve malattia, a Córdoba (Spagna).

Il Servo di Dio si distinse per l’intensa opera caritativa ed educativa svolta in particolare a favore delle bambine orfane e delle donne disagiate.

La fede appare nella vita del Servo di Dio come la roccia alla quale egli si appoggiava. Era il suo vissuto di fede che lo rendeva capace di riconoscere la presenza di Dio nelle circostanze ordinarie della storia e di non venire meno davanti alle difficoltà. Aveva una profonda vita di preghiera, centrata sulla celebrazione quotidiana dell’Eucaristia e sulla devozione al SS.mo Sacramento. Cercava di vivere costantemente alla presenza di Dio. La sua fede si manifestava anche nella devozione verso la Vergine Maria.

La speranza del Servo di Dio si fondava sulla fede eroica. Viveva un’autentica fiducia nella bontà di Dio. La sua speranza si manifestò particolarmente nelle difficoltà che si trovò ad affrontare, sia dal punto di vista economico sia come peso morale per la responsabilità che aveva nei confronti di tante orfane e donne disagiate.

L’amore che il Servo di Dio nutriva verso Dio era profondo e appassionato e si manifestava chiaramente nelle sue opere e nel suo modo di agire. L’attività caritativa da lui intrapresa fu significativa. Oltre all’Istituzione che assunse e organizzò a favore delle orfane, il Servo di Dio fu disponibile verso tutti. Con grande spirito di sacrificio e con esemplare abnegazione ogni giorno si recava a chiedere risorse e denaro per le opere che gli erano state affidate e per quanti nella necessità ricorrevano a lui. Aveva grande cura anche per i malati e per i carcerati, che visitava di frequente. Soprattutto si prendeva cura dei malati abbandonati e maggiormente bisognosi di aiuto.

Servo di Dio Cosma Muñoz Pérez

 

 

 

 

le virtù eroiche del Servo di Dio Salvatore Valera Parra, Sacerdote diocesano; nato il 27 febbraio 1816 a Huércal-Overa (Spagna) e ivi morto il 15 marzo 1889.

Il Servo di Dio Salvatore Valera Parra nacque a Huércal-Overa (Almería, Spagna) il 27 febbraio 1816. Entrato in Seminario, fu ordinato sacerdote il 13 marzo 1840.

Svolse il ministero sacerdotale prevalentemente nel suo paese natale, dapprima come viceparroco e poi come parroco. Nel 1853 venne eletto arciprete e, nel 1859, per le sue attività e la vita esemplare di parroco, ricevette dallo stato spagnolo dapprima l’onorificenza di Caballero de la Real Orden de Isabel la Católica, e poi quella dell’Ordine civile di Carlos III. Come parroco, infatti, si distinse per molte opere di carattere spirituale e sociale, in particolare durante le epidemie di colera e i terremoti che nel 1863 provocarono distruzioni e vittime. Collaborò attivamente anche nello spegnimento dei frequenti incendi e di seguito nella raccolta di fondi per aiutare i bisognosi. Insieme a Santa Teresa Jornet, Fondatrice delle Piccole Sorelle per gli Anziani Abbandonati, nel 1885 fondò una casa di cura e di ricovero per gli anziani.

Verso la fine della sua vita fu colpito da gravi malattie. Morì il 15 marzo 1889 a Huércal-Overa (Spagna).

Il Servo di Dio fu uomo di profonda fede in Dio, che attingeva dalla intensa vita di orazione, in particolare eucaristica, e dalla filiale devozione mariana. Promuoveva la visita al Santissimo Sacramento. La devozione a Maria si concretizzava nella devozione alla Vergine de los Desamparados, venerata a Huércal-Overa, conosciuta popolarmente come la Virgen del Rio

Il Servo di Dio si abbandonò nelle mani della Provvidenza. Di questa fiducia in Dio diede una prova singolare fin dalla sua infanzia. Infatti, quando gli morì il padre, egli aveva 13 anni e si inginocchiò davanti al cadavere del genitore e recitò da solo l’Ufficio Divino con una devozione che fece commuovere i presenti.

Visse cercando di piacere a Dio con l’orazione, la povertà assoluta, l’austerità di vita, la penitenza e i digiuni. Allo stesso tempo faceva di tutto per favorire la santità dei suoi fedeli.

Esercitò la carità verso il prossimo, mettendosi al servizio degli ultimi. Vissuto in un’epoca storica in cui c’era tanta miseria in Andalusia, seppe rispondere fedelmente ai bisogni del suo tempo. Distaccato da tutto, dava perfino ciò che a lui era necessario per vivere. Alla sua casa accorrevano tanti poveri per mangiare e il Servo di Dio accoglieva tutti. Nelle situazioni di particolare emergenza, come nelle alluvioni e nelle epidemie di colera, emerse in maniera straordinaria la sua carità. Si prendeva cura dei malati che continuamente andava a visitare e a portare loro aiuto.

Servo di Dio Salvatore Valera Parra

 

 

 

 

le virtù eroiche del Servo di Dio Leone Veuthey (al secolo: Clodoveo), Sacerdote professo dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali; nato il 3 marzo 1896 a Dorénaz (Svizzera) e morto a Roma (Italia) il 7 giugno 1974.

Il Servo di Dio Leone Veuthey (al secolo: Clodoveo) nacque il 3 marzo 1896 a Dorénaz (Svizzera). Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, iniziò a insegnare dapprima nella scuola primaria di Miéville, poco lontano dal proprio paese e, nel 1919, nel Collegio St. Charles di Porrentruy.

Nel 1920, mentre si trovava a Friburgo nella chiesa dei Francescani Conventuali, sentì il desiderio di seguire il Signore. L’anno successivo, entrò in Noviziato a Schwarzenberg, in Baviera. Il 19 ottobre 1922, emise la professione temporanea dei voti religiosi. Ritornato nella comunità di Friburgo, emise la professione solenne il 25 luglio 1925 e fu ordinato presbitero il 16 agosto 1925.

L’anno seguente fu eletto Rettore del Collegio “Père Girard” di Friburgo e Professore nel Ginnasio “St. Michel”. Nel 1930 conseguì la Laurea in Filosofia presso l’Università di Friburgo. Nel 1932 fu chiamato ad insegnare Filosofia e Critica presso l’Università di Propaganda Fide a Roma e, dal 1934 al 1936, svolse anche l’incarico di Vice Rettore del Collegio Serafico Internazionale a Roma. Nell’annessa Facoltà Teologica S. Bonaventura (Seraphicum), dal 1935 fu professore di Teologia Ascetica e Mistica, oltre che Docente di Storia delle religioni e di “Questioni speciali di San Bonaventura”. Nel 1942, a causa di visioni differenti rispetto ad altri docenti riguardanti alcune posizioni filosofico-teologiche, al Servo di Dio venne revocato l’incarico di Professore di Filosofia nella Pontificia Università di Propaganda Fide. Il provvedimento era motivato dal fatto che, pur rispettando il primato tomista, il Servo di Dio era anche aperto ad altre tipologie teologiche e filosofiche di ispirazione francescana, sulla linea di San Bonaventura e del Beato Giovanni Duns Scoto.

Nel 1943 inviò al Santo Padre Pio XII il suo progetto della “Crociata della Carità”, che prese l’avvio ufficialmente ad Assisi il 24 maggio 1945. Con la spiritualità di tale Movimento, il Servo di Dio influì sul nascente Movimento dei Focolarini. La Serva di Dio Chiara Lubich e le sue prime compagne trovarono in lui un consigliere ed un assistente.

Nel 1945, il Servo di Dio venne eletto Assistente Generale dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali. Nel 1954, fu trasferito a Bordeaux, in un Convento appartenente alla sua Provincia Elvetica, dove svolse il servizio di cooperatore parrocchiale. Nel 1965, fu richiamato a Roma, quale Direttore Spirituale del Collegio Serafico Internazionale e Professore nella Facoltà di Teologia al Seraphicum. Nel 1970 gli viene diagnosticato il Morbo di Parkinson e, l’anno successivo, andò in pensione.

Morì a Roma il 7 giugno 1974.

Il Servo di Dio coltivò la virtù della fede in modo particolare nelle difficili circostanze della quotidianità e diffuse costantemente negli altri, soprattutto in coloro che accompagnava nel ministero della direzione spirituale, l’amore per Dio. Come religioso, predicò la fede con l’esempio di una vita di preghiera e di fedeltà alla Regola Francescana.

Fu un uomo di intensa speranza e, alla luce di questa, percorse il suo cammino di santità nel continuo desiderio della Gerusalemme Celeste. La serenità con cui accolse e visse il suo trasferimento a Bordeaux, come pure il modo di affrontare la malattia del Parkinson, indica una piena fiducia nella Divina Provvidenza.

La sua carità, prima di tutto rivolta a Dio, fu sempre vissuta concretamente verso i fratelli, accogliendo tutti con amabilità, a ogni ora e per qualsiasi necessità

Servo di Dio Leone Veuthey

 

 

 

 

- le virtù eroiche della Serva di Dio Annelvira Ossoli (al secolo: Celeste Maria), Religiosa professa della Congregazione delle Suore delle Poverelle – Istituto Palazzolo; nata il 26 agosto 1936 a Orzivecchi (Italia) e morta a Kikwit (Repubblica Democratica del Congo) il 23 maggio 1995.

La Serva di Dio Annelvira Ossoli (al secolo: Celeste Maria) nacque a Orzivecchi (Brescia, Italia) il 26 agosto 1936. All’età di 14 anni iniziò a lavorare come magliaia ma, dopo tre anni, decise di entrare nella Congregazione delle “Suore delle Poverelle”. Nel 1954, iniziò il noviziato e, il 2 aprile 1956, emise la professione religiosa dei voti. Inviata a Roma, nel 1958, conseguì il diploma di infermiera professionale. Per due anni svolse il servizio pastorale a Milano, presso una casa di riposo gestita dall’Istituto.

Nel 1961 venne inviata a Kikwit (Repubblica Democratica del Congo) dove, il 25 marzo 1962, emise la professione perpetua. A Kikwit contrasse la tubercolosi polmonare, che però riuscì a superare per le cure e per la sua spiccata forza di carattere. Nel 1967 tornò in Italia dove riprese gli studi presso l’Università di Roma, conseguendo nel 1969 la specializzazione in ostetricia. Rientrata in Congo nello stesso anno, fu inviata a Kisangani, alla periferia di Kinshasa e, nel 1977, a Kikwit come superiora. Un problema serio alle ginocchia la costrinse a tornare in Italia per sottoporsi ad un intervento chirurgico, nel 1979. Guarita, chiese ed ottenne di poter tornare in Congo. Nel 1992 venne nominata Superiora della provincia d’Africa e si trasferì a Limete, un quartiere di Kinshasa, sede della casa provinciale.

Quando seppe delle gravi condizioni in cui versava la Serva di Dio Floralba Rondi, partì da Kinshasa per assisterla e, dopo la morte di quest’ultima, si fermò a Kikwit per assistere anche le altre consorelle malate di Ebola. Contagiata lei stessa, morì a Kikwit (Repubblica Democratica del Congo) il 23 maggio 1995.

La fede eroica della Serva di Dio si radicava in un costante e profondo rapporto con Dio, vissuto anzitutto nella preghiera. Viveva con passione la sua missione, amando la Chiesa e desiderando collaborare alla venuta del Regno. Cercava di vivere costantemente alla presenza di Dio, di dimorare in Lui per riportare a Lui ogni incontro e ogni cosa che le veniva richiesta durante la giornata. In questo modo, riusciva ad accogliere ogni situazione e anche ogni imprevisto come occasione per incontrare Dio. Nutriva una particolare devozione alla SS.ma Vergine, a cui si affidava costantemente e dalla quale attingeva l’esempio dell’affidamento fiducioso a Dio.

La Serva di Dio visse un’autentica fiducia nella misericordia di Dio e questo la rendeva capace di abbandonarsi alla sua Provvidenza. Rimaneva fiduciosa e serena nei momenti di difficoltà, convinta della presenza amorevole di Dio al suo fianco. Alla fiducia nella Provvidenza si univa un autentico distacco da tutti i beni materiali. Cercava di assicurare spazi prolungati per la preghiera, da cui alimentava e sosteneva la sua vita di servizio ai fratelli più bisognosi che le erano stati affidati.

La Serva di Dio diede sempre testimonianza di grande altruismo, di abnegazione di sé e di dedizione generosa ai fratelli. In particolare, erano i malati i destinatari delle sue cure e della sua attenzione. Aveva una grande capacità relazionale, che le permetteva di instaurare rapporti di efficace collaborazione con il personale, che si sentiva accompagnato e ascoltato da lei.

Serva di Dio Annelvira Ossoli

 

 

 

 

le virtù eroiche della Serva di Dio Vitarosa Zorza (al secolo: Maria Rosa), Religiosa professa della Congregazione delle Suore delle Poverelle – Istituto Palazzolo; nata il 9 ottobre 1943 a Palosco (Italia) e morta a Kikwit (Repubblica Democratica del Congo) il 28 maggio 1995.

La Serva di Dio Vitarosa Zorza (al secolo: Maria Rosa) nacque a Palosco (Bergamo, Italia) il 9 ottobre 1943. All’età di due anni, perse la madre e, nel 1949, il padre si risposò ed ebbe altri due figli. A causa della cagionevole salute della matrigna, la Serva di Dio si prese cura dei fratellastri. Dopo aver frequentato le scuole elementari, andò a lavorare a Telgate (Bergamo) presso una ditta di produzione di manici di ombrelli. Al contempo partecipava alla vita della parrocchia, nella quale faceva catechismo per i bambini.

Dopo un’esperienza lavorativa nell’Ospedale Psichiatrico di Varese, dove conobbe le Suore delle Poverelle, nel 1966, decise di entrare nella stessa Congregazione. Il 14 marzo 1967 iniziò il Noviziato e, il 25 marzo 1969, emise la professione temporanea dei voti religiosi. Fu inviata quindi a Milano, presso la “Scuola Convitto Professionale per Infermiere” della propria Congregazione religiosa dove, nel 1971, si diplomò “Infermiera Professionale”.

Nel 1972 svolse servizio a Torre Boldone (Bergamo) presso una Casa di riposo. Nel contempo ottenne i certificati di “Abilitazione a funzioni direttive nell’assistenza infermieristica” e di “Specializzazione in Assistenza Geriatrica”. Il 6 settembre 1975 a Bergamo emise la professione perpetua e fu inviata presso l’Ospedale Psichiatrico Provinciale di Varese.

Nel 1982, le Superiore accolsero il suo desiderio di andare in missione a servizio dei più poveri e la destinarono a Kikwit (Repubblica Democratica del Congo). Nel 1991 svolse servizio pastorale nella missione di Kingasani, popoloso e popolare quartiere periferico di Kinshasa. Il 2 maggio 1995, a causa dell’epidemia di Ebola scoppiata a Kikwit, vi si recò per aiutare le consorelle.

Contagiata lei stessa dal virus, morì il 28 maggio 1995 a Kikwit (Repubblica Democratica del Congo).

La Serva di Dio fu una donna di fede robusta, alimentata dalla preghiera intensa, sia personale che comunitaria. Portava la preghiera anche nel suo ambiente di servizio, invitando i collaboratori a pregare e a partecipare all’Eucaristia nell’Ospedale. Aveva una grande devozione per la Vergine Maria, che guardava come modello di preghiera e di fede.

Fin da bambina, dinanzi alle difficoltà e alle grandi sofferenze che dovette affrontare, la Serva di Dio si educò a confidare nel Signore e ad affidarsi a Lui con tutta se stessa. Credeva fermamente nella Provvidenza e insegnava anche ai malati a fare altrettanto. Nutrita di speranza, la Serva di Dio riusciva a vivere distaccata dai beni terreni e orientata alle realtà celesti. Fu proprio la speranza eroica, vissuta come affidamento a Dio, che la spinse ad offrirsi per portare soccorso alle Sorelle già contagiate dal virus Ebola e a vivere con fiducia anche i giorni dell’isolamento e della solitudine, fino alla morte.

La generosità con cui visse la Serva di Dio appare come il segno evidente dell’amore verso Dio che lei nutriva. Fu inviata in Congo dopo ben tre richieste formulate da parte sua. Questo desiderio di partire per la missione è anzitutto segno della generosità e del desiderio autentico di mettere la sua vita a servizio dei più poveri. Era convinta che il servizio andasse fatto bene nel rispetto della dignità dei poveri e, pertanto, si preoccupava di mettere i malati a proprio agio, accogliendoli cordialmente e ascoltandoli. Appariva a tutti come una religiosa sempre solare, gioiosa, con la quale si stava bene. Generosa verso tutti, era sempre disponibile per ogni necessità, tanto da essere soprannominata affettuosamente “suor Valigetta”, perché sempre pronta ad andare dove c’era bisogno. È stata questa stessa disponibilità che la portò ad offrirsi per accudire le consorelle già contagiate dal virus Ebola.

Serva di Dio Vitarosa Zorza

 

 

 

 

le virtù eroiche della Serva di Dio Danielangela Sorti (al secolo: Anna Maria), Religiosa professa della Congregazione delle Suore delle Poverelle – Istituto Palazzolo; nata il 15 giugno 1947 a Bergamo (Italia) e morta a Kikwit (Repubblica Democratica del Congo) l’11 maggio 1995.

La Serva di Dio Danielangela Sorti (al secolo Anna Maria) nacque a Bergamo (Italia) il 15 giugno 1947, ultima di tredici figli. L’infanzia fu segnata dal dolore: nel 1955, morì il papà, l’anno seguente la mamma e, nel 1958, a causa di un incidente, anche un fratello. La Serva di Dio si occupò della gestione della casa e dei fratelli.

Molto attiva e presente nella vita parrocchiale, dovette iniziare presto a lavorare, dapprima come rammendatrice e poi in una legatoria. Nel frattempo, frequentò un corso di taglio e cucito.

Nel 1965, a diciotto anni, comprese di essere chiamata alla vita consacrata. La famiglia accolse malvolentieri la sua decisione, al punto da sottoporre la questione al tribunale dei minorenni che, tuttavia, riconobbe la maturità della giovane.

Il 1° marzo 1966 entrò nella Congregazione delle Suore delle Poverelle, dove il 26 settembre 1968, emise la professione temporanea dei voti religiosi. Inviata a Milano per compiere gli studi come infermiera e caposala, conseguì il diploma nel 1970. L’8 settembre 1974 emise a Bergamo la professione perpetua, continuando a prestare servizio come infermiera a Milano.

Dopo aver manifestato il desiderio di mettersi a servizio della missione, nel 1978 venne inviata nella Repubblica Democratica del Congo, dove trascorse i primi anni a Mosango. Svolse la sua attività infermieristica dal 1983 al 1991 a Kikimi-Kinshasa e, dal 1991 al 1995, a Tumikia. Qui, durante l’epidemia di Ebola, si offrì per assistere la Serva di Dio Floralba Rondi, sua consorella, contraendo a sua volta il virus dell’Ebola.

Morì a Kikwit (Repubblica Democratica del Congo) l’11 maggio 1995.

La vita della Serva di Dio lasciava trasparire un profondo spirito di fede, dal quale dipendeva il suo modo di valutare persone e avvenimenti. La fede alimentava anche il suo grande amore alla Chiesa e il suo desiderio di diffondere il Regno di Dio. Dedicava molto tempo alla preghiera, soprattutto all’adorazione eucaristica. Aveva un suo motto, che giustificava le sue prolungate veglie di adorazione: «Amore chiede amore».

Visse costantemente radicata nella fiducia in Dio. Questo atteggiamento di confidenza la rese capace di mantenersi serena anche nell’affrontare prove e difficoltà. Sperimentò la speranza eroica nel suo totale distacco dai beni materiali. Affrontò i giorni della malattia, poco prima della morte, con lo sguardo rivolto alle realtà del cielo: «Infine vedrò lo Sposo!».

Manifestò il suo amore per Dio nella costante ricerca della Sua volontà e nell’evitare ogni cosa che potesse essere un’offesa verso di Lui. Per amore di Dio cercava di trasformare ogni sofferenza, ogni dispiacere in offerta d’amore e in gesto di riparazione per i peccatori. L’amore verso Dio la spinse anche ad un servizio generoso e disinteressato verso tutti, ma in particolare verso i malati, in cui – diceva – si doveva riconoscere il volto di Cristo. Aveva una grande capacità di consolazione, e cercava in tutti i modi di lenire le sofferenze degli altri. Per i malati era disponibile di giorno e di notte, ma aveva tempo anche per svolgere attività di pastorale, soprattutto con le giovani in ricerca vocazionale.

Serva di Dio Danielangela Sorti

 

 

 

 

20 FEBBRAIO 2021

 

Il 20 febbraio 2021, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Durante l’Udienza, il Sommo Pontefice ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare i Decreti riguardanti:

 

il miracolo, attribuito all’intercessione della Venerabile Serva di Dio Armida Barelli, del Terz’Ordine Secolare di San Francesco, Cofondatrice dell’Istituto Secolare delle Missionarie della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo; nata il 1° dicembre 1882 a Milano (Italia) e morta a Marzio (Italia) il 15 agosto 1952.

La Venerabile Serva di Dio Armida Barelli nacque a Milano (Italia) il 1° dicembre 1882. Dedicatasi ad attività caritative, nel 1909 si consacrò al Signore con un voto privato di castità. Nel 1910, dopo aver conosciuto P. Agostino Gemelli, O.F.M., entrò nel Terzo Ordine Francescano. Nel 1917, ricevette dal Beato Andrea Ferrari, Arcivescovo di Milano, il mandato di occuparsi delle giovani nel nascente Movimento Cattolico Femminile di Milano. Nel 1918 Benedetto XV la nominò Vice Presidente dell’Unione Donne Cattoliche Italiane, con incarico speciale per la Gioventù Femminile di Azione Cattolica. Il 19 novembre 1919 si consacrò con altre compagne nell’Istituto Secolare delle Missionarie della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo, partecipando a diverse iniziative di apostolato. Nel 1921, collaborò con P. Gemelli alla fondazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Nel 1946 fu nominata da Pio XII Vice Presidente dell’Azione Cattolica Italiana. 

Morì il 15 agosto 1952 a Marzio (Varese). 

Il decreto sull’eroicità delle virtù venne promulgato il 1° giugno 2007.

Per la beatificazione della Venerabile Serva di Dio Armida Barelli, la Postulazione della Causa presentò all’esame della Congregazione l’asserita guarigione miracolosa, attribuita alla sua intercessione, riguardante la Signora A. M. da “grave politrauma cranio-encefalico, maxillo-facciale e toraco-addominale”. L’evento accadde nel maggio 1989 a Prato (Italia). Il 5 maggio 1989, la Signora M., di 65 anni, mentre rientrava a casa in bicicletta, fu investita da un camion. Venne ricoverata in terapia intensiva nell’ospedale di Prato in stato di coma a livello I e agitazione psicomotoria con stato confusionale. Nei giorni successivi si registrò un peggioramento. Un primo segnale di ripresa si manifestò il 9 maggio, quando A. iniziò a rispondere, anche se ancora in modo un po’ confuso. Il 9 giugno il suo stato neurologico migliorò ulteriormente. Il 14 giugno venne dimessa. Nei mesi successivi presentò un recupero pressoché completo dello stato cognitivo e motorio.

L’artefice dell’invocazione alla Venerabile Serva di Dio Armida Barelli fu la nipote della sanata la quale, dopo aver appreso del grave incidente, cominciò ad invocare la Venerabile Serva di Dio, utilizzando un’immaginetta contenente una sua reliquia. La nipote invitò anche altri familiari ad unirsi all’invocazione per la guarigione della zia. Il successivo 18 maggio si tenne una giornata di preghiera nella Cappella Universitaria del S. Cuore dell’Università Cattolica di Milano, presso la tomba della Venerabile Serva di Dio. Mentre si continuava a pregare, si assistette al viraggio favorevole delle condizioni della paziente che si consolidò nei mesi successivi. È quindi provato il nesso causale tra l’invocazione alla Venerabile e la conseguente guarigione.

Venerabile Serva di Dio Armida Barelli

 

 

 

 

le virtù eroiche del Servo di Dio Albino Alves da Cunha e Silva, Sacerdote diocesano; nato il 22 settembre 1882 a Codeçôso (Portogallo) e morto a Catanduva (Brasile) il 19 settembre 1973.

Il Servo di Dio Albino Alves da Cunha e Silva nacque il 22 settembre 1882 a Codeçôso (Braga, Portogallo). In famiglia imparò la generosità e la carità verso i più bisognosi, così come la partecipazione alla vita parrocchiale. Entrato nel Seminario diocesano di Braga, fu ordinato sacerdote il 23 luglio 1905. Mentre svolgeva il servizio pastorale in una parrocchia nella sua terra natale, nel 1910, il Portogallo visse la caduta della monarchia e l’arrivo della Repubblica di Pombal, con la conseguente persecuzione della Chiesa. Il Servo di Dio, per salvare la vita, fu costretto a fuggire prima nel nord del Portogallo e poi in Brasile, dove giunse il 21 settembre 1912. Dopo un periodo trascorso nelle parrocchie di Jaboticabal e Barra Bonita, nel 1918, venne nominato parroco a Catanduva, che all’epoca aveva circa 200 case, nella diocesi di Rio Preto, dove si incardinò nel 1931. Il suo primo impegno fu la costruzione della chiesa matrice. Poiché la città di Catanduva cresceva, il Servo di Dio, nel 1949, si recò a Roma dove, con l’aiuto del Card. Benedetto Aloisi Masella, ottenne che i Padri Dottrinari aprissero una casa in città per l’evangelizzazione, la catechesi e l’istruzione dei giovani. 

Successivamente, il Servo di Dio avviò altre opere in favore dei malati e sofferenti, dei poveri e degli abbandonati: cominciò la costruzione della “Santa Casa della Misericordia”, oggi “Ospedale P. Albino”; il pensionato per anziani; la scuola “Nossa Senhora do Calvário”; la Casa per fanciulli “Sinharinha Netto”; l’orfanotrofio “Ortega Josué”; lo studentato “São José”. Fece erigere diverse cappelle nella città e nei paesi vicini ed anche il Collegio Commerciale Catanduva, la Facoltà di Economia e Commercio, la Facoltà di Scienze Motorie e la Facoltà di Medicina. 

Il Servo di Dio morì a causa di una insufficienza respiratoria il 19 settembre 1973 a Catanduva (Brasile). 

Il Servo di Dio visse la virtù della Fede in modo eroico. L’amore per l’Eucaristia si evidenziava nella celebrazione della Santa Messa, nella cura della liturgia e delle celebrazioni, nell’adorazione eucaristica. Il suo prodigarsi per la formazione religiosa e culturale, fece della piccola città un vero centro culturale, in cui si potevano raggiungere i diversi gradi accademici tra i quali quello in medicina. Anche da anziano e ammalato non tralasciò di curare gli altri. Nell´ospedale istituì una mensa per accogliere coloro che non potevano avere un pasto caldo. Il Servo di Dio nel cortile allestiva i tavoli e portava da mangiare. Tutti lo ammiravano per la sua umiltà e per il suo stile di vita. La sua azione pastorale e le opere realizzate sono l´espressione perfetta del suo amore a Dio e al prossimo. Fu un vero pastore, osservante della povertà evangelica, nell´intima unione con Gesù Eucaristico e si consumò nello zelo per la casa di Dio. 

Quanto alla virtù della speranza, era notevole la fiducia deposta nella Divina Providenza. Fu un uomo totalmente distaccato dai beni terreni: visse in totale semplicità proteso verso le cose del cielo, preoccupandosi sempre di come poteva andare incontro nel migliore dei modi ai bisognosi. Iniziava a costruire le opere confidando unicamente nella Providenza Divina.

In riferimento alla virtù della carità, orientò tutta la sua vita a Dio e alla Chiesa. I suoi preferiti erano i poveri e gli ammalati. Si adoperava in ogni modo per poter soccorrere i bisognosi perché vedeva nel prossimo la figura di Gesù Cristo.

Servo di Dio Albino Alves da Cunha e Silva

 

 

 

 

le virtù eroiche del Servo di Dio Ignazio di San Paolo (al secolo: Giorgio Spencer), Sacerdote professo della Congregazione della Passione di Gesù Cristo; nato il 21 dicembre 1799 a Londra (Inghilterra) e morto a Carstairs (Scozia) il 1° ottobre 1864.

Il Servo di Dio Ignazio di San Paolo (al secolo: Giorgio Spencer) nacque a Londra (Inghilterra) il 21 dicembre 1799, in una famiglia dell’alta nobiltà inglese, di fede anglicana.

Studiò ad Althorp, Eton e, successivamente, presso l’Università di Cambridge, facendo anche parte della massoneria. Dal settembre del 1819 viaggiò con i suoi genitori attraverso la Francia, la Svizzera e l’Italia. Tornato a Londra il 15 settembre 1820, diventò presbitero della Chiesa anglicana il 13 giugno 1824.

Proteso verso la ricerca della verità, lesse opere di autori cristiani, tra i quali San Giovanni Crisostomo e Sant’Agostino, e volle confrontarsi con alcuni sacerdoti cattolici fino a giungere alla conversione al cattolicesimo, avvenuta il 30 gennaio 1830. Un mese dopo, si recò a Roma, per intraprendere gli studi di teologia cattolica, ove conobbe il Beato Domenico Barberi, sacerdote passionista. Il 26 maggio 1832, il Servo di Dio venne ordinato sacerdote cattolico a Roma.

Tornato in Inghilterra, iniziò a lavorare nella diocesi di Birmingham. Oltre al ministero sacerdotale nelle parrocchie, esercitò il suo apostolato a favore dei poveri, degli emarginati e degli operai cattolici irlandesi, proseguendo il suo impegno per la promozione dell’unità dei cristiani. Fondò, inoltre, numerose chiese e luoghi di culto, diede vita ad associazioni di preghiera, predicò missioni e contribuì al ristabilimento del culto cattolico. Dal 1839 fu anche docente presso l’Oscott College, vicino Birmingham. Durante questo periodo strinse buone relazioni con il “Movimento di Oxford” ed in particolare con San John Henry Newman.

Nel 1846, dopo l’arrivo del Beato Domenico Barberi in Inghilterra, il Servo di Dio avvertì la sua vocazione alla vita religiosa passionista. Il 21 dicembre 1846, giorno del suo quarantasettesimo compleanno, entrò nella casa di noviziato di Aston Hall, assumendo il nome di padre Ignazio di San Paolo, in onore di Sant’Ignazio di Loyola e di San Paolo della Croce. Il 6 gennaio 1848 fece la professione religiosa e subito iniziò la sua missione di predicatore e di missionario in Inghilterra, Irlanda e anche in gran parte dell’Europa. Continuò la sua azione caritatevole a favore dei poveri e degli emarginati. Si adoperò anche per l’unità dei cristiani e la conversione al cattolicesimo, adoperando a questo scopo soprattutto la recita quotidiana delle tre Ave Maria e dell’invocazione a Maria Ausiliatrice. Nel settembre 1851 si recò a Roma, dove ebbe la possibilità di incontrare in udienza privata Papa Pio IX, dal quale ottenne l’indulgenza per chi prega le tre Ave Maria per la conversione dell’Inghilterra e l’unità della Chiesa. Dedicò gli ultimi anni della vita alle “piccole missioni”, andando di parrocchia in parrocchia, per tre giorni d’intenso rinnovamento spirituale.

Il Servo di Dio morì il 1° ottobre 1864 a Carstairs (Scozia) dopo aver tenuto una missione.

Il Servo di Dio esercitò in grado eroico la virtù della fede, dimostrando dopo la conversione uno zelo straordinario nell’evangelizzazione. La difesa e la propagazione della fede furono senza dubbio tratti caratteristici della sua vita nel ministero pastorale tra gli operai, i poveri, nelle Missioni popolari, nell’attività in favore dell’unità dei cristiani e nei suoi scritti. Fu un sacerdote e un religioso di intensa preghiera, alla ricerca continua della santificazione personale e della santificazione altrui, desideroso di intimità con il Signore, devoto dell’Eucarestia e della Madonna. La sua spiritualità fu caratterizzata particolarmente dalla devozione della Passione del Signore, secondo il carisma della sua Congregazione religiosa. Dopo la conversione al cattolicesimo, fu esemplarmente fedele alla Chiesa, al Papa, ai Vescovi, ai Superiori, al Magistero, aderendo sinceramente a tutte le verità della fede. La fede eroica del Servo di Dio fu sostenuta da un’eccellente speranza teologale. L’esercizio di tale virtù gli permise di superare i momenti di tristezza e di affidarsi con fiducia al Signore, per proseguire con entusiasmo nell’opera dell’evangelizzazione. Dimostrò speranza non comune fino alla fine della vita, affrontando le malattie con serenità d’animo, abbandonato nelle mani del Signore. Il Servo di Dio praticò in grado eroico la virtù della carità, verso Dio e verso il prossimo. L’amore di Dio si manifestava straordinariamente intenso nella celebrazione del Sacrificio Eucaristico. Nelle sue Lettere, egli richiama spesso al primato della carità verso Dio. Il Servo di Dio dimostrò una carità straordinaria verso il prossimo, in ogni periodo della sua vita: fu vicino alle fasce sociali più deboli, tra i lavoratori irlandesi e inglesi afflitti dalla miseria e dalle carestie, tra la povera gente nelle numerose missioni popolari che organizzava sottoponendosi a notevoli fatiche. Fu caritatevole verso i peccatori, pregando continuamente per loro e praticò costantemente le opere di misericordia spirituale, consigliando, insegnando, ammonendo, consolando, sopportando, perdonando. Anche l’intensa attività del Servo di Dio per l’unità dei cristiani era animata da una grande carità verso il prossimo: egli vedeva in questa missione un servizio al bene della Chiesa e delle anime, per la maggior Gloria di Dio.

Servo di Dio Ignazio di San Paolo

 

 

 

 

le virtù eroiche della Serva di Dio Maria Felicita Fortunata Baseggio (al secolo: Anna Clara Giovanna), Monaca dell’Ordine di Sant’Agostino; nata il 5 maggio 1752 a Ferrara (Italia) e morta a Rovigo (Italia) l’11 febbraio 1829.

La Serva di Dio Maria Felicita Fortunata Baseggio (al secolo: Anna Clara Giovanna) nacque il 5 maggio 1752 a Ferrara (Italia), dove la famiglia, originaria di Rovigo, si era trasferita per motivi di lavoro. Il padre era uno scultore del legno. All’età di 10 anni, la Serva di Dio cominciò ad imparare l’arte dell’intaglio del legno e per l’apprendimento si spostò a Venezia, Padova, Senigallia e Siena. A 14 anni tornò a Rovigo. In questi anni avvertì la vocazione religiosa, contrastata dai genitori. A 18 anni il Signore le concesse la grazia mistica di partecipare alla sua passione, tra cui anche le stimmate a 18 anni: cinque piaghe sanguinanti a forma di croce sul petto.

Nel 1783, entrò nel convento delle Terziarie di San Francesco a Rovigo, dove fu accolta nonostante fosse senza dote. Progredì nella vita spirituale in convento, dove fece ulteriori esperienze mistiche, in unione con la passione di Cristo.

Il 9 novembre 1785 emise la professione solenne. Nel 1791 venne eletta Priora. Il governo non fu senza difficoltà, in modo particolare a causa di alcune sorelle invidiose. Dopo tre anni, fu nominata Vice superiora e sagrestana e, nel 1799, alla morte della Priora, la Serva di Dio fu nuovamente eletta all’ufficio di Priora. Nel 1805 per le leggi napoleoniche il convento fu soppresso. A Rovigo, riuscì a sopravvivere al regime napoleonico il monastero della Santissima Trinità delle Eremitane di Sant’Agostino. Come altre consorelle, anche la Serva di Dio entrò in questo monastero per continuare la vita religiosa. Nel 1810, con la soppressione degli Istituti Religiosi, anche il monastero delle agostiniane venne chiuso e le religiose furono costrette a tornare alla vita secolare. La Serva di Dio si trasferì in casa del fratello, dove visse dal 1810 al 1812, poi chiese di vivere vicino al Duomo, prendendo in affitto un’abitazione. Il sussidio governativo per le religiose esclaustrate permise il suo sostentamento, il resto lo aggiunse la Provvidenza tramite persone buone che la aiutarono economicamente. La Serva di Dio visse come monaca, anche se fuori convento, continuando ad avere esperienze mistiche. La sua casa divenne luogo di carità e di preghiera.

Verso la fine della vita, avendo bisogno di assistenza per l’anzianità e la malattia, si trasferì nella casa di un nipote a Rovigo (Italia), dove morì l’11 febbraio 1829, all’età di 77 anni.

La Serva di Dio ebbe una fede incrollabile. Dinanzi alle tante dolorose prove della vita, non perse mai la fiducia in Gesù. Visse le esperienze mistiche, connotate dalla passione di Gesù Cristo, come oblatività sempre presente nella sua vita monastica. Per quanto riguarda la speranza, la Serva di Dio si fidò sempre della Provvidenza Divina, riuscendo a vivere con quel poco che aveva e facendo anche opere di carità. Visse la carità verso Gesù, soprattutto per il mistero della sua passione redentrice. E riguardo al prossimo, davanti alle molteplici angherie ricevute dai familiari e da alcune consorelle, non si lamentò, volendo fare sempre la volontà di Dio.

Serva di Dio Maria Felicita Fortunata Baseggio

 

 

 

 

le virtù eroiche della Serva di Dio Floralba Rondi (al secolo: Luigia Rosina), Religiosa professa della Congregazione delle Suore delle Poverelle – Istituto Palazzolo; nata il 10 dicembre 1924 a Pedrengo (Italia) e morta a Mosango (Repubblica Democratica del Congo) il 25 aprile 1995.

La Serva di Dio Floralba Rondi (al secolo: Luigia Rosina) nacque il 10 dicembre 1924 a Pedrengo (Bergamo, Italia). Nel 1939, la madre morì subito dopo il parto dell’ultima sorellina e la Serva di Dio, sebbene non avesse ancora compiuto 15 anni, dovette farsi carico della famiglia, prendendosi cura del padre e dei sette fratelli. 

Attratta dalla vocazione alla vita consacrata, nel 1944 entrò nell’Istituto delle Suore di Carità, dette di Maria Bambina, a Bergamo, ma, l’anno successivo, passò tra le Suore delle Poverelle. Il 10 aprile 1946 entrò in noviziato e, il 3 ottobre 1948, emise la professione temporanea dei voti religiosi.

Conseguito il diploma di infermiera professionale, fu destinata all’assistenza ospedaliera.

Dopo un periodo di preparazione ad Anversa, dove frequentò corsi di medicina tropicale, il 15 aprile 1952 partì per il Congo con altre quattro consorelle. Era il primo gruppo missionario in Congo dell’Istituto, destinato a Kikwit. Qui l’11 novembre 1954 emise la professione perpetua. In Congo, la Serva di Dio si dedicò, per 40 anni, all’assistenza dei poveri e dei malati, ricoprendo spesso l’ufficio di Superiora: fu per 25 anni a Kikwit; nel 1977 fu mandata a Kisangani e, nel 1983, a Mosango, nel centro ospedaliero. Nel 1993, tornò a Kikwit. Nel 1995 si diffuse l’epidemia di Ebola. Nel curare gli infetti, la Serva di Dio venne contagiata e morì il 25 aprile 1995 a Mosango (Repubblica Democratica del Congo), dove era stata ricoverata.

La Serva di Dio fu una donna di grande fede e spirito di preghiera, nutrita con la vita sacramentale e l’adorazione eucaristica. Affrontò con fede le numerose difficoltà che incontrò, soprattutto nella missione in Congo, come ad esempio gli attacchi dei ribelli Simba, nel 1964. Cercò di compiere sempre, in ogni circostanza, la volontà del Signore.

Fu una “donna di speranza”. Era solita ripetere: «So in chi ho riposto la mia speranza». Faceva affidamento, con tutta se stessa, sulla Misericordia e sulla Provvidenza di Dio e, per questa ragione, sapeva conservare pazienza e serenità. Non perdeva la speranza nemmeno nelle difficoltà più gravi: le guerre civili, le difficoltà di gestione dell’ospedale, le carenze di cibo, di medici e di medicine. Aveva lo sguardo rivolto alla realtà del Cielo, alla vita definitiva che orientava il suo presente, che sentiva come una chiamata.

La sua vita di fede e di speranza, come pure la dedizione ai fratelli, era nutrita dall’amore per Dio, che traspariva in ogni gesto e in ogni comportamento. Desiderava che anche gli altri amassero Dio: seguendolo con fedeltà, se erano sacerdoti o religiosi, regolarizzando il matrimonio, se erano conviventi, cercando di assicurare ai malati gravi l’unzione degli infermi o la confessione, accompagnando il cammino di conversione di quanti ne avevano bisogno. Per questa ragione, spesso offriva rinunce e preghiere continue con uno spirito di sacrificio che colpiva tutti.

L’amore che nutriva verso il Signore rappresentava per la Serva di Dio la spinta costante ad amare i fratelli e a dare tutta se stessa per loro. Aveva un’attenzione particolare per i più poveri e per i più malati, a cui dedicava cure più intense. Allo stesso tempo, si prendeva cura di tutti senza fare discriminazioni di cultura o religione. L’amore e la disponibilità furono anche la ragione della sua morte: si prese cura dei primi pazienti affetti dal virus Ebola con la sua usuale dedizione e generosità e contrasse a sua volta il contagio.

Serva di Dio Floralba Rondi

 

 

 

 

le virtù eroiche della Serva di Dio Clarangela Ghilardi (al secolo: Alessandra), Religiosa professa della Congregazione delle Suore delle Poverelle – Istituto Palazzolo; nata il 21 aprile 1931 a Trescore Balneario (Italia) e morta a Kikwit (Repubblica Democratica del Congo) il 6 maggio 1995.

La Serva di Dio Clarangela Ghilardi (al secolo: Alessandra) nacque a Trescore Balneario (Bergamo, Italia) il 21 aprile 1931. Dopo aver frequentato le scuole elementari, imparò l’arte del cucito e lavorò presso una fabbrica di bottoni. Successivamente, fu assunta in una casa di riposo per anziani a Milano, dove operavano le Suore delle Poverelle. Avendo maturato la vocazione alla vita religiosa, nel 1952, entrò nella stessa Congregazione. Emise la professione religiosa temporanea il 31 marzo 1955.

Aperta alla possibilità di andare in missione, la Serva di Dio venne inviata a Roma per frequentare la scuola di infermiera professionale, ottenendo il diploma nel 1957. Completò la formazione recandosi ad Anversa (Belgio) per seguire i corsi di medicina tropicale. Conseguì anche un diploma in ostetricia. Nel 1959, partì per il Congo, prima a Kikwit e, un anno dopo, a Mosango, dove emise la professione perpetua il 26 marzo 1961. Svolse il servizio di infermiera a Tumikia, Mosango e Kikwit. 

All’inizio dell’epidemia di Ebola, la Serva di Dio continuò il suo lavoro in ospedale. Verso fine aprile 1995, dopo essersi presa cura della Serva di Dio Floralba Rondi, cominciò ad avvertire i sintomi del virus Ebola: senso di stanchezza, forti mali di testa, stati febbrili acuti e abbondanti emorragie. 

La Serva di Dio fu messa in isolamento insieme ad altre consorelle contagiate. Morì a Kikwit (Repubblica Democratica del Congo) il 6 maggio 1995.

La Serva di Dio manifestò la fede eroica nella preghiera intensa e nella cura continua della propria vita spirituale, da cui traeva la forza per il servizio disinteressato al prossimo. Nonostante i molteplici impegni in ospedale e in comunità, partecipava regolarmente ai ritiri e agli esercizi spirituali, avendo come guida spirituale un monaco trappista. Era molto devota alla Vergine Maria e raccomandava la sua invocazione ai malati e a tutti i fedeli. Oltre alle necessità materiali, si preoccupava dei bisogni spirituali dei suoi destinatari, dando consigli e preparandoli a ricevere i sacramenti. Ben inserita nel contesto culturale ed ecclesiale, collaborava con altri missionari, avendo imparato la lingua locale. Esortava i collaboratori e i malati alla coerenza di vita. 

Visse un’eroica speranza, confidando nella Provvidenza e compiendo la volontà di Dio nella misura delle sue capacità e possibilità. Volgendo costantemente il suo sguardo verso l’aldilà, la Serva di Dio era distaccata dai beni terreni e invitava a trovare in Dio il fondamento della vita presente e futura. Ai malati, non mancava di ricordare che il vero medico è Gesù, che cura i corpi e le anime. La sua speranza non venne mai meno, nonostante le turbolenze che attraversarono il Congo e le condizioni precarie di lavoro in ambito ospedaliero. Dopo il contagio del virus Ebola, sopportò serenamente l’isolamento e continuò a interessarsi dei malati e degli infermieri, rammaricandosi di non poterli più aiutare. 

Esercitò in modo eroico la carità verso Dio e verso il prossimo, concludendo la sua vita con il sacrificio supremo nell’assistenza ai malati contagiati. Il suo amore indiviso verso Dio la sostenne in mezzo alle difficoltà e miserie, malattie e ingiustizie. Con lo sguardo fisso su Gesù umiliato e crocifisso, si adoperò per la salvezza delle anime, la conversione dei peccatori, il battesimo dei neonati e l’accesso dei malati ai sacramenti. Dall’amore indiviso per Dio, sgorgava quindi l’amore del prossimo. Volle vedere e servire Cristo soprattutto nel volto dei poveri, dei malati, dei carcerati e degli orfani. Il suo servizio era solerte e affettuoso, disponibile anche di notte per le urgenze. Amava anche le sue consorelle ed era amata da tutte. Fedele ai suoi turni di lavoro, non si sottraeva mai agli appuntamenti della comunità religiosa.

Serva di Dio Clarangela Ghilardi

 

 

 

 

le virtù eroiche della Serva di Dio Dinarosa Belleri (al secolo: Teresa Santa), Religiosa professa della Congregazione delle Suore delle Poverelle – Istituto Palazzolo; nata l’11 novembre 1936 a Cailina di Villa Carcina (Italia) e morta a Kikwit (Repubblica Democratica del Congo) il 14 maggio 1995.

La Serva di Dio Dinarosa Belleri (al secolo: Teresa Santa) nacque a Cailina di Villa Carcina (Brescia, Italia) l’11 novembre 1936, in una famiglia profondamente cristiana. Fin da bambina prese parte alla vita della parrocchia, inserendosi nell’Azione Cattolica e nell’oratorio, affidato alle Suore delle Poverelle. Lavorò dapprima come sarta e poi come operaia in un’officina metallurgica.

Il 18 marzo 1957 entrò nella Congregazione delle Suore delle Poverelle e, il 28 settembre dello stesso anno, iniziò il noviziato. Emise la professione temporanea il 3 ottobre 1959. Qualche giorno dopo, fu inviata a Roma per conseguire il diploma di infermiera professionale. Dal 1961 al 1966 venne inviata a Cagliari, presso l’Ospedale marino per la cura dei malati di tubercolosi. Emise la professione perpetua il 30 ottobre 1965.

L’anno successivo venne inviata in Congo, destinata all’ospedale di Mosango. Nel 1971, conseguì la specializzazione in medicina tropicale ad Anversa e, dopo un anno, rientrò in Congo.

Rimase a Mosango fino al 1983, quando venne trasferita alla comunità di Kikwit.

Nonostante la morte della Serva di Dio Floralba Rondi e il diffondersi dell’epidemia di Ebola, la Serva di Dio rimase al suo posto, in ospedale, accanto ai malati sempre più soli e abbandonati. Il 7 maggio 1995 si manifestarono anche per lei i primi sintomi di contagio e fu messa in isolamento. Morì il 14 maggio 1995 a Kikwit (Congo).

Fedele al carisma dell’Istituto delle Suore delle Poverelle, la Serva di Dio testimoniò in grado supremo la carità cristiana a servizio dei malati e dei poveri.

La fede eroica della Serva di Dio si esprimeva soprattutto nella preghiera continua, nella meditazione e nella partecipazione assidua all’Eucaristia. Amava intensamente la Chiesa; nutriva la sua preghiera quotidiana con la lettura delle vite dei santi; si accostava regolarmente al Sacramento della Riconciliazione. Era molto devota alla Beata Vergine Maria, al Beato Luigi Palazzolo e a San Francesco d’Assisi.

La virtù eroica della speranza la portò ad avere una fiducia illimitata nella Divina Provvidenza. Rimanendo a lungo in Ospedale per curare i malati di tubercolosi, pregava con loro e per loro, in modo che non venisse meno la speranza. Li esortava alla fiducia, faceva tutto quello che umanamente è possibile fare e poi li affidava al Signore. 

La Serva di Dio praticò in modo eroico la virtù della carità verso Dio e verso il prossimo, soprattutto nell’assistenza ai malati. La carità verso Dio la rendeva capace di scoprire il volto di Cristo nei sofferenti, di servirli con amore, di avvicinarli a Lui. Praticò le Opere di misericordia in modo esemplare tanto da culminare nell’offerta della vita per curare i malati di Ebola.

Serva di Dio Dinarosa Belleri

 

 

 

 

le virtù eroiche della Serva di Dio Elisa Giambelluca, Fedele Laica, Membro dell’Istituzione Teresiana; nata il 30 aprile 1941 a Isnello (Italia) e morta a Roma (Italia) il 5 luglio 1986.

La Serva di Dio Elisa Giambelluca nacque a Isnello (Palermo, Italia) il 30 aprile 1941. Dopo gli studi liceali a Cefalù, si trasferì nel 1960 a Palermo per studiare Matematica e Fisica. Vivendo nella residenza universitaria, gestita dall'Istituzione Teresiana, fu attratta dal carisma di San Pedro Poveda e maturò la sua vocazione laicale al servizio del Vangelo nella stessa Istituzione, dove venne accolta nel 1964. Conseguita la Laurea in Matematica e Fisica nel 1965, iniziò a insegnare a Rossano all'Istituto “San Pio X”, gestito dall’Istituzione Teresiana, al quale era annesso un convitto che ospitava studentesse dei paesi limitrofi. Qui, per tre anni, la Serva di Dio contribuì con la sua disponibilità e professionalità al riscatto sociale, culturale e formativo delle giovani. Nel 1968, si trasferì a Torino, dove proseguì l’insegnamento in un Istituto Tecnico Industriale pubblico. Successivamente, contribuì ad un nuovo progetto che l’Istituzione Teresiana assunse a Torino, consistente nella direzione del Convitto e la Presidenza della Scuola Media all’Educatorio della Provvidenza, una Fondazione Regale Sabauda per l’educazione e la formazione di ragazze di famiglie benestanti e per l’accoglienza di fanciulle in stato di bisogno. La Serva di Dio insegnò e fu Preside solo per un anno, poiché l’Istituzione decise di lasciare gli impegni presi. Diresse anche una Scuola Media aggregata all'Educatorio della Provvidenza. Nel 1971, la Serva di Dio venne chiamata a Roma per dedicarsi alla formazione religiosa e culturale dei giovani, presenti nella residenza universitaria dell'Istituzione Teresiana e per insegnare in un Liceo. L’8 giugno 1973 ricevette la cadenilla (braccialetto), segno dell’impegno definitivo con Dio nell’Istituzione Teresiana. Successivamente, tornò a Rossano come docente e preside dell'Istituto per il Magistero, in cui sviluppò un interessante progetto di innovazione educativa. Nel 1983, si trasferì a Vescovio, vicino al Santuario della “Madonna della Lode”, ma iniziò ad avere problemi di salute a causa di un tumore al colon. Continuò ad insegnare in un Istituto Professionale per l'Agricoltura a Forano. L’ultimo periodo della sua vita lo trascorse a Roma, dove visse forti sofferenze fisiche. Offrì la sua vita per i sacerdoti in situazioni difficili e per le vocazioni. 

Morì a Roma il 5 luglio 1986, all’età di 45 anni.

La fede fu vissuta intensamente dalla Serva di Dio sin da giovanissima, attraverso la preghiera e l’assidua frequenza ai Sacramenti, tanto da suscitare l’attenzione delle compagne e dei sacerdoti che la incontravano. Per la formazione ricevuta e ben coltivata nella meditazione personale, la virtù della speranza fu vissuta dalla Serva di Dio con connotazioni forti e si impegnò a testimoniarla anche nei momenti dolorosi della malattia. La Serva di Dio fu sempre attratta dall’amore verso Dio. Il suo amore verso i familiari fu sempre tenero e costante, anche da lontano non smise di occuparsene e pregare per loro. Si spendeva con grande delicatezza nei confronti di tutto il suo prossimo, che fossero vicini di casa, compagne di collegio o consorelle Teresiane, suoi studenti o colleghi. Come donna di cultura ed insegnante, esercitò ogni tipo di carità, nella fedeltà al carisma di San Pedro Poveda.

Serva di Dio Elisa Giambelluca

 

 

 

 

 

21 GENNAIO 2021

 

Il 21 gennaio 2021, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Durante l’Udienza, il Sommo Pontefice ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare i Decreti riguardanti:

 

il martirio del Servo di Dio Giovanni Fornasini, Sacerdote diocesano; nato il 23 febbraio 1915 a Pianaccio di Lizzano in Belvedere (Italia) e ucciso, in odio alla Fede, a San Martino di Caprara (Italia), il 13 ottobre 1944.

Il Servo di Dio Giovanni Fornasini nacque a Pianaccio di Lizzano in Belvedere (Bologna, Italia) il 23 febbraio 1915. Entrato in Seminario nel 1931, fu ordinato diacono nel 1941 ed inviato a Sperticano in aiuto dell’anziano Arciprete. Ordinato sacerdote il 28 giugno 1942, venne nominato vicario parrocchiale nella stessa parrocchia. Morto l’Arciprete, nell’agosto dello stesso anno, il Servo di Dio fu chiamato a succedergli nella guida della parrocchia. Nel tragico periodo dell’occupazione tedesca, il Servo di Dio trasformò la sua parrocchia in un “cantiere della carità”, mettendosi a disposizione di tutti coloro che necessitavano di soccorso. Durante l’eccidio di Monte Sole, si adoperò per alleviare le sofferenze della sua gente.

Venne ucciso, all’età di 29 anni, il 13 ottobre 1944 nei pressi della cappella di San Martino, a Marzabotto (Italia).

Nel 1950 venne conferita la medaglia d’oro al valore civile alla sua memoria.

Il Servo di Dio, durante il secondo conflitto mondiale, prestò soccorso specialmente agli sfollati e alla gente rimasta in paese, tra cui molti anziani e bambini. Più volte era intervenuto presso i tedeschi per aiutare i prigionieri o per far rilasciare persone catturate ingiustamente.

Riguardo al martirio materiale, fra il 28 e il 29 settembre 1944, vi fu la prima strage sul Monte Sole in cui furono sterminate 770 persone. Il 29 settembre, nel contesto delle vendette belliche naziste, il Servo di Dio fu imprigionato dalle SS ma venne rilasciato perché riconosciuto estraneo alla lotta partigiana. Il 13 ottobre 1944, un ufficiale delle SS invitò Don Fornasini a seguirlo in montagna per dare sepoltura ad alcune persone. Il Servo di Dio lo accompagnò fino a San Martino di Caprara, ma da qui non fece più ritorno. Il suo corpo, venne recuperato nell’aprile 1945 dal fratello. Secondo la ricostruzione, la morte del Servo Dio sarebbe avvenuta dopo un’agonia dovuta a maltrattamenti compiuti sulla sua persona.

Circa il martirio formale ex parte persecutoris, si deve tener conto del complesso quadro creatosi in Italia dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943 e le conseguenti ritorsioni belliche. Le azioni partigiane nei confronti dei tedeschi scatenarono le feroci rappresaglie naziste contro la popolazione. Dopo i massacri avvenuti sul Monte Sole, il Servo di Dio si era prodigato in un’intensa attività di mediazione per evitare ulteriore spargimento di sangue tra i civili. Sia per il suo ruolo di mediatore che per l’attenzione ai costumi della popolazione, Don Fornasini era avvertito come una presenza scomoda per l’autorità tedesca, che lo percepiva come un ostacolo al suo malvagio prestigio, per cui l’odium fidei fu la ragione prevalente dell’uccisione. Il suo assassinio fu motivato da una specifica avversione al ministero.

Il Servo di Dio era consapevole dei rischi per la propria incolumità. Benché i sacerdoti della zona avessero ricevuto il permesso dell’Autorità ecclesiastica di abbandonare le canoniche per rifugiarsi in città, il Servo di Dio volle restare tra la sua gente. In canonica avevano trovato riparo vari sfollati, ma vi si erano insediati anche i tedeschi.

La fama di martirio si diffuse subito e permane fino ad oggi, unita ad una certa fama di segni.

Servo di Dio Giovanni Fornasini

 

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Michele Arcangelo Maria Antonio Vinti, Sacerdote diocesano; nato il 18 gennaio 1893 a Grotte (Italia) e ivi morto il 17 agosto 1943.

Il Servo di Dio Michele Arcangelo Maria Antonio Vinti nacque a Grotte (Agrigento, Italia) il 18 gennaio 1893, in una famiglia profondamente cristiana. Entrato in Seminario nel 1910, fu ordinato sacerdote il 9 luglio 1922. Inviato a svolgere il servizio pastorale nel paese natale, sorsero delle tensioni da parte dell’Arciprete, dovute alla difficoltà di assicurare il mantenimento di un secondo cappellano. Pertanto, il Vescovo trasferì il Servo di Dio a Cianciana, come viceparroco. Dopo sette mesi, lo inviò nuovamente a Grotte, in sostituzione di un altro sacerdote, come rettore della chiesa del Carmine e coadiutore dell’Arciprete. L’apostolato privilegiato dal Servo di Dio fu quello del confessionale, dove restava molte ore. Si dedicò anche al ministero della predicazione e alla catechesi, particolarmente dei ragazzi.

Di costituzione gracile, soffriva di anemia. La sua salute precipitò rapidamente nel 1942.

Morì il 17 agosto 1943 a Grotte (Italia).

La vita del Servo di Dio fu animata da un esercizio eroico della fede. Visse costantemente alla presenza di Dio. Sapeva mantenersi in raccoglimento davanti al Santissimo Sacramento. Cercò di aderire sempre alla volontà di Dio e a questo educava con convinzione anche i suoi fedeli. Mostrò obbedienza e rispetto nei confronti dei Superiori, in particolare dell’Arciprete, nonostante venisse trattato da lui piuttosto duramente.

Fu un esempio di eroico esercizio della virtù della speranza, continuando a rimanere sereno e fiducioso nel Signore. Accettava tutto dalle mani di Dio, confidando nella sua misericordia. Con questo atteggiamento affrontò anche il momento della morte, di cui fu pienamente consapevole. Radicato nella speranza, era capace di infonderla anche nei suoi fedeli, a cui sapeva essere di conforto.

Riguardo all’esercizio eroico della carità verso Dio, i suoi scritti lasciano trasparire l’intensità del suo amore per il Signore, che si esprimeva soprattutto nella ricerca costante della perfezione. Il modo di vivere il ministero sacerdotale manifesta il suo amore verso Dio: nel predicare, nell’amministrare il sacramento della riconciliazione, nel promuovere la preghiera per portare tutti all’amore di Dio. Circa la carità verso il prossimo, il Servo di Dio mostrò costantemente la volontà di anteporre il bene dei suoi fedeli a qualsiasi interesse personale. Pur vivendo in ristrettezze, si privava anche del poco che aveva per poter far fronte ai bisogni dei più poveri. Cercava pure di farsi carico generosamente dei malati, che visitava assiduamente. Spesso si presentava al capezzale di quelli più gravi senza essere stato chiamato, riuscendo sovente a confessarli e a dar loro l’unzione degli infermi. Soprattutto, al confessionale, era disponibile, mantenendo un tratto accogliente, affabile e sorridente.

Servo di Dio Michele Arcangelo Maria Antonio Vinti

 

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Ruggero Maria Caputo, Sacerdote diocesano; nato il 1° maggio 1907 a Barletta (Italia) e ivi morto il 15 giugno 1980.

Il Servo di Dio Ruggero Maria Caputo nacque a Barletta (Italia) il 1° maggio 1907, in una famiglia di contadini di sani principi morali e cristiani. Terminata la seconda elementare, sospese gli studi per aiutare i genitori nel lavoro dei campi. Pur sentendo la vocazione al sacerdozio, le disagiate condizioni economiche gli impedirono l’ingresso in Seminario. Solo nel 1926, vincendo le resistenze del papà e del fratello e superando anche la non lieve difficoltà di riprendere gli studi, entrò nel Seminario Arcivescovile di Bisceglie.

Non potendo usufruire dell’esonero per motivi di studio, nel 1927 partì per compiere il servizio militare a Chieti, dove svolse la mansione di ausiliare in ospedale.

Nel 1928 fece ritorno nel Seminario di Bisceglie e, nel 1930, fu trasferito nel Pontificio Seminario Regionale di Molfetta per intraprendere gli studi liceali e teologici. Venne ordinato sacerdote a Barletta il 25 luglio 1937.

Come primo incarico gli fu affidato il ruolo di educatore nel Seminario Minore di Bisceglie, dove rimase solo per alcuni mesi. Fu chiamato poi ad esercitare il ministero nella parrocchia della Sacra Famiglia e nel Nuovo Oratorio “San Filippo Neri” in Barletta.

Come sacerdote svolse sempre la funzione di viceparroco nelle parrocchie in cui fu destinato, rimanendo docile e mite nell’accogliere di volta in volta le indicazioni del Vescovo.

Nel 1939, fu destinato presso la chiesa dello Spirito Santo, ancora in costruzione, dove si adoperò per riscattare la popolazione molto umile di quella zona dalla miseria e dall’ignoranza religiosa e morale. Nel 1940 fu nominato viceparroco nella parrocchia di San Giacomo Maggiore a Barletta, con il compito iniziale di formare i giovani di Azione Cattolica, e successivamente l’incarico di seguire la gioventù femminile. Il Servo di Dio educò i giovani e le giovani ai valori più grandi, a scegliere di seguire il Signore, donando la propria vita, trascorrendo gran parte del suo tempo in confessionale nell’assolvere e dirigere le anime.

Nel 1951 fu trasferito, sempre come viceparroco, alla parrocchia dello Spirito Santo. Nel 1956, alla morte del Venerabile Servo di Dio Raffaele Dimiccoli, fu nominato nuovo direttore dell’Oratorio “San Filippo Neri”.

Nel 1958 ritornò come viceparroco a San Giacomo fino al 1974 quando venne destinato alla nascente parrocchia periferica di S. Maria degli Angeli. Qui visse gli anni più sereni della sua vita sempre impegnato a condurre le persone a Gesù.

Nel Natale del 1979 cominciò ad accusare dolori alla spalla, e qualche mese dopo gli fu diagnosticato un cancro al pancreas, al fegato e alla cistifellea che lo condusse alla morte, avvenuta il 15 giugno del 1980 a Barletta (Italia).

Il Servo di Dio si distinse per una grande e profonda fede, appresa dall’infanzia, e sempre visse secondo questa virtù. La fede per lui era fondamento di tutta la vita e di ogni attività. Al centro della sua vita interiore c’era sempre Cristo. Dall’Eucarestia trasse la forza di servire con amore senza misura ogni fedele della Chiesa locale. Ebbe una profonda devozione alla Madonna. La dinamica della fede lo portò ad insegnare e predicare il messaggio cristiano agli altri, in particolare si preoccupò di trasmettere ai giovani l’insegnamento della dottrina cristiana.

Ebbe anche una grande speranza nella vita eterna per i meriti di Gesù Cristo. Quando gli capitava qualche prova, subito si rassegnava alla volontà di Dio. Tutte le sue azioni erano dirette per un fine supremo. Sopportava volentieri i pesi del suo ufficio e viveva sempre sotto lo sguardo di Dio e la protezione della Vergine Maria.

Praticò la carità verso Dio e verso il prossimo in modo eroico. Amava Cristo al di sopra di tutto e viveva sempre alla sua presenza. Ebbe un apostolato straordinariamente fecondo perché sapeva stare in ginocchio davanti all’Eucaristia, profondamente convinto che, per annunciare il Vangelo, bisognava imparare a stare alla sua presenza costantemente e quotidianamente.

La profonda passione per i bisognosi lo spinse verso i più disagiati. Aveva un cuore molto sensibile per i poveri e per i sofferenti.

Servo di Dio Ruggero Maria Caputo

 

 

 

 

- le virtù eroiche della Serva di Dio Maria Giuseppe di Gesù (al secolo: Elisabetta Prout), Fondatrice della Congregazione delle Suore della Ss.ma Croce della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo; nata il 2 settembre 1820 a Shrewsbury (Inghilterra) e morta a Sutton (Inghilterra) l’11 gennaio 1864.

La Serva di Dio Maria Giuseppe di Gesù (al secolo: Elisabetta Prout) nacque a Shrewsbury (Inghilterra) il 2 settembre 1820 e venne battezzata nella chiesa anglicana.

Nel 1841 la famiglia si trasferì a Stone dove il Beato Domenico Barberi fondò la prima comunità dei Passionisti. Nel 1844, la Serva di Dio si convertì al cattolicesimo e, nel 1848, entrò nella Congregazione delle Suore di Gesù Bambino di Northampton. A causa di una tubercolosi al ginocchio, dopo circa un anno, fu costretta a tornare in famiglia. Ostacolata nell’esercizio della fede cattolica dalla madre, rimasta anglicana, si trasferì nella parrocchia di St. Chad a Manchester, guidata da Mons. Robert Croskell, in un quartiere molto povero e insalubre, per insegnare nella scuola. Con l’aiuto del passionista Padre Gaudenzio Rossi e di Mons. Robert Croskell, decise di fondare un Istituto Religioso femminile aperto a ragazze povere, che non potevano provvedere alla dote e che si dedicassero alla cura dei bambini e delle donne appartenenti alle classi più basse della società. Dal 1849 la Serva di Dio insegnò nelle scuole dei quartieri industriali di Manchester. Il 15 agosto 1851, iniziò la vita comune della nuova Congregazione, chiamata “Suore della Santa Famiglia”, poi “Suore della Croce e della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo”. Nel 1854, insieme a cinque giovani, la Serva di Dio emise i voti religiosi alla presenza del Vescovo di Salford, Mons. William Turner.

Man mano che aumentava il numero delle consorelle, la Serva di Dio cominciò ad aprire nuove comunità nella diocesi di Liverpool.

Dal 1856 dovette affrontare molte difficoltà nella gestione dell’Istituto, causate principalmente dalla cattiva amministrazione economica da parte di una delle religiose. Per riparare il danno economico e sanare almeno parzialmente i debiti contratti, la Serva di Dio dovette dedicarsi a numerosi viaggi, allo scopo di questuare per raccogliere il denaro necessario.

Nel 1863 la Regola del nuovo Istituto, elaborata dalla Serva di Dio con l’aiuto del Servo di Dio Ignazio Spencer, passionista, fu approvata dalla Santa Sede. Durante il primo Capitolo Generale, tenutosi nell’ottobre dello stesso anno, la Serva di Dio fu eletta all’unanimità Superiora Generale.

Molto ammalata e consumata dalla fatica, morì l’11 gennaio 1864 a Sutton (Inghilterra), all’età di 43 anni.

La Serva di Dio, fin dalla giovinezza, manifestò una fede eroica in molte occasioni della vita. Visse con profonda fiducia e umiltà sia l’inserimento nella comunità delle Suore del Bambin Gesù, sia il rientro forzato in famiglia a motivo della malattia. Una fede eroica la sorresse anche quando dovette confrontarsi con la disapprovazione della madre anglicana, che ostacolava la sua vita sacramentale. Accettò di lasciare la famiglia e di abbracciare una situazione di totale incertezza e precarietà economica per restare fedele alla scelta del cattolicesimo. Seppe leggere come segno della Provvidenza divina, la proposta di dar inizio ad un Istituto Religioso a servizio degli emarginati.

La virtù della speranza, esercitata in grado eroico, fu la guida dell’esistenza della Serva di Dio. Perseguì il desiderio della consacrazione religiosa, superando la malattia, l’incognita del futuro e le difficoltà interne alla Congregazione. La speranza si rese visibile anche nel coraggio con cui prese alcune decisioni, come quella di abbandonare la casa paterna per rimanere fedele alla propria fede cattolica. In particolare, la speranza eroica si mostrò negli eventi che segnarono la vita della Congregazione a causa della cattiva amministrazione di una suora e che portarono la Serva di Dio a chiedere l’elemosina per saldare i debiti che gravavano sull’Istituto.

Cercò di custodire in tutta la sua vita un autentico spirito contemplativo, che garantiva il primato di Dio. Mantenne sempre il desiderio di vivere un rapporto intimo con il Signore, facendo della preghiera l’anima della sua esistenza.

La profonda carità si manifestava anche nella sua capacità di perdono. Aveva una delicata carità nei confronti delle consorelle, con cui si dimostrò sempre attenta e premurosa. La sua carità si rivelò soprattutto nella dedizione che nutrì nei confronti delle giovani delle classi più povere, nonostante che ella provenisse da una famiglia medio-borghese. Non cercava solo di mettersi al servizio dei poveri, ma desiderava essere una di loro. Seppe intuire le necessità delle giovani più sfortunate, ideando con coraggio delle residenze, le homes, in cui loro potessero essere ospitate gratuitamente e protette mentre lavoravano in fabbrica, cercando di assicurare loro anche una formazione umana e cristiana.

 Serva di Dio Maria Giuseppa di Gesù

 

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Giacomo Masarnau Fernández, Fedele Laico; nato il 10 dicembre 1805 a Madrid (Spagna) e ivi morto il 14 dicembre 1882.

Il Servo di Dio Giacomo Masarnau Fernández nacque a Madrid (Spagna) il 10 dicembre 1805, in una famiglia benestante e profondamente cristiana. Poiché il padre era funzionario di Corte, il Servo di Dio, nei primi anni di vita, si trasferì insieme alla famiglia in varie città spagnole. Durante questo periodo, manifestando una precoce attitudine per la musica, fu avviato ad un’adeguata formazione in questo ambito. Nel 1814, tornò a vivere a Madrid, dove il padre ricoprì importanti incarichi nella Casa Reale. Il Servo di Dio proseguì la formazione nel collegio “D. María de Aragón”, retto dagli Agostiniani e, tra il 1820 e il 1822, intraprese gli studi di matematica nei Reales Estudios de San Isidro con l’intenzione di diventare ingegnere. In questo periodo, caratterizzato dall’esaltazione dei valori liberali che presto si diffusero in tutto il Paese, il padre perse il favore del Re, che gli tolse il titolo di Gentilhombre de la Real Casa e lo destituì dalle cariche.

Cercando un diverso clima politico-sociale e volendo completare la formazione musicale, nel 1825, il Servo di Dio si recò a Parigi con il desiderio di portare a termine gli studi musicali. Iniziò, così, un periodo importante della sua vita, con numerosi soggiorni all’estero. Parigi e Londra furono le città di riferimento di questi anni. Egli condivise e si immerse totalmente nel clima culturale del Romanticismo. Per provvedere al suo mantenimento organizzò concerti aperti al pubblico. Il padre, venuto a conoscenza dello stile di vita che il figlio stava conducendo, iniziò con lui un’intensa corrispondenza per dissuaderlo dal frequentare l’ambiente frivolo di Parigi dove egli teneva i concerti, incoraggiandolo ad essere fedele ai suoi impegni di cristiano.

Questo fu un periodo di grandi “successi” in campo professionale, artistico e affettivo, ma niente lo appagava. Per ciò che concerne l’aspetto spirituale, il Servo di Dio si limitava ad osservare solo formalmente gli obblighi religiosi.

Tutto ciò lo condusse ad una crisi personale di insoddisfazione che terminò nel 1838, nella chiesa parigina di Nostra Signora di Loreto, dove fece la Confessione generale e ricevette la Comunione. Volendo vivere il rinnovato impegno religioso in modo attivo, nel 1839, entrò nelle Conferenze di San Vincenzo de’ Paoli, fondate sei anni prima a Parigi dal Beato Federico Ozanam. Sin da subito manifestò un singolare affidamento alla Divina Provvidenza e un autentico amore per i poveri. Adeguò il suo stile di vita per attendere meglio ai nuovi obblighi, sia in ambito lavorativo sia come vincenziano. Si preoccupò soprattutto di dedicarsi ad una intensa vita spirituale: preghiera assidua, quotidiana partecipazione alla Santa Messa, abituale lettura della Bibbia e devozione alla Madre di Dio. La testimonianza della sua vita portò altre persone alla conversione o alla scelta di vita religiosa.

Nel 1843, rientrò a Madrid, divenendo Vicedirettore e professore di Musica nel collegio fondato dal fratello. Umilmente e silenziosamente iniziò la missione di vincenziano negli ospedali, negli ospizi e in altri istituti sociali, dove visitava i ricoverati, li aiutava nelle varie necessità, dava lezioni gratuite di musica come mezzo di riabilitazione e promozione umana. Appoggiò anche la nascente opera a favore delle donne emarginate intrapresa da Santa Micaela del Santissimo Sacramento, Fondatrice delle Suore Adoratrici.

Nel 1849, insieme a due professori del collegio, fondò la prima Conferenza di San Vincenzo de’ Paoli spagnola. Il Servo di Dio si adoperò nella Società anche per dare una solida formazione ai suoi membri. In particolare trasmetteva loro che il fine ultimo dell’Istituzione era la santificazione dei partecipanti e la realizzazione delle opere di carità. Questo proficuo quadro di opere e di cammino spirituale si interruppe nel 1868 quando un decreto del Governo rivoluzionario soppresse la Società. Il Servo di Dio accettò questa decisione e, insieme a un gruppo di fedeli collaboratori, intensificò la sua attività di vincenziano in privato, recandosi a visitare circa cento famiglie bisognose ogni settimana. Tuttavia, alcune Conferenze continuarono a funzionare nella clandestinità.

Con il ritorno dei Borboni sul trono di Spagna, la Società fu ristabilita legalmente e le furono restituiti i beni precedentemente confiscati. Il Servo di Dio si dedicò alla riorganizzazione della Società e, in sette anni, riuscì a far rinascere la pia Opera. Varie volte chiese di essere sostituito come Presidente, ma senza esito. Il 1° giugno 1882 convocò il Consiglio Superiore e presentò le sue dimissioni irrevocabili.

All’inizio di dicembre, le sue condizioni si aggravarono ulteriormente. Morì a Madrid (Spagna) il 14 dicembre 1882.

La fede appare la pianta su cui si innestano le altre virtù teologali e cardinali. La sua è chiaramente fede cristocentrica vissuta attraverso la pratica dei sacramenti e la meditazione della Parola di Dio, che egli raccomandava anche ai membri della Società. Ebbe un amore profondo per la Vergine Maria, San Giuseppe e San Vincenzo de’ Paoli; fu fedelissimo al Papa.

La carità fu nella vita del Servo di Dio la colonna portante che traduceva la sua fede in concreto; essa era frutto dell’azione interiore dello Spirito Santo, al quale era generosamente aperto. La carità assunse in lui forme diverse ed efficaci: la visita agli ammalati e ai poveri che andava ad incontrare, l’ascolto per chi aveva bisogno di manifestare se stesso e le sue esigenze, la distribuzione di consigli e di averi. Conosceva i poveri e li chiamava per nome, aspetto questo che andava al di là della distribuzione delle anonime elemosine.

Tra la fede e la carità, il Servo di Dio coltivò la virtù della speranza, che lo portava a confidare nella Provvidenza e nella misericordia di Dio e, al tempo stesso, gli dava coraggio, che poi infondeva agli altri.

La fama di santità è rimasta viva sino ad oggi.

Servo di Dio Giacomo Masarnau Fernández

 

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Pasquale Canzii, Seminarista; nato il 6 novembre 1914 a Bisenti (Italia) e morto a Penne (Italia) il 24 gennaio 1930.

Il Servo di Dio Pasquale Canzii nacque a Bisenti (Teramo, Italia) il 6 novembre 1914, in una famiglia di sani principi cristiani. Per difficoltà economiche, il padre fu costretto ad emigrare negli Stati Uniti d’America. In occasione di una missione popolare a Bisenti, nel 1926, il Servo di Dio incontrò un Sacerdote Passionista. Attratto dalla figura di San Gabriele dell’Addolorata, manifestò il desiderio di entrare nella Congregazione della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo ma, a causa della sua salute piuttosto fragile, fu indirizzato al Seminario diocesano. Nell’ottobre dello stesso anno, il Servo di Dio entrò nel Seminario di Penne, ricevendo l’abito di chierico. Impegnato in maniera singolare nella pietà, nella disciplina e negli studi, ripeteva spesso di voler “essere santo, grande santo e presto santo”, come San Gabriele, San Luigi Gonzaga, San Stanislao Kostka, San Giovanni Berckmans e Santa Teresa di Lisieux, giovani santi cui ispirò la sua vita.

Le mortificazioni, le rinunce e la disciplina cui si sottopose minarono a poco a poco la resistenza del suo fragile corpo.

Morì nel Seminario di Penne (Italia), a causa di una polmonite, il 24 gennaio 1930, all’età di 15 anni.

La breve esistenza del Servo di Dio fu caratterizzata da una costante aspirazione alla santità, coltivata attraverso l’amore e la dedizione fedele alla propria vocazione sacerdotale, perseguita senza riserve e nella semplicità.

L’intera vita del Servo di Dio fu caratterizzata da un profondo spirito di fede soprannaturale, alimentato da un intenso e ininterrotto dialogo con Dio nella preghiera. Consapevole dei suoi limiti umani, non confidò nelle proprie risorse personali, ma si affidò totalmente a Dio, dal quale si sentiva chiamato, attendendo dalla divina bontà ogni cosa, con naturalezza e semplicità. La sua fede si declinava nell’impegno assiduo a cooperare con la grazia di Dio, ricercato e incontrato in lunghe ore di preghiera, in modo particolare nell’Adorazione Eucaristica, e poi attraverso le devozioni popolari che aveva imparato dalla madre. Per fede egli entrò in Seminario e vi rimase tenacemente nonostante le difficoltà della salute, grazie alla sua confidenza nel Crocifisso, del quale, educato dalla spiritualità passionista che l’aveva formato, coglieva in modo particolare l’amore e la misericordia. La sua particolare devozione alla Beata Vergine Maria si manifestava nel tenero affetto filiale e nella confidenza che egli nutriva nei confronti della Madre di Dio, alla quale affidava ogni preoccupazione e il proprio cammino spirituale.

Il Servo di Dio desiderò amare il Signore con tutto se stesso, vivendo costantemente alla sua presenza, compiendo con fedeltà i propri doveri quotidiani in un atteggiamento di perenne offerta d’amore. Sostando a lungo, davanti all’Eucaristia, si uniformò sempre di più alla volontà divina. Per questo sopportò dolori fisici e morali, fatiche corporali e spirituali in un atteggiamento di costante offerta di se stesso per la maggior gloria di Dio e per la salvezza delle anime.

Il Servo di Dio riteneva che la vocazione al sacerdozio fosse una chiamata alla carità verso il prossimo. Nel tempo del Seminario, egli pregava molto per gli altri e si mostrava disponibile verso le necessità di tutti.

Il Servo di Dio visse in una totale fiducia nell’amore divino, manifestata nella sua serenità di fronte alle prove e alle difficoltà della vita e nella determinazione interiore di rispondere alla vocazione sacerdotale. La speranza eroica del Servo di Dio era fondata sulla certezza della fedeltà di Dio, sull’amore divino rivelato nel Crocifisso, sulla filiale devozione alla Madonna e sull’ardente desiderio del Paradiso.

Servo di Dio Pasquale Canzii

 

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Jérôme Lejeune, Fedele Laico; nato il 13 giugno 1926 a Montrouge (Francia) e morto a Parigi (Francia) il 3 aprile 1994.

Il Servo di Dio Jérôme Lejeune nacque il 13 giugno 1926 a Montrouge (Parigi, Francia), in una famiglia profondamente cattolica. Nel 1944 cominciò a studiare Medicina a Parigi e, nel 1951, conseguì il dottorato. Successivamente, compì il servizio militare in Germania. Il 1° maggio 1952 sposò Birthe Bringsted, una giovane danese protestante che, durante il fidanzamento, si convertì alla fede cattolica. Dal matrimonio nacquero cinque figli.

Nel 1952, il Servo di Dio cominciò ad impegnarsi nelle ricerche sulla “Sindrome di Down” (chiamata allora anche mongoloidismo). Affiancato da due colleghi scoprì che, nei bambini affetti dalla sindrome, è presente un cromosoma in più nella coppia 21, per cui si iniziò ad indicare questa sindrome con il termine “Trisomia 21”. Dopo questa prima scoperta, il Servo di Dio identificò altre patologie cromosomiche e acquistò un ruolo sempre più importante nella citogenetica mondiale. La sua ricerca pionieristica portò anche allo sviluppo di test prenatali, usati per individuare la Sindrome di Down nei feti, molti dei quali, per motivi eugenetici, vengono abortiti volontariamente. Il Servo di Dio denunciò questo abuso della scienza come “razzismo cromosomico” e divenne uno dei pochi scienziati di spicco in Francia a protestare contro questa tendenza e contro le leggi che la favorivano. Nel 1969, quando ricevette il premio Allen Memorial a San Francisco, pronunciò un discorso dove invitò ufficialmente i suoi colleghi a scegliere la vita e a rifiutare l’eugenetica. A partire da quell’intervento, venne fortemente ostracizzato dalla comunità scientifica internazionale. Negli anni ‘80 gli furono tagliati i fondi per la ricerca e i suoi collaboratori licenziati.

Nonostante le pressioni e le misure ritorsive contro di lui, viaggiava in tutto il mondo per testimoniare la bellezza e la dignità inviolabile della vita umana davanti ai Parlamenti, alle assemblee degli scienziati e ai mass-media. Ricevette innumerevoli premi e fu nominato membro di numerose accademie e istituzioni internazionali. Nel 1964 fu nominato primo docente di Genetica Fondamentale presso la Facoltà di Medicina di Parigi.

San Paolo VI lo nominò nel 1974 membro della Pontificia Accademia delle Scienze. Nel 1986, San Giovanni Paolo II lo chiamò a far parte del Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari e, nel 1994, lo nominò primo presidente della Pontificia Accademia per la Vita.

Il Servo di Dio morì a Parigi (Francia) il 3 aprile 1994, giorno di Pasqua, all’età di 68 anni, colpito da un cancro fulminante.

La vita di fede del Servo di Dio fu caratterizzata da intensa e costante preghiera, partecipazione assidua alla Santa Messa e vita sacramentale regolare, profonda devozione alla Vergine Maria e ai Santi, in particolare a San Vincenzo de’ Paoli e San Tommaso Moro, assoluta fedeltà al Santo Padre e alla Chiesa Cattolica. Cercò sempre, con zelo straordinario, di mostrare l’armonia tra la scienza e la fede. Annunciò il Vangelo soprattutto negli ambienti scientifici, medici e ospedalieri.

Il Servo di Dio esercitò la virtù della speranza in grado eroico. Si affidò pienamente alla Divina Provvidenza, infondendo negli altri, soprattutto nei suoi pazienti, nei colleghi e amici, una ferma confidenza nell’aiuto divino. Egli era ben consapevole della necessità di portare la croce per seguire il Signore, e questo non lo spaventava, anzi gli dava la forza per affrontare con ottimismo e determinazione le difficoltà e le avversità. L’esercizio eroico della virtù della speranza rifulse soprattutto di fronte alla malattia e alla morte, quando era ancora in piena attività. Accettò tutto questo con esemplare serenità interiore, preparandosi al meglio al passaggio alla vita eterna, edificando soprattutto i propri familiari, per il modo eccellente in cui egli si era rimesso nelle mani del Signore e della Santa Vergine.

Circa la pratica eroica della virtù della carità, verso Dio e verso il prossimo, il Servo di Dio visse alla presenza del Signore, perché Gesù, Verbo Incarnato, occupava il primo posto nella sua vita. In lui l’amore di Cristo e l’amore dei fratelli, soprattutto dei suoi pazienti, erano praticamente un’unica cosa, perché nei bisognosi e nei malati egli riconosceva l’immagine divina. Esercitò la carità verso il prossimo in modo costante, gioioso e di grado non comune, in ogni ambito della sua vita: in famiglia, nell’ambiente professionale, nella Chiesa, nei rapporti con i malati e con i loro familiari, verso i poveri.

Servo di Dio Jérôme Lejeune

 

 

 

 

- le virtù eroiche della Serva di Dio Adele Bonolis, Fedele Laica, Fondatrice delle Opere di Assistenza e Redenzione Sociale; nata il 14 agosto 1909 a Milano (Italia) e ivi morta l’11 agosto 1980.

La Serva di Dio Adele Bonolis nacque a Milano (Italia) il 14 agosto 1909. Dopo aver conseguito il diploma di Licenza Commerciale, lavorò come impiegata. Contemporaneamente partecipava alla vita parrocchiale impegnandosi nell’Azione Cattolica, di cui divenne dirigente. Coltivava una profonda vita interiore, alla cui base vi era l’Eucaristia, ricevuta quotidianamente.

Nel 1932, durante un corso di esercizi spirituali, conobbe la professoressa Giuseppina Achilli, con la quale condivise la vita di ascesi e di apostolato. Con il suo aiuto, la Serva di Dio ottenne la Licenza liceale e si laureò in Filosofia nel 1944, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Nel 1946 si iscrisse alla Facoltà di Medicina, sostenendo alcuni esami ma senza conseguire la Laurea. Decise di dedicarsi all’assistenza delle persone più bisognose di aiuto spirituale e materiale, dopo essersi donata a Dio con una consacrazione privata.

Illuminata dalla direzione spirituale di sacerdoti e religiosi, sostenuta materialmente dall’Arcivescovo di Milano, il Cardinal Giovanni Battista Montini, futuro San Paolo VI, con la collaborazione di alcune amiche, nel 1950, diede inizio a Milano alla Casa di Orientamento Femminile (COF) destinata ad accogliere prostitute e ragazze-madri con i loro bambini. Tre anni dopo, fondò per le ex-carcerate la Casa di Orientamento per le Dimesse da Istituti Correzionali (CODIC) e, nel 1957, l’Opera Assistenza Fraterna (As.Fra.) per gli ex-carcerati e i dimessi da manicomi giudiziari, aprendo successivamente la stessa Opera a persone psichicamente fragili e labili. Nel 1962, fondò l’associazione Amicizia per persone desiderose di aiutarsi nella vita spirituale e disposte a donarsi al prossimo. In queste attività, amava ripetere tre parole che divennero per lei un programma di vita: “Prudenza, Previdenza, Provvidenza”. Il 7 dicembre 1959 ricevette la medaglia d’oro di benemerenza dal Comune di Milano e, negli anni successivi, ebbe vari riconoscimenti e diplomi di merito dal Ministero di Grazia e Giustizia.

Nel giugno 1976, durante un ritiro spirituale ad Anghiari, la Serva di Dio avvertì i primi sintomi del tumore all’intestino, per il quale fu operata il 13 dicembre 1978.

Morì a Milano l’11 agosto 1980, all’età di 71 anni.

La Serva di Dio visse eroicamente la virtù della fede, che la sostenne soprattutto nei momenti più difficili. Nutrì il suo rapporto con il Signore attraverso la preghiera, in particolare l’amore all’Eucarestia e il Santo Rosario. L’equilibrio umano le consentì di conciliare una intensa vita apostolica con la preghiera e l’ascolto delle persone.

Visse eroicamente la virtù della speranza nell’abbandono alla Divina Provvidenza. Era convinta che, davanti agli ostacoli ed alle contrarietà, solo la fiducia in Dio poteva sorreggerla. Così avvenne durante i momenti di malattia e dolore. Le persone che si recarono a farle visita la videro sorridente fino all’ultimo, abbandonata in Dio, certa del Suo amore e della vita eterna.

Non esitò a dare tutta se stessa per la gloria di Dio e per la salvezza delle persone, preoccupandosi non solo della loro salute fisica ma anche di quella spirituale. Il sorriso e la pazienza con le quali accoglieva e trattava gli ospiti delle Case da lei fondate, nascevano da un autentico amore per Dio e per l’umanità.

L’amore per Dio, infatti, era la sorgente del suo instancabile amore verso il prossimo, sotto il duplice aspetto: quello materiale, finalizzato a soccorrere gli altri nelle esigenze quotidiane, e quello morale del conforto e accompagnamento. Amava ripetere: “Ogni anima è parola di Dio non ripetuta” e come tale va amata, aiutata a ritrovare la propria dignità filiale. Il modo in cui esercitava la carità verso il prossimo era caratterizzato da comprensione e delicatezza nel tratto, amabilità e finezza.

Serva di Dio Adele Bonolis