Decreti Pubblicati nel 2021

DECRETI PUBBLICATI NEL 2021

 

 

 

19 GIUGNO

 

 

Il 19 giugno 2021, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Durante l’Udienza, il Sommo Pontefice ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare i Decreti riguardanti:

il miracolo, attribuito all’intercessione del Venerabile Servo di Dio Giovanni Filippo Jeningen, Sacerdote professo della Compagnia di Gesù; nato il 5 gennaio 1642 a Eichstätt (Germania) e morto a Ellwangen (Germania) l’8 febbraio 1704.

Il Venerabile Servo di Dio Giovanni Filippo Jeningen nacque il 5 gennaio 1642 a Eichstätt (Baviera, Germania). Nel 1663 entrò nella Compagnia di Gesù, a Landsberg. L’11 giugno 1672 venne ordinato presbitero e, il 2 febbraio 1677, emise i voti solenni.

Nel 1680 fu inviato ad Ellwangen, nel Ducato di Württemberg, dove gli venne affidato l’incarico di reggere una piccola cappella dedicata alla Madre di Dio, posta sul colle di Schönenberg. Con il notevole aumento dei pellegrini, gli fu permesso di edificare una chiesa che incorporasse al suo interno la cappella della Madre di Dio. Tale tempio, che rappresenta un gioiello del Barocco, fu costruito per l’impegno e i sacrifici del Venerabile Servo di Dio e divenne un popolare Santuario Mariano, meta di sempre più numerosi pellegrinaggi.

Pur desiderando partire per le Missioni, spinto anche dall’esempio di San Francesco Saverio, egli svolse il ministero nelle zone rurali delle regioni intorno a Ellwangen e in quattro Diocesi: Augsburg, Konstanz, Eichstätt e Würzburg. Per lo stile della sua predicazione, raggiunse persone di ogni classe sociale.

Morì a Ellwangen (Germania) 1’8 febbraio del 1704.

Il decreto sull’eroicità delle virtù venne promulgato il 21 dicembre 1989.

Per la beatificazione del Venerabile Servo di Dio Giovanni Filippo Jeningen, la Postulazione della Causa ha presentato all’esame della Congregazione l’asserita guarigione miracolosa, attribuita alla sua intercessione, di un uomo da “coliciste acuta alitiasica flemmonosa, grave sepsi, polmonite con insufficienza ventilatoria, emorragia digestiva da ulcera gastroduodenale, emobilia”. L’evento accadde nel 1985 a Ulma (Germania). Il presunto sanato il 25 dicembre 1984, all’età di 42 anni, avvertì dolori acuti all’addome, con febbre molto alta. Il medico di famiglia prescrisse una terapia ma, il 30 dicembre successivo, fu necessario il ricovero nell’Ospedale di Ellwangen, dove gli fu diagnosticata un’infiammazione acuta della cistifellea con alterazioni pleuro-polmonari. Sottoposto ad intervento chirurgico, poiché le condizioni restavano gravissime con l’insorgenza di complicazioni, il 14 gennaio 1985 il paziente fu trasferito in elicottero al Policlinico Universitario di Ulma, dove giunse in imminente pericolo di vita. Il 17 gennaio si rese necessario un secondo intervento chirurgico, ma neanche questo diede l’esito sperato. Improvvisamente, il 23 gennaio 1985, l’uomo si risvegliò dal coma a cui seguì il miglioramento. L’8 febbraio 1985 fu dimesso dall’ospedale in buone condizioni di salute.

L’iniziativa di invocare il Venerabile Jeningen fu presa dai familiari del presunto sanato ed in particolare dalla moglie e dalla loro figlia. Le preghiere si intensificarono a partire dal 1° gennaio 1985, giorno in cui la persona, in fin di vita, ricevette gli ultimi sacramenti. Altri familiari, amici e conoscenti si unirono alle invocazioni. Anche il suo medico curante, di confessione evangelica, pregò per la guarigione del presunto sanato presso la tomba di Padre Jeningen. Le invocazioni furono fatte sia in forma collettiva che individuale, anche con visite alla tomba del Venerabile Servo di Dio. Esse furono antecedenti il viraggio favorevole del decorso clinico, avvenuto il 23 gennaio 1985.

Servo di Dio Giovanni Filippo Jeningen

 

 

 

 

- Il martirio delle Serve di Dio PascHalina Jahn (al secolo: Maria Maddalena) e 9 Compagne, Religiose professe della Congregazione delle Suore di Santa Elisabetta; uccise, in odio alla Fede, in Polonia, nel 1945.

Si tratta del martirio di dieci Religiose professe della Congregazione delle Suore di Santa Elisabetta, avvenuto in Polonia nel 1945 durante l’invasione dell’Armata Rossa. Esse sono:

    1. Paschalina Jahn (al secolo: Maria Maddalena). Nata il 7 aprile 1916 a Górna Wieś, emise la professione temporanea il 19 ottobre 1939. Venne mandata dapprima a Kluczbork e Głubczyce come infermiera per l’assistenza dei bambini e delle persone anziane. Nel 1942 fu trasferita a Nysa con l’incarico della cucina e dell’assistenza alle suore anziane. A seguito dell’ingresso dell’Armata Rossa nella città, il 22 marzo 1945, per obbedienza alla Superiora lasciò Nysa rifugiandosi a Sobotín (Repubblica Ceca), dove fu uccisa da un soldato russo l’11 maggio 1945.

    2. Maria Edelburgis Kubitzki (al secolo: Julianna). Nata il 9 febbraio 1905 a Dąbrówka Dolna, emise la prima professione il 28 aprile 1931 e quella perpetua il 29 giugno 1936. Venne aggradita brutalmente e uccisa a Żary da un soldato dell’Armata Russa il 20 febbraio 1945.

    3. Maria Rosaria Schilling (al secolo: Elfrida). Nata il 5 maggio 1908 a Wrocław, emise la professione temporanea il 12 aprile 1930 e quella perpetua il 29 luglio 1935. Mentre si trovava in comunità a Nowogrodziec, con l’avvicinarsi dell’Armata Rossa, dinanzi alla fuga degli abitanti, la Serva di Dio decise di rimanere con i malati e gli anziani che non erano stati in grado di fuggire con il resto della popolazione. Il 22 febbraio 1945 venne aggredita, brutalmente violentata da circa 30 soldati e uccisa il giorno dopo.

    4. Maria Adela Schramm (al secolo: Clara). Nata il 3 giugno 1885 a Łączna, emise la prima professione il 16 agosto 1915 e quella perpetua il 29 giugno 1924. Fu uccisa il 25 febbraio 1945 a Godzieszów.

    5. Maria Sabina Thienel (al secolo: Anna Hedwig). Nata il 24 settembre 1909 a Rudziczka, emise la professione temporanea il 24 ottobre 1934 e quella perpetua il 31 luglio 1940. Fu uccisa a Lubań il 1° marzo 1945.

    6. Maria Sapientia Heymann (al secolo: Lucia Emmanuela). Nata il 19 aprile 1875 a Lubiesz, emise la prima professione il 26 luglio 1897 e quella perpetua il 2 luglio 1906. Fu uccisa a Nysa il 24 marzo 1945.

    7. Maria Adelheidis Töpfer (al secolo: Hedwig Agnes). Nata il 26 agosto 1887 a Nysa, emise la prima professione il 15 giugno 1910 e quella perpetua il 28 luglio 1919. Fu uccisa a Nysa il 24 marzo 1945 da un soldato russo di fronte ai malati di cui si stava prendendo cura.

    8. Maria Melusja Rybka (al secolo: Martha). Nata l’11 luglio 1905 a Pawłow, emise la prima professione il 22 aprile 1929 e quella perpetua il 31 luglio 1934. Fu uccisa a Nysa il 24 marzo 1945 da un soldato dell’Armata Russa che tentava di violentarla.

    9. Maria Felicitas Ellmerer (al secolo: Anna). Nata il 12 maggio 1889 a Grafing bei München, emise la prima professione il 16 giugno 1914 e quella perpetua il 5 luglio 1923. Fu uccisa a Nysa il 25 marzo 1945, per difendere le suore più giovani dalle violenze dei soldati sovietici.

    10. Maria Acutina Goldberg (al secolo: Helena). Nata il 6 luglio 1882 a Dłużek, emise la professione temporanea il 15 giugno 1908 e quella perpetua il 25 luglio 1917. Fu uccisa a Lubiąż il 2 maggio 1945, nel tentativo di difendere le allieve dallo stupro da parte dei soldati.

Le Serve di Dio vennero uccise in luoghi diversi tra febbraio e maggio 1945, al termine della Seconda Guerra Mondiale, durante l’invasione da parte dell’Armata Rossa dei territori polacchi. Le religiose, originarie della Slesia, erano dedite alla cura delle persone bisognose, soprattutto malati e anziani.

È accertato il martirio materiale per tutte le Serve di Dio. La loro uccisione si inserisce nel dramma vissuto dalle popolazioni nei territori compresi tra i fiumi Oder e Nysa, che con l’invasione dell’Armata Rossa subirono violenze di ogni genere. In quel contesto, l’accanimento dei militari verso le suore manifestava il loro odio verso la fede e nei confronti di appartenenti alla Chiesa cattolica. Alcune religiose al momento del martirio erano giovani, altre più anziane, alcune subirono violenza, altre furono minacciate, altre ancora vennero uccise nel tentativo di difendere le consorelle.

I soldati sovietici erano indottrinati con la cultura marxista, l’atteggiamento ostile verso la fede si manifestava anche con gesti di profanazione. Lo stupro divenne un’arma di umiliazione, ma particolarmente feroci furono le violenze rivolte verso chi indossava l’abito religioso.

Tutte le Serve di Dio erano a conoscenza delle violenze compiute dai soldati ed erano consapevoli del pericolo che correvano. Decisero ugualmente di rimanere accanto alle persone che stavano accudendo, anziani e malati impossibilitati a fuggire.

Tutte le Serve di Dio hanno goduto, sin da subito, della fama di martirio e le loro tombe sono ancora oggi meta di pellegrinaggi.

Serve di Dio Paschalina Jahn e compagne

 

 

 

 

Le virtù eroiche del Servo di Dio Severino Fabriani, Sacerdote diocesano; nato il 7 gennaio 1792 a Spilamberto (Italia) e morto a Modena (Italia) il 27 agosto 1857.

Il Servo di Dio Severino Fabriani nacque a Spilamberto (Italia) il 7 gennaio 1792. Entrato nel Seminario di Modena, fu ordinato sacerdote il 17 dicembre 1814 e venne nominato insegnante di Fisica e Storia Naturale nel Seminario. Continuò a studiare e ad approfondire diversi campi del sapere, tanto da diventare, nel 1821, socio dell'Accademia delle Scienze, Lettere e Arti, distinguendosi come letterato, storico, filosofo, teologo, apologista, fisico e naturalista. Il 1° gennaio 1822, a 30 anni, improvvisamente venne colpito da afasia, con conseguente perdita della voce. Questo avvenimento lo toccò profondamente poiché lo costrinse a rinunciare all'insegnamento, ad esprimersi a cenni con i pochi amici in grado di capirlo, ma soprattutto lo privò della possibilità di esercitare il ministero sacerdotale. In questo periodo gli fu di conforto il sostare in meditazione davanti al Crocifisso. Lo scritto diviene la sua unica possibilità di comunicare e ai suoi corrispondenti diceva di vedere questa sua malattia nella luce della Provvidenza, come un preciso invito di Dio a purificarsi maggiormente nel proprio spirito e a diventare più sensibile verso le realtà eterne. Nel 1823, un amico sacerdote gli chiese di prendersi cura di una ragazza undicenne sordomuta e, l’anno successivo, fu chiamato a dirigere la scuola per sordomute, alcune delle quali erano state accolte nelle "Scuole di Carità", insieme ad altre bambine udenti. In quel periodo, si recò a Milano e Genova, con lo scopo di visitare scuole per sordi, per apprendere i metodi da loro utilizzati. Nel 1828, chiuse le “Scuole di Carità”, rimase attiva sola quella diretta dal Servo di Dio, occupandosi solamente delle bambine sordomute. Egli, coadiuvato da tre maestre, diede inizio alle “Figlie della Provvidenza per le Sordomute”, con lo scopo precipuo di occuparsi dell’educazione delle sordomute. A questa opera dedicò tutto se stesso. Resosi conto che occorreva garantirne la continuità, cercò di ottenere il riconoscimento da parte dell'autorità ecclesiastica al nuovo Istituto Religioso, che venne approvato dal Sommo Pontefice Gregorio XVI, il 9 gennaio 1845. Con tale approvazione vennero ammesse, per la prima volta e a pieno titolo in un Istituto Religioso, con il nome di Oblate, le fanciulle sordomute desiderose di consacrarsi al Signore e al bene dei propri fratelli. Il Servo di Dio, negli ultimi anni della sua vita, si impegnò a rendere la scuola sempre più rispondente alle nuove esigenze e ad assicurare serenità economica all'Opera. Nel 1849 diede alle stampe le “Lettere logiche sopra la grammatica italiana pe’ sordomuti”. Il 26 agosto dello stesso anno, fu colpito da ictus cerebrale.

Morì il 27 agosto 1849 a Modena (Italia), all’età di 57 anni.

L’esercizio eroico della fede portò il Servo di Dio ad accettare l’infermità che lo rese afono per sempre e gli impedì l’esercizio del ministero sacerdotale. Si dedicò all’adorazione eucaristica e alla meditazione della Passione di Gesù.

La virtù della speranza, illuminata dalla fede, fu vivissima e forte nella consapevolezza della bontà di Dio, in cui trovò conforto nelle tribolazioni sostenute. Anche nelle difficoltà fondazionali dell’Istituto si abbandonò fiducioso e con animo forte alla Provvidenza, infondendo alle Suore coraggio, letizia e confidenza in Gesù.

Visse la carità verso Dio, nella continua ricerca della maggior gloria di Dio. Espressione del profondo amore per Dio fu la sua intensa e fervorosa vita di preghiera e di adorazione, nonché di filiale devozione alla Vergine Maria.

Aspetto fattivo e concreto dell’amore verso Dio fu la carità verso il prossimo, in particolare verso le ragazze mute, per le quali fondò l’Istituto di donne consacrate alla loro istruzione cristiana e civile. Insieme all’amore paterno verso le piccole mute, il Servo di Dio si prodigò generosamente verso i più bisognosi con elemosine e sussidi e, per l’edificazione dei fedeli, con opere di carattere ascetico e apologetico.

Servo di Dio Severino Fabriani

 

 

 

 

Le virtù eroiche della Serva di Dio Angela Rosa Godecka, Fondatrice della Congregazione delle Piccole Suore del Cuore Immacolato di Maria; nata il 13 settembre 1861 a Wolga (Russia) e morta a Częstochowa (Polonia) il 13 ottobre 1937.

La Serva di Dio Anna Rosa Godecka nacque a Korczew nad Wolga (Russia) il 13 settembre 1861 in una famiglia benestante di origine polacca. Nel 1874 entrò nell’Istituto Nicola I di Mosca dove, nel 1882, conseguì il diploma di maestra. Successivamente partì per Minsk con l’incarico di precettrice. Terminato il periodo di insegnamento come maestra privata nei territori dell’attuale Bielorussia, si trasferì sempre per lavoro a Vilnius, dove venne in contatto con alcuni esponenti dei movimenti socialisti del tempo. L’insoddisfazione che avvertiva sempre più fortemente in sé la spinse a cercare un confessore dando inizio, nel 1886, ad un cammino di conversione, che la portò a maturare il desiderio di consacrazione.

Entrata nella Congregazione delle Figlie del Purissimo Cuore di Maria, nel 1887 iniziò il noviziato, terminato il quale emise la professione religiosa. Nel 1888 il Fondatore, il Beato Honorat Koźmiński, durante un corso di Esercizi Spirituali a Zakroczyn, le chiese la disponibilità a dare inizio ad una nuova comunità religiosa, con il compito specifico di prendersi cura delle operaie delle fabbriche. La Serva di Dio accettò a fatica, spinta solo dalla convinzione che fosse la volontà del Signore per lei. Trasferitasi a Varsavia, il 4 ottobre del 1888 divenne la prima novizia e co-fondatrice della Congregazione delle Piccole Suore del Cuore Immacolato di Maria. Emise la prima professione il 17 settembre 1890 e quella perpetua l’anno successivo, il 26 marzo 1891. Organizzò la Congregazione in tre rami: quello delle suore che facevano vita comune; quello delle affiliate, che emettevano voti temporanei e continuavano il loro lavoro in fabbrica; quello delle aggregate, che non emettevano voti e vivevano come terziarie.

Nel 1900, si celebrò il primo capitolo generale e la Serva di Dio fu eletta superiora generale, incarico che manterrà fino al 1920. In questa data, infatti, fu rieletta superiora generale, ma la sua rielezione venne annullata per l’eccessiva durata del mandato: rimase tuttavia al governo come consigliera. Fu eletta nuovamente superiora generale nel 1931, fino al 1937.

La comunità nascente, che non aveva alcun abito religioso e viveva nel segreto anche a causa della persecuzione della polizia zarista, si occupava delle necessità materiali e spirituali delle operarie e delle loro famiglie, per rispondere ad una vera urgenza sociale, creata dalla rivoluzione industriale in corso. Dopo le prime case aperte a Varsavia, la Congregazione si diffuse rapidamente nei grandi centri urbani polacchi, lettoni, lituani e russi: tra il 1888 e il 1908 sorsero 48 case. La Serva di Dio seppe dare un orientamento chiaro alla Congregazione nascente, rendendo il suo operato efficace per il miglioramento delle condizioni di lavoro delle operaie.

Morì il 13 ottobre 1937 a Częstochowa (Polonia). Durante la cerimonia funebre le venne conferita la Croce d’oro al merito per la sua intensa ed importante attività sociale.

La Serva di Dio visse un cammino di vita cristiana intenso e sempre più caratterizzato dall’esercizio eroico delle virtù. Questo cammino proseguì costantemente, facendo maturare in lei, pian piano, la capacità di rendersi totalmente disponibile alla volontà di Dio. Questa disponibilità la portò ad accettare, nel 1888, la richiesta del Beato Honorat Koźmiński di dedicarsi al lavoro per le operaie. Con la stessa disponibilità verso la volontà di Dio accolse con sofferenza la decisione della S. Sede, nel 1908, di sopprimere il ramo delle affiliate, che consentiva alla Congregazione di affiancare le operaie nel lavoro in fabbrica. Nutriva questo suo costante atteggiamento di fede attraverso la vita di preghiera e la cura della vita spirituale e mediante una grandissima devozione al SS.mo Sacramento e alla Vergine Maria.

L’intenso vissuto di fede nutriva e si nutriva anche della virtù della speranza. Questa virtù aveva a fondamento la certezza che Dio voleva il suo bene. Aveva profonda fiducia in Lui e a Lui affidava le preoccupazioni per il bene della Congregazione e del mondo operaio e per il futuro. Sempre diede prova di grande speranza dinanzi alle difficoltà, ma in particolare quando si trovò ad affrontare i disagi causati dalla Seconda Guerra Mondiale, che la costrinsero a fuggire attraversando le frontiere e correndo il rischio di portare con sé i documenti più delicati, che potevano compromettere il futuro della Congregazione.

La Serva di Dio manifestava l’esercizio eroico della carità attraverso la bontà, la nobiltà d’animo, la premura, il rispetto per ogni essere umano, la pazienza, la comprensione e la capacità di perdono. Inoltre, cercava di misurare l’amore di Dio attraverso la capacità di essere sensibile alle sofferenze degli altri. La sua accoglienza non faceva distinzioni. Nei confronti delle operaie manifestò una costante preoccupazione per aiutarle in tutte le loro necessità. Si prese cura di loro e dei loro bambini, ai quali cercava di assicurare un’adeguata istruzione e formazione. Per i più poveri aveva un’attenzione particolare: organizzò fra l’altro la distribuzione giornaliera dei pasti, che proseguì per molti anni.

Serva di Dio Angela Rosa Godecka

 

 

 

 

Le virtù eroiche della Serva di Dio Orsola Donati, Religiosa professa della Congregazione delle Suore Minime dell’Addolorata; nata il 22 ottobre 1849 ad Anzola dell’Emilia (Italia) e morta a San Giovanni in Persiceto (Italia) l’8 aprile 1935.

La Serva di Dio Orsola Donati nacque il 22 ottobre 1849 ad Anzola dell’Emilia (Bologna) in una famiglia profondamente cristiana e di povere condizioni socio-economiche. Rimasta orfana di padre all’età di sei anni, frequentò solo per tre anni la scuola elementare. Poi dovette aiutare la famiglia, dedicandosi alla tessitura e ad altri lavori.

Desiderosa di approfondire la fede, si recava nella vicina parrocchia di Santa Maria delle Budrie, per ascoltare le catechesi del parroco don Gaetano Guidi. Qui, nel 1864 conobbe Clelia Barbieri, poi canonizzata (1989), ed altre giovani, con le quali maturò l’idea di condurre vita in comune, per vivere in preghiera e al servizio del prossimo. Tale progetto poté realizzarsi nel 1868 alle Budrie, nel “Ritiro della Provvidenza”, all’insegna di una grande povertà. Nel 1870, Santa Clelia si ammalò e, morente, affidò alla Serva di Dio il compito di portare avanti l’opera con le altre compagne, qualificate come tessitrici e cucitrici. Il 26 ottobre 1870 Orsola si consacrò definitivamente al Signore con i voti privati e s’impegnò a dirigere il progetto spirituale ed educativo precedentemente avviato.

Nel 1878 il Cardinale Lucido Maria Parocchi, Arcivescovo di Bologna, in visita pastorale alle Budrie, suggerì alla comunità di assumere il nome di Minime dell’Addolorata e, l’anno successivo, partecipò all’inaugurazione del nuovo fabbricato, dove le religiose si trasferirono.

A partire dal 1882, l’Istituto cominciò ad espandersi con l’apertura di nuove case. La Serva di Dio con prudenza e umiltà ne seguì la diffusione, occupandosi della formazione religiosa delle consorelle e della redazione delle Costituzioni. Il 18 marzo 1897, insieme ad altre 34 consorelle, emise i voti pubblici religiosi.

Nel 1931, la Serva di Dio indisse il primo Capitolo Generale, che la elesse Superiora Generale a vita.

Morì l’8 aprile 1935 nella Casa Madre delle Suore Minime dell'Addolorata a Budrie di San Giovanni in Persiceto (Italia).

La Serva di Dio fu una donna di fede pura, coraggiosa e duratura. Anche di fronte alle sfide che sembravano insuperabili, riuscì a vedere la mano di Dio e la Sua Provvidenza in opera. Intimamente connessa con la fede fu la sua speranza nel compimento delle promesse di Dio nella propria vita. Durante i lunghi anni di governo dell’Istituto, non cedette allo scoraggiamento o al dubbio, incoraggiando anche le consorelle a proseguire nella sequela del Signore.

Incontrando Santa Clelia Barbieri, la Serva di Dio scoprì la strada da intraprendere per donarsi senza risparmio al Signore, del quale amava stare alla presenza e trascorrere tanto tempo in preghiera. Le consorelle testimoniarono la sua eroica carità, che esercitò in molteplici ambiti.

Serva di Dio Orsola Donati

 

 

 

 

- Le virtù eroiche della Serva di Dio Maria Stella di Gesù (al secolo: Maria Aurelia Iglesias Fidalgo), Suora professa della Congregazione delle Religiose di Maria Immacolata; nata il 12 aprile 1899 a Colunga (Spagna) e morta a Granada (Spagna) il 24 novembre 1982.

La Serva di Dio Maria Stella di Gesù (al secolo: Maria Aurelia Iglesias Fidalgo) nacque il 12 aprile 1899 a Colunga (Asturias, Spagna), settima di 12 figli. In seguito alla morte del padre, nel 1913 tutti i figli dovettero dare una mano per sostenere la famiglia e la Serva di Dio, insieme ad alcuni suoi fratelli, andò a Oviedo per lavorare come istitutrice in una famiglia benestante. Qui conobbe le Religiose di Maria Immacolata e cominciò a partecipare alle loro attività. Avvertita la chiamata alla vita religiosa, nel 1924 iniziò il percorso di formazione come postulante nella Congregazione delle Religiose di Maria Immacolata, fondata da Santa Vincenza Maria López Vicuña con lo scopo di assistere le ragazze che si recavano in città per svolgere servizio domestico.

Al termine del noviziato, trascorso a Madrid, emise la professione temporanea il 10 ottobre del 1926. Fu poi trasferita a Córdoba, dove emise la professione perpetua il 10 ottobre 1931. Dopo 4 anni, fu inviata nella comunità di Granada.

Durante la guerra civile spagnola, pur adottando misure prudenziali, girava per la città a chiedere l’elemosina per i bisognosi e per la comunità.

Incontrato il Beato Leopoldo de Alpandeire, cappuccino questuante, a cui fu legata da stima reciproca e comunione spirituale, seguì il suo esempio per avvicinare le persone e fare del bene. Inoltre, la Serva di Dio si dedicò all’assistenza dei giovani e delle orfane che la comunità ospitava. Inoltre svolgeva vari servizi, come sacrestana e incaricata della lavanderia, ma aveva anche la responsabilità di provvedere alla spesa, chiedere le elemosine per le opere della Congregazione e accompagnare le ragazze alle visite mediche. Erano tutti servizi umili che lei faceva volentieri in spirito di carità. Conosceva tanti poveri della città ai quali ben volentieri prestava il proprio aiuto.

Si mostrò veramente instancabile nel suo lavoro giornaliero e amabile con tutti. Aveva premura per le necessità materiali e spirituali degli altri: sostenne famiglie in crisi, aiutò ragazzi con problemi psichici, consolò persone che avevano subito disgrazie, avvicinò gli emarginati.

Morì a Granada (Spagna) il 24 novembre 1982.

La Serva di Dio visse in modo eroico la virtù della fede, nutrita soprattutto con la preghiera, l’ascolto della Parola di Dio e l’adorazione. Era sempre alla presenza del Signore e da Lui riceveva l’energia per il suo agire quotidiano.

La speranza della Serva di Dio era fondata nel Signore. Confidava in Lui per ricevere il necessario che le serviva per amare Dio e il prossimo. Trasmetteva alle persone che stavano attorno a lei la profonda convinzione della misericordia di Dio e la speranza in Lui. La sua carità verso il prossimo era sempre legata all’amore per Dio, tradotto nelle piccole cose. Fu una religiosa semplice, fedele alla vocazione fin dalla giovinezza; visse la vita consacrata nello svolgimento di mansioni umili dove l’aveva messa l’obbedienza. Dotata di un carattere gioioso ed accogliente, in comunità si prese cura delle consorelle malate, assistette le ragazze in formazione, si dedicò alla questua per le strade di Granada. La gente rimaneva colpita dalle sue virtù e dalla grande carità. Seppe irradiare la fiducia in Dio alle persone che incontrava per strada, alle ragazze accudite dalle Suore, ai poveri e a tanti che si recavano da lei per avere consigli o chiedere preghiere.

Anche le virtù cardinali furono praticate dalla Serva di Dio con costanza, prontezza e diligenza.

La figura della Serva di Dio è stata sempre accompagnata da un’autentica e spontanea fama di santità, soprattutto nella Congregazione, tra le ragazze formate dalle Religiose di Maria Immacolata e tra molti fedeli della città di Granada.

Serva di Dio Maria Stella di Gesù

 

 

 

 

Le virtù eroiche del Servo di Dio Robert Schuman, Fedele Laico; nato il 29 giugno 1886 a Clausen (Lussemburgo) e morto a Scy-Chazelles (Francia) il 4 settembre 1963.

Il Servo di Robert Schuman nacque il 29 giugno 1886 a Clausen (Lussemburgo). Educato ai valori cristiani, alla pratica delle virtù e della preghiera, alla devozione mariana e alla partecipazione quotidiana all’Eucaristia, seguì gli studi a Lussemburgo, Metz e si laureò in Diritto a Strasburgo. Durante gli studi si iscrisse all’associazione studentesca Unitas, formata da studenti cattolici e fondata sui principi di virtus, scientia et amicitia.

Nel 1912, mentre iniziava a lavorare come avvocato a Metz, gli fu affidata da Mons. Benzler, poi Vescovo di Metz, la carica di Presidente della Federazione diocesana delle Associazioni giovanili cattoliche. In quegli anni, inoltre, si dedicò all’infanzia abbandonata e delinquente.

Nel 1913 si occupò dell’organizzazione del 60° Katholikentag, il Congresso dei cattolici tedeschi, che in quell’anno si celebrava a Metz.

Durante gli anni della Prima Guerra Mondiale, fu impegnato nell’amministrazione civile. Al termine della guerra, la Lorena passò definitivamente alla Francia. Questi eventi fecero sorgere nel Servo di Dio il sogno di un’Europa unita, fondata sulla solidarietà e a custodia di una pace mondiale.

Nel 1919 iniziò la carriera politica, che assunse come missione e impegno di apostolato. Fu eletto per la prima volta deputato per la Mosella: si dedicò in particolare all’integrazione legislativa di Alsazia e Lorena dopo l’annessione alla Francia, impegnandosi molto a difesa del Concordato con la Santa Sede e a difesa della giustizia sociale.

La sua attività fu interrotta dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Arrestato e incarcerato dalla Gestapo, dal 14 settembre 1940 al 12 aprile 1941, successivamente venne trasferito in domicilio obbligato a Neustadt. Riuscito ad evadere il 1° agosto, visse come clandestino fino alla fine della guerra, rifugiandosi per lo più in conventi e monasteri. Terminata la guerra, fu eletto all’Assemblea costituente nel 1945 e nel 1946; successivamente venne eletto nuovamente come deputato assumendo incarichi di rilievo nel governo francese.

Dal giugno 1946 al novembre 1947 fu Ministro delle Finanze; dal novembre 1947 al luglio 1948 fu Presidente del Consiglio; dal luglio 1948 al gennaio 1953 fu Ministro degli Affari Esteri; dal 1953 fu Guardasigilli, punto di riferimento morale del paese. Si impegnò intensamente per la creazione di un sistema comune di crescita economica e sociale.

Il Servo di Dio contribuì notevolmente alla redazione della dichiarazione del 9 maggio 1950, che è considerata l’atto costitutivo della nuova Europa.

Tornò al governo nel 1955 come Ministro della Giustizia fino al 1956. In questi anni divenne pellegrino di pace e di distensione in Europa, collaborando sempre più strettamente con Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi, insieme ai quali viene salutato come «padre, apostolo dell’Europa unita, pellegrino, architetto, antesignano dell’unità europea», o, come lo definì Paolo VI, «Infaticabile pioniere dell’Europa unita».

Il lavoro di Schuman, Adenauer e De Gasperi portò al trattato di Roma, sottoscritto il 25 marzo 1957. Il 19 marzo 1958 Schuman, presidente del Movimento Europeo, fu eletto per acclamazione primo Presidente del nuovo Parlamento Europeo.

Nel 1959 fu colpito da una forma grave di sclerosi celebrale. Impossibilitato a continuare il suo impegno, fu comunque nominato Presidente ad honorem dell’Assemblea Parlamentare Europea.

Si spense a Scy-Chazelles (Francia) il 4 settembre 1963, a 77 anni d’età.

Il Servo di Dio visse la virtù della fede come una dimensione totalizzante. La scelta di impegnarsi in ambito politico, fu da lui considerata come obbedienza alla volontà di Dio. La fede nutrì e sostenne il suo impegno a lavorare per un’Europa unita e riconciliata. La partecipazione quotidiana all’Eucaristia era raccolta e silenziosa e suscitava meraviglia e ammirazione in quanti lo incontravano. Quando poteva, faceva regolarmente visita al SS. Sacramento. Allo stesso modo, frequentava regolarmente il sacramento della riconciliazione. Uomo di preghiera personale e liturgica, celebrava regolarmente la liturgia delle Ore. Era assiduo e fedele alla meditazione quotidiana della Scrittura, come pure alla preghiera del rosario. Un aspetto singolare e caratteristico della spiritualità di Schuman fu il suo amore per le grandi abazie, dove cercava di rifugiarsi per trascorrere periodi di meditazione e di preghiera.

Uomo di governo al servizio di uno Stato laico, Schuman rispettava pienamente la laicità dello Stato, ma non acconsentì mai ad agire contro coscienza, formata all’obbedienza dei comandamenti di Dio e delle leggi della Chiesa.

Il Servo di Dio fu mosso e animato da una eroica speranza, che non faceva alcun affidamento sulle proprie forze e che emerge soprattutto dalla sua azione politica a servizio dell’idea di Europa unita. Un aspetto molto importante per cogliere il vissuto eroico della speranza da parte del Servo di Dio è dato senz’altro dalla serenità e dalla pace che emanavano dalla sua persona, ambedue frutto del suo fermo attaccamento alla Provvidenza.

Nella vita del Servo di Dio l’esercizio della carità verso Dio e verso il prossimo fu costante. Si rivolgeva con profondo rispetto verso ogni persona, specialmente verso le più umili. Amava i poveri: nessuno di quanti bussavano alla sua porta si allontanavano a mani vuote. All’indomani dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, si impegnò attivamente per garantire assistenza alle centinaia di migliaia di sfollati dell’Alsazia-Lorena che furono espulsi dai loro territori, rimanendo senza nulla. Dimostrò sempre una vicinanza operosa e una grande bontà verso i bambini negli orfanotrofi. Sosteneva con il suo denaro molte istituzioni caritative per i lebbrosi, i rifugiati, gli invalidi.

Servo di Dio Robert Schuman

 

 

 

22 MAGGIO

 

 

Il 22 maggio 2021, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Durante l’Udienza, il Sommo Pontefice ha autorizzato la Congregazione a promulgare i Decreti riguardanti:

- il martirio della Serva di Dio Maria Agostina Rivas López, detta Aguchita, (al secolo: Antonia Luzmila); Professa della Congregazione di Nostra Signora della Carità del Buon Pastore, nata il 13 giugno 1920 a Coracora (Perù) e uccisa, in odio alla Fede, a La Florida (Perù), nel 1990.

La Serva di Dio Maria Agostina Rivas López, detta Aguchita, (al secolo: Antonia Luzmila) nacque il 13 giugno 1920 a Coracora (Perù). A 14 anni si trasferì a Lima per studiare nel Collegio Sevilla, diretto dalle Suore della Congregazione di Nostra Signora della Carità del Buon Pastore. Attratta dalla vita consacrata, nel 1941, entrò nella medesima Congregazione, dove emise la professione religiosa temporanea 1’8 febbraio 1945 e quella perpetua l’8 febbraio 1949.

Visse a Lima fino al 1988, svolgendo vari servizi quali quello di cuoca, addetta alle pulizie del convento, infermiera, educatrice presso la scuola di Nuestra Señora de la Caridad del Buen Pastor, servizio ai minori in situazioni di abbandono, rischio sociale e povertà e come collaboratrice della Maestra delle Novizie.

Nel 1988, nel periodo in cui il movimento rivoluzionario maoista Sendero Luminoso aveva avviato una funesta attività terroristica, fu inviata a La Florida, nella regione di Junín (Perù), dove la Congregazione gestiva una missione con il particolare impegno di sostenere le donne contadine e indigene. Nonostante il crescente pericolo, la Congregazione confermò la propria presenza, organizzando programmi sulla salute, educazione, nutrizione, alfabetizzazione, artigianato e catechesi familiare.

La Serva di Dio visse tale nuovo incarico come un’ulteriore possibilità per stare con i più poveri, pur essendo consapevole delle difficoltà e dei rischi.

Il 27 settembre 1990, venne assassinata da giovani membri di Sendero Luminoso a La Florida (Perù).

Intorno agli anni Settanta, in Perù, in seguito ad una scissione del partito comunista, si era formata un’organizzazione guerrigliera di stampo maoista chiamata Sendero Luminoso. Le attività poste in essere dagli adepti erano volte a sovvertire il sistema vigente attraverso la lotta armata. Il centro delle rivolte era la zona rurale dell’Ayacucho costituita da montagne e villaggi le cui popolazioni erano dedite ad un’agricoltura di sussistenza. Inizialmente la gente del posto aveva sostenuto i terroristi sperando in un miglioramento delle condizioni di vita, ma presto ne prese le distanze a causa della violenza e del clima di terrore instaurato. La Serva di Dio svolse la missione nel villaggio di La Florida in tale contesto. Nonostante il costante pericolo, decise di rimanere accanto alla popolazione locale, fino ad essere uccisa da un gruppo armato di Sendero Luminoso che, il 27 settembre 1990, fece irruzione a La Florida, intimando a tutti gli abitanti di riunirsi nella piazza principale. Non avendo trovato la Superiora, i ribelli prelevarono la Serva di Dio e la uccisero davanti a dei testimoni oculari. L’accusa mossa nei suoi confronti era di essere un’operatrice di pace che, con le opere di carità e l’attività educativa, aveva distolto i giovani dall’insurrezione armata. Per paura, i cadaveri furono lasciati in piazza tutta la notte e vennero seppelliti l’indomani. La polizia recuperò il corpo della religiosa per sottoporlo all’autopsia che confermò le cause della morte.

Circa il martirio formale ex parte persecutoris, Sendero Luminoso assunse progressivamente atteggiamenti aggressivi verso organizzazioni cattoliche sostenute dalla Chiesa peruviana che si occupavano di progetti di sviluppo, formazione e solidarietà. I Senderisti si erano già resi colpevoli di attentati a conventi e missioni. Sacerdoti, religiosi e laici cristiani erano stati uccisi per il solo fatto di essere favorevoli alla pace e alla giustizia sociale. La Chiesa era quindi odiata perché impegnata con i suoi esponenti in un’opera di promozione umana e cristiana che, a detta dei terroristi, contrastava la realizzazione dei loro scopi sovversivi, soffocando lo spirito rivoluzionario con l’“oppio del popolo”. Nella fattispecie in esame, l’odium fidei emerge dal fatto che il gruppo armato cercava la Superiora e, non trovandola, catturarono un’altra suora – la Serva di Dio – segno evidente che volevano colpire una religiosa in quanto tale. L’odio alla fede è comprovato dagli insulti di tipo religioso pronunciati dai carnefici prima dell’uccisione della Serva di Dio, come riferito unanimemente dai testimoni oculari. Ciò conferma che l’avversione dei terroristi ad esponenti della Chiesa cattolica colpiva il lavoro svolto soprattutto con i giovani sottratti alla propaganda maoista.

Quanto all’elemento formale ex parte victimae, la Serva di Dio era consapevole dei rischi. Cionondimeno decise di rimanere a La Florida accanto alla gente e, al momento della cattura, si offrì chiedendo la liberazione degli altri prigionieri. Al loro rifiuto iniziò a pregare con lo sguardo rivolto al cielo.

La fama di martirio della Serva di Dio è diffusa sia all’interno della Congregazione delle Suore della Carità del Buon Pastore, sia tra la popolazione locale.

 

 

 

- Le virtù eroiche del Servo di Dio Felice Canelli, Sacerdote diocesano; nato il 14 ottobre 1880 a San Severo (Foggia, Italia) e morto a San Severo (Italia) il 23 novembre 1977.

Il Servo di Dio Felice Canelli nacque a San Severo (Foggia, Italia) il 14 ottobre 1880. Entrato in Seminario nel 1893 come semi-convittore perché povero, venne ordinato sacerdote il 6 giugno 1903. Per 6 anni esercitò il ministero sacerdotale nella chiesa di San Giovanni Battista a San Severo. Sulla scia di San Giovanni Bosco e dell’Opera Salesiana, amò il mondo giovanile, nonché i ragazzi poveri ed abbandonati verso i quali si spese in modo generoso. Con gli ex-allievi salesiani costituì il nucleo propulsore dell’associazionismo laicale diocesano in ambito ecclesiale, educativo, assistenziale e politico alla luce della Rerum Novarum. Dal 1909 ricoprì l’incarico di Rettore della chiesa di Sant’Antonio Abate e si adoperò instancabilmente per la gioventù bisognosa, sia materialmente sia spiritualmente.

Dal 1916 al 1919, fu chiamato in guerra come cappellano militare, prima a Sassoferrato e poi ad Ancona. Subito dopo, fondò la sezione locale del Partito Popolare e la sezione studenti del “Don Bosco”, animando anche la federazione interdiocesana giovanile.

Divenuto nel 1927 parroco nella parrocchia periferica “Croce Santa”, rivestì diversi incarichi nell’associazionismo cattolico, quali l’Azione Cattolica, la Conferenza di San Vincenzo de’ Paoli, le Dame della Carità, gli Scout Cattolici Italiani, l’Opera Nazionale Maternità, favorendo l’apostolato dei laici per permeare di valori cristiani la società. Fu altresì attento alla vita sociale, impegnandosi a scuotere i credenti dall’inerzia per collaborare all’avvento del Regno di Dio.

Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale costituì opere assistenziali per rispondere ai problemi emergenti dai drammi del conflitto e del dopoguerra, facendosi interprete di un Cristianesimo sociale.

Morì a San Severo (Italia) il 23 novembre 1977, all’età di 97 anni.

Il Servo di Dio diede una limpida testimonianza di fede, presentando la paternità di Dio quale fondamento della vera fraternità. Immerso nella preghiera, passava naturalmente dall’attività apostolica all’intimità con Dio. Capace di confidare ciecamente in Dio e nella sua misericordia, irradiava serenità. Affrontava tutto con il sorriso sulle labbra e con lo sguardo rivolto al Cielo. In questo modo riusciva a giudicare con saggezza il presente, senza sottovalutarlo o esagerandone la portata.

Nel suo agire, mostrava che Dio viene prima di tutto e, proprio perché permetteva che il Signore guidasse le sue azioni, suscitava entusiasmo e impegno di vita. L’amore a Dio lo portava ad amare gli uomini con tenerezza, esercitando verso di loro le opere di misericordia corporale e spirituale con sollecitudine ed abnegazione. Si accostava ai poveri con delicatezza, per non umiliare le persone assistite. Nel servizio di carità non si fermava all’aiuto materiale ma era molto sensibile alla promozione umana e cristiana. Contemplando il Crocifisso apprese la misura dell’amore nella totalità del dono senza riserve.

La sua vita attraversò gli eventi più rilevanti del ‘900. Visse il dramma delle due Guerre Mondiali e gli sconvolgimenti socio-politici del dopoguerra. Durante il fascismo venne imprigionato a causa della sua attività pastorale e dell’avversione del regime per l’Azione Cattolica di cui era delegato diocesano. Malgrado ciò, con prudenza, proseguì nell’apostolato. Offrì assistenza materiale e spirituale alle famiglie colpite dai bombardamenti di Foggia. Nel dopoguerra si prodigò per sostenere la gente rimasta senza l’indispensabile, dando vita a numerose iniziative sociali. In tutte le parrocchie in cui operò attuò il carisma salesiano, contribuendo alla promozione dell’attività educativa dei giovani.

 

 

 

- Le virtù eroiche del Servo di Dio Bernardo della Madre del Bell’Amore (al secolo: Sigismondo Kryszkiewicz), Sacerdote professo della Congregazione della Passione di Gesù Cristo; nato il 2 maggio 1915 a Mława (Polonia) e morto a Przasnysz (Polonia) il 7 luglio 1945.

Il Servo di Dio Bernardo della Madre del Bell’Amore (al secolo: Sigismondo Kryszkiewicz) nacque il 2 maggio 1915 a Mława (Polonia). Nel 1921 entrò nella Scuola Apostolica dei Passionisti di Przasnysz, dove maturò la vocazione nella stessa Congregazione. L’11 novembre 1934, alla fine del noviziato, emise la professione religiosa. Nel 1936 fu inviato a Roma per proseguire gli studi nello studentato interno della Casa Generalizia, dove l’11 novembre 1937 fece la professione perpetua e, il 3 giugno 1938, ricevette l’ordinazione presbiterale.

Dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, fu destinato a a Rawa Mazowiecka (Polonia), dove svolse i compiti di direttore dei chierici, predicatore e confessore.

Durante il bombardamento della città da parte dei sovietici, il Servo di Dio diede prova d’eroico esempio scavando con le proprie mani per salvare i seppelliti dalle rovine e amministrare l’Unzione dei malati ai moribondi nelle strade. Per iniziativa del Servo di Dio, dopo la distruzione dell’ospedale locale, il Convento diventò una casa per i malati e i feriti.

Dopo la liberazione di Rawa Mazowiecka il Servo di Dio fu destinato al convento di Przasnysz in qualità di superiore.

Morì nell’ospedale di Przasnysz (Polonia), a causa del tifo, il 7 luglio 1945, all’età di 30 anni.

Nella vita del Servo di Dio si scorgono i tratti essenziali della spiritualità passionista. Visse con fede intensa la contemplazione della Passione del Signore e si fece prossimo agli emarginati del suo tempo: sfollati, feriti, affamati, ammalati. Nei pochi anni di attività apostolica mostrò grande zelo per l’evangelizzazione dei più poveri.

La vita di preghiera assidua, la celebrazione eucaristica, la fedeltà ai suoi doveri sacerdotali, lo proiettarono nel vissuto della virtù della speranza, in particolare durante la guerra e l’occupazione tedesca. A guerra conclusa, cercò, senza risparmiarsi, di risollevare le sorti della comunità passionista di Rawa. Durante le ultime settimane di malattia, sopportò tutto con serenità certo dell’incontro salvifico con il volto di Dio.

La virtù dell’amore verso Dio e il prossimo si evince con chiarezza nella lettura assidua della Sacra Scrittura, tanto da regalarla ai suoi familiari e amici cari nel giorno della sua prima messa in Polonia. I compagni di studio del Servo di Dio, come anche i suoi formatori, lo descrissero come un giovane allegro e sempre pronto ad aiutare il prossimo. Quando dopo l’ordinazione sacerdotale ritornò in Polonia cercò di rendersi utile in tutti i modi al popolo di Dio. Una volta abilitato a celebrare il sacramento della riconciliazione, il Servo di Dio trascorreva molte ore in confessionale. Gli ultimi tempi della sua vita, coincisi con il ricovero in ospedale, furono ricordati per le sue gesta di accoglienza e conforto verso i moribondi e i familiari di questi.

 

 

 

- Le virtù eroiche del Servo di Dio Mariano Gazpio Escurra, Sacerdote professo dell’Ordine degli Agostiniani Recolletti; nato a Puente la Reina (Navarra, Spagna) il 18 dicembre 1899 e morto a Pamplona (Spagna) il 22 settembre 1989.

Il Servo di Dio Mariano Gazpio Escurra nacque a Puente la Reina (Navarra, Spagna) il 18 dicembre 1899. Accolto nel Collegio preparatorio dei giovani aspiranti degli Agostiniani Recolletti a Millán de la Cogolla (Spagna), emise la professione dei voti il 23 dicembre 1915 a Monteagudo (Spagna), fece quella solenne il 19 dicembre 1920 a Marcilla (Spagna). Ordinato sacerdote il 23 dicembre 1922 a Manila (Filippine), svolse un anno di ministero in un convento a Cavite (Filippine) e, nel 1924, partì missionario in Cina, dove fu destinato al servizio di un piccolo villaggio, Chengliku, di circa 70 famiglie, 40 delle quali cristiane. Senza ancora conoscere la lingua, adattandosi alla nuova alimentazione, la sua attività fu caratterizzata da estrema semplicità: nella casa dei missionari, ove sorgeva la cappella, celebrava la messa e guidava le preghiere.

Continuò la sua opera di evangelizzazione in varie località cinesi, tra banditi e truppe mercenarie, con una disponibilità straordinaria all’adattamento, subendo i rigori di una vita dura, impegnato nella formazione dei catechisti.

In un ambiente totalmente privo di cristiani, diede avvio ad un’intensa attività di apostolato. L’assidua preghiera lo sostenne nell’impegno e lo aiutò a trovare forza ed energia. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e la conseguente occupazione comunista, l’apostolato dei missionari attraversò una fase critica che raggiunse il suo apice nel 1951, con l’arresto di diversi missionari. A fronte di questa situazione, sotto il rigido controllo della polizia, nel 1952 il Servo di Dio fu richiamato in Spagna e, all’età di 52 anni, venne nominato Maestro dei novizi nel convento di Monteagudo.

Nel 1964 fu trasferito nel convento di Marcilla. Con il procedere dell’età, ebbe progressivi problemi di salute. A causa di una insufficienza cardiorespiratoria, il 22 settembre 1989 morì a Pamplona (Spagna).

La fede e la testimonianza del Servo di Dio si basarono su solida dottrina, consistente vita di preghiera e meditazione della Sacra Scrittura. Il culto eucaristico fu centrale nel suo ministero e prediletta fu anche la devozione mariana. La Bibbia fu l’unico libro da lui posseduto.

Circa la speranza, visse continuamente proteso verso i beni eterni, meta di tutte le sue azioni. Secondo il suo stile, sperare significava abbandonarsi totalmente in Dio, in ogni situazione. Dimostrò di confidare molto nella misericordia divina, invitando confratelli e fedeli a fare lo stesso. Dalle lettere che spediva dalla Cina emerge questa sconfinata fiducia nel Signore, soprattutto nei tempi di persecuzione da parte del regime comunista. Quelle stesse lettere evidenziano come organizzava l’attività di evangelizzazione e come armonizzava il lavoro dei catechisti. Centrale è l’abbandono alla Provvidenza divina, che fu punto di riferimento del suo agire missionario e durante il tempo della malattia e del declino fisico.

Dal suo profondo rapporto di intimità con il Signore, scaturì la capacità di donarsi ai fratelli. Uomini e donne in difficoltà spirituale, poveri e ammalati furono le persone che egli cercò di beneficare con attenzione e dedizione, offrendo sempre il massimo alla popolazione locale.  Dalla corrispondenza relativa al periodo cinese emerge anche la sua ottima metodologia missionaria, caratterizzata da tre fasi: la visita nelle case a cristiani e non cristiani; la predicazione pubblica e la collaborazione stretta con i catechisti. Inoltre, egli amava confrontarsi con altri missionari operanti in Cina.

Infine, ulteriori preziosi servizi resi dal Servo di Dio furono quello della predicazione e, dopo il ritorno dalla Cina, quello della formazione dei novizi del proprio Ordine.

 

 

 

- Le virtù eroiche della Serva di Dio Colomba di Gesù Ostia (al secolo: Anna Antonietta Mezzacapo), Priora del Monastero di Santa Teresa delle Carmelitane Scalze di “Marcianise”; nata a Marcianise (Caserta, Italia) il 15 giugno 1914 e ivi morta il 13 agosto 1969.

La Serva di Dio Colomba di Gesù Ostia (al secolo: Anna Antonietta Mezzacapo) nacque a Marcianise (Caserta, Italia) il 15 giugno 1914. Cresciuta in un ambiente familiare cristiano e nella partecipazione alla vita della parrocchia, cominciò un cammino di vita spirituale sotto la guida del parroco e, contemporaneamente, dopo la scuola elementare, si rese disponibile ad aiutare i genitori nelle faccende domestiche e nei loro negozi di ferramenta e di generi alimentari.

Nel 1932, entrò nel Monastero di clausura delle Carmelitane Scalze di Marcianise dove, negli anni successivi, la seguirono due sue sorelle.

La Serva di Dio emise la prima professione il 6 giugno 1934 e quella solenne il 24 novembre 1938.

Nominata Maestra delle novizie nel 1945, fu eletta Priora nel 1951 e confermata per altri quattro trienni successivi. In questo periodo si dedicò alla formazione spirituale delle consorelle e alla realizzazione di lavori di ristrutturazione del monastero.

Nel 1961, a causa di problemi relazionali con una novizia e alcune consorelle, la Santa Sede procedette ad una visita apostolica, fatta nel 1962 da P. Agostino Rosati, O.S.S.T., e terminata con il riconoscimento dell’innocenza piena della Serva di Dio, che venne confermata nella sua carica di Priora. Nel 1965, si svolge un’altra visita canonica da parte dell’Arcivescovo di Capua, Mons. Tommaso Leonetti, causata da nuove accuse di alcune consorelle. In tutte queste prove, Madre Colomba rimase serena, con la capacità di perdonare tutti. La Serva di Dio continuò a servire la comunità con grande umiltà, svolgendo il suo apostolato in parlatorio.

Nel 1968 fu eletta nuovamente Priora ma, ammalatasi alla fine dello stesso anno, venne sottoposta ad un delicato intervento chirurgico nel gennaio del 1969.

Morì a Marcianise (Italia) il 13 agosto 1969.

La Serva di Dio visse in modo eroico la virtù della fede. Osservò con rigore la Regola Carmelitana e, a imitazione di Santa Teresa di Gesù, amò la Chiesa. La preghiera avvolse l’intera sua esistenza. In un suo appunto così scrisse: «Gesù Ostia, mio Sposo adorato, con la mia unione con Te, voglio essere un segno nel mondo. Non mi basta indicare a tutte le creature la via dell’amore ma, con la mia quotidiana immolazione al Tuo amore misericordioso, voglio che in tutte le famiglie si lodi e si benedica il Tuo Sacro Cuore. La stanchezza del giorno, vissuto nell’osservanza della mia santa regola e nel disimpegno del mio delicato ufficio, non mi fa impressione perché, quando la natura dorme, io vengo ai piedi del Tuo Trono Eucaristico dove la dolce calamita del Tuo Divin Cuore mi trasforma e mi incentra completamente in Te». Insieme alla pietà eucaristica la Serva di Dio fu attratta dalla contemplazione di Cristo sofferente, al quale offrì le tribolazioni della vita. Particolare culto nutriva verso la Vergine Immacolata e verso l’Addolorata.

Per la Serva di Dio vivere la speranza cristiana significò tendere durante tutta la vita verso il Signore, ritenendosi una pellegrina nel mondo e una straniera in cammino verso la patria del Paradiso. La speranza in Dio la sostenne nelle circostanze gioiose e tristi, con una fiducia illimitata nella Provvidenza divina.

Nutrì l’amore verso il Signore fin dall’infanzia. Di qui il suo desiderio di entrare presto nel Carmelo, la perseveranza nella vocazione religiosa e la sua gioia quando, da novizia, fu incaricata di curare il decoro del tabernacolo. Essendo vissuta nella clausura, la Serva di Dio esercitò la carità fraterna prima di tutto verso le consorelle, anche quando fu ingiustamente accusata di aver trattato male una novizia. Le amò indistintamente senza parzialità, ma con molto affetto, dolcezza e amabilità. La sua carità si estendeva anche fuori le mura del Carmelo attraverso il parlatorio, a cui affluivano tante persone in cerca di conforto e di incoraggiamento. Le Visite canoniche furono per lei una grande prova, ma non si scoraggiò, accettandole con umile sottomissione ai Superiori e fiducia nel Signore.

Visse la povertà con un distacco assoluto dai beni temporali per meglio aderire ai beni del cielo e a imitazione di Cristo povero. Per se sceglieva il più povero degli indumenti: la sua cella era spoglia ed era ornata soltanto dal quadro del Volto Santo e da una statuetta del Santissimo Nome di Gesù.

 

 

 

- Le virtù eroiche della Serva di Dio Antonia Lesino, dell’Istituto Secolare “Piccola Famiglia Francescana”, nata a Milano (Italia) l’11 ottobre 1897 e morta a Brescia (Italia) il 24 febbraio 1962.

La Serva di Dio Antonia Lesino nacque a Milano (Italia) l’11 ottobre 1897, in una famiglia profondamente cristiana. Nel 1925 iniziò a frequentare la chiesa francescana di Sant’Angelo, dove incontrò P. Arcangelo Mazzotti, O.F.M., futuro Arcivescovo di Sassari, e suo fratello, il Servo di Dio Ireneo Mazzotti, O.F.M., che divenne, poi, padre spirituale della Serva di Dio. La vicinanza con questi sacerdoti francescani fu importante per la scelta della spiritualità serafica. Il 14 giugno 1925, infatti, la Serva di Dio aderì al Terz’Ordine Francescano con il nome di Chiara e, compiuto l’anno di noviziato, l’11 luglio 1926 emise la professione.

Sentendosi chiamata alla vita monastica, ma non potendo lasciare la madre ammalata, il 26 dicembre 1932 entrò nella “Piccola Famiglia Francescana”, Istituto Secolare fondato nel 1929 dal menzionato P. Ireneo Mazzotti. Nel 1941 frequentò un corso di formazione infermieristica e, ottenuto il diploma, si mise a servizio delle persone sofferenti. Dal 1940 al 1942 svolse il compito di Maestra delle Novizie dell’Istituto Secolare. Con la morte della madre, poté coronare il sogno che coltivava fin da giovane e, il 5 maggio 1943, entrò nel Monastero delle Clarisse di Trevi. Il 18 settembre 1947, emise la professione dei voti semplici. Esercitò soprattutto l’ufficio di questuante fin quando, nel 1950, venne ricoverata presso l’Ospedale Maggiore di Milano. Su consiglio del P. Ireneo Mazzotti e con il consenso della Superiora di Trevi non tornò in Monastero ma rientrò nella “Piccola Famiglia Francescana”, nel Cenacolo francescano “Maria Assunta” di Ome (Brescia, Italia), Casa Madre dell’Istituto.

Morì improvvisamente a Brescia (Italia) il 24 febbraio 1962, investita da una macchina mentre stava attraversando sulle strisce pedonali.

La Serva di Dio visse eroicamente la virtù della fede, che nutriva con la preghiera. Mentre come infermiera curava una ferita, era solita affermare: so di medicare Gesù. Nell’Eucaristia trovava i rimedi necessari per superare le difficoltà della vita. Sapeva diffondere lo spirito di fede in ogni occasione e parlava delle cose di Dio appena le era possibile.

Visse la virtù della speranza in modo speciale, sempre serena nelle avversità, riusciva ad infondere fermezza e coraggio a chi le stava accanto.  Confidando nel Signore, non considerava importanti le cose di questo mondo, convinta che la vita è un cammino verso l’eternità.

Verso Dio il suo amore si esprimeva nell’odiare e fuggire il peccato tanto veniale quanto mortale, cercando di compiere sempre la volontà divina, riconoscendo che il Signore era il suo tutto. Soffriva nel sapere che il Signore era offeso dai peccatori e pregava per essi. La sua carità verso il prossimo era radicata in Cristo che vedeva presente soprattutto negli infermi che assisteva con dolcezza, professionalità e disponibilità, anche nei casi più difficili.

Come vera francescana nello spirito, visse la secolarità nella quotidianità. La sua povertà fu ricerca della fraternità e del primato di Dio. La sua preparazione fino a conseguire il diploma di infermiera ebbe nella sua vita molteplici occasioni di manifestarsi come competente servizio e dedizione verso i malati. Visse la spiritualità vittimale per la santificazione dei sacerdoti, caratteristica del periodo e dell’Istituto.

 

 

 

- Le virtù eroiche del Servo di Dio Alessandro Bálint, fedele laico e padre di famiglia, nato a Szeged-Alsóváros (oggi Ungheria) il 1° agosto 1904 e morto a Budapest (Ungheria) il 10 maggio 1980.

Il Servo di Dio Alessandro Bálint nacque il 1° agosto 1904 a Szeged-Alsóváros (oggi Ungheria), in una famiglia di contadini. Figlio unico, iniziò gli studi primari nel 1910 e conseguì la maturità classica nel 1922. Laureato in Filologia Ungherese e Storia, presso l’Università di Szeged, frequentò alcuni corsi di specializzazione presso l’Università di Budapest, dove cominciò l’attività di ricercatore. Nel 1926 vi conseguì il titolo dottorale con il massimo dei voti ed iniziò ad insegnarvi dapprima come professore sostituto e poi come assistente. Nel 1931, superato l’esame per la docenza magisteriale, venne nominato presso il Magistero Cattolico Reale di Szeged dove, nel 1929, era stata inaugurata la prima cattedra ungherese di etnologia. Nel 1934 ottenne anche l’abilitazione alla docenza presso la Facoltà di Lettere nell’Università degli Studi a Szeged. Contemporaneamente, entrò a far parte del Movimento Cattolico Nazionale dei Giovani Agrari (KALOT), ispirato alla Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica.

Nel 1935 sposò Sarolta Maddalena Németh.

Durante il periodo bellico degli anni ’40, seppe trasmettere agli studenti sentimenti di magnanimità e altruismo, condannando ogni forma di oppressione e di razzismo.

Nel 1943 fondò il Movimento Popolare dei Socialisti Cattolici e, l’anno successivo, partecipò alla fondazione del Partito Popolare Democristiano, nel quale confluì il KALOT.

Nel 1944, la moglie lo abbandonò e si trasferì a Budapest, ottenendo, l’anno dopo, dal Tribunale ecclesiastico, la dichiarazione di nullità matrimoniale. Nel luglio 1945 Sarolta Németh, dall’unione con un altro uomo, ebbe un figlio, che sarà poi adottato dallo stesso Servo di Dio. Per il bambino e la madre in difficoltà economiche, egli prese un appartamento in affitto, sostenendoli umanamente e inviando loro regolarmente cibo e denaro per il mantenimento.

Nel 1945, si iscrisse al Partito Popolare Democratico Cristiano (KDNP), divenendone successivamente Dirigente e Deputato al Parlamento. Nel 1947 fu nominato Professore Ordinario di Etnografia nell’Università di Szeged. Nel 1949 presentò le proprie dimissioni da parlamentare e, nel 1951, venne privato dell’insegnamento, poiché persona non gradita per la sua militanza nel Partito Popolare. Nel 1966, costretto ad andare in pensione, si dedicò a scrivere libri sull’etnografia religiosa.

Quando Sarolta Németh si ammalò gravemente di Parkinson, il Servo di Dio la riprese in casa, curandola con abnegazione e continuando ad aiutare economicamente il figlio di lei. Dopo la morte della moglie, nel 1980, rimase solo ed ammalato.

Investito da un’auto, morì a Budapest (Ungheria) il 10 maggio 1980.

La vita di fede del Servo di Dio fu caratterizzata da intensa e assidua preghiera, partecipazione alla Santa Messa, vita sacramentale regolare, profonda devozione eucaristica e mariana, assoluta adesione al Magistero della Chiesa, specialmente nell’ambito della dottrina sociale. Con l’esempio insegnò che la fede si deve rispecchiare nel comportamento di ogni credente.

L’affidamento totale al Signore, gli permise di affrontare molteplici tribolazioni con ammirevole serenità e tranquillità. Pur avendo dovuto subire durissime prove sia nella vita privata che in quella sociale e professionale, il Servo di Dio non si abbatté mai. Dimostrò eroica speranza in ogni sua azione, offrendo un sostegno morale e materiale alle persone che lo circondavano. Nello stesso tempo s’impegnò a mantenere un intenso ritmo di attività quotidiane, difendendo sempre e ovunque le sue convinzioni cristiane. L’amore verso Dio costituì il fondamento e la corona dell’intera esistenza e fu la norma e la guida del suo pensare, parlare ed agire. Sempre attento verso le necessità dei poveri, non amò soltanto i familiari e gli amici, ma anche i rivali e gli stessi persecutori. Nonostante Sarolta Németh l’avesse abbandonato, lui la perdonò, l’aiutò materialmente e moralmente, la riaccolse in casa quando si ammalò gravemente e la curò con tenerezza fino alla sua morte. Accolse anche il figlio di lei, lo fece crescere, lo educò e lo amò come fosse il suo.

 

 

 

 

 

24 APRILE

 

 

Il 24 aprile 2021, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.

Durante l’Udienza, il Sommo Pontefice ha confermato le conclusioni della Sessione Ordinaria dei Cardinali e Vescovi, Membri della Congregazione, e ha deciso di estendere alla Chiesa universale il culto della Beata Margherita di Città di Castello, del Terz’Ordine dei Frati Predicatori; nata intorno al 1287 a Metola (Italia) e morta a Città di Castello (Italia) il 13 aprile 1320, iscrivendola nel catalogo dei Santi (Canonizzazione Equipollente).

La Beata Margherita di Città di Castello nacque intorno al 1287 nel borgo fortificato di Metola (Urbino, Italia), in una famiglia della piccola nobiltà. Nata cieca e deforme, fu rinchiusa dal padre in una piccola cella costruita a ridosso della chiesa del castello in modo che restasse nascosta agli occhi del mondo. All’età di cinque anni, fu portata dai genitori a Città di Castello, nella chiesa di San Francesco presso la tomba di un frate francescano laico, Giacomo da Città di Castello, morto nel 1292 in concetto di santità, nella speranza di ottenere il miracolo della vista per la figlia. Ma il miracolo atteso non avvenne, perciò i genitori decisero di abbandonare definitivamente la figlia e di affidarla alla solidarietà degli abitanti di Città di Castello.

La bambina visse per qualche tempo mendicando per le vie della città, prima di essere accolta da alcune monache della piccola comunità di Santa Margherita. La sua condotta di vita molto mortificata e i suoi ammonimenti destarono l’invidia delle monache, che dopo un breve tempo la mandarono via. La bambina fu salvata da una coppia di devoti genitori cristiani, Grigia e Venturino, che l’accolsero, insieme ai due figli che già avevano, riservandole una piccola cella nella parte superiore della propria casa, affinché potesse liberamente dedicarsi alla preghiera, alla contemplazione e alle pratiche penitenziali, quali digiuni, flagellazioni e il cilicio. Da parte sua Margherita mise a disposizione della famiglia i suoi doni spirituali ed intellettuali, dedicandosi all’educazione cristiana dei figli di Grigia e Venturino e, nonostante la sua cecità, alle opere di carità, visitando i carcerati e gli infermi. Si cominciò ad attribuirle segni prodigiosi, miracoli e guarigioni straordinarie ed altri fenomeni mistici.

Margherita frequentava anche quotidianamente la vicina chiesa della Carità dei Frati Predicatori e fece parte delle Mantellate Domenicane, più tardi chiamate Terziarie secolari di San Domenico. Si dedicò alla preghiera assidua, alla confessione quotidiana, alla comunione frequente, alla recita dell’ufficio della Vergine e del Salterio, alla costante meditazione del mistero dell’Incarnazione.

Morì il 13 aprile 1320 a Città di Castello (Italia).

Il vissuto virtuoso della Beata si caratterizza soprattutto per il fiducioso abbandono alla Provvidenza, come partecipazione gioiosa al mistero della croce, soprattutto nella sua condizione di disabile, rifiutata ed emarginata. Questa conformità amorosa al Cristo era accompagnata da intense esperienze mistiche. La sapientia cordis così maturata si irradiava negli altri. Frequente e assidua era la sua meditazione della vita di Cristo. Le furono attribuite anche guarigioni miracolose e questo contribuiva a farne un punto di riferimento per tanti. Nonostante la sua disabilità, spinta dalla carità, esercitò il proprio magistero nei confronti di alcune discepole, alle quali insegnava l’Ufficio della Vergine e il Salterio; istruì i figli della coppia che l’accolse nella sua casa; fu madrina e formò alla dottrina cristiana una nipote dei suoi genitori adottivi; orientò la vocazione di una giovane, invitando lei e la madre a vestire l’abito religioso; cercò anche di ricondurre con dolci ammonimenti le monache di un monastero a una perfetta osservanza.

Come altre mistiche medievali, all’assidua preghiera, la Beata univa penitenze durissime: digiuno, veglie, cilicio, flagellazione. Tutto per imitare il Cristo che si consegnò volontariamente alla passione per la salvezza dell’umanità.

La Beata Margherita è un esempio di donna evangelica che maturò una profonda e fervente esperienza di vita unitiva con il Signore. L’infermità non le impedì di vivere una eccezionale e feconda maternità spirituale, che anche oggi richiama l’importanza del prendersi cura degli altri. Inoltre, può essere un forte richiamo di speranza per ogni situazione di emarginazione e sofferenza.

L’11 dicembre 2019, il Santo Padre Francesco, durante l’Udienza concessa all’Em.mo Card. Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, autorizzò la preparazione della Positio super canonizatione aequipollenti, ossia circa l’estensione del culto della Beata alla Chiesa universale.

La Seduta dei Consultori Storici si tenne il 29 settembre 2020, con esito affermativo.

Il Congresso Peculiare dei Consultori Teologi si celebrò il 26 gennaio 2021, con esito affermativo.

La Sessione Ordinaria dei Cardinali e Vescovi si riunì il 13 aprile 2021, esito affermativo.

Beata Margherita di Civita Castellana

 

 

 

 

Nel corso della medesima Udienza, il Sommo Pontefice ha pure autorizzato la Congregazione a promulgare i Decreti riguardanti:

- il martirio dei Servi di Dio Vincenzo Nicasio Renuncio Toribio e 11 Compagni, della Congregazione del Ss.mo Redentore; uccisi, in odio alla Fede, a Madrid (Spagna), nel 1936;

 

Martiri Congregazione del Santissimo Redentore

 

La situazione politico-sociale, esistente in Spagna nel periodo della guerra civile (1936–1939), è storicamente nota, come pure il clima di persecuzione che i miliziani repubblicani instaurarono nei confronti di tutti coloro che si professavano membri della Chiesa cattolica, fossero essi consacrati o laici.

La Causa in parola tratta del presunto martirio di dodici Servi di Dio, sei sacerdoti e sei fratelli laici, appartenenti alla Congregazione del Ss.mo Redentore, uccisi a Madrid nel 1936. Essi appartenevano a due comunità redentoriste: quella del Santuario del Perpetuo Soccorso e quella di San Michele Arcangelo, annessa alla chiesa della Nunziatura Apostolica.

Il martirio materiale di tutti i Servi di Dio è sufficientemente provato. La persecuzione contro la Chiesa a Madrid fu particolarmente cruenta. Diversi conventi furono assaltati ed incendiati, numerose chiese saccheggiate e diversi oggetti sacri profanati. Sotto minacce di morte vennero perquisite le abitazioni private alla ricerca di religiosi o sacerdoti nascosti. Alcuni Servi di Dio furono assassinati insieme, come avvenne per Crescencio Severo Ortiz Blanco, Ángel Martínez Miquélez e Bernardo Sáiz Gutiérrez, arrestati il 20 luglio 1936 vicino alla chiesa di San Michele e fucilati a Casa de Campo di Madrid. Analogo è il caso di Niceto Pérez del Palomar Quincoces e Gregorio Zugasti Fernández de Esquide: quest’ultimo non volle abbandonare l’anziano confratello Niceto, per cui i due religiosi furono catturati ed uccisi. Gli altri Servi di Dio vennero trucidati in circostanze simili, in singoli episodi martiriali. Dopo essere stati denunciati ed incarcerati, non esitarono a dichiarare la propria identità di religiosi.

I Servi di Dio furono uccisi a causa della loro identità religiosa. Essi non si occupavano di politica, ma svolgevano il loro ministero con fervore. L’odium fidei ebbe diverse manifestazioni violente dirette non solo contro le persone ma anche verso gli oggetti e i simboli sacri.

L’elemento formale ex parte victimarum è attestato per tutti i Servi di Dio. Le prove addotte mostrano la fedeltà dei Servi di Dio che accettarono la morte per Cristo e per la Chiesa, a coronamento di una vita di fede. Sapendo che sarebbero stati uccisi, i Servi di Dio in carcere si prepararono spiritualmente. Pregavano, si confessavano reciprocamente, animavano gli altri; alcuni continuarono a celebrare la messa. Tutti accettarono la morte con fede.

La fama di martirio dei Servi di Dio è costantemente esistita nella Congregazione del Ss.mo Redentore.

I Servi di Dio sono:

1. VICENTE NICASIO RENUNCIO TORIBIO. Nato l’11 settembre 1876 a Villayuda (Spagna), emise la professione dei voti religiosi l’8 settembre 1895. Ordinato sacerdote il 23 marzo 1901, dopo aver svolto il servizio pastorale in varie comunità redentoriste spagnole, nel 1912 fu trasferito nel Santuario del Perpetuo Soccorso a Madrid. Quando iniziò la persecuzione, si rifugiò in casa di famiglie amiche. Il 17 settembre 1936 fu arrestato dai marxisti e trasportato nel Commissariato del distretto di Chamberí. Di seguito, fu mandato alla Direzione Generale di Sicurezza e, infine, nella “Cárcel Modelo” di Madrid dove venne prelevato ed ucciso il 7 novembre 1936.

Toribio

 

 

2. CRESCENCIO SEVERO ORTIZ BLANCO. Nato a Pamplona (Spagna) il 10 marzo 1881, emise la professione dei voti religiosi il 24 settembre 1900. Ordinato presbitero il 23 dicembre 1905, venne ucciso il 20 luglio 1936. 

Ortiz Blanco

 

 

3. ÁNGEL MARTÍNEZ MIQUÉLEZ. Nato a Funes (Spagna) il 2 marzo 1907, emise la professione temporanea dei voti religiosi il 24 agosto 1925 e quella perpetua il 18 settembre 1928. Ricevette l’ordinazione sacerdotale il 20 settembre 1930. Fu catturato e ucciso il 20 luglio 1936.

Angel Martinez Miquelez

 

 

4. BERNARDO SÁIZ GUTIÉRREZ. Nato a Melgosa (Spagna) il 23 luglio 1896, emise la professione temporanea dei voti religiosi il 13 novembre 1920 e quella perpetua il 25 marzo 1924. Fu ucciso il 20 luglio 1936.

Bernardo Saiz Gutierrez

 

 

5. NICESIO PÉREZ DEL PALOMAR QUINCOCES. Nato il 2 aprile 1859 a Tuesta (Spagna), emise la professione dei voti religiosi il 30 marzo 1891. Fu ucciso il 16 agosto 1936.

Palomar Quincoces

 

 

6. GREGORIO ZUGASTI FERNÁNDEZ DE ESQUIDE. Nato a Murillo de Yerri (Spagna) il 12 marzo 1884, emise la professione dei voti religiosi il 25 dicembre 1912. Fu ucciso il 16 agosto 1936.

Fernandez de Esquide

 

 

7. ANICETO LIZASOAIN LIZASO. Nacque il 17 aprile 1877 a Irañeta (Spagna). Emise la professione dei voti religiosi il 15 ottobre 1896 e fu ucciso il 18 agosto 1936.

Lizasoain Lizaso

 

 

8. JOSÉ MARÍA URRUCHI ORTIZ. Nato a Miranda de Ebro (Spagna) il 17 febbraio 1909, emise la professione temporanea dei voti religiosi il 24 agosto 1927 e quella perpetua il 15 settembre 1930. Fu ordinato sacerdote il 20 ottobre 1932. Venne ucciso il 22 agosto 1936. 

Urruchi Ortiz

 

 

9. JOSÉ JOAQUÍN ERVITI INSAUSTI. Nato a Imotz (Spagna) il 15 novembre 1902, emise la professione temporanea dei voti religiosi il 24 febbraio 1930 e quella perpetua il 24 febbraio 1935. Fu assassinato nella notte del 22 agosto 1936.

Erviti Insusti

 

 

10. ANTONIO GIRÓN GONZÁLEZ. Nato a Ponferrada (Spagna) l’11 dicembre 1871, emise la professione dei voti religiosi il 15 agosto 1889. Venne ordinato sacerdote il 19 maggio 1894. Per scappare dalla persecuzione, trovò rifugio in una casa privata, poi in un convento di religiose e infine in un ospizio. Il 24 agosto l’ospizio fu occupato dai miliziani. Catturato, il Servo di Dio fu ucciso il 30 agosto 1936.

Giron Gonzalez

 

 

11. DONATO JIMÉNEZ BIBIANO. Nato ad Alaejos (Spagna) il 21 marzo 1873, emise la professione dei voti religiosi l’8 settembre 1893. Fu ordinato presbitero il 27 maggio 1899. Catturato dai miliziani marxisti, fu trasferito nella “checa” di Fomento e rinchiuso nei sotterranei prima di essere ucciso il 17 o 18 settembre 1936. 

Jimenez Bibiano

 

 

12. RAFAEL PEREA PINEDO. Nato a Villalba de Losa (Spagna) il 24 ottobre 1903, emise la professione temporanea dei voti religiosi il 27 febbraio 1923 e quella perpetua il 27 febbraio 1926. Fu ucciso il 2 novembre 1936.

Perea Pinedo

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Pietro Marcellino Corradini, Vescovo di Frascati, Cardinale di Santa Romana Chiesa, Fondatore della Congregazione delle Suore Collegine della Sacra Famiglia; nato il 2 giugno 1658 a Sezze (Italia) e morto a Roma (Italia) l’8 febbraio 1743;

Il Servo di Dio Pietro Marcellino Corradini nacque a Sezze (Latina, Italia) il 2 giugno 1658. Dopo una formazione umana e cristiana in famiglia, compì i primi studi nel collegio della Compagnia di Gesù a Sezze. Fu, quindi, inviato a Roma dove, nel 1681, conseguì la laurea in giurisprudenza. Nel 1685 fu nominato Uditore della Segnatura di Giustizia ma, nel 1690, decise di abbracciare la vita ecclesiastica. Nello stesso anno rinunciò a tutti i beni ereditati alla morte del padre in favore del fratello e, il 10 giugno 1702, fu ordinato sacerdote nella Basilica di San Giovanni in Laterano.

Viste le sue ottime competenze giuridiche, nonché la grande formazione culturale e umanistica, già prima dell’ordinazione sacerdotale Innocenzo XII lo nominò sottodatario pontificio e canonico della Basilica Lateranense.

Nel 1706 fu assunto all’ufficio di consultore della Sacra Penitenziaria e, l’anno successivo, venne nominato Arcivescovo titolare di Atene. Nel 1712 fu creato Cardinale riservato in pectore e nel 1717, a Sezze, fondò la Congregazione delle Convittrici della Sacra Famiglia, dette Suore Collegine della Sacra Famiglia, con lo scopo di educare umanamente e cristianamente le ragazze. Assistette con grande dedizione la nuova Congregazione, per la quale elaborò il testo di Costituzioni. La Congregazione si diffuse rapidamente in Italia, soprattutto a Napoli e in Sicilia.

Nel 1718, venne nominato Prefetto della Sacra Congregazione del Concilio e, nel 1734, Vescovo di Frascati. Fu un zelante pastore, impegnato soprattutto per la formazione e crescita spirituale del clero e una rinnovata pratica religiosa del popolo.

Morì a Roma l’8 febbraio 1743, all’età di 85 anni e fu sepolto nella Basilica di Santa Maria in Trastevere.

Nato in una famiglia molto religiosa, il Servo di Dio esercitò la virtù della fede come intima e profonda relazione con Dio. Benché avviato a una promettente carriera forense, scelse di dedicare completamente la sua vita al Signore nel ministero sacerdotale. Coltivò il suo rapporto di fiducia e di amore con il Signore nella celebrazione dell’Eucaristia e delle altre funzioni religiose, edificando tutti con la pietà e fermezza nella fede. Nutrì particolare devozione per la Passione di Cristo. Altrettanto profonda e sentita era la devozione verso la Beata Vergine Maria, da lui intimamente vissuta e strettamente diffusa, soprattutto tra le sue figlie spirituali. Ebbe caro anche il culto dei Santi, in particolare di Sant’Anna. Si prodigò, inoltre, per la formazione e la crescita spirituale delle suore della Congregazione da lui fondata.

La speranza del Servo di Dio ebbe il suo fondamento nell’incontro intimo con la persona di Gesù, tramite la preghiera e la celebrazione di sacramenti. Visse tenendo lo sguardo costantemente rivolto all’eternità, confidando solamente nella divina misericordia per godere per sempre del volto di Dio. La sua eroica speranza ed abbandono filiale in Dio risplendono in modo evidente nel momento della morte, alla quale si preparò con grande devozione.

La vita del Servo di Dio fu plasmata in gran misura dall’amore di Dio come motivazione di un impegno eroico nella carità fraterna. D’animo sempre benevolo e misericordioso, diede una speciale attenzione al soccorso degli ammalati e delle classi sociali più povere ed emarginate. Tra le sue più grandi realizzazioni, infatti, è da annoverare l’istituzione dell’ospedale San Gallicano in Roma, di cui fu nominato patrono da Benedetto XIII.

Visto lo stato di degrado e di abbandono delle ragazze e delle giovani donne che ignoravano gli elementi fondamentali della fede e della dottrina cristiana, cercò di porvi rimedio con la fondazione della Congregazione delle Collegine.

Servo di Dio Pietro Marcellino Corradini

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Emanuele Stablum, Religioso professo della Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione; nato il 10 giugno 1895 a Terzolas (Italia) e morto a Roma (Italia) il 16 marzo 1950;

Il Servo di Dio Emanuele Stablum nacque a Terzolas (Trento, Italia) il 10 giugno 1895. Morto il padre nel 1909 a motivo di un incidente di lavoro, il Servo di Dio, per aiutare la madre vedova, si dedicò a lavori di falegnameria ma, dopo un periodo di attenta verifica vocazionale, all’età di 15 anni, entrò nella comunità religiosa della Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione a Saronno (Varese).

Iniziò il noviziato a Cantù l’11 novembre 1911. Emise la professione temporanea dei voti religiosi il 15 agosto 1913.

Nel biennio successivo, fu impegnato nell’assistenza agli orfani a Cantù e a Milano, riprendendo anche gli studi ginnasiali presso i Barnabiti. Nel 1915 i Superiori lo chiamarono a Roma per frequentare il corso filosofico in vista del sacerdozio, conseguendo il Baccellierato nel 1919. Nel frattempo svolse l’ufficio di prefetto degli aspiranti alla vita consacrata. Professò i voti perpetui il 15 agosto 1919 nella Casa generalizia di Roma. Nel novembre dello stesso anno si iscrisse come studente ordinario al Primo anno di Teologia ma, nel gennaio 1920, il Capitolo generale della Congregazione decise di aprire a Roma un ospedale per le cure dermatologiche, per valorizzare l’opera di padre Ludovico Antonio Sala in questo ambito. Per questo, il Superiore generale chiese al Servo di Dio di interrompere gli studi teologici e di iscriversi alla Facoltà di Medicina. Nel 1930 conseguì la Laurea in Medicina presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II” e nel 1931 iniziò l’attività sanitaria presso l’Istituto Dermopatico dell’Immacolata, dando un notevole contributo alla crescita di questa Istituzione, che volle ampliare con successivi padiglioni necessari sia al ricovero dei malati che alle strutture cliniche di ricerca. Nel 1943, durante l’occupazione tedesca di Roma, aprì le porte dell’Ospedale a vari ricercati dall’occupante tedesco, salvando la vita ad un centinaio di rifugiati, tra cui 52 ebrei. Per questo atto eroico, il 20 novembre 2001 gli venne conferita alla memoria l’onorificenza di “Giusto tra le nazioni”.

Il Servo di Dio fu un religioso fedele alla sua consacrazione a Dio e nel contempo fu un medico attento al paziente, che curava con scienza e con amore.

Fu attivamente presente alla vita della sua Congregazione, di cui fu per un periodo anche Vicario generale e divenne cofondatore, insieme con Luigi Gedda, dell’Associazione Medici Cattolici Italiani (AMCI) sorta nel 1945.

Affetto da Morbo di Hodgkins, morì dopo lunga sofferenza a Roma il 16 marzo 1950.

Il Servo di Dio esercitò in grado eroico la virtù della fede, vivendo da contemplativo il proprio apostolato di religioso e di medico. Fu un uomo di profonda preghiera, abitualmente orientato a rapportarsi alle persone e alle situazioni con spirito di fede, proteso a realizzare la volontà di Dio in ogni circostanza. Univa in modo armonico fede e professionalità, impegno nella vita religiosa e nel servizio medico, edificando i confratelli, i colleghi e gli ammalati.

La fede del Servo di Dio fu sostenuta da una eroica speranza che gli permise di affrontare grandi rischi per salvare la vita di rifugiati e perseguitati durante la Seconda Guerra Mondiale. Egli mantenne questo suo atteggiamento di pieno abbandono nelle mani del Signore fino alla fine della vita.

Il Servo di Dio praticò in grado eroico la virtù della carità, verso Dio e verso il prossimo, in particolare i sofferenti e i poveri. Visse l’apostolato ospedaliero come una vera missione, con l’anelito a portare Gesù agli altri, soprattutto a coloro che si sono uniti a lui nel dolore della Passione. Esercitò la carità verso il prossimo anche in circostanze molto difficili, aiutando i perseguitati politici e gli ebrei negli anni della Seconda Guerra Mondiale.

Come dichiarò il Cardinale Fiorenzo Angelini, il Servo di Dio “incarna perfettamente il ruolo del buon samaritano”.

Servo di Dio Emanuele Stablum

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Enrico Ernesto Shaw, Fedele Laico e Padre di famiglia; nato il 26 febbraio 1921 a Parigi (Francia) e morto a Buenos Aires (Argentina) il 27 agosto 1962;

Il Servo di Dio Enrico Ernesto Shaw nacque a Parigi (Francia) il 26 febbraio 1921, in una famiglia aristocratica argentina. Rientrato in Patria, a quattro anni perse la madre e il padre affidò l’educazione e la formazione dei due figli dapprima ad un sacerdote sacramentino e poi al Collegio “La Salle”, di Buenos Aires.

A 16 anni, il Servo di Dio entrò nella Marina e, il 23 ottobre 1943, sposò Cecilia Bunge, con la quale ebbe nove figli. Sebbene fosse una famiglia agiata economicamente, tutti vivevano in un clima di austerità e sobrietà.

Nel 1945, come giovane ufficiale della Marina, si recò negli Stati Uniti d’America e lì sentì che Dio lo chiamava ad evangelizzare il mondo degli industriali a cui apparteneva la sua famiglia. Con energia e spirito d’iniziativa, sostenne gli operai affermando para juzgar a un obrero primero hay que amarlo. Lo zio materno della moglie lo invitò a lavorare nell’azienda familiare Cristalerias Rigolleau, della quale diventò poi amministratore delegato. Fece parte quindi dell’Azione Cattolica e del Movimento Familiare Cristiano e, sotto l’impulso dell’episcopato argentino, organizzò, insieme ad altri impresari, l’aiuto all’Europa nel post-guerra.

Nel 1952 fondò l’Asociación Cristiana de Dirigentes de Empresa e promosse l’Unión Internacional de Asociaciones Patronales Católicas e il Movimiento Empresarial Mundial Cristiano.

Nel 1957, gli fu diagnosticato un tumore maligno. Nonostante ciò continuò nelle sue attività, partecipando a congressi, preparando conferenze, scrivendo articoli e un diario personale. Partecipò pure al primo Consiglio di Amministrazione della Pontificia Università Cattolica Argentina e alla fondazione del “Serra Club”.

Nel 1961 fu designato Presidente de los Hombres de Acción Católica e partecipò al Congresso mondiale dell’Unione Internazionale delle Associazioni Patronali, in Cile. Mentre la salute peggiorava, intraprese un viaggio a Fatima e a Lourdes. Nonostante le precarie condizioni fisiche, il Servo di Dio mantenne i suoi incarichi di direttore e dirigente e, nel marzo 1962, scrisse uno dei suoi preziosi lavori: «... Y dominad la Tierra».

Morì il 27 agosto 1962 a Buenos Aires (Argentina), all’età di 41 anni.

La vita di fede del Servo di Dio fu caratterizzata da intensa e assidua preghiera, partecipazione alla Santa Messa, vita sacramentale regolare, profonda devozione eucaristica e mariana, assoluta adesione al Magistero, specialmente nell’ambito della dottrina sociale. Ebbe uno zelo straordinario nel difendere e propagare la fede cattolica, preoccupandosi che fosse capace di orientare e sostenere concretamente la vita e le scelte dei credenti, nel loro ambiente familiare e di lavoro. Per tale ragione, l’impegno del Servo di Dio nella pastorale della famiglia e nella pastorale del lavoro fu continuo ed intenso, anche quando la malattia cominciò a limitare le sue forze. Notevole fu anche la sua dedizione a diffondere la fede attraverso la buona stampa, con la “Casa del Libro”, da lui fondata e sostenuta con notevole sforzo finanziario e nessun guadagno.

La speranza eroica del Servo di Dio rifulse in ogni momento della sua vita. Egli si affidò pienamente, con animo abbandonato, alla Divina Provvidenza, infondendo negli altri questa sua ferma confidenza nell’aiuto divino, specialmente nelle situazioni di difficoltà e di tensione nella vita sociale e politica del suo Paese, come anche durante la sua ultima malattia.

La virtù della carità verso Dio e verso il prossimo fu praticata costantemente e in grado non comune dal Servo di Dio. Egli viveva alla presenza del Signore, parlava spesso di Gesù Cristo, lo amava con tutto il cuore e voleva realizzare il suo Regno e compiere la Sua volontà. Verso il prossimo fu straordinariamente generoso. Era amato e stimato da tutti coloro che lo conoscevano e lo frequentavano: i parenti, i colleghi, gli operai e gli impiegati alle sue dipendenze, gli ecclesiastici e i fedeli laici con cui collaborava nelle opere di apostolato, in particolare gli uomini dell’Azione Cattolica. Era molto caritatevole verso i poveri e verso le famiglie che attraversavano momenti di difficoltà materiali o morali, praticando costantemente, volentieri e in grado eroico le Opere di Misericordia. Nei suoi scritti si nota la centralità della “carità sociale”, necessaria per la promozione umana e cristiana delle persone e dei loro ambienti di vita.

Servo di Dio Enrico Ernesto Shaw

 

 

 

- le virtù eroiche della Serva di Dio María de los Desamparados Portilla Crespo, Fedele Laica e Madre di famiglia; nata il 26 maggio 1925 a Valencia (Spagna) e morta a Madrid (Spagna) il 10 maggio 1996;

La Serva di Dio María de los Desamparados Portilla Crespo nacque a Valencia (Spagna) il 26 maggio 1925. Durante il periodo della Guerra Civile Spagnola, fu costretta a sospendere gli studi in un collegio religioso e dovette affrontare la perdita del padre, dapprima incarcerato e poi ucciso sul fronte nel 1937.

Terminato il conflitto, poté riprendere gli studi magistrali e iniziare l’attività di catechista. Trasferitasi a Madrid, si sposò nel 1950 con Federico Romero, con il quale ebbe 11 figli. Durante questo periodo entrò a far parte dell’Obra Apostolica Familiar, divenendone, insieme al marito, dirigente a livello nazionale. Si impegnò a diffondere la pratica religiosa all’interno della famiglia, in particolare partecipando a diversi programmi televisivi che si occupavano di tematiche inerenti la famiglia.

Nel 1994 le fu diagnosticato un tumore al polmone destro.

Morì il 10 maggio 1996 a Madrid (Spagna).

La Serva di Dio seppe vedere la mano di Dio in ogni evento della sua vita. Cercò di compierne la volontà, sempre confidando in Lui e insegnando ai figli di comportarsi allo stesso modo. La sua massima aspirazione fu quella di formare una famiglia cristiana che cercasse la sequela Christi in ogni occasione della vita.

Nella preghiera semplice, costante e filiale trovava le forze per apprezzare la quotidianità, amare il marito e i figli senza, però, trascurare l’attenzione al prossimo. Nella preghiera cercò il sostegno per abbracciare i momenti di croce nello svolgimento della sua vocazione di madre e di sposa. La preghiera fu anche il sostegno spirituale nelle avversità e nella malattia. L’Eucaristia fu al centro della sua vita. Quando poteva, anche durante le vacanze e lungo il periodo della malattia, partecipava quotidianamente alla messa e invitava i figli a fare altrettanto. Ebbe una devozione speciale per la Virgen de los Desamparados: oltre alla recita quotidiana del rosario in famiglia, amava visitare i santuari mariani, partecipare ai pellegrinaggi e celebrare novene. Nell’ultima malattia si rivolse alla Madonna sotto l’invocazione di Madre di misericordia. Nutrì una spiritualità di riparazione, consigliando tutti di vivere in grazia di Dio ed evitare in tutti i modi il peccato. Trasmise la fede ai figli consigliandoli, accompagnandoli e esortandoli a seguire la legge di Dio.

Visse la virtù della speranza come conseguenza della sua fede: protesa verso il cielo in attesa del premio di Dio nella vita eterna. Il suo più grande desiderio era quello di vedere un giorno riunita tutta la famiglia nel cielo.

In mezzo alle prove della vita, riuscì a mettere tutto nelle mani del Signore: accettò serenamente la malattia; a quanti la visitavano, con un sorriso, li invitava a riporre sempre la fiducia in Dio.

Ogni sua azione fu segnata dall’amore per Lui. Visse una vita interiore molto ricca e profonda: contemplava il volto di Cristo nel prossimo, in particolare, nei poveri, nei malati, negli anziani e nei bisognosi.

Nonostante la sua totale dedizione alla famiglia, trovò il tempo per fare del bene anche ai vicini e alle comunità ecclesiali della sua città. Con tutti la Serva di Dio ebbe un tratto cordiale e affabile. Cercò sempre la felicità di chi le stava intorno.

Serva di Dio María de los Desamparados Portilla Crespo

 

 

 

- le virtù eroiche della Serva di Dio Anfrosina Berardi, Fedele Laica; nata il 6 dicembre 1920 a San Marco di Preturo (Italia) e ivi morta il 13 marzo 1933.

La Serva di Dio Anfrosina Berardi nacque il 6 dicembre 1920 a San Marco di Preturo (L’Aquila, Italia), in una famiglia contadina. Fu educata dalla madre alla preghiera, alla recita del Rosario e alla pietà cristiana. A sette anni cominciò a frequentare la scuola elementare del paese e la catechesi nella parrocchia.

Verso la fine del mese di aprile 1931, la Serva di Dio cominciò ad avvertire i primi sintomi della sua lunga e dolorosa malattia: appendicite, con forti dolori addominali. Il 10 maggio venne ricoverata presso l’Ospedale de L’Aquila e fu operata quattro giorni dopo. L’intervento chirurgico non raggiunse l’effetto desiderato e i dolori, dopo un breve periodo, cominciarono ad aumentare. I familiari tentarono altri mezzi per curare la salute della piccola Anfrosina. Il fratello maggiore decise di portarla a Roma. Fu purtroppo un tentativo vano e dopo qualche mese, Anfrosina tornò a casa. Le radiografie cui fu sottoposta notarono che si stava verificando una progressiva occlusione intestinale, di proporzioni tali da sconsigliare ogni altro intervento chirurgico. Alla fine del 1931, il fratello la riportò a Roma, e, per non farle perdere l’anno scolastico, la iscrisse alla scuola romana ‘’Dante Alighieri’’. Anche questa volta, il male progressivamente si accentuò di più e la Serva di Dio dovette tornare nel paese natale. Il 13 ottobre 1932, in occasione della visita canonica del Vescovo, ricevette la Prima Comunione e il Sacramento della Confermazione.

Trascorse gli ultimi cinque mesi della vita sempre in casa e costantemente a letto, sopraffatta dalle sofferenze. Era solita ricevere a casa la Comunione dal parroco del paese. Spesso era rapita da una profonda contemplazione del volto di Maria.

Morì a San Marco di Preturo (Italia) il 13 marzo 1933, all’età di 13 anni, circondata dai parenti, conoscenti, dal parroco e da una grande folla.

La Serva di Dio visse un completo abbandono nelle mani di Dio e una profonda vita di preghiera, in costante ed intima comunione con il Signore. Ogni sua azione era sempre stata rivolta all’adempimento della volontà divina. Dedicava i momenti liberi all’orazione. Attraverso l’esercizio eroico della fede, superò diverse difficoltà, soprattutto quelle relative alla malattia. La fede della Serva di Dio fu di grande esempio nella vita di molte persone che le stettero accanto. Inoltre, tale fede eroica si rivelò costantemente con un intenso spirito di preghiera, splendendo soprattutto nel momento della dolorosa malattia e della morte. Manifestò un’immensa devozione alla Vergine Santissima, fino ad avere degli intimi e misteriosi colloqui con Lei.

La Serva di Dio, nel breve cammino terreno, vivendo la virtù della speranza in modo eroico, ne fu sostenuta ed aiutata a superare tutte le sofferenze fino alla morte, che sopportò sempre con un perenne sorriso e con un atteggiamento di serenità.

Fin dalla sua primissima infanzia, coltivò una precoce dedizione a vivere unita con il Signore. In lei era forte la devozione verso Gesù sofferente e la Vergine Maria. I suoi atti di carità verso il prossimo erano semplici e naturali, esprimendosi soprattutto nell’ambito familiare. In tutta la sua vita seppe sempre trasmettere un’immensa gioia e serenità. Era servizievole non solo con i familiari, ma anche con le persone estranee e sapeva consolare gli altri nei momenti di maggior bisogno.

Serva di Dio Anfrosina Berardi

 

 

 

17 MARZO

 

Il 17 marzo 2021, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Durante l’Udienza, il Sommo Pontefice ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare i Decreti riguardanti:

 

le virtù eroiche del Servo di Dio Mercurio Maria Teresi, Arcivescovo di Monreale; nato il 10 ottobre 1742 a Montemaggiore Belsito (Italia) e morto a Monreale (Italia) il 18 aprile 1805.

Il Servo di Dio Mercurio Maria Teresi nacque il 10 ottobre 1742 a Montemaggiore Belsito (Palermo, Italia). Intorno ai 10 anni fu inviato a Palermo per studiare presso il Collegio Massimo dei Gesuiti. Entrato in Seminario, venne ordinato presbitero il 21 settembre 1765, per la Diocesi di Cefalù. Nel 1766, entrò nella Compagnia di Gesù ma ne uscì l’anno dopo, a causa dell’espulsione dei Gesuiti dalla Sicilia. Rientrato in Diocesi, fu assegnato alla Comunità del Seminario di Cefalù quale Direttore Spirituale e Professore di Teologia Morale.

Nel 1769 cominciò a dedicarsi alle Missioni popolari, che lo portarono, per circa quarant’anni, in svariati luoghi della Sicilia per annunciare la Parola di Dio ed amministrare i Sacramenti. Per l’amministrazione della Confessione, ricevette la facoltà di ascoltare i penitenti di entrambi i sessi e di assolvere i casi riservati.

Diede alle stampe vari libri su tematiche spirituali, pastorali e morali.

Nel 1796, fu nominato Canonico della Chiesa Metropolitana di Palermo e, l’anno successivo, Parroco di Montemaggiore Belsito.

Per la sua fama di pastore zelante e virtuoso, nel 1799, il Re Ferdinando III di Borbone e la Regina Carolina lo chiamarono a Corte quale Predicatore e Confessore.

Nel 1802, il Servo di Dio venne nominato Arcivescovo di Monreale, ricevendo l’ordinazione episcopale il 3 giugno dello stesso anno. Le logoranti fatiche apostoliche avevano però sfinito la sua fibra e limitarono molto la sua azione pastorale.

L’11 aprile 1805, dopo aver celebrato in Cattedrale la Santa Messa in Coena Domini ed essersi particolarmente stancato pronunciando una fervorosa omelia, venne colto da un malore

Morì a Monreale (Italia) il 18 aprile 1805.

Il Servo di Dio esercitò la virtù teologale della fede in grado eroico, coltivando la sua vita spirituale soprattutto con l’Eucarestia, celebrata e adorata, con l’amore a Gesù Crocifisso, con la preghiera e con una profonda devozione verso la Madonna e i Santi. Fin dall’infanzia, visse alla presenza del Signore, per adorarlo e per servirlo. Con queste disposizioni, diventato sacerdote, si distinse per lo zelo non comune manifestato nella propagazione della fede in ogni periodo della sua vita, dedicandosi alla predicazione senza risparmio di energie, dichiarandosi pronto a morire per la causa del Vangelo

La sua vita di fede era abitualmente accompagnata dalla speranza e dalla carità, praticate in grado non comune e in un contesto culturale non favorevole alla Chiesa Cattolica, caratterizzato dal Dispotismo illuminato, dal Giurisdizionalismo e dall’Illuminismo. Di fronte alle difficoltà, il Servo di Dio confidò sempre nella Divina Provvidenza, sentendosi un umile servitore di Cristo e della Chiesa, annunciatore del Regno, con lo sguardo costantemente rivolto alla Vita eterna. La speranza gli diede l’energia necessaria per il suo intenso apostolato missionario. Sopportò con saldezza d’animo le fatiche delle tante missioni predicate in diverse località.

Circa la carità eroica, il Servo di Dio generosissimo, elargiva i suoi averi alle persone indigenti, tenendo per sé solo il necessario. Non voleva denaro per la predicazione e, se ne riceveva, lo donava prontamente e volentieri ai poveri. Si comportò abitualmente in modo caritatevole anche verso coloro che gli erano ostili.

Servo di Dio Mercurio Maria Teresi

 

 

 

 

le virtù eroiche del Servo di Dio Cosma Muñoz Pérez, Sacerdote diocesano, Fondatore della Congregazione delle Figlie del Patrocinio di Santa Maria; nato nel 1573 a Villar del Rio (Spagna) e morto a Córdoba (Spagna) il 3 dicembre 1636.

Il Servo di Dio Cosma Muñoz Pérez nacque a Villar del Rio (Spagna) nel 1573. All’età di 16 anni, fu inviato a Málaga con lo scopo di essere assunto in una delle galee reali ma, a causa di una malattia, il giovane fu costretto ad abbandonare la prospettiva di intraprendere la carriera militare. Nonostante ciò, prese servizio nel 1593 come segretario di provvisione delle galee.

Dopo una vita sregolata, che gli causò anche conseguenze negative sulla salute, nel 1599, si rivolse alla Vergine delle Vittorie, chiedendo la grazia della guarigione e facendo voto di cambiare vita. Da quel momento intraprese un cammino di conversione e decise di mettersi a servizio di Dio. Distribuiti i suoi beni ai poveri, si recò a Córdoba con l’intenzione di diventare francescano, ma non fu accolto a causa del sovrannumero di fratelli laici nella comunità. Dopo discernimento sotto la guida di un gesuita, il Servo di Dio intraprese gli studi per il sacerdozio e venne ordinato presbitero nel 1607. Da allora, si dedicò all’apostolato sacerdotale, all’assistenza ai bisognosi, alla cura dei malati e alla conversione delle pentite di Santa Maria Egiziaca. Nel 1609, il Vescovo di Córdoba, Mons. Diego de Mardones, gli affidò il compito di occuparsi delle bambine orfane, continuando l’Opera iniziata dalla defunta Madre Isabel de la Cruz. Con spirito di sacrificio, il Servo di Dio si mise ad elemosinare per sostenere l’Opera. Con l’appoggio del Re di Spagna Filippo III, riuscì a riorganizzarla, fondando un collegio con una struttura più adeguata e annettendo ad esso la chiesa di Nostra Signora della Pietà. Il Servo di Dio dedicò la sua vita all’istruzione e all’assistenza materiale e spirituale delle orfane e delle donne abbandonate, all’epoca reiette dalla società e spesso destinate alla prostituzione. A tale scopo diede vita alla Congregazione delle Figlie del Patrocinio di Santa Maria.

Morì il 3 dicembre 1636, dopo una breve malattia, a Córdoba (Spagna).

Il Servo di Dio si distinse per l’intensa opera caritativa ed educativa svolta in particolare a favore delle bambine orfane e delle donne disagiate.

La fede appare nella vita del Servo di Dio come la roccia alla quale egli si appoggiava. Era il suo vissuto di fede che lo rendeva capace di riconoscere la presenza di Dio nelle circostanze ordinarie della storia e di non venire meno davanti alle difficoltà. Aveva una profonda vita di preghiera, centrata sulla celebrazione quotidiana dell’Eucaristia e sulla devozione al SS.mo Sacramento. Cercava di vivere costantemente alla presenza di Dio. La sua fede si manifestava anche nella devozione verso la Vergine Maria.

La speranza del Servo di Dio si fondava sulla fede eroica. Viveva un’autentica fiducia nella bontà di Dio. La sua speranza si manifestò particolarmente nelle difficoltà che si trovò ad affrontare, sia dal punto di vista economico sia come peso morale per la responsabilità che aveva nei confronti di tante orfane e donne disagiate.

L’amore che il Servo di Dio nutriva verso Dio era profondo e appassionato e si manifestava chiaramente nelle sue opere e nel suo modo di agire. L’attività caritativa da lui intrapresa fu significativa. Oltre all’Istituzione che assunse e organizzò a favore delle orfane, il Servo di Dio fu disponibile verso tutti. Con grande spirito di sacrificio e con esemplare abnegazione ogni giorno si recava a chiedere risorse e denaro per le opere che gli erano state affidate e per quanti nella necessità ricorrevano a lui. Aveva grande cura anche per i malati e per i carcerati, che visitava di frequente. Soprattutto si prendeva cura dei malati abbandonati e maggiormente bisognosi di aiuto.

Servo di Dio Cosma Muñoz Pérez

 

 

 

 

le virtù eroiche del Servo di Dio Salvatore Valera Parra, Sacerdote diocesano; nato il 27 febbraio 1816 a Huércal-Overa (Spagna) e ivi morto il 15 marzo 1889.

Il Servo di Dio Salvatore Valera Parra nacque a Huércal-Overa (Almería, Spagna) il 27 febbraio 1816. Entrato in Seminario, fu ordinato sacerdote il 13 marzo 1840.

Svolse il ministero sacerdotale prevalentemente nel suo paese natale, dapprima come viceparroco e poi come parroco. Nel 1853 venne eletto arciprete e, nel 1859, per le sue attività e la vita esemplare di parroco, ricevette dallo stato spagnolo dapprima l’onorificenza di Caballero de la Real Orden de Isabel la Católica, e poi quella dell’Ordine civile di Carlos III. Come parroco, infatti, si distinse per molte opere di carattere spirituale e sociale, in particolare durante le epidemie di colera e i terremoti che nel 1863 provocarono distruzioni e vittime. Collaborò attivamente anche nello spegnimento dei frequenti incendi e di seguito nella raccolta di fondi per aiutare i bisognosi. Insieme a Santa Teresa Jornet, Fondatrice delle Piccole Sorelle per gli Anziani Abbandonati, nel 1885 fondò una casa di cura e di ricovero per gli anziani.

Verso la fine della sua vita fu colpito da gravi malattie. Morì il 15 marzo 1889 a Huércal-Overa (Spagna).

Il Servo di Dio fu uomo di profonda fede in Dio, che attingeva dalla intensa vita di orazione, in particolare eucaristica, e dalla filiale devozione mariana. Promuoveva la visita al Santissimo Sacramento. La devozione a Maria si concretizzava nella devozione alla Vergine de los Desamparados, venerata a Huércal-Overa, conosciuta popolarmente come la Virgen del Rio

Il Servo di Dio si abbandonò nelle mani della Provvidenza. Di questa fiducia in Dio diede una prova singolare fin dalla sua infanzia. Infatti, quando gli morì il padre, egli aveva 13 anni e si inginocchiò davanti al cadavere del genitore e recitò da solo l’Ufficio Divino con una devozione che fece commuovere i presenti.

Visse cercando di piacere a Dio con l’orazione, la povertà assoluta, l’austerità di vita, la penitenza e i digiuni. Allo stesso tempo faceva di tutto per favorire la santità dei suoi fedeli.

Esercitò la carità verso il prossimo, mettendosi al servizio degli ultimi. Vissuto in un’epoca storica in cui c’era tanta miseria in Andalusia, seppe rispondere fedelmente ai bisogni del suo tempo. Distaccato da tutto, dava perfino ciò che a lui era necessario per vivere. Alla sua casa accorrevano tanti poveri per mangiare e il Servo di Dio accoglieva tutti. Nelle situazioni di particolare emergenza, come nelle alluvioni e nelle epidemie di colera, emerse in maniera straordinaria la sua carità. Si prendeva cura dei malati che continuamente andava a visitare e a portare loro aiuto.

Servo di Dio Salvatore Valera Parra

 

 

 

 

le virtù eroiche del Servo di Dio Leone Veuthey (al secolo: Clodoveo), Sacerdote professo dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali; nato il 3 marzo 1896 a Dorénaz (Svizzera) e morto a Roma (Italia) il 7 giugno 1974.

Il Servo di Dio Leone Veuthey (al secolo: Clodoveo) nacque il 3 marzo 1896 a Dorénaz (Svizzera). Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, iniziò a insegnare dapprima nella scuola primaria di Miéville, poco lontano dal proprio paese e, nel 1919, nel Collegio St. Charles di Porrentruy.

Nel 1920, mentre si trovava a Friburgo nella chiesa dei Francescani Conventuali, sentì il desiderio di seguire il Signore. L’anno successivo, entrò in Noviziato a Schwarzenberg, in Baviera. Il 19 ottobre 1922, emise la professione temporanea dei voti religiosi. Ritornato nella comunità di Friburgo, emise la professione solenne il 25 luglio 1925 e fu ordinato presbitero il 16 agosto 1925.

L’anno seguente fu eletto Rettore del Collegio “Père Girard” di Friburgo e Professore nel Ginnasio “St. Michel”. Nel 1930 conseguì la Laurea in Filosofia presso l’Università di Friburgo. Nel 1932 fu chiamato ad insegnare Filosofia e Critica presso l’Università di Propaganda Fide a Roma e, dal 1934 al 1936, svolse anche l’incarico di Vice Rettore del Collegio Serafico Internazionale a Roma. Nell’annessa Facoltà Teologica S. Bonaventura (Seraphicum), dal 1935 fu professore di Teologia Ascetica e Mistica, oltre che Docente di Storia delle religioni e di “Questioni speciali di San Bonaventura”. Nel 1942, a causa di visioni differenti rispetto ad altri docenti riguardanti alcune posizioni filosofico-teologiche, al Servo di Dio venne revocato l’incarico di Professore di Filosofia nella Pontificia Università di Propaganda Fide. Il provvedimento era motivato dal fatto che, pur rispettando il primato tomista, il Servo di Dio era anche aperto ad altre tipologie teologiche e filosofiche di ispirazione francescana, sulla linea di San Bonaventura e del Beato Giovanni Duns Scoto.

Nel 1943 inviò al Santo Padre Pio XII il suo progetto della “Crociata della Carità”, che prese l’avvio ufficialmente ad Assisi il 24 maggio 1945. Con la spiritualità di tale Movimento, il Servo di Dio influì sul nascente Movimento dei Focolarini. La Serva di Dio Chiara Lubich e le sue prime compagne trovarono in lui un consigliere ed un assistente.

Nel 1945, il Servo di Dio venne eletto Assistente Generale dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali. Nel 1954, fu trasferito a Bordeaux, in un Convento appartenente alla sua Provincia Elvetica, dove svolse il servizio di cooperatore parrocchiale. Nel 1965, fu richiamato a Roma, quale Direttore Spirituale del Collegio Serafico Internazionale e Professore nella Facoltà di Teologia al Seraphicum. Nel 1970 gli viene diagnosticato il Morbo di Parkinson e, l’anno successivo, andò in pensione.

Morì a Roma il 7 giugno 1974.

Il Servo di Dio coltivò la virtù della fede in modo particolare nelle difficili circostanze della quotidianità e diffuse costantemente negli altri, soprattutto in coloro che accompagnava nel ministero della direzione spirituale, l’amore per Dio. Come religioso, predicò la fede con l’esempio di una vita di preghiera e di fedeltà alla Regola Francescana.

Fu un uomo di intensa speranza e, alla luce di questa, percorse il suo cammino di santità nel continuo desiderio della Gerusalemme Celeste. La serenità con cui accolse e visse il suo trasferimento a Bordeaux, come pure il modo di affrontare la malattia del Parkinson, indica una piena fiducia nella Divina Provvidenza.

La sua carità, prima di tutto rivolta a Dio, fu sempre vissuta concretamente verso i fratelli, accogliendo tutti con amabilità, a ogni ora e per qualsiasi necessità

Servo di Dio Leone Veuthey

 

 

 

 

- le virtù eroiche della Serva di Dio Annelvira Ossoli (al secolo: Celeste Maria), Religiosa professa della Congregazione delle Suore delle Poverelle – Istituto Palazzolo; nata il 26 agosto 1936 a Orzivecchi (Italia) e morta a Kikwit (Repubblica Democratica del Congo) il 23 maggio 1995.

La Serva di Dio Annelvira Ossoli (al secolo: Celeste Maria) nacque a Orzivecchi (Brescia, Italia) il 26 agosto 1936. All’età di 14 anni iniziò a lavorare come magliaia ma, dopo tre anni, decise di entrare nella Congregazione delle “Suore delle Poverelle”. Nel 1954, iniziò il noviziato e, il 2 aprile 1956, emise la professione religiosa dei voti. Inviata a Roma, nel 1958, conseguì il diploma di infermiera professionale. Per due anni svolse il servizio pastorale a Milano, presso una casa di riposo gestita dall’Istituto.

Nel 1961 venne inviata a Kikwit (Repubblica Democratica del Congo) dove, il 25 marzo 1962, emise la professione perpetua. A Kikwit contrasse la tubercolosi polmonare, che però riuscì a superare per le cure e per la sua spiccata forza di carattere. Nel 1967 tornò in Italia dove riprese gli studi presso l’Università di Roma, conseguendo nel 1969 la specializzazione in ostetricia. Rientrata in Congo nello stesso anno, fu inviata a Kisangani, alla periferia di Kinshasa e, nel 1977, a Kikwit come superiora. Un problema serio alle ginocchia la costrinse a tornare in Italia per sottoporsi ad un intervento chirurgico, nel 1979. Guarita, chiese ed ottenne di poter tornare in Congo. Nel 1992 venne nominata Superiora della provincia d’Africa e si trasferì a Limete, un quartiere di Kinshasa, sede della casa provinciale.

Quando seppe delle gravi condizioni in cui versava la Serva di Dio Floralba Rondi, partì da Kinshasa per assisterla e, dopo la morte di quest’ultima, si fermò a Kikwit per assistere anche le altre consorelle malate di Ebola. Contagiata lei stessa, morì a Kikwit (Repubblica Democratica del Congo) il 23 maggio 1995.

La fede eroica della Serva di Dio si radicava in un costante e profondo rapporto con Dio, vissuto anzitutto nella preghiera. Viveva con passione la sua missione, amando la Chiesa e desiderando collaborare alla venuta del Regno. Cercava di vivere costantemente alla presenza di Dio, di dimorare in Lui per riportare a Lui ogni incontro e ogni cosa che le veniva richiesta durante la giornata. In questo modo, riusciva ad accogliere ogni situazione e anche ogni imprevisto come occasione per incontrare Dio. Nutriva una particolare devozione alla SS.ma Vergine, a cui si affidava costantemente e dalla quale attingeva l’esempio dell’affidamento fiducioso a Dio.

La Serva di Dio visse un’autentica fiducia nella misericordia di Dio e questo la rendeva capace di abbandonarsi alla sua Provvidenza. Rimaneva fiduciosa e serena nei momenti di difficoltà, convinta della presenza amorevole di Dio al suo fianco. Alla fiducia nella Provvidenza si univa un autentico distacco da tutti i beni materiali. Cercava di assicurare spazi prolungati per la preghiera, da cui alimentava e sosteneva la sua vita di servizio ai fratelli più bisognosi che le erano stati affidati.

La Serva di Dio diede sempre testimonianza di grande altruismo, di abnegazione di sé e di dedizione generosa ai fratelli. In particolare, erano i malati i destinatari delle sue cure e della sua attenzione. Aveva una grande capacità relazionale, che le permetteva di instaurare rapporti di efficace collaborazione con il personale, che si sentiva accompagnato e ascoltato da lei.

Serva di Dio Annelvira Ossoli

 

 

 

 

le virtù eroiche della Serva di Dio Vitarosa Zorza (al secolo: Maria Rosa), Religiosa professa della Congregazione delle Suore delle Poverelle – Istituto Palazzolo; nata il 9 ottobre 1943 a Palosco (Italia) e morta a Kikwit (Repubblica Democratica del Congo) il 28 maggio 1995.

La Serva di Dio Vitarosa Zorza (al secolo: Maria Rosa) nacque a Palosco (Bergamo, Italia) il 9 ottobre 1943. All’età di due anni, perse la madre e, nel 1949, il padre si risposò ed ebbe altri due figli. A causa della cagionevole salute della matrigna, la Serva di Dio si prese cura dei fratellastri. Dopo aver frequentato le scuole elementari, andò a lavorare a Telgate (Bergamo) presso una ditta di produzione di manici di ombrelli. Al contempo partecipava alla vita della parrocchia, nella quale faceva catechismo per i bambini.

Dopo un’esperienza lavorativa nell’Ospedale Psichiatrico di Varese, dove conobbe le Suore delle Poverelle, nel 1966, decise di entrare nella stessa Congregazione. Il 14 marzo 1967 iniziò il Noviziato e, il 25 marzo 1969, emise la professione temporanea dei voti religiosi. Fu inviata quindi a Milano, presso la “Scuola Convitto Professionale per Infermiere” della propria Congregazione religiosa dove, nel 1971, si diplomò “Infermiera Professionale”.

Nel 1972 svolse servizio a Torre Boldone (Bergamo) presso una Casa di riposo. Nel contempo ottenne i certificati di “Abilitazione a funzioni direttive nell’assistenza infermieristica” e di “Specializzazione in Assistenza Geriatrica”. Il 6 settembre 1975 a Bergamo emise la professione perpetua e fu inviata presso l’Ospedale Psichiatrico Provinciale di Varese.

Nel 1982, le Superiore accolsero il suo desiderio di andare in missione a servizio dei più poveri e la destinarono a Kikwit (Repubblica Democratica del Congo). Nel 1991 svolse servizio pastorale nella missione di Kingasani, popoloso e popolare quartiere periferico di Kinshasa. Il 2 maggio 1995, a causa dell’epidemia di Ebola scoppiata a Kikwit, vi si recò per aiutare le consorelle.

Contagiata lei stessa dal virus, morì il 28 maggio 1995 a Kikwit (Repubblica Democratica del Congo).

La Serva di Dio fu una donna di fede robusta, alimentata dalla preghiera intensa, sia personale che comunitaria. Portava la preghiera anche nel suo ambiente di servizio, invitando i collaboratori a pregare e a partecipare all’Eucaristia nell’Ospedale. Aveva una grande devozione per la Vergine Maria, che guardava come modello di preghiera e di fede.

Fin da bambina, dinanzi alle difficoltà e alle grandi sofferenze che dovette affrontare, la Serva di Dio si educò a confidare nel Signore e ad affidarsi a Lui con tutta se stessa. Credeva fermamente nella Provvidenza e insegnava anche ai malati a fare altrettanto. Nutrita di speranza, la Serva di Dio riusciva a vivere distaccata dai beni terreni e orientata alle realtà celesti. Fu proprio la speranza eroica, vissuta come affidamento a Dio, che la spinse ad offrirsi per portare soccorso alle Sorelle già contagiate dal virus Ebola e a vivere con fiducia anche i giorni dell’isolamento e della solitudine, fino alla morte.

La generosità con cui visse la Serva di Dio appare come il segno evidente dell’amore verso Dio che lei nutriva. Fu inviata in Congo dopo ben tre richieste formulate da parte sua. Questo desiderio di partire per la missione è anzitutto segno della generosità e del desiderio autentico di mettere la sua vita a servizio dei più poveri. Era convinta che il servizio andasse fatto bene nel rispetto della dignità dei poveri e, pertanto, si preoccupava di mettere i malati a proprio agio, accogliendoli cordialmente e ascoltandoli. Appariva a tutti come una religiosa sempre solare, gioiosa, con la quale si stava bene. Generosa verso tutti, era sempre disponibile per ogni necessità, tanto da essere soprannominata affettuosamente “suor Valigetta”, perché sempre pronta ad andare dove c’era bisogno. È stata questa stessa disponibilità che la portò ad offrirsi per accudire le consorelle già contagiate dal virus Ebola.

Serva di Dio Vitarosa Zorza

 

 

 

 

le virtù eroiche della Serva di Dio Danielangela Sorti (al secolo: Anna Maria), Religiosa professa della Congregazione delle Suore delle Poverelle – Istituto Palazzolo; nata il 15 giugno 1947 a Bergamo (Italia) e morta a Kikwit (Repubblica Democratica del Congo) l’11 maggio 1995.

La Serva di Dio Danielangela Sorti (al secolo Anna Maria) nacque a Bergamo (Italia) il 15 giugno 1947, ultima di tredici figli. L’infanzia fu segnata dal dolore: nel 1955, morì il papà, l’anno seguente la mamma e, nel 1958, a causa di un incidente, anche un fratello. La Serva di Dio si occupò della gestione della casa e dei fratelli.

Molto attiva e presente nella vita parrocchiale, dovette iniziare presto a lavorare, dapprima come rammendatrice e poi in una legatoria. Nel frattempo, frequentò un corso di taglio e cucito.

Nel 1965, a diciotto anni, comprese di essere chiamata alla vita consacrata. La famiglia accolse malvolentieri la sua decisione, al punto da sottoporre la questione al tribunale dei minorenni che, tuttavia, riconobbe la maturità della giovane.

Il 1° marzo 1966 entrò nella Congregazione delle Suore delle Poverelle, dove il 26 settembre 1968, emise la professione temporanea dei voti religiosi. Inviata a Milano per compiere gli studi come infermiera e caposala, conseguì il diploma nel 1970. L’8 settembre 1974 emise a Bergamo la professione perpetua, continuando a prestare servizio come infermiera a Milano.

Dopo aver manifestato il desiderio di mettersi a servizio della missione, nel 1978 venne inviata nella Repubblica Democratica del Congo, dove trascorse i primi anni a Mosango. Svolse la sua attività infermieristica dal 1983 al 1991 a Kikimi-Kinshasa e, dal 1991 al 1995, a Tumikia. Qui, durante l’epidemia di Ebola, si offrì per assistere la Serva di Dio Floralba Rondi, sua consorella, contraendo a sua volta il virus dell’Ebola.

Morì a Kikwit (Repubblica Democratica del Congo) l’11 maggio 1995.

La vita della Serva di Dio lasciava trasparire un profondo spirito di fede, dal quale dipendeva il suo modo di valutare persone e avvenimenti. La fede alimentava anche il suo grande amore alla Chiesa e il suo desiderio di diffondere il Regno di Dio. Dedicava molto tempo alla preghiera, soprattutto all’adorazione eucaristica. Aveva un suo motto, che giustificava le sue prolungate veglie di adorazione: «Amore chiede amore».

Visse costantemente radicata nella fiducia in Dio. Questo atteggiamento di confidenza la rese capace di mantenersi serena anche nell’affrontare prove e difficoltà. Sperimentò la speranza eroica nel suo totale distacco dai beni materiali. Affrontò i giorni della malattia, poco prima della morte, con lo sguardo rivolto alle realtà del cielo: «Infine vedrò lo Sposo!».

Manifestò il suo amore per Dio nella costante ricerca della Sua volontà e nell’evitare ogni cosa che potesse essere un’offesa verso di Lui. Per amore di Dio cercava di trasformare ogni sofferenza, ogni dispiacere in offerta d’amore e in gesto di riparazione per i peccatori. L’amore verso Dio la spinse anche ad un servizio generoso e disinteressato verso tutti, ma in particolare verso i malati, in cui – diceva – si doveva riconoscere il volto di Cristo. Aveva una grande capacità di consolazione, e cercava in tutti i modi di lenire le sofferenze degli altri. Per i malati era disponibile di giorno e di notte, ma aveva tempo anche per svolgere attività di pastorale, soprattutto con le giovani in ricerca vocazionale.

Serva di Dio Danielangela Sorti

 

 

 

 

20 FEBBRAIO

 

Il 20 febbraio 2021, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Durante l’Udienza, il Sommo Pontefice ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare i Decreti riguardanti:

 

il miracolo, attribuito all’intercessione della Venerabile Serva di Dio Armida Barelli, del Terz’Ordine Secolare di San Francesco, Cofondatrice dell’Istituto Secolare delle Missionarie della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo; nata il 1° dicembre 1882 a Milano (Italia) e morta a Marzio (Italia) il 15 agosto 1952.

La Venerabile Serva di Dio Armida Barelli nacque a Milano (Italia) il 1° dicembre 1882. Dedicatasi ad attività caritative, nel 1909 si consacrò al Signore con un voto privato di castità. Nel 1910, dopo aver conosciuto P. Agostino Gemelli, O.F.M., entrò nel Terzo Ordine Francescano. Nel 1917, ricevette dal Beato Andrea Ferrari, Arcivescovo di Milano, il mandato di occuparsi delle giovani nel nascente Movimento Cattolico Femminile di Milano. Nel 1918 Benedetto XV la nominò Vice Presidente dell’Unione Donne Cattoliche Italiane, con incarico speciale per la Gioventù Femminile di Azione Cattolica. Il 19 novembre 1919 si consacrò con altre compagne nell’Istituto Secolare delle Missionarie della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo, partecipando a diverse iniziative di apostolato. Nel 1921, collaborò con P. Gemelli alla fondazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Nel 1946 fu nominata da Pio XII Vice Presidente dell’Azione Cattolica Italiana. 

Morì il 15 agosto 1952 a Marzio (Varese). 

Il decreto sull’eroicità delle virtù venne promulgato il 1° giugno 2007.

Per la beatificazione della Venerabile Serva di Dio Armida Barelli, la Postulazione della Causa presentò all’esame della Congregazione l’asserita guarigione miracolosa, attribuita alla sua intercessione, riguardante la Signora A. M. da “grave politrauma cranio-encefalico, maxillo-facciale e toraco-addominale”. L’evento accadde nel maggio 1989 a Prato (Italia). Il 5 maggio 1989, la Signora M., di 65 anni, mentre rientrava a casa in bicicletta, fu investita da un camion. Venne ricoverata in terapia intensiva nell’ospedale di Prato in stato di coma a livello I e agitazione psicomotoria con stato confusionale. Nei giorni successivi si registrò un peggioramento. Un primo segnale di ripresa si manifestò il 9 maggio, quando A. iniziò a rispondere, anche se ancora in modo un po’ confuso. Il 9 giugno il suo stato neurologico migliorò ulteriormente. Il 14 giugno venne dimessa. Nei mesi successivi presentò un recupero pressoché completo dello stato cognitivo e motorio.

L’artefice dell’invocazione alla Venerabile Serva di Dio Armida Barelli fu la nipote della sanata la quale, dopo aver appreso del grave incidente, cominciò ad invocare la Venerabile Serva di Dio, utilizzando un’immaginetta contenente una sua reliquia. La nipote invitò anche altri familiari ad unirsi all’invocazione per la guarigione della zia. Il successivo 18 maggio si tenne una giornata di preghiera nella Cappella Universitaria del S. Cuore dell’Università Cattolica di Milano, presso la tomba della Venerabile Serva di Dio. Mentre si continuava a pregare, si assistette al viraggio favorevole delle condizioni della paziente che si consolidò nei mesi successivi. È quindi provato il nesso causale tra l’invocazione alla Venerabile e la conseguente guarigione.

Venerabile Serva di Dio Armida Barelli

 

 

 

 

le virtù eroiche del Servo di Dio Albino Alves da Cunha e Silva, Sacerdote diocesano; nato il 22 settembre 1882 a Codeçôso (Portogallo) e morto a Catanduva (Brasile) il 19 settembre 1973.

Il Servo di Dio Albino Alves da Cunha e Silva nacque il 22 settembre 1882 a Codeçôso (Braga, Portogallo). In famiglia imparò la generosità e la carità verso i più bisognosi, così come la partecipazione alla vita parrocchiale. Entrato nel Seminario diocesano di Braga, fu ordinato sacerdote il 23 luglio 1905. Mentre svolgeva il servizio pastorale in una parrocchia nella sua terra natale, nel 1910, il Portogallo visse la caduta della monarchia e l’arrivo della Repubblica di Pombal, con la conseguente persecuzione della Chiesa. Il Servo di Dio, per salvare la vita, fu costretto a fuggire prima nel nord del Portogallo e poi in Brasile, dove giunse il 21 settembre 1912. Dopo un periodo trascorso nelle parrocchie di Jaboticabal e Barra Bonita, nel 1918, venne nominato parroco a Catanduva, che all’epoca aveva circa 200 case, nella diocesi di Rio Preto, dove si incardinò nel 1931. Il suo primo impegno fu la costruzione della chiesa matrice. Poiché la città di Catanduva cresceva, il Servo di Dio, nel 1949, si recò a Roma dove, con l’aiuto del Card. Benedetto Aloisi Masella, ottenne che i Padri Dottrinari aprissero una casa in città per l’evangelizzazione, la catechesi e l’istruzione dei giovani. 

Successivamente, il Servo di Dio avviò altre opere in favore dei malati e sofferenti, dei poveri e degli abbandonati: cominciò la costruzione della “Santa Casa della Misericordia”, oggi “Ospedale P. Albino”; il pensionato per anziani; la scuola “Nossa Senhora do Calvário”; la Casa per fanciulli “Sinharinha Netto”; l’orfanotrofio “Ortega Josué”; lo studentato “São José”. Fece erigere diverse cappelle nella città e nei paesi vicini ed anche il Collegio Commerciale Catanduva, la Facoltà di Economia e Commercio, la Facoltà di Scienze Motorie e la Facoltà di Medicina. 

Il Servo di Dio morì a causa di una insufficienza respiratoria il 19 settembre 1973 a Catanduva (Brasile). 

Il Servo di Dio visse la virtù della Fede in modo eroico. L’amore per l’Eucaristia si evidenziava nella celebrazione della Santa Messa, nella cura della liturgia e delle celebrazioni, nell’adorazione eucaristica. Il suo prodigarsi per la formazione religiosa e culturale, fece della piccola città un vero centro culturale, in cui si potevano raggiungere i diversi gradi accademici tra i quali quello in medicina. Anche da anziano e ammalato non tralasciò di curare gli altri. Nell´ospedale istituì una mensa per accogliere coloro che non potevano avere un pasto caldo. Il Servo di Dio nel cortile allestiva i tavoli e portava da mangiare. Tutti lo ammiravano per la sua umiltà e per il suo stile di vita. La sua azione pastorale e le opere realizzate sono l´espressione perfetta del suo amore a Dio e al prossimo. Fu un vero pastore, osservante della povertà evangelica, nell´intima unione con Gesù Eucaristico e si consumò nello zelo per la casa di Dio. 

Quanto alla virtù della speranza, era notevole la fiducia deposta nella Divina Providenza. Fu un uomo totalmente distaccato dai beni terreni: visse in totale semplicità proteso verso le cose del cielo, preoccupandosi sempre di come poteva andare incontro nel migliore dei modi ai bisognosi. Iniziava a costruire le opere confidando unicamente nella Providenza Divina.

In riferimento alla virtù della carità, orientò tutta la sua vita a Dio e alla Chiesa. I suoi preferiti erano i poveri e gli ammalati. Si adoperava in ogni modo per poter soccorrere i bisognosi perché vedeva nel prossimo la figura di Gesù Cristo.

Servo di Dio Albino Alves da Cunha e Silva

 

 

 

 

le virtù eroiche del Servo di Dio Ignazio di San Paolo (al secolo: Giorgio Spencer), Sacerdote professo della Congregazione della Passione di Gesù Cristo; nato il 21 dicembre 1799 a Londra (Inghilterra) e morto a Carstairs (Scozia) il 1° ottobre 1864.

Il Servo di Dio Ignazio di San Paolo (al secolo: Giorgio Spencer) nacque a Londra (Inghilterra) il 21 dicembre 1799, in una famiglia dell’alta nobiltà inglese, di fede anglicana.

Studiò ad Althorp, Eton e, successivamente, presso l’Università di Cambridge, facendo anche parte della massoneria. Dal settembre del 1819 viaggiò con i suoi genitori attraverso la Francia, la Svizzera e l’Italia. Tornato a Londra il 15 settembre 1820, diventò presbitero della Chiesa anglicana il 13 giugno 1824.

Proteso verso la ricerca della verità, lesse opere di autori cristiani, tra i quali San Giovanni Crisostomo e Sant’Agostino, e volle confrontarsi con alcuni sacerdoti cattolici fino a giungere alla conversione al cattolicesimo, avvenuta il 30 gennaio 1830. Un mese dopo, si recò a Roma, per intraprendere gli studi di teologia cattolica, ove conobbe il Beato Domenico Barberi, sacerdote passionista. Il 26 maggio 1832, il Servo di Dio venne ordinato sacerdote cattolico a Roma.

Tornato in Inghilterra, iniziò a lavorare nella diocesi di Birmingham. Oltre al ministero sacerdotale nelle parrocchie, esercitò il suo apostolato a favore dei poveri, degli emarginati e degli operai cattolici irlandesi, proseguendo il suo impegno per la promozione dell’unità dei cristiani. Fondò, inoltre, numerose chiese e luoghi di culto, diede vita ad associazioni di preghiera, predicò missioni e contribuì al ristabilimento del culto cattolico. Dal 1839 fu anche docente presso l’Oscott College, vicino Birmingham. Durante questo periodo strinse buone relazioni con il “Movimento di Oxford” ed in particolare con San John Henry Newman.

Nel 1846, dopo l’arrivo del Beato Domenico Barberi in Inghilterra, il Servo di Dio avvertì la sua vocazione alla vita religiosa passionista. Il 21 dicembre 1846, giorno del suo quarantasettesimo compleanno, entrò nella casa di noviziato di Aston Hall, assumendo il nome di padre Ignazio di San Paolo, in onore di Sant’Ignazio di Loyola e di San Paolo della Croce. Il 6 gennaio 1848 fece la professione religiosa e subito iniziò la sua missione di predicatore e di missionario in Inghilterra, Irlanda e anche in gran parte dell’Europa. Continuò la sua azione caritatevole a favore dei poveri e degli emarginati. Si adoperò anche per l’unità dei cristiani e la conversione al cattolicesimo, adoperando a questo scopo soprattutto la recita quotidiana delle tre Ave Maria e dell’invocazione a Maria Ausiliatrice. Nel settembre 1851 si recò a Roma, dove ebbe la possibilità di incontrare in udienza privata Papa Pio IX, dal quale ottenne l’indulgenza per chi prega le tre Ave Maria per la conversione dell’Inghilterra e l’unità della Chiesa. Dedicò gli ultimi anni della vita alle “piccole missioni”, andando di parrocchia in parrocchia, per tre giorni d’intenso rinnovamento spirituale.

Il Servo di Dio morì il 1° ottobre 1864 a Carstairs (Scozia) dopo aver tenuto una missione.

Il Servo di Dio esercitò in grado eroico la virtù della fede, dimostrando dopo la conversione uno zelo straordinario nell’evangelizzazione. La difesa e la propagazione della fede furono senza dubbio tratti caratteristici della sua vita nel ministero pastorale tra gli operai, i poveri, nelle Missioni popolari, nell’attività in favore dell’unità dei cristiani e nei suoi scritti. Fu un sacerdote e un religioso di intensa preghiera, alla ricerca continua della santificazione personale e della santificazione altrui, desideroso di intimità con il Signore, devoto dell’Eucarestia e della Madonna. La sua spiritualità fu caratterizzata particolarmente dalla devozione della Passione del Signore, secondo il carisma della sua Congregazione religiosa. Dopo la conversione al cattolicesimo, fu esemplarmente fedele alla Chiesa, al Papa, ai Vescovi, ai Superiori, al Magistero, aderendo sinceramente a tutte le verità della fede. La fede eroica del Servo di Dio fu sostenuta da un’eccellente speranza teologale. L’esercizio di tale virtù gli permise di superare i momenti di tristezza e di affidarsi con fiducia al Signore, per proseguire con entusiasmo nell’opera dell’evangelizzazione. Dimostrò speranza non comune fino alla fine della vita, affrontando le malattie con serenità d’animo, abbandonato nelle mani del Signore. Il Servo di Dio praticò in grado eroico la virtù della carità, verso Dio e verso il prossimo. L’amore di Dio si manifestava straordinariamente intenso nella celebrazione del Sacrificio Eucaristico. Nelle sue Lettere, egli richiama spesso al primato della carità verso Dio. Il Servo di Dio dimostrò una carità straordinaria verso il prossimo, in ogni periodo della sua vita: fu vicino alle fasce sociali più deboli, tra i lavoratori irlandesi e inglesi afflitti dalla miseria e dalle carestie, tra la povera gente nelle numerose missioni popolari che organizzava sottoponendosi a notevoli fatiche. Fu caritatevole verso i peccatori, pregando continuamente per loro e praticò costantemente le opere di misericordia spirituale, consigliando, insegnando, ammonendo, consolando, sopportando, perdonando. Anche l’intensa attività del Servo di Dio per l’unità dei cristiani era animata da una grande carità verso il prossimo: egli vedeva in questa missione un servizio al bene della Chiesa e delle anime, per la maggior Gloria di Dio.

Servo di Dio Ignazio di San Paolo

 

 

 

 

le virtù eroiche della Serva di Dio Maria Felicita Fortunata Baseggio (al secolo: Anna Clara Giovanna), Monaca dell’Ordine di Sant’Agostino; nata il 5 maggio 1752 a Ferrara (Italia) e morta a Rovigo (Italia) l’11 febbraio 1829.

La Serva di Dio Maria Felicita Fortunata Baseggio (al secolo: Anna Clara Giovanna) nacque il 5 maggio 1752 a Ferrara (Italia), dove la famiglia, originaria di Rovigo, si era trasferita per motivi di lavoro. Il padre era uno scultore del legno. All’età di 10 anni, la Serva di Dio cominciò ad imparare l’arte dell’intaglio del legno e per l’apprendimento si spostò a Venezia, Padova, Senigallia e Siena. A 14 anni tornò a Rovigo. In questi anni avvertì la vocazione religiosa, contrastata dai genitori. A 18 anni il Signore le concesse la grazia mistica di partecipare alla sua passione, tra cui anche le stimmate a 18 anni: cinque piaghe sanguinanti a forma di croce sul petto.

Nel 1783, entrò nel convento delle Terziarie di San Francesco a Rovigo, dove fu accolta nonostante fosse senza dote. Progredì nella vita spirituale in convento, dove fece ulteriori esperienze mistiche, in unione con la passione di Cristo.

Il 9 novembre 1785 emise la professione solenne. Nel 1791 venne eletta Priora. Il governo non fu senza difficoltà, in modo particolare a causa di alcune sorelle invidiose. Dopo tre anni, fu nominata Vice superiora e sagrestana e, nel 1799, alla morte della Priora, la Serva di Dio fu nuovamente eletta all’ufficio di Priora. Nel 1805 per le leggi napoleoniche il convento fu soppresso. A Rovigo, riuscì a sopravvivere al regime napoleonico il monastero della Santissima Trinità delle Eremitane di Sant’Agostino. Come altre consorelle, anche la Serva di Dio entrò in questo monastero per continuare la vita religiosa. Nel 1810, con la soppressione degli Istituti Religiosi, anche il monastero delle agostiniane venne chiuso e le religiose furono costrette a tornare alla vita secolare. La Serva di Dio si trasferì in casa del fratello, dove visse dal 1810 al 1812, poi chiese di vivere vicino al Duomo, prendendo in affitto un’abitazione. Il sussidio governativo per le religiose esclaustrate permise il suo sostentamento, il resto lo aggiunse la Provvidenza tramite persone buone che la aiutarono economicamente. La Serva di Dio visse come monaca, anche se fuori convento, continuando ad avere esperienze mistiche. La sua casa divenne luogo di carità e di preghiera.

Verso la fine della vita, avendo bisogno di assistenza per l’anzianità e la malattia, si trasferì nella casa di un nipote a Rovigo (Italia), dove morì l’11 febbraio 1829, all’età di 77 anni.

La Serva di Dio ebbe una fede incrollabile. Dinanzi alle tante dolorose prove della vita, non perse mai la fiducia in Gesù. Visse le esperienze mistiche, connotate dalla passione di Gesù Cristo, come oblatività sempre presente nella sua vita monastica. Per quanto riguarda la speranza, la Serva di Dio si fidò sempre della Provvidenza Divina, riuscendo a vivere con quel poco che aveva e facendo anche opere di carità. Visse la carità verso Gesù, soprattutto per il mistero della sua passione redentrice. E riguardo al prossimo, davanti alle molteplici angherie ricevute dai familiari e da alcune consorelle, non si lamentò, volendo fare sempre la volontà di Dio.

Serva di Dio Maria Felicita Fortunata Baseggio

 

 

 

 

le virtù eroiche della Serva di Dio Floralba Rondi (al secolo: Luigia Rosina), Religiosa professa della Congregazione delle Suore delle Poverelle – Istituto Palazzolo; nata il 10 dicembre 1924 a Pedrengo (Italia) e morta a Mosango (Repubblica Democratica del Congo) il 25 aprile 1995.

La Serva di Dio Floralba Rondi (al secolo: Luigia Rosina) nacque il 10 dicembre 1924 a Pedrengo (Bergamo, Italia). Nel 1939, la madre morì subito dopo il parto dell’ultima sorellina e la Serva di Dio, sebbene non avesse ancora compiuto 15 anni, dovette farsi carico della famiglia, prendendosi cura del padre e dei sette fratelli. 

Attratta dalla vocazione alla vita consacrata, nel 1944 entrò nell’Istituto delle Suore di Carità, dette di Maria Bambina, a Bergamo, ma, l’anno successivo, passò tra le Suore delle Poverelle. Il 10 aprile 1946 entrò in noviziato e, il 3 ottobre 1948, emise la professione temporanea dei voti religiosi.

Conseguito il diploma di infermiera professionale, fu destinata all’assistenza ospedaliera.

Dopo un periodo di preparazione ad Anversa, dove frequentò corsi di medicina tropicale, il 15 aprile 1952 partì per il Congo con altre quattro consorelle. Era il primo gruppo missionario in Congo dell’Istituto, destinato a Kikwit. Qui l’11 novembre 1954 emise la professione perpetua. In Congo, la Serva di Dio si dedicò, per 40 anni, all’assistenza dei poveri e dei malati, ricoprendo spesso l’ufficio di Superiora: fu per 25 anni a Kikwit; nel 1977 fu mandata a Kisangani e, nel 1983, a Mosango, nel centro ospedaliero. Nel 1993, tornò a Kikwit. Nel 1995 si diffuse l’epidemia di Ebola. Nel curare gli infetti, la Serva di Dio venne contagiata e morì il 25 aprile 1995 a Mosango (Repubblica Democratica del Congo), dove era stata ricoverata.

La Serva di Dio fu una donna di grande fede e spirito di preghiera, nutrita con la vita sacramentale e l’adorazione eucaristica. Affrontò con fede le numerose difficoltà che incontrò, soprattutto nella missione in Congo, come ad esempio gli attacchi dei ribelli Simba, nel 1964. Cercò di compiere sempre, in ogni circostanza, la volontà del Signore.

Fu una “donna di speranza”. Era solita ripetere: «So in chi ho riposto la mia speranza». Faceva affidamento, con tutta se stessa, sulla Misericordia e sulla Provvidenza di Dio e, per questa ragione, sapeva conservare pazienza e serenità. Non perdeva la speranza nemmeno nelle difficoltà più gravi: le guerre civili, le difficoltà di gestione dell’ospedale, le carenze di cibo, di medici e di medicine. Aveva lo sguardo rivolto alla realtà del Cielo, alla vita definitiva che orientava il suo presente, che sentiva come una chiamata.

La sua vita di fede e di speranza, come pure la dedizione ai fratelli, era nutrita dall’amore per Dio, che traspariva in ogni gesto e in ogni comportamento. Desiderava che anche gli altri amassero Dio: seguendolo con fedeltà, se erano sacerdoti o religiosi, regolarizzando il matrimonio, se erano conviventi, cercando di assicurare ai malati gravi l’unzione degli infermi o la confessione, accompagnando il cammino di conversione di quanti ne avevano bisogno. Per questa ragione, spesso offriva rinunce e preghiere continue con uno spirito di sacrificio che colpiva tutti.

L’amore che nutriva verso il Signore rappresentava per la Serva di Dio la spinta costante ad amare i fratelli e a dare tutta se stessa per loro. Aveva un’attenzione particolare per i più poveri e per i più malati, a cui dedicava cure più intense. Allo stesso tempo, si prendeva cura di tutti senza fare discriminazioni di cultura o religione. L’amore e la disponibilità furono anche la ragione della sua morte: si prese cura dei primi pazienti affetti dal virus Ebola con la sua usuale dedizione e generosità e contrasse a sua volta il contagio.

Serva di Dio Floralba Rondi

 

 

 

 

le virtù eroiche della Serva di Dio Clarangela Ghilardi (al secolo: Alessandra), Religiosa professa della Congregazione delle Suore delle Poverelle – Istituto Palazzolo; nata il 21 aprile 1931 a Trescore Balneario (Italia) e morta a Kikwit (Repubblica Democratica del Congo) il 6 maggio 1995.

La Serva di Dio Clarangela Ghilardi (al secolo: Alessandra) nacque a Trescore Balneario (Bergamo, Italia) il 21 aprile 1931. Dopo aver frequentato le scuole elementari, imparò l’arte del cucito e lavorò presso una fabbrica di bottoni. Successivamente, fu assunta in una casa di riposo per anziani a Milano, dove operavano le Suore delle Poverelle. Avendo maturato la vocazione alla vita religiosa, nel 1952, entrò nella stessa Congregazione. Emise la professione religiosa temporanea il 31 marzo 1955.

Aperta alla possibilità di andare in missione, la Serva di Dio venne inviata a Roma per frequentare la scuola di infermiera professionale, ottenendo il diploma nel 1957. Completò la formazione recandosi ad Anversa (Belgio) per seguire i corsi di medicina tropicale. Conseguì anche un diploma in ostetricia. Nel 1959, partì per il Congo, prima a Kikwit e, un anno dopo, a Mosango, dove emise la professione perpetua il 26 marzo 1961. Svolse il servizio di infermiera a Tumikia, Mosango e Kikwit. 

All’inizio dell’epidemia di Ebola, la Serva di Dio continuò il suo lavoro in ospedale. Verso fine aprile 1995, dopo essersi presa cura della Serva di Dio Floralba Rondi, cominciò ad avvertire i sintomi del virus Ebola: senso di stanchezza, forti mali di testa, stati febbrili acuti e abbondanti emorragie. 

La Serva di Dio fu messa in isolamento insieme ad altre consorelle contagiate. Morì a Kikwit (Repubblica Democratica del Congo) il 6 maggio 1995.

La Serva di Dio manifestò la fede eroica nella preghiera intensa e nella cura continua della propria vita spirituale, da cui traeva la forza per il servizio disinteressato al prossimo. Nonostante i molteplici impegni in ospedale e in comunità, partecipava regolarmente ai ritiri e agli esercizi spirituali, avendo come guida spirituale un monaco trappista. Era molto devota alla Vergine Maria e raccomandava la sua invocazione ai malati e a tutti i fedeli. Oltre alle necessità materiali, si preoccupava dei bisogni spirituali dei suoi destinatari, dando consigli e preparandoli a ricevere i sacramenti. Ben inserita nel contesto culturale ed ecclesiale, collaborava con altri missionari, avendo imparato la lingua locale. Esortava i collaboratori e i malati alla coerenza di vita. 

Visse un’eroica speranza, confidando nella Provvidenza e compiendo la volontà di Dio nella misura delle sue capacità e possibilità. Volgendo costantemente il suo sguardo verso l’aldilà, la Serva di Dio era distaccata dai beni terreni e invitava a trovare in Dio il fondamento della vita presente e futura. Ai malati, non mancava di ricordare che il vero medico è Gesù, che cura i corpi e le anime. La sua speranza non venne mai meno, nonostante le turbolenze che attraversarono il Congo e le condizioni precarie di lavoro in ambito ospedaliero. Dopo il contagio del virus Ebola, sopportò serenamente l’isolamento e continuò a interessarsi dei malati e degli infermieri, rammaricandosi di non poterli più aiutare. 

Esercitò in modo eroico la carità verso Dio e verso il prossimo, concludendo la sua vita con il sacrificio supremo nell’assistenza ai malati contagiati. Il suo amore indiviso verso Dio la sostenne in mezzo alle difficoltà e miserie, malattie e ingiustizie. Con lo sguardo fisso su Gesù umiliato e crocifisso, si adoperò per la salvezza delle anime, la conversione dei peccatori, il battesimo dei neonati e l’accesso dei malati ai sacramenti. Dall’amore indiviso per Dio, sgorgava quindi l’amore del prossimo. Volle vedere e servire Cristo soprattutto nel volto dei poveri, dei malati, dei carcerati e degli orfani. Il suo servizio era solerte e affettuoso, disponibile anche di notte per le urgenze. Amava anche le sue consorelle ed era amata da tutte. Fedele ai suoi turni di lavoro, non si sottraeva mai agli appuntamenti della comunità religiosa.

Serva di Dio Clarangela Ghilardi

 

 

 

 

le virtù eroiche della Serva di Dio Dinarosa Belleri (al secolo: Teresa Santa), Religiosa professa della Congregazione delle Suore delle Poverelle – Istituto Palazzolo; nata l’11 novembre 1936 a Cailina di Villa Carcina (Italia) e morta a Kikwit (Repubblica Democratica del Congo) il 14 maggio 1995.

La Serva di Dio Dinarosa Belleri (al secolo: Teresa Santa) nacque a Cailina di Villa Carcina (Brescia, Italia) l’11 novembre 1936, in una famiglia profondamente cristiana. Fin da bambina prese parte alla vita della parrocchia, inserendosi nell’Azione Cattolica e nell’oratorio, affidato alle Suore delle Poverelle. Lavorò dapprima come sarta e poi come operaia in un’officina metallurgica.

Il 18 marzo 1957 entrò nella Congregazione delle Suore delle Poverelle e, il 28 settembre dello stesso anno, iniziò il noviziato. Emise la professione temporanea il 3 ottobre 1959. Qualche giorno dopo, fu inviata a Roma per conseguire il diploma di infermiera professionale. Dal 1961 al 1966 venne inviata a Cagliari, presso l’Ospedale marino per la cura dei malati di tubercolosi. Emise la professione perpetua il 30 ottobre 1965.

L’anno successivo venne inviata in Congo, destinata all’ospedale di Mosango. Nel 1971, conseguì la specializzazione in medicina tropicale ad Anversa e, dopo un anno, rientrò in Congo.

Rimase a Mosango fino al 1983, quando venne trasferita alla comunità di Kikwit.

Nonostante la morte della Serva di Dio Floralba Rondi e il diffondersi dell’epidemia di Ebola, la Serva di Dio rimase al suo posto, in ospedale, accanto ai malati sempre più soli e abbandonati. Il 7 maggio 1995 si manifestarono anche per lei i primi sintomi di contagio e fu messa in isolamento. Morì il 14 maggio 1995 a Kikwit (Congo).

Fedele al carisma dell’Istituto delle Suore delle Poverelle, la Serva di Dio testimoniò in grado supremo la carità cristiana a servizio dei malati e dei poveri.

La fede eroica della Serva di Dio si esprimeva soprattutto nella preghiera continua, nella meditazione e nella partecipazione assidua all’Eucaristia. Amava intensamente la Chiesa; nutriva la sua preghiera quotidiana con la lettura delle vite dei santi; si accostava regolarmente al Sacramento della Riconciliazione. Era molto devota alla Beata Vergine Maria, al Beato Luigi Palazzolo e a San Francesco d’Assisi.

La virtù eroica della speranza la portò ad avere una fiducia illimitata nella Divina Provvidenza. Rimanendo a lungo in Ospedale per curare i malati di tubercolosi, pregava con loro e per loro, in modo che non venisse meno la speranza. Li esortava alla fiducia, faceva tutto quello che umanamente è possibile fare e poi li affidava al Signore. 

La Serva di Dio praticò in modo eroico la virtù della carità verso Dio e verso il prossimo, soprattutto nell’assistenza ai malati. La carità verso Dio la rendeva capace di scoprire il volto di Cristo nei sofferenti, di servirli con amore, di avvicinarli a Lui. Praticò le Opere di misericordia in modo esemplare tanto da culminare nell’offerta della vita per curare i malati di Ebola.

Serva di Dio Dinarosa Belleri

 

 

 

 

le virtù eroiche della Serva di Dio Elisa Giambelluca, Fedele Laica, Membro dell’Istituzione Teresiana; nata il 30 aprile 1941 a Isnello (Italia) e morta a Roma (Italia) il 5 luglio 1986.

La Serva di Dio Elisa Giambelluca nacque a Isnello (Palermo, Italia) il 30 aprile 1941. Dopo gli studi liceali a Cefalù, si trasferì nel 1960 a Palermo per studiare Matematica e Fisica. Vivendo nella residenza universitaria, gestita dall'Istituzione Teresiana, fu attratta dal carisma di San Pedro Poveda e maturò la sua vocazione laicale al servizio del Vangelo nella stessa Istituzione, dove venne accolta nel 1964. Conseguita la Laurea in Matematica e Fisica nel 1965, iniziò a insegnare a Rossano all'Istituto “San Pio X”, gestito dall’Istituzione Teresiana, al quale era annesso un convitto che ospitava studentesse dei paesi limitrofi. Qui, per tre anni, la Serva di Dio contribuì con la sua disponibilità e professionalità al riscatto sociale, culturale e formativo delle giovani. Nel 1968, si trasferì a Torino, dove proseguì l’insegnamento in un Istituto Tecnico Industriale pubblico. Successivamente, contribuì ad un nuovo progetto che l’Istituzione Teresiana assunse a Torino, consistente nella direzione del Convitto e la Presidenza della Scuola Media all’Educatorio della Provvidenza, una Fondazione Regale Sabauda per l’educazione e la formazione di ragazze di famiglie benestanti e per l’accoglienza di fanciulle in stato di bisogno. La Serva di Dio insegnò e fu Preside solo per un anno, poiché l’Istituzione decise di lasciare gli impegni presi. Diresse anche una Scuola Media aggregata all'Educatorio della Provvidenza. Nel 1971, la Serva di Dio venne chiamata a Roma per dedicarsi alla formazione religiosa e culturale dei giovani, presenti nella residenza universitaria dell'Istituzione Teresiana e per insegnare in un Liceo. L’8 giugno 1973 ricevette la cadenilla (braccialetto), segno dell’impegno definitivo con Dio nell’Istituzione Teresiana. Successivamente, tornò a Rossano come docente e preside dell'Istituto per il Magistero, in cui sviluppò un interessante progetto di innovazione educativa. Nel 1983, si trasferì a Vescovio, vicino al Santuario della “Madonna della Lode”, ma iniziò ad avere problemi di salute a causa di un tumore al colon. Continuò ad insegnare in un Istituto Professionale per l'Agricoltura a Forano. L’ultimo periodo della sua vita lo trascorse a Roma, dove visse forti sofferenze fisiche. Offrì la sua vita per i sacerdoti in situazioni difficili e per le vocazioni. 

Morì a Roma il 5 luglio 1986, all’età di 45 anni.

La fede fu vissuta intensamente dalla Serva di Dio sin da giovanissima, attraverso la preghiera e l’assidua frequenza ai Sacramenti, tanto da suscitare l’attenzione delle compagne e dei sacerdoti che la incontravano. Per la formazione ricevuta e ben coltivata nella meditazione personale, la virtù della speranza fu vissuta dalla Serva di Dio con connotazioni forti e si impegnò a testimoniarla anche nei momenti dolorosi della malattia. La Serva di Dio fu sempre attratta dall’amore verso Dio. Il suo amore verso i familiari fu sempre tenero e costante, anche da lontano non smise di occuparsene e pregare per loro. Si spendeva con grande delicatezza nei confronti di tutto il suo prossimo, che fossero vicini di casa, compagne di collegio o consorelle Teresiane, suoi studenti o colleghi. Come donna di cultura ed insegnante, esercitò ogni tipo di carità, nella fedeltà al carisma di San Pedro Poveda.

Serva di Dio Elisa Giambelluca

 

 

 

 

 

21 GENNAIO

 

Il 21 gennaio 2021, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Durante l’Udienza, il Sommo Pontefice ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare i Decreti riguardanti:

 

il martirio del Servo di Dio Giovanni Fornasini, Sacerdote diocesano; nato il 23 febbraio 1915 a Pianaccio di Lizzano in Belvedere (Italia) e ucciso, in odio alla Fede, a San Martino di Caprara (Italia), il 13 ottobre 1944.

Il Servo di Dio Giovanni Fornasini nacque a Pianaccio di Lizzano in Belvedere (Bologna, Italia) il 23 febbraio 1915. Entrato in Seminario nel 1931, fu ordinato diacono nel 1941 ed inviato a Sperticano in aiuto dell’anziano Arciprete. Ordinato sacerdote il 28 giugno 1942, venne nominato vicario parrocchiale nella stessa parrocchia. Morto l’Arciprete, nell’agosto dello stesso anno, il Servo di Dio fu chiamato a succedergli nella guida della parrocchia. Nel tragico periodo dell’occupazione tedesca, il Servo di Dio trasformò la sua parrocchia in un “cantiere della carità”, mettendosi a disposizione di tutti coloro che necessitavano di soccorso. Durante l’eccidio di Monte Sole, si adoperò per alleviare le sofferenze della sua gente.

Venne ucciso, all’età di 29 anni, il 13 ottobre 1944 nei pressi della cappella di San Martino, a Marzabotto (Italia).

Nel 1950 venne conferita la medaglia d’oro al valore civile alla sua memoria.

Il Servo di Dio, durante il secondo conflitto mondiale, prestò soccorso specialmente agli sfollati e alla gente rimasta in paese, tra cui molti anziani e bambini. Più volte era intervenuto presso i tedeschi per aiutare i prigionieri o per far rilasciare persone catturate ingiustamente.

Riguardo al martirio materiale, fra il 28 e il 29 settembre 1944, vi fu la prima strage sul Monte Sole in cui furono sterminate 770 persone. Il 29 settembre, nel contesto delle vendette belliche naziste, il Servo di Dio fu imprigionato dalle SS ma venne rilasciato perché riconosciuto estraneo alla lotta partigiana. Il 13 ottobre 1944, un ufficiale delle SS invitò Don Fornasini a seguirlo in montagna per dare sepoltura ad alcune persone. Il Servo di Dio lo accompagnò fino a San Martino di Caprara, ma da qui non fece più ritorno. Il suo corpo, venne recuperato nell’aprile 1945 dal fratello. Secondo la ricostruzione, la morte del Servo Dio sarebbe avvenuta dopo un’agonia dovuta a maltrattamenti compiuti sulla sua persona.

Circa il martirio formale ex parte persecutoris, si deve tener conto del complesso quadro creatosi in Italia dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943 e le conseguenti ritorsioni belliche. Le azioni partigiane nei confronti dei tedeschi scatenarono le feroci rappresaglie naziste contro la popolazione. Dopo i massacri avvenuti sul Monte Sole, il Servo di Dio si era prodigato in un’intensa attività di mediazione per evitare ulteriore spargimento di sangue tra i civili. Sia per il suo ruolo di mediatore che per l’attenzione ai costumi della popolazione, Don Fornasini era avvertito come una presenza scomoda per l’autorità tedesca, che lo percepiva come un ostacolo al suo malvagio prestigio, per cui l’odium fidei fu la ragione prevalente dell’uccisione. Il suo assassinio fu motivato da una specifica avversione al ministero.

Il Servo di Dio era consapevole dei rischi per la propria incolumità. Benché i sacerdoti della zona avessero ricevuto il permesso dell’Autorità ecclesiastica di abbandonare le canoniche per rifugiarsi in città, il Servo di Dio volle restare tra la sua gente. In canonica avevano trovato riparo vari sfollati, ma vi si erano insediati anche i tedeschi.

La fama di martirio si diffuse subito e permane fino ad oggi, unita ad una certa fama di segni.

Servo di Dio Giovanni Fornasini

 

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Michele Arcangelo Maria Antonio Vinti, Sacerdote diocesano; nato il 18 gennaio 1893 a Grotte (Italia) e ivi morto il 17 agosto 1943.

Il Servo di Dio Michele Arcangelo Maria Antonio Vinti nacque a Grotte (Agrigento, Italia) il 18 gennaio 1893, in una famiglia profondamente cristiana. Entrato in Seminario nel 1910, fu ordinato sacerdote il 9 luglio 1922. Inviato a svolgere il servizio pastorale nel paese natale, sorsero delle tensioni da parte dell’Arciprete, dovute alla difficoltà di assicurare il mantenimento di un secondo cappellano. Pertanto, il Vescovo trasferì il Servo di Dio a Cianciana, come viceparroco. Dopo sette mesi, lo inviò nuovamente a Grotte, in sostituzione di un altro sacerdote, come rettore della chiesa del Carmine e coadiutore dell’Arciprete. L’apostolato privilegiato dal Servo di Dio fu quello del confessionale, dove restava molte ore. Si dedicò anche al ministero della predicazione e alla catechesi, particolarmente dei ragazzi.

Di costituzione gracile, soffriva di anemia. La sua salute precipitò rapidamente nel 1942.

Morì il 17 agosto 1943 a Grotte (Italia).

La vita del Servo di Dio fu animata da un esercizio eroico della fede. Visse costantemente alla presenza di Dio. Sapeva mantenersi in raccoglimento davanti al Santissimo Sacramento. Cercò di aderire sempre alla volontà di Dio e a questo educava con convinzione anche i suoi fedeli. Mostrò obbedienza e rispetto nei confronti dei Superiori, in particolare dell’Arciprete, nonostante venisse trattato da lui piuttosto duramente.

Fu un esempio di eroico esercizio della virtù della speranza, continuando a rimanere sereno e fiducioso nel Signore. Accettava tutto dalle mani di Dio, confidando nella sua misericordia. Con questo atteggiamento affrontò anche il momento della morte, di cui fu pienamente consapevole. Radicato nella speranza, era capace di infonderla anche nei suoi fedeli, a cui sapeva essere di conforto.

Riguardo all’esercizio eroico della carità verso Dio, i suoi scritti lasciano trasparire l’intensità del suo amore per il Signore, che si esprimeva soprattutto nella ricerca costante della perfezione. Il modo di vivere il ministero sacerdotale manifesta il suo amore verso Dio: nel predicare, nell’amministrare il sacramento della riconciliazione, nel promuovere la preghiera per portare tutti all’amore di Dio. Circa la carità verso il prossimo, il Servo di Dio mostrò costantemente la volontà di anteporre il bene dei suoi fedeli a qualsiasi interesse personale. Pur vivendo in ristrettezze, si privava anche del poco che aveva per poter far fronte ai bisogni dei più poveri. Cercava pure di farsi carico generosamente dei malati, che visitava assiduamente. Spesso si presentava al capezzale di quelli più gravi senza essere stato chiamato, riuscendo sovente a confessarli e a dar loro l’unzione degli infermi. Soprattutto, al confessionale, era disponibile, mantenendo un tratto accogliente, affabile e sorridente.

Servo di Dio Michele Arcangelo Maria Antonio Vinti

 

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Ruggero Maria Caputo, Sacerdote diocesano; nato il 1° maggio 1907 a Barletta (Italia) e ivi morto il 15 giugno 1980.

Il Servo di Dio Ruggero Maria Caputo nacque a Barletta (Italia) il 1° maggio 1907, in una famiglia di contadini di sani principi morali e cristiani. Terminata la seconda elementare, sospese gli studi per aiutare i genitori nel lavoro dei campi. Pur sentendo la vocazione al sacerdozio, le disagiate condizioni economiche gli impedirono l’ingresso in Seminario. Solo nel 1926, vincendo le resistenze del papà e del fratello e superando anche la non lieve difficoltà di riprendere gli studi, entrò nel Seminario Arcivescovile di Bisceglie.

Non potendo usufruire dell’esonero per motivi di studio, nel 1927 partì per compiere il servizio militare a Chieti, dove svolse la mansione di ausiliare in ospedale.

Nel 1928 fece ritorno nel Seminario di Bisceglie e, nel 1930, fu trasferito nel Pontificio Seminario Regionale di Molfetta per intraprendere gli studi liceali e teologici. Venne ordinato sacerdote a Barletta il 25 luglio 1937.

Come primo incarico gli fu affidato il ruolo di educatore nel Seminario Minore di Bisceglie, dove rimase solo per alcuni mesi. Fu chiamato poi ad esercitare il ministero nella parrocchia della Sacra Famiglia e nel Nuovo Oratorio “San Filippo Neri” in Barletta.

Come sacerdote svolse sempre la funzione di viceparroco nelle parrocchie in cui fu destinato, rimanendo docile e mite nell’accogliere di volta in volta le indicazioni del Vescovo.

Nel 1939, fu destinato presso la chiesa dello Spirito Santo, ancora in costruzione, dove si adoperò per riscattare la popolazione molto umile di quella zona dalla miseria e dall’ignoranza religiosa e morale. Nel 1940 fu nominato viceparroco nella parrocchia di San Giacomo Maggiore a Barletta, con il compito iniziale di formare i giovani di Azione Cattolica, e successivamente l’incarico di seguire la gioventù femminile. Il Servo di Dio educò i giovani e le giovani ai valori più grandi, a scegliere di seguire il Signore, donando la propria vita, trascorrendo gran parte del suo tempo in confessionale nell’assolvere e dirigere le anime.

Nel 1951 fu trasferito, sempre come viceparroco, alla parrocchia dello Spirito Santo. Nel 1956, alla morte del Venerabile Servo di Dio Raffaele Dimiccoli, fu nominato nuovo direttore dell’Oratorio “San Filippo Neri”.

Nel 1958 ritornò come viceparroco a San Giacomo fino al 1974 quando venne destinato alla nascente parrocchia periferica di S. Maria degli Angeli. Qui visse gli anni più sereni della sua vita sempre impegnato a condurre le persone a Gesù.

Nel Natale del 1979 cominciò ad accusare dolori alla spalla, e qualche mese dopo gli fu diagnosticato un cancro al pancreas, al fegato e alla cistifellea che lo condusse alla morte, avvenuta il 15 giugno del 1980 a Barletta (Italia).

Il Servo di Dio si distinse per una grande e profonda fede, appresa dall’infanzia, e sempre visse secondo questa virtù. La fede per lui era fondamento di tutta la vita e di ogni attività. Al centro della sua vita interiore c’era sempre Cristo. Dall’Eucarestia trasse la forza di servire con amore senza misura ogni fedele della Chiesa locale. Ebbe una profonda devozione alla Madonna. La dinamica della fede lo portò ad insegnare e predicare il messaggio cristiano agli altri, in particolare si preoccupò di trasmettere ai giovani l’insegnamento della dottrina cristiana.

Ebbe anche una grande speranza nella vita eterna per i meriti di Gesù Cristo. Quando gli capitava qualche prova, subito si rassegnava alla volontà di Dio. Tutte le sue azioni erano dirette per un fine supremo. Sopportava volentieri i pesi del suo ufficio e viveva sempre sotto lo sguardo di Dio e la protezione della Vergine Maria.

Praticò la carità verso Dio e verso il prossimo in modo eroico. Amava Cristo al di sopra di tutto e viveva sempre alla sua presenza. Ebbe un apostolato straordinariamente fecondo perché sapeva stare in ginocchio davanti all’Eucaristia, profondamente convinto che, per annunciare il Vangelo, bisognava imparare a stare alla sua presenza costantemente e quotidianamente.

La profonda passione per i bisognosi lo spinse verso i più disagiati. Aveva un cuore molto sensibile per i poveri e per i sofferenti.

Servo di Dio Ruggero Maria Caputo

 

 

 

 

- le virtù eroiche della Serva di Dio Maria Giuseppe di Gesù (al secolo: Elisabetta Prout), Fondatrice della Congregazione delle Suore della Ss.ma Croce della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo; nata il 2 settembre 1820 a Shrewsbury (Inghilterra) e morta a Sutton (Inghilterra) l’11 gennaio 1864.

La Serva di Dio Maria Giuseppe di Gesù (al secolo: Elisabetta Prout) nacque a Shrewsbury (Inghilterra) il 2 settembre 1820 e venne battezzata nella chiesa anglicana.

Nel 1841 la famiglia si trasferì a Stone dove il Beato Domenico Barberi fondò la prima comunità dei Passionisti. Nel 1844, la Serva di Dio si convertì al cattolicesimo e, nel 1848, entrò nella Congregazione delle Suore di Gesù Bambino di Northampton. A causa di una tubercolosi al ginocchio, dopo circa un anno, fu costretta a tornare in famiglia. Ostacolata nell’esercizio della fede cattolica dalla madre, rimasta anglicana, si trasferì nella parrocchia di St. Chad a Manchester, guidata da Mons. Robert Croskell, in un quartiere molto povero e insalubre, per insegnare nella scuola. Con l’aiuto del passionista Padre Gaudenzio Rossi e di Mons. Robert Croskell, decise di fondare un Istituto Religioso femminile aperto a ragazze povere, che non potevano provvedere alla dote e che si dedicassero alla cura dei bambini e delle donne appartenenti alle classi più basse della società. Dal 1849 la Serva di Dio insegnò nelle scuole dei quartieri industriali di Manchester. Il 15 agosto 1851, iniziò la vita comune della nuova Congregazione, chiamata “Suore della Santa Famiglia”, poi “Suore della Croce e della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo”. Nel 1854, insieme a cinque giovani, la Serva di Dio emise i voti religiosi alla presenza del Vescovo di Salford, Mons. William Turner.

Man mano che aumentava il numero delle consorelle, la Serva di Dio cominciò ad aprire nuove comunità nella diocesi di Liverpool.

Dal 1856 dovette affrontare molte difficoltà nella gestione dell’Istituto, causate principalmente dalla cattiva amministrazione economica da parte di una delle religiose. Per riparare il danno economico e sanare almeno parzialmente i debiti contratti, la Serva di Dio dovette dedicarsi a numerosi viaggi, allo scopo di questuare per raccogliere il denaro necessario.

Nel 1863 la Regola del nuovo Istituto, elaborata dalla Serva di Dio con l’aiuto del Servo di Dio Ignazio Spencer, passionista, fu approvata dalla Santa Sede. Durante il primo Capitolo Generale, tenutosi nell’ottobre dello stesso anno, la Serva di Dio fu eletta all’unanimità Superiora Generale.

Molto ammalata e consumata dalla fatica, morì l’11 gennaio 1864 a Sutton (Inghilterra), all’età di 43 anni.

La Serva di Dio, fin dalla giovinezza, manifestò una fede eroica in molte occasioni della vita. Visse con profonda fiducia e umiltà sia l’inserimento nella comunità delle Suore del Bambin Gesù, sia il rientro forzato in famiglia a motivo della malattia. Una fede eroica la sorresse anche quando dovette confrontarsi con la disapprovazione della madre anglicana, che ostacolava la sua vita sacramentale. Accettò di lasciare la famiglia e di abbracciare una situazione di totale incertezza e precarietà economica per restare fedele alla scelta del cattolicesimo. Seppe leggere come segno della Provvidenza divina, la proposta di dar inizio ad un Istituto Religioso a servizio degli emarginati.

La virtù della speranza, esercitata in grado eroico, fu la guida dell’esistenza della Serva di Dio. Perseguì il desiderio della consacrazione religiosa, superando la malattia, l’incognita del futuro e le difficoltà interne alla Congregazione. La speranza si rese visibile anche nel coraggio con cui prese alcune decisioni, come quella di abbandonare la casa paterna per rimanere fedele alla propria fede cattolica. In particolare, la speranza eroica si mostrò negli eventi che segnarono la vita della Congregazione a causa della cattiva amministrazione di una suora e che portarono la Serva di Dio a chiedere l’elemosina per saldare i debiti che gravavano sull’Istituto.

Cercò di custodire in tutta la sua vita un autentico spirito contemplativo, che garantiva il primato di Dio. Mantenne sempre il desiderio di vivere un rapporto intimo con il Signore, facendo della preghiera l’anima della sua esistenza.

La profonda carità si manifestava anche nella sua capacità di perdono. Aveva una delicata carità nei confronti delle consorelle, con cui si dimostrò sempre attenta e premurosa. La sua carità si rivelò soprattutto nella dedizione che nutrì nei confronti delle giovani delle classi più povere, nonostante che ella provenisse da una famiglia medio-borghese. Non cercava solo di mettersi al servizio dei poveri, ma desiderava essere una di loro. Seppe intuire le necessità delle giovani più sfortunate, ideando con coraggio delle residenze, le homes, in cui loro potessero essere ospitate gratuitamente e protette mentre lavoravano in fabbrica, cercando di assicurare loro anche una formazione umana e cristiana.

 Serva di Dio Maria Giuseppa di Gesù

 

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Giacomo Masarnau Fernández, Fedele Laico; nato il 10 dicembre 1805 a Madrid (Spagna) e ivi morto il 14 dicembre 1882.

Il Servo di Dio Giacomo Masarnau Fernández nacque a Madrid (Spagna) il 10 dicembre 1805, in una famiglia benestante e profondamente cristiana. Poiché il padre era funzionario di Corte, il Servo di Dio, nei primi anni di vita, si trasferì insieme alla famiglia in varie città spagnole. Durante questo periodo, manifestando una precoce attitudine per la musica, fu avviato ad un’adeguata formazione in questo ambito. Nel 1814, tornò a vivere a Madrid, dove il padre ricoprì importanti incarichi nella Casa Reale. Il Servo di Dio proseguì la formazione nel collegio “D. María de Aragón”, retto dagli Agostiniani e, tra il 1820 e il 1822, intraprese gli studi di matematica nei Reales Estudios de San Isidro con l’intenzione di diventare ingegnere. In questo periodo, caratterizzato dall’esaltazione dei valori liberali che presto si diffusero in tutto il Paese, il padre perse il favore del Re, che gli tolse il titolo di Gentilhombre de la Real Casa e lo destituì dalle cariche.

Cercando un diverso clima politico-sociale e volendo completare la formazione musicale, nel 1825, il Servo di Dio si recò a Parigi con il desiderio di portare a termine gli studi musicali. Iniziò, così, un periodo importante della sua vita, con numerosi soggiorni all’estero. Parigi e Londra furono le città di riferimento di questi anni. Egli condivise e si immerse totalmente nel clima culturale del Romanticismo. Per provvedere al suo mantenimento organizzò concerti aperti al pubblico. Il padre, venuto a conoscenza dello stile di vita che il figlio stava conducendo, iniziò con lui un’intensa corrispondenza per dissuaderlo dal frequentare l’ambiente frivolo di Parigi dove egli teneva i concerti, incoraggiandolo ad essere fedele ai suoi impegni di cristiano.

Questo fu un periodo di grandi “successi” in campo professionale, artistico e affettivo, ma niente lo appagava. Per ciò che concerne l’aspetto spirituale, il Servo di Dio si limitava ad osservare solo formalmente gli obblighi religiosi.

Tutto ciò lo condusse ad una crisi personale di insoddisfazione che terminò nel 1838, nella chiesa parigina di Nostra Signora di Loreto, dove fece la Confessione generale e ricevette la Comunione. Volendo vivere il rinnovato impegno religioso in modo attivo, nel 1839, entrò nelle Conferenze di San Vincenzo de’ Paoli, fondate sei anni prima a Parigi dal Beato Federico Ozanam. Sin da subito manifestò un singolare affidamento alla Divina Provvidenza e un autentico amore per i poveri. Adeguò il suo stile di vita per attendere meglio ai nuovi obblighi, sia in ambito lavorativo sia come vincenziano. Si preoccupò soprattutto di dedicarsi ad una intensa vita spirituale: preghiera assidua, quotidiana partecipazione alla Santa Messa, abituale lettura della Bibbia e devozione alla Madre di Dio. La testimonianza della sua vita portò altre persone alla conversione o alla scelta di vita religiosa.

Nel 1843, rientrò a Madrid, divenendo Vicedirettore e professore di Musica nel collegio fondato dal fratello. Umilmente e silenziosamente iniziò la missione di vincenziano negli ospedali, negli ospizi e in altri istituti sociali, dove visitava i ricoverati, li aiutava nelle varie necessità, dava lezioni gratuite di musica come mezzo di riabilitazione e promozione umana. Appoggiò anche la nascente opera a favore delle donne emarginate intrapresa da Santa Micaela del Santissimo Sacramento, Fondatrice delle Suore Adoratrici.

Nel 1849, insieme a due professori del collegio, fondò la prima Conferenza di San Vincenzo de’ Paoli spagnola. Il Servo di Dio si adoperò nella Società anche per dare una solida formazione ai suoi membri. In particolare trasmetteva loro che il fine ultimo dell’Istituzione era la santificazione dei partecipanti e la realizzazione delle opere di carità. Questo proficuo quadro di opere e di cammino spirituale si interruppe nel 1868 quando un decreto del Governo rivoluzionario soppresse la Società. Il Servo di Dio accettò questa decisione e, insieme a un gruppo di fedeli collaboratori, intensificò la sua attività di vincenziano in privato, recandosi a visitare circa cento famiglie bisognose ogni settimana. Tuttavia, alcune Conferenze continuarono a funzionare nella clandestinità.

Con il ritorno dei Borboni sul trono di Spagna, la Società fu ristabilita legalmente e le furono restituiti i beni precedentemente confiscati. Il Servo di Dio si dedicò alla riorganizzazione della Società e, in sette anni, riuscì a far rinascere la pia Opera. Varie volte chiese di essere sostituito come Presidente, ma senza esito. Il 1° giugno 1882 convocò il Consiglio Superiore e presentò le sue dimissioni irrevocabili.

All’inizio di dicembre, le sue condizioni si aggravarono ulteriormente. Morì a Madrid (Spagna) il 14 dicembre 1882.

La fede appare la pianta su cui si innestano le altre virtù teologali e cardinali. La sua è chiaramente fede cristocentrica vissuta attraverso la pratica dei sacramenti e la meditazione della Parola di Dio, che egli raccomandava anche ai membri della Società. Ebbe un amore profondo per la Vergine Maria, San Giuseppe e San Vincenzo de’ Paoli; fu fedelissimo al Papa.

La carità fu nella vita del Servo di Dio la colonna portante che traduceva la sua fede in concreto; essa era frutto dell’azione interiore dello Spirito Santo, al quale era generosamente aperto. La carità assunse in lui forme diverse ed efficaci: la visita agli ammalati e ai poveri che andava ad incontrare, l’ascolto per chi aveva bisogno di manifestare se stesso e le sue esigenze, la distribuzione di consigli e di averi. Conosceva i poveri e li chiamava per nome, aspetto questo che andava al di là della distribuzione delle anonime elemosine.

Tra la fede e la carità, il Servo di Dio coltivò la virtù della speranza, che lo portava a confidare nella Provvidenza e nella misericordia di Dio e, al tempo stesso, gli dava coraggio, che poi infondeva agli altri.

La fama di santità è rimasta viva sino ad oggi.

Servo di Dio Giacomo Masarnau Fernández

 

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Pasquale Canzii, Seminarista; nato il 6 novembre 1914 a Bisenti (Italia) e morto a Penne (Italia) il 24 gennaio 1930.

Il Servo di Dio Pasquale Canzii nacque a Bisenti (Teramo, Italia) il 6 novembre 1914, in una famiglia di sani principi cristiani. Per difficoltà economiche, il padre fu costretto ad emigrare negli Stati Uniti d’America. In occasione di una missione popolare a Bisenti, nel 1926, il Servo di Dio incontrò un Sacerdote Passionista. Attratto dalla figura di San Gabriele dell’Addolorata, manifestò il desiderio di entrare nella Congregazione della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo ma, a causa della sua salute piuttosto fragile, fu indirizzato al Seminario diocesano. Nell’ottobre dello stesso anno, il Servo di Dio entrò nel Seminario di Penne, ricevendo l’abito di chierico. Impegnato in maniera singolare nella pietà, nella disciplina e negli studi, ripeteva spesso di voler “essere santo, grande santo e presto santo”, come San Gabriele, San Luigi Gonzaga, San Stanislao Kostka, San Giovanni Berckmans e Santa Teresa di Lisieux, giovani santi cui ispirò la sua vita.

Le mortificazioni, le rinunce e la disciplina cui si sottopose minarono a poco a poco la resistenza del suo fragile corpo.

Morì nel Seminario di Penne (Italia), a causa di una polmonite, il 24 gennaio 1930, all’età di 15 anni.

La breve esistenza del Servo di Dio fu caratterizzata da una costante aspirazione alla santità, coltivata attraverso l’amore e la dedizione fedele alla propria vocazione sacerdotale, perseguita senza riserve e nella semplicità.

L’intera vita del Servo di Dio fu caratterizzata da un profondo spirito di fede soprannaturale, alimentato da un intenso e ininterrotto dialogo con Dio nella preghiera. Consapevole dei suoi limiti umani, non confidò nelle proprie risorse personali, ma si affidò totalmente a Dio, dal quale si sentiva chiamato, attendendo dalla divina bontà ogni cosa, con naturalezza e semplicità. La sua fede si declinava nell’impegno assiduo a cooperare con la grazia di Dio, ricercato e incontrato in lunghe ore di preghiera, in modo particolare nell’Adorazione Eucaristica, e poi attraverso le devozioni popolari che aveva imparato dalla madre. Per fede egli entrò in Seminario e vi rimase tenacemente nonostante le difficoltà della salute, grazie alla sua confidenza nel Crocifisso, del quale, educato dalla spiritualità passionista che l’aveva formato, coglieva in modo particolare l’amore e la misericordia. La sua particolare devozione alla Beata Vergine Maria si manifestava nel tenero affetto filiale e nella confidenza che egli nutriva nei confronti della Madre di Dio, alla quale affidava ogni preoccupazione e il proprio cammino spirituale.

Il Servo di Dio desiderò amare il Signore con tutto se stesso, vivendo costantemente alla sua presenza, compiendo con fedeltà i propri doveri quotidiani in un atteggiamento di perenne offerta d’amore. Sostando a lungo, davanti all’Eucaristia, si uniformò sempre di più alla volontà divina. Per questo sopportò dolori fisici e morali, fatiche corporali e spirituali in un atteggiamento di costante offerta di se stesso per la maggior gloria di Dio e per la salvezza delle anime.

Il Servo di Dio riteneva che la vocazione al sacerdozio fosse una chiamata alla carità verso il prossimo. Nel tempo del Seminario, egli pregava molto per gli altri e si mostrava disponibile verso le necessità di tutti.

Il Servo di Dio visse in una totale fiducia nell’amore divino, manifestata nella sua serenità di fronte alle prove e alle difficoltà della vita e nella determinazione interiore di rispondere alla vocazione sacerdotale. La speranza eroica del Servo di Dio era fondata sulla certezza della fedeltà di Dio, sull’amore divino rivelato nel Crocifisso, sulla filiale devozione alla Madonna e sull’ardente desiderio del Paradiso.

Servo di Dio Pasquale Canzii

 

 

 

 

- le virtù eroiche del Servo di Dio Jérôme Lejeune, Fedele Laico; nato il 13 giugno 1926 a Montrouge (Francia) e morto a Parigi (Francia) il 3 aprile 1994.

Il Servo di Dio Jérôme Lejeune nacque il 13 giugno 1926 a Montrouge (Parigi, Francia), in una famiglia profondamente cattolica. Nel 1944 cominciò a studiare Medicina a Parigi e, nel 1951, conseguì il dottorato. Successivamente, compì il servizio militare in Germania. Il 1° maggio 1952 sposò Birthe Bringsted, una giovane danese protestante che, durante il fidanzamento, si convertì alla fede cattolica. Dal matrimonio nacquero cinque figli.

Nel 1952, il Servo di Dio cominciò ad impegnarsi nelle ricerche sulla “Sindrome di Down” (chiamata allora anche mongoloidismo). Affiancato da due colleghi scoprì che, nei bambini affetti dalla sindrome, è presente un cromosoma in più nella coppia 21, per cui si iniziò ad indicare questa sindrome con il termine “Trisomia 21”. Dopo questa prima scoperta, il Servo di Dio identificò altre patologie cromosomiche e acquistò un ruolo sempre più importante nella citogenetica mondiale. La sua ricerca pionieristica portò anche allo sviluppo di test prenatali, usati per individuare la Sindrome di Down nei feti, molti dei quali, per motivi eugenetici, vengono abortiti volontariamente. Il Servo di Dio denunciò questo abuso della scienza come “razzismo cromosomico” e divenne uno dei pochi scienziati di spicco in Francia a protestare contro questa tendenza e contro le leggi che la favorivano. Nel 1969, quando ricevette il premio Allen Memorial a San Francisco, pronunciò un discorso dove invitò ufficialmente i suoi colleghi a scegliere la vita e a rifiutare l’eugenetica. A partire da quell’intervento, venne fortemente ostracizzato dalla comunità scientifica internazionale. Negli anni ‘80 gli furono tagliati i fondi per la ricerca e i suoi collaboratori licenziati.

Nonostante le pressioni e le misure ritorsive contro di lui, viaggiava in tutto il mondo per testimoniare la bellezza e la dignità inviolabile della vita umana davanti ai Parlamenti, alle assemblee degli scienziati e ai mass-media. Ricevette innumerevoli premi e fu nominato membro di numerose accademie e istituzioni internazionali. Nel 1964 fu nominato primo docente di Genetica Fondamentale presso la Facoltà di Medicina di Parigi.

San Paolo VI lo nominò nel 1974 membro della Pontificia Accademia delle Scienze. Nel 1986, San Giovanni Paolo II lo chiamò a far parte del Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari e, nel 1994, lo nominò primo presidente della Pontificia Accademia per la Vita.

Il Servo di Dio morì a Parigi (Francia) il 3 aprile 1994, giorno di Pasqua, all’età di 68 anni, colpito da un cancro fulminante.

La vita di fede del Servo di Dio fu caratterizzata da intensa e costante preghiera, partecipazione assidua alla Santa Messa e vita sacramentale regolare, profonda devozione alla Vergine Maria e ai Santi, in particolare a San Vincenzo de’ Paoli e San Tommaso Moro, assoluta fedeltà al Santo Padre e alla Chiesa Cattolica. Cercò sempre, con zelo straordinario, di mostrare l’armonia tra la scienza e la fede. Annunciò il Vangelo soprattutto negli ambienti scientifici, medici e ospedalieri.

Il Servo di Dio esercitò la virtù della speranza in grado eroico. Si affidò pienamente alla Divina Provvidenza, infondendo negli altri, soprattutto nei suoi pazienti, nei colleghi e amici, una ferma confidenza nell’aiuto divino. Egli era ben consapevole della necessità di portare la croce per seguire il Signore, e questo non lo spaventava, anzi gli dava la forza per affrontare con ottimismo e determinazione le difficoltà e le avversità. L’esercizio eroico della virtù della speranza rifulse soprattutto di fronte alla malattia e alla morte, quando era ancora in piena attività. Accettò tutto questo con esemplare serenità interiore, preparandosi al meglio al passaggio alla vita eterna, edificando soprattutto i propri familiari, per il modo eccellente in cui egli si era rimesso nelle mani del Signore e della Santa Vergine.

Circa la pratica eroica della virtù della carità, verso Dio e verso il prossimo, il Servo di Dio visse alla presenza del Signore, perché Gesù, Verbo Incarnato, occupava il primo posto nella sua vita. In lui l’amore di Cristo e l’amore dei fratelli, soprattutto dei suoi pazienti, erano praticamente un’unica cosa, perché nei bisognosi e nei malati egli riconosceva l’immagine divina. Esercitò la carità verso il prossimo in modo costante, gioioso e di grado non comune, in ogni ambito della sua vita: in famiglia, nell’ambiente professionale, nella Chiesa, nei rapporti con i malati e con i loro familiari, verso i poveri.

Servo di Dio Jérôme Lejeune

 

 

 

 

- le virtù eroiche della Serva di Dio Adele Bonolis, Fedele Laica, Fondatrice delle Opere di Assistenza e Redenzione Sociale; nata il 14 agosto 1909 a Milano (Italia) e ivi morta l’11 agosto 1980.

La Serva di Dio Adele Bonolis nacque a Milano (Italia) il 14 agosto 1909. Dopo aver conseguito il diploma di Licenza Commerciale, lavorò come impiegata. Contemporaneamente partecipava alla vita parrocchiale impegnandosi nell’Azione Cattolica, di cui divenne dirigente. Coltivava una profonda vita interiore, alla cui base vi era l’Eucaristia, ricevuta quotidianamente.

Nel 1932, durante un corso di esercizi spirituali, conobbe la professoressa Giuseppina Achilli, con la quale condivise la vita di ascesi e di apostolato. Con il suo aiuto, la Serva di Dio ottenne la Licenza liceale e si laureò in Filosofia nel 1944, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Nel 1946 si iscrisse alla Facoltà di Medicina, sostenendo alcuni esami ma senza conseguire la Laurea. Decise di dedicarsi all’assistenza delle persone più bisognose di aiuto spirituale e materiale, dopo essersi donata a Dio con una consacrazione privata.

Illuminata dalla direzione spirituale di sacerdoti e religiosi, sostenuta materialmente dall’Arcivescovo di Milano, il Cardinal Giovanni Battista Montini, futuro San Paolo VI, con la collaborazione di alcune amiche, nel 1950, diede inizio a Milano alla Casa di Orientamento Femminile (COF) destinata ad accogliere prostitute e ragazze-madri con i loro bambini. Tre anni dopo, fondò per le ex-carcerate la Casa di Orientamento per le Dimesse da Istituti Correzionali (CODIC) e, nel 1957, l’Opera Assistenza Fraterna (As.Fra.) per gli ex-carcerati e i dimessi da manicomi giudiziari, aprendo successivamente la stessa Opera a persone psichicamente fragili e labili. Nel 1962, fondò l’associazione Amicizia per persone desiderose di aiutarsi nella vita spirituale e disposte a donarsi al prossimo. In queste attività, amava ripetere tre parole che divennero per lei un programma di vita: “Prudenza, Previdenza, Provvidenza”. Il 7 dicembre 1959 ricevette la medaglia d’oro di benemerenza dal Comune di Milano e, negli anni successivi, ebbe vari riconoscimenti e diplomi di merito dal Ministero di Grazia e Giustizia.

Nel giugno 1976, durante un ritiro spirituale ad Anghiari, la Serva di Dio avvertì i primi sintomi del tumore all’intestino, per il quale fu operata il 13 dicembre 1978.

Morì a Milano l’11 agosto 1980, all’età di 71 anni.

La Serva di Dio visse eroicamente la virtù della fede, che la sostenne soprattutto nei momenti più difficili. Nutrì il suo rapporto con il Signore attraverso la preghiera, in particolare l’amore all’Eucarestia e il Santo Rosario. L’equilibrio umano le consentì di conciliare una intensa vita apostolica con la preghiera e l’ascolto delle persone.

Visse eroicamente la virtù della speranza nell’abbandono alla Divina Provvidenza. Era convinta che, davanti agli ostacoli ed alle contrarietà, solo la fiducia in Dio poteva sorreggerla. Così avvenne durante i momenti di malattia e dolore. Le persone che si recarono a farle visita la videro sorridente fino all’ultimo, abbandonata in Dio, certa del Suo amore e della vita eterna.

Non esitò a dare tutta se stessa per la gloria di Dio e per la salvezza delle persone, preoccupandosi non solo della loro salute fisica ma anche di quella spirituale. Il sorriso e la pazienza con le quali accoglieva e trattava gli ospiti delle Case da lei fondate, nascevano da un autentico amore per Dio e per l’umanità.

L’amore per Dio, infatti, era la sorgente del suo instancabile amore verso il prossimo, sotto il duplice aspetto: quello materiale, finalizzato a soccorrere gli altri nelle esigenze quotidiane, e quello morale del conforto e accompagnamento. Amava ripetere: “Ogni anima è parola di Dio non ripetuta” e come tale va amata, aiutata a ritrovare la propria dignità filiale. Il modo in cui esercitava la carità verso il prossimo era caratterizzato da comprensione e delicatezza nel tratto, amabilità e finezza.

Serva di Dio Adele Bonolis