Omelia nella beatificazione di Armida Barelli e don Mario Ciceri

Celebrazione Eucaristica

BEATIFICAZIONE DEI VENERABILI SERVI DI DIO

MARIO CICERI E ARMIDA BARELLI

 

Omelia

Duomo di Milano, 30 aprile 2022

 

Colui che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito (Gv 3,34). Chi pronuncia queste parole? Giovanni il Battista? Gesù? Lo stesso evangelista? È «parola del Signore» e noi l’accogliamo con venerazione sì, ma pure con gratitudine, con fiducia, con gioia. Gesù possiede lo Spirito senza misura: questo è l’annuncio! Egli è il Figlio amato del Padre. Sui profeti – ripete una tradizione ebraica – «il Santo Spirito si poneva secondo misura» (cf. Midrash Rabbah su Lev 15,2); anche nella tradizione cristiana – come spiegava sant’Agostino – i doni spirituali agli uomini sono concessi con misura sicché soltanto la concordia fa di loro un solo corpo. Cristo, però, che dona lo Spirito, lui lo riceve senza misura (cf. In Joannis evangelium tractatus, XIV, 10: PL 35, 1509). In Lui c’è la pienezza dello Spirito.

Colui che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito. Se queste parole sono del Battista, esse sono pure la sua ultima testimonianza. Gesù «cresce»; egli, intanto, diminuisce e questo è non soltanto la radice di ogni apostolato, ma la «regola della santità». Ce lo ricorda Papa Francesco, il quale annota pure che fra i tanti santi canonizzati nella Chiesa quelli che finiscono umilmente sono loro i «grandi santi» (Omelia in Santa Marta, 9 maggio 2014). Lo sottolineò pure il Papa emerito Benedetto XVI, il quale spiegava che «la misura della santità è data dalla statura che Cristo raggiunge in noi, da quanto, con la forza dello Spirito Santo, modelliamo tutta la nostra vita sulla sua» (Catechesi nell’Udienza del 13 aprile 2011). Proprio in questo crescere, la santità è vita.

Nella stessa luce guardiamo oggi ai due nuovi beati. Di entrambi possiamo dire che sono «cresciuti». Don Mario Ciceri s’impegnò quotidianamente a smussare alcune spigolosità caratteriali giungendo a mostrare in sé un efficace connubio tra vita spirituale e vita pastorale al punto che tutti riconobbero in lui un sacerdote che realizzava con zelo e in fedeltà la sua vocazione. È stato paragonato al santo Curato d’Ars. Anche Armida Barelli «camminò nell’amore» con una costante limatura del

suo temperamento. Mentre veniva consumata dall’infermità il beato Ildefonso Schuster disse di lei: «Il Re Divino sta cesellando il suo gioiello» (cf. Positio super Virtutibus, «Summarium», p. 116*). Di ambedue vorrei sottolineare un solo aspetto.

Quanto al beato Ciceri, durante il processo un consultore teologo dichiarò di vedere in lui «un esempio luminoso per tutti i sacerdoti, specialmente per quelli che come lui rimangono “alla base”, nel servizio più umile e nascosto dei fratelli» (Relatio et vota, voto IV, p. 61). Questa espressione: rimasto «alla base», mi fa tornare alla memoria ciò che scriveva sant’Ambrogio a commento del Cantico dei Cantici che dice: «Come sono belli i tuoi piedi nei sandali, figlia di principe» (7,2). Egli ravvisava qui il cammino e il progredire della Chiesa (la «Chiesa in uscita», direbbe Papa Francesco) ed esortava: «Usiamo della nostra vita come di un sandalo: utile per il ministero e non per comandare, utile per aiutare e non per distrarsi, utile per obbedire e non per il dissenso. Così è la Chiesa: bella anche nei sandali» (Expos. Ps. CXVIII, 17, 16.18: PL 15, 1446). Il beato Ciceri è stato anch’egli questo «sandalo» della Chiesa.

Parlando di Armida Barelli, G. B. Montini, sin dagli inizi del suo ministero come Pastore di questa Arcidiocesi disse che a lei doveva andare «il plauso non soltanto di Milano, ma dell’Italia, per aver lasciato un’eredità che veramente arricchisce le file della vita cattolica e segnato la via per l’educazione moderna della gioventù femminile» (Discorso del 30 gennaio 1955, in «Discorsi e Scritti Milanesi», I, p. 117). In realtà l’apostolato della Barelli spaziò su più fronti, dall’Opera della Regalità all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Al riguardo, il p. Agostino Gemelli nel suo Testamento spirituale lasciò scritto: «Tutti i miei collaboratori si ricordino che agli occhi degli uomini io appaio come uno che ha fatto delle opere: queste non sarebbero né nate, né fiorite senza lo zelo, la pietà, l’intelligenza e soprattutto la vita soprannaturalmente ispirata della signorina Barelli» (Positio, «Informatio», p. 97). In particolare, ella volle la Facoltà di Medicina al punto da preferirla come dono del Signore alla guarigione dalla malattia che poi la condusse alla morte (cf. Positio, «Summarium», p. 14*). Inoltre, come è sottolineato dal recente Messaggio della Conferenza Episcopale Italiana, in occasione della 98a Giornata dell’Università del Sacro Cuore: «...agendo anche sul piano sociale per la valorizzazione femminile, Armida fu promotrice di un cattolicesimo inclusivo, accogliente e universale. Nella stagione del ritorno alla democrazia nel nostro Paese dopo la devastazione della guerra, spronava le donne, per la prima volta chiamate al voto, a “capire quali sono i principi sociali della Chiesa per esercitare il nostro dovere di cittadine” perché “siamo una forza, in Italia, noi donne”».

In queste storie di santità: umili e nascoste come quella del beato Mario Ciceri, oppure pubbliche e note come quella della beata Armida Barelli si manifesta sempre la forza dello Spirito, che il Risorto possiede senza misura. La possiede sì in quanto Figlio, ma pure in quanto capo della Chiesa e per questo la possiede per effonderla su di noi senza misura (cf. S. Tommaso d’Aq., Commento a S. Giovanni III, lect. 6, n. 544). Ed è così che la Chiesa è il luogo dove lo Spirito fiorisce e fruttifica (cf. Traditio apostolica, 35: ed. Botte, SC 11, p. 69); il luogo da cui si dipartono le molteplici vie della santità.

Commentando la scena del Cantico in cui la Sposa vede giungere lo Sposo «saltando per i monti» (2,8) san Gregorio magno dice che Cristo venendo tra noi ha fatto per così dire dei salti: dal cielo al grembo di Maria e da lì nel presepio, quindi sulla croce e nel sepolcro donde tornò al cielo. E questo perché gli chiedessimo: «attiraci dietro di te, coi tuoi profumi inebrianti» (cf. Homiliae in Evangelia, XXIX, 10: PL 76, 1219). La santità è questo: seguire la scia del profumo di Cristo. Per il beato Mario Ciceri fu la vocazione al ministero sacro; per Armida Barelli fu la vocazione all’apostolato laicale.

Due anni or sono, carissimi fedeli di Milano, ho letto un’Omelia del vostro Arcivescovo, che esortava tutti a non tenere nascosti, ma a fare sbocciare i fiori donati a ciascuno da Gesù; invitava a essere fiori che diffondono il buon profumo di Cristo (cf. Omelia del 29 marzo 2020, quinta domenica di Quaresima). L’immagine è davvero bella e suggestiva. Vi ricorse già sant’Ambrogio per descrivere la multiforme santità nella Chiesa (cf. De virginitate VI, 34: PL 16, 27). La amplificò san Francesco di Sales ripetendo che «la Chiesa è un giardino colorato da una infinita varietà di fiori; è necessario che ve ne siano di diversa grandezza, di diverso colore, di diverso profumo» (Trattato dell’amor di Dio II, 7). Ai tanti profumi già fragranti in questa Chiesa, oggi si aggiunge quello dei due Beati, la cui santità ora è ufficialmente riconosciuta perché da qui si diffonda nella Chiesa tutta e nel mondo intero.

Marcello Card. SEMERARO