Alfredo Cremonesi

Alfredo Cremonesi

(1902-1953)

Beatificazione:

- 19 ottobre 2019

- Papa  Francesco

Ricorrenza:

- 7 febbraio

Sacerdote del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere) e martire. Brutalmente ucciso per difendere il popolo birmano

  • Biografia
  • omelia di Beatificazione
“Noi missionari non siamo davvero nulla. Il nostro è il più misterioso e meraviglioso lavoro. Vedere anime che si convertono: un miracolo più grande di ogni miracolo”

 

Alfredo Cremonesi nacque a Ripalta Guerina (CR), diocesi di Crema, il 16 maggio 1902 da Enrico e Maria Rosa Scartabellati primo di sette figli, sei maschi e una femmina.

Giovanissimo entrò nel seminario diocesano dove completò   i suoi  studi umanistici,  dimostrando un brillante ingegno. Durante gli anni seminario si ammalò di linfatismo. Sembrava destinato a finire presto i suoi giorni. Invece, per intervento di S. Teresina del Bambin  Gesù, come riconobbe lui stesso, ottenne la completa guarigione. Ciò fece nascere in lui  il desiderio di diventare  missionario, apostolo del Vangelo tra i non cristiani.

Fu mandato dapprima a Yedashé, nello Yoma occidentale, dove visitò parecchi villaggi ancora pagani, ottenendo numerose conversioni. In seguito fu trasferito  a Donoku, un villaggio abitato dai cariani rossi. Qui rimase fino   allo scoppio della seconda guerra mondiale, sempre dedicandosi ai suoi viaggi apostolici sui monti, dai quali spesso tornava stremato dalla fatica a dalla  malaria, ma  sempre deciso a riprendere il suo impegno per la diffusione della fede cattolica. Infatti, Padre Cremonesi concepiva la sua missione non soltanto come una conquista di quanti erano ancora pagani, ma anche un’ opera  di resistenza di fronte alla massiccia avanzata dei protestanti battisti, forti degli appoggi economici americani.

Scoppiata la seconda  guerra mondiale, la Birmania, in quanto colonia inglese, si trovò coinvolta nel conflitto. Con l’entrata in guerra anche dell’ Italia a fianco della Germania, i missionari italiani improvvisamente si trovarono dalla parte del nemico. Per ordine del comando militare furono tutti internati in India, ad eccezione di quanti, allo scoppio del conflitto, si trovavano in Birmania da oltre dieci anni. Rimasero al loro posto solo sei missionari; tra questi Padre Cremonesi.

Iniziò per loro un periodo durissimo: ognuno doveva fare il lavoro di almeno tra confratelli.  Padre Cremonesi venne trasferito più nord, a Moshò, dove pur tra grandi difficoltà continuò a visitare i  villaggi cariani. Gli anni della guerra furono terribili per Padre Cremonesi. Per anni non ebbe quasi niente da mangiare. Più volte corse pericolo di vita (come quando venne preso in ostaggio dai giapponesi), ma sempre si salvò per l’intercessione di Santa Teresina.  L’ultimo periodo di guerra lo visse nella foresta, con i suoi cristiani, mangiando solo erbe. Ma non si perse d’animo. Lo sostenevano la devozione al Sacro Cuore e la pratica quotidiana dell’Adorazione Eucaristica.

Padre Cremonesi, infatti, tutte le notti, anche dopo un giro faticoso, si alzava a mezzanotte  per un’ora di adorazione davanti al Tabernacolo. Tornato a letto, alle quattro era di nuovo in chiesa per la S. Messa e l’ufficio. Per questa  fedeltà al suo apostolato  era stato soprannominato il “moto perpetuo”. Per la sua bonarietà e socievolezza,  il “sorriso della missione”. Suore, preti, laici ricorrevano a lui in gran numero per la confessione o per avere consigli.

Ritornato a Donoku, dopo la guerra, si trovò in mezzo ad un’altra bufera. Nel 1948 la Birmania otteneva l’indipendenza dall’Inghilterra. Subito, però, sorsero contrasti tra i Birmani al potere gli altri gruppi etnici  scarsamente  rappresentati in parlamento. La protesta sfociò nella rivolta armata. In lotta tra di loro erano soprattutto Birmani e i Cariani di confessione battista. I cariani cattolici, fedeli al governo, ben presto si trovarono tra l’incudine e il martello. In quanto Cariani erano odiati dai Birmani quasi tutti buddisti, in quanto cristiani cattolici erano mal visti dai cariani protestanti di confessione battista. I villaggi cattolici, perciò, erano spesso saccheggiati da parte  degli uni e degli altri. Padre Cremonesi, forte della sua autorità, più volte intervenne per riportare l’ordine e salvò parecchi villaggi dalla distruzione. Nell’agosto 1950, anche  Donoku venne assalita dai ribelli. Gli abitanti non ebbero altra scelta che rifugiarsi nella foresta, Anche Padre Cremonesi fu costretto a fuggire. Si rifugiò a Taungngu, presso la missione, insieme a una parte dei suoi cristiani. Incominciò per  lui un altro periodo tristissimo, che egli  definì di esilio. Ogni giorno sentiva nascere più forte dentro di sé il desiderio di  tornare a Donoku e cogliere le sue pecorelle disperse.

Trascorso un anno, la situazione sembrò migliorare. I ribelli erano ormai allo stremo. Padre Cremonesi ebbe il permesso di tornare al suo villaggio (marzo 1952).  La vita si riaccese. Ma sul finire dell’anno la situazione precipitò un’altra volta. “La guerra non è ancora finita – così scriveva alla cugina suora  – I soldati ribelli che difendono il fronte sono dietro di me, così che, se capita un attacco, sono io il primo ad essere preso.”  Il 7 febbraio 1953, i soldati governativi dopo uno scontro con i ribelli, in cui vennero sconfitti, dovettero battere in ritirata. Senza alcun preavviso fecero irruzione nel villaggio di Donoku,  dove tutti gli abitanti erano in preda ad autentico terrore. I soldati erano convinti che gli abitanti del villaggio favorissero i ribelli. Padre Cremonesi intervenne, assicurando che tra di loro non c’erano ribelli. Persuasi dalle parole del missionario,  i soldati  si allontanarono.

Appena fuori dal villaggio, però, furono oggetto di una vera e propria   un’imboscata. Ne nacque un altro scontro con i ribelli nel corso del quale alcuni soldati rimasero  feriti. Ritornati sui loro passi, fuori di sé dalla rabbia, si precipitarono alla residenza del Padre, ancora fermo davanti alla scuola del villaggio con alcune persone, tra le quali il capo villaggio, un dirigente dell’Azione Cattolica il quale, forse  per il suo abbigliamento, venne scambiato per un ribelle.

I militari lo investirono subito con tanta furia che Padre Alfredo dovette intervenire in sua difesa. Stavolta però i soldati non vollero ascoltare ragioni. Accecati dall’ira,  aprirono il fuoco. Investiti dalle raffiche di mitra, il capo villaggio e Padre Cremonesi si accasciarono a terra, gravemente feriti. Due bambine, dietro di loro, vennero colpite mortalmente. Mentre la gente scappava nella foresta, i soldati  scatenarono la loro furia contro la casa del Padre e il convento  che vennero incendiati. Entrati anche  in chiesa,  si misero a mitragliare tutto:  statue, candelabri, suppellettili. Infine la incendiarono assieme alle case del villaggio.

OMELIA PER LA BEATIFICAZIONE DI P. ALFREDO CREMONESI

(Crema, sabato 19 ottobre 2019)

 

 

«Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza» (Is 52,7)

Carissimi fratelli e sorelle,

Queste parole, che il profeta Isaia applica a Gesù, il Messia allora atteso, le sentì come rivolte a sé il Beato Alfredo Cremonesi, figlio di questa Chiesa cremasca e sacerdote professo del Pontificio Istituto per le Missioni Estere (PIME). Con coraggio, lasciò la sua terra per servire la causa del Vangelo in terra di missione, offrendo il proprio contributo, fino all’effusione del sangue, perché la Buona Novella giungesse nella lontana terra di Birmania. Nelle sue sofferenze e nella sua eroica morte, egli ha reso la suprema testimonianza a Cristo portando a compimento l’imitazione del divino Maestro. In questa solenne assemblea liturgica, alla vigilia della Giornata Missionaria Mondiale e nella medesima data in cui P. Cremonesi celebrò la sua prima messa in terra cremasca, la Chiesa ne proclama la santità e lo venera come martire per aver donato la sua vita a motivo della sua opera di evangelizzazione.

Stiamo vivendo il Mese missionario straordinario, che il Santo Padre Francesco ha spiegato di aver voluto allo scopo di «rinnovare l’ardore e la passione, motore spirituale dell’attività apostolica di innumerevoli santi e martiri missionari» (Discorso ai partecipanti all’Assemblea delle PP.OO.MM., 3 giugno 2017). Con la testimonianza della sua vita generosamente offerta per amore di Cristo, il Beato Alfredo parla oggi a questa Diocesi di Crema e la stimola nella sua testimonianza al Vangelo della carità; parla ai missionari che, sollecitati dal mandato di Cristo, “andate e insegnate a tutte le genti” (Mt 28, 19), sono andati per le strade del mondo per annunciare la buona novella della salvezza a tutti gli uomini, in special modo ai più bisognosi; parla a tutta la Chiesa ricordando che morire per la fede è un dono concesso solo ad alcuni, ma vivere la fede è una chiamata diretta a tutti. Proprio come ci esorta il tema di questa Giornata Missionaria Mondiale: Battezzati e inviati. Ogni battezzato è chiamato a ravvivare la propria coscienza missionaria, come afferma il Concilio Vaticano II: «Tutti i cristiani, ovunque vivano, sono tenuti a manifestare con l’esempio della propria vita e la testimonianza della parola, l’uomo nuovo di cui si sono rivestiti attraverso il battesimo» (Ad Gentes, 11).

Ogni battezzato deve sentirsi, inoltre, sollecitato dalla propria vocazione alla santità. In ciò il Beato Cremonesi è un modello da perseguire per l’esemplarità di una donazione senza limiti nei confronti della chiamata di Dio. Scriveva alla mamma: «Voi capite che per un missionario come me, che ha inteso darsi tutto a Dio senza ritorno, il mettere avanti la sola ragione di rivedere voi [...] non può andare affatto. Io e voi perderemmo tutto il profumo del nostro sacrificio» (Biografia Documentata, cap. VI, doc 1). Padre Alfredo fu uomo di profonda fede; un’intensa vita di preghiera animava le sue giornate e il suo cammino, nel quale, oltre all’Eucarestia e al culto per Gesù Crocifisso e morto in croce, si trovava una tenera devozione alla Madonna.

Lo caratterizzava anche la carità verso il prossimo, ispirata alla carità di Cristo. Con un buon temperamento cordiale ed entusiasta, era zelante nell’aiutare il prossimo, poveri, ragazzi giovani, contadini. Un testimone asserisce: «Era tutto per la gente e nulla per sé. Egli donava tutto quello che riceveva agli altri, ai poveri» (Summarium 85). Fu proprio la sua carità a portarlo ad offrire infine la vita per difendere la sua gente. Seppure ben consapevole del pericolo che correva stette con il suo gregge sino alla fine. Avrebbe avuto la possibilità di fuggire e nascondersi, ma non lo fece, pensando che la sua presenza poteva essere di aiuto alla gente e portare calma nella tensione esistente.

In questa prospettiva di carità pastorale, ha incarnato in modo perfetto l’ideale del Buon Pastore che dà la vita per il gregge, (Gv 10,11), espressione della misericordia e della tenerezza del Padre; ma, allo stesso tempo, “leone” vincitore (cfr Ap 5, 5), valoroso combattente per la causa della verità e della giustizia, difensore dei deboli e dei poveri, trionfatore sul male del peccato e della morte. Il Beato Alfredo Cremonesi è una bella figura di vita sacerdotale e religiosa, un missionario che ha consumato la sua esistenza nel dono della propria vita. Interamente dedito a Dio e alla missione evangelizzatrice, era del tutto distaccato da se stesso: la sua esistenza era donata alla sua gente, della quale aveva voluto condividere la condizione di povertà, rinunciando ad ogni pur minimo privilegio. La sua santità si può riassumere in tre elementi fondamentali: la fede, la carità e la povertà. Dalle sue lettere emerge la figura di un missionario profondamente convinto e innamorato della sua vocazione. Pove­ro, malato, perseguitato, ma sempre sereno e fiducioso; pronto ad affrontare qualunque situazione e rischio, con l’aspirazione, più volte espressa, di dare la vita per il Vangelo e quanto erano a lui affidati.

Dalle testimonianze acquisite nel corso del processo canonico risulta evidente la sua dedizione nel servizio missionario e pastorale, la consapevolezza circa le difficoltà e pericoli del suo ministero, la disponibilità a subire anche il martirio – visto come un dono di Dio – quale corona della sua vita apostolica. Ucciso nel suo villaggio di Donoku, il 7 febbraio 1953, morì pregando. In un primo momento era stato ferito alle gambe, assieme al suo catechista. In seguito, si avvicinarono alcuni soldati, che riconoscendolo come un missionario e mossi da odio nei confronti dei cristiani, gli spararono direttamente e brutalmente sul volto. Dopo la sua morte violenta, la popolazione locale lo ha considerato da subito un martire e ha conservato la sua memoria quale santo sacerdote e protettore dei fedeli del villaggio, uomo che diede la vita per loro pur potendo fuggire ai suoi carnefici.

Il martirio del Beato Alfredo Cremonesi si colloca nel contesto storico-politico del Myanmar. Con lo scoppio della guerra civile all’indomani della guerra di indipendenza (1948), la situazione della Chiesa precipitò verso la vera e propria persecuzione, con un’esplosione di violenza e aperta ostilità nei confronti della fede cattolica e dei missionari. Tale persecuzione, della quale sono state per lungo tempo oggetto le minoranze religiose, in particolare la Chiesa cattolica, fu messa in atto da coloro che parteciparono in persona all’uccisione di padre Cremonesi, e che pochi anni dopo la sua morte si impadronirono del potere.

Ma il sacrificio del Beato Alfredo non è stato vano. Egli è come il chicco di grano della parabola evangelica che deve perire per portare frutto (cfr Gv 12, 24). La morte del seme è principio di vita nuova, è simbolo della vita donata, “perduta” per amore di Dio e dei fratelli, secondo la logica dell’amore. Così, la morte del martire si fa vita e arricchimento spirituale per la Chiesa. In questa prospettiva, la Beatificazione di padre Cremonesi è un incoraggiamento alla Chiesa in Myanmar a proseguire nell’impegno di favorire il superamento delle ferite spirituali e morali, portando la medicina risanante della misericordia di Dio tra la popolazione che ha sofferto a causa dei conflitti e della repressione, e che sta faticosamente percorrendo la strada della libertà, della giustizia e della pace.

Risuonano nei nostri cuori le parole pronunciate due anni orsono dal Santo Padre Francesco durante la Sua Visita pastorale in Myanmar: «Nel grande lavoro della riconciliazione e dell’integrazione nazionale, le comunità religiose del Myanmar hanno un ruolo privilegiato da svolgere. Le differenze religiose non devono essere fonte di divisione e di diffidenza, ma piuttosto una forza per l’unità, per il perdono, per la tolleranza e la saggia costruzione del Paese» (Incontro con le Autorità e il Corpo diplomatico, 28 novembre 2017).

Il beato Alfredo Cremonesi, figlio di questa terra lombarda, si presenta a noi, oggi, come fulgida testimonianza di una vita consacrata interamente al servizio del Vangelo e degli ultimi. Tale straordinario esempio di dedizione alla propria vocazione e missione è di notevole importanza per tutto il popolo di Dio, in particolare per quanti dedicano la vita al ministero dell’annuncio della Parola; è stimolo per i giovani a riflettere sulla bellezza della vocazione missionaria, vissuta con entusiasmo e totale impegno, senza paure o reticenze. Egli ricorda a tutti noi che il futuro delle nostre comunità e delle Nazioni non sarà di chi diffonde odio e violenza, ma di chi semina fraternità, accoglienza e condivisione.

Beato Alfredo Cremonesi, prega per noi, ma soprattutto prega perché un altro sacerdote di questa terra, missionario in Africa, il P. Macalli, riacquisti presto la libertà!