Benedetta Bianchi Porro

Benedetta Bianchi Porro

(1936-1964)

Beatificazione:

- 14 settembre 2019

- Papa  Francesco

Ricorrenza:

- 23 gennaio

Giovane laica italiana, provata fino alla fine dalla sofferenza, visse la malattia con coraggio, forza e serenità

  • Biografia
  • Omelia di Beatificazione
"Io penso che cosa meravigliosa è la vita anche nei suoi aspetti più terribili; e la mia anima è piena di gratitudine e di amore verso Dio per questo"

 

Nacque a Dovadola, in provincia di Forlì e diocesi di Forlì-Bertinoro, l’8 agosto 1936.

Era una bambina piena di vita, Benedetta, che viveva in una famiglia religiosa circondata dall’amore dei suoi genitori e dei cinque tra fratelli e sorelle. Nata a Dovadola, in provincia di Forlì, poco prima della Seconda Guerra Mondiale, ebbe il privilegio di crescere in campagna, dove la vita la stupiva ogni giorno e a ogni angolo, e dove il creato le riempiva di gioia gli occhi e il cuore. La sua salute aveva già dovuto subire una prima prova durante l’infanzia: la poliomielite, che le aveva lasciato una gamba più corta. Gli altri la chiamavano “la zoppetta” per prenderla in giro, ma lei non se ne curava: “Dicono la verità”, ribatteva con un sorriso, e poi rincarava la dose autodefinendosi “una zoppicona”. Ma nulla poteva turbare la sua gioia di vivere tra gli ulivi, le risate e le nuotate nel lago. “Era una ragazza normale – racconta il cardinale Angelo Becciu – non una ‘bigottona’. Amava leggere e leggeva di tutto. Dentro alla sua anima, di una sensibilità spirituale unica, avvertiva però un’ombra, che possiamo interpretare come una preparazione da parte di Dio di quello che le sarebbe accaduto”. 

Ha 13 anni Benedetta quando si accorge che qualcosa non va. Non sente più come prima. Nessuno, però, capisce il perché stia diventando, lentamente ma inesorabilmente, sorda. La sua vita e i suoi studi proseguono fino all’iscrizione all’università. Sceglie Medicina, e infatti sarà lei stessa a farsi la più terribile delle diagnosi: neurofibromatosi diffusa, che le sta distruggendo poco a poco. In breve tempo perde l’uso delle gambe, si riduce completamente a letto, è cieca e riesce appena a parlare. Ma il suo spirito, e soprattutto la sua fede, non si spezzano. “Un giorno non sentirò più gli altri, ma continuerò a sentire la voce della mia anima”, aveva detto, ma sentirà accanto anche la voce di Dio, sempre più vicino al chiamarla a sé. Inizia il Calvario delle operazioni chirurgiche, che però non la potranno sottrarre dalla prognosi infausta del suo male.

“Vado ad attingere forza dalla Mamma celeste”. Così Benedetta scrive poco prima di andare a Lourdes. Ormai è quasi cieca, non riesce a rassegnarsi a questa sua nuova condizione di buio, ma il coraggio di andare avanti glielo dona la consapevolezza che presto vedrà una luce più forte. Accanto a lei, davanti alla grotta della Vergine, c’è una giovane in sedia a rotelle che non riesce a smettere di piangere, mentre prega per la propria condizione. Benedetta la abbraccia, la consola, le dice: “La Madonnina è lì che ti guarda”, e questa ragazza, poco dopo, si alza e cammina. “È il vero miracolo di Lourdes – spiega il porporato – si prega per gli altri e si gioisce per gli altri più che per se stessi”. Benedetta non è invidiosa, anzi, è felice di aver assistito a una guarigione miracolosa. Non si lamenta della propria fatica e del proprio dolore: sa che il motivo per cui deve viverlo risiede nel mistero di Dio, ed è onorata di essere legata a Cristo, pur nella croce.

Qualche mese prima di tornare in cielo, Benedetta ha una visione che racconta a un’amica: una tomba vuota, inondata di luce, e al centro una rosa bianca. La visione si ripete altre due volte. Benedetta sa che la fine è vicina, ma non ha paura: ora ha la certezza che sarà per sempre accanto al Signore e che tutta quella sofferenza non sarà stata vana. Il mattino del 23 gennaio 1964, quella rosa bianca fiorisce nel giardino di casa mentre Benedetta, che ormai non parlava più, intona con la sua nuova voce celeste una vecchia canzone. Poi muore serena, rendendo grazie a tutti quelli che l’hanno sempre circondata e amata. “L’esempio di Benedetta deve far breccia in un mondo in cui dominano la pratica dell’eutanasia e la cultura dello scarto di cui parla spesso Papa Francesco – conclude il Prefetto - la sua vita è un messaggio di bellezza e ricchezza all’umanità; ricorda che la vita non è nostra, ma è un dono di Dio che va vissuto appieno fino in fondo”.   

Sono tantissime le lettere che sono rimaste a testimonianza del coraggio, della forza e della serenità con cui Benedetta visse la propria vita, la propria malattia e la propria morte. Ma non ci sono solo le lettere che si scambiava con gli amici che non sempre potevano andare a visitarla: a dimostrare la grandezza di questa Santa ci sono anche le lettere che la madre e le sorelle corrispondevano ai tanti che le volevano bene e chiedevano notizie di lei, e le lettere scritte da familiari e amici dopo la sua morte. Una su tutte quella in cui la madre racconta a un’amica il proprio dolore: “Eppure, dopo ogni pianto sento qualcosa d’indefinito in me, un soffio, una pace, come se una finestra si fosse aperta per me nel cielo e io potessi guardare fin là serenamente”. È la luce, la luce interiore di Benedetta che finalmente sprigiona la sua potenza nel cielo.  

OMELIA PER LA BEATIFICAZIONE DI BENEDETTA BIANCHI PORRO

(Forlì, sabato 14 settembre 2019)

 

 

Cari fratelli, care sorelle

Oggi è la Festa dell’esaltazione della Croce; è una festa tanto cara a noi cristiani perché contemplando la Croce capiamo il senso della nostra vita, la bellezza della nostra fede.  «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 6). Con queste brevi parole l’evangelista Giovanni ci dischiude il significato del legno sacro.

Il sacrificio della croce è tutto avvolto dall’amore, e dall’amore trae il suo senso più profondo. La croce ci mostra un Dio che ci ama, che non è rimasto impassibile e distante da noi, ma è venuto in mezzo a noi, ha condiviso le nostre sofferenze e ha sacrificato se stesso per la nostra redenzione. In tale croce si congiunge la nostra infinita tensione a voler conquistare il cielo, con l’infinita umiltà di Dio che scende fino al nostro niente per solo amore.

La croce: ecco il legno della nostra salvezza! Per non naufragare nel mare di questo mondo troppo spesso segnato dall’indifferenza, dall’egoismo, dalla violenza, dalla perdita del senso del peccato, siamo chiamati ad aggrapparci a questo legno santo, ed esso ci porterà all’approdo della nostra salvezza. La croce di Cristo continua ancora oggi a testimoniare l’inarrestabile amore di Dio che, con la sua potenza di misericordia e di perdono, vince la prepotenza dell’odio e del male. Solo l’amore di Dio è in grado di liberarci dalle incoerenze e riscattarci dalla schiavitù del peccato e della morte. È naturale che il linguaggio della croce appaia duro e talora susciti paura, ma l’esperienza dei Santi ci conferma che l’abbraccio con Cristo crocifisso è sorgente di luce, di pace e di intima gioia.

Oggi in questa celebrazione non abbiamo bisogno di tante parole per illustrare cosa può e deve essere la croce per noi cristiani. Di essa ci parla Benedetta Bianchi Porro che è stata appena proclamata Beata.

Lei fu una vera testimone della croce. Lei ha immolato la propria vita sull’esempio di Gesù e in unione a Lui. Ci troviamo dinnanzi ad una esistenza affascinante: la grandezza umana e spirituale di una giovane straordinariamente dotata, che è riuscita a superare coraggiosamente e a tradurre in chiave evangelica le condizioni più negative che possono accompagnare un individuo. Ragazza di bell’aspetto, dotata di intelligenza e ricca di personalità, ben presto verrà trasformata da patologie debilitanti e dal dolore insistente e incalzante, che ne deturperà il fisico. Tutto il suo corpo alla fine era diventato un crocifisso vivente: sordità, cecità, paralisi, insensibilità, privazione dell’olfatto e dell’odorato, afonia, quasi l’annullamento di comunicazioni con le persone e l’ambiente. Ma questa sequenza di sofferenze e di distruzioni fisiche, porterà Benedetta ad una unione profonda con Dio nella preghiera e quindi ad una grande eroicità nell’esercizio di tutte le virtù. Se la sua vita fu tutta sotto il crescente segno della sofferenza, fu anche sotto il crescente segno della santità, di cui si accorsero le persone che l’accostavano e ricevevano da lei mirabili insegnamenti di fede e di carità.

Il percorso biografico della nuova Beata evidenzia anche la sua umanità, segnata da fragilità e paure, che non nascondeva. Però ha trovato la grazia e la fortificazione sicura in Dio, fino al punto che, come asserisce un testimone, affermava di «non aver paura della sua paura» (Summ., 42 § 136, al 8). Infatti, quando si accorse di essere diventata cieca, si sentirà illuminata dalla luce di Dio; e quando diventerà anche sorda, vivendo in un silenzioso deserto, si riempirà della presenza di Dio al quale viveva unita intimamente nella preghiera. Da quando scoprì in profondità il mistero della sofferenza, della Croce, si aprì alla intimità con Gesù, realizzando un’esperienza di luce e di amore che la trasformò, un cammino di vera ascesi. Il suo spirito appare tanto più rigoglioso e limpido quanto più vanno in diminuzione le energie e le possibilità corporali. In questo stato, frammisto di debolezza umana e di fortezza divina, la sua principale caratteristica sarà la gioia da diffondere agli altri; i suoi rapporti di amicizia divennero confidenze e messaggi di quello che lei sta vivendo internamente. Così è arrivata ad accettare la malattia come vocazione e come vero apostolato.

Fu consapevole che con la propria sofferenza accettata e offerta a Dio essa collaborava al regno di Dio e perciò si è dedicata a sua volta a consolare gli altri. Durante la sua malattia sia all’ospedale che a casa è stata una fonte di conforto e di edificazione (Summ., 30, § 100). Tante persone si sono affidate ai suoi consigli e alle sue preghiere (Summ., 176, § 554; 314, § 946; 113, § 372). Quanti vanno a trovarla per portarle consolazione, sono stati essi invece veramente consolati ed edificati dal suo spirito di fede sconfinata (Summ., 106, § 349, al 5; 300, § 904, al 6). Un suo amico ha testimoniato: «Benedetta è l’unica persona con cui ho avuto la sensazione di una presenza reale di Dio» (Doc. extrapr., 414). Questa affermazione rivela che, mediante il suo meraviglioso apostolato, Benedetta irradiava pace, serenità e fede ai suoi giovani amici che costantemente attorniavano il suo letto e sui quali esercitava un influsso profondo.

Si resta ammirati dal suo vivo desiderio di donare alle tante persone che si recano a visitarla una briciola dell’amore del Signore, che lei incessantemente sperimentava nella preghiera e nei Sacramenti. In particolare l’Eucaristia era il suo nutrimento spirituale indispensabile; desiderava la comunione ogni giorno, come ogni giorno aveva bisogno dell’alimento materiale. Accennando all’Eucaristia, la definiva «dolcezza infinita … il sostegno sovrano della nostra debolezza» (Summ., 9, § 30; Doc. extrapr., 446). Nell’incontro intimo con Gesù eucaristia e raccolta ai piedi della croce di Cristo, Benedetta traeva pienezza di luce e di serenità. Al riguardo, riascoltiamo le sue toccanti parole: «Nel mio calvario non sono disperata. Io so che in fondo alla via Gesù mi aspetta. Ho trovato che Dio esiste ed è amore, fedeltà, gioia, certezza fino alla consumazione dei secoli. Fra poco io non sarò più che un nome; ma il mio spirito vivrà, qui fra i miei, fra chi soffre, e non avrò neppure io sofferto invano» (Documenta, p. 19).

Il suo spirito è davvero rimasto sempre vivo tra i suoi familiari, tra gli amici, i conoscenti, come dimostra la fama di santità che dal momento della morte si è sviluppata e consolidata in larga parte del popolo di Dio. Proclamandola Beata, la Chiesa vuole perpetuarne la figura spirituale, che contiene un messaggio nobile e particolarmente attuale. Essere “presenza di Cristo”, rivelare il suo volto crocifisso nella totale adesione a Dio in spirito di riconoscenza e di comunione: ecco la fisionomia di Benedetta, quale risulta dal suo doloroso itinerario di grazia: ha creduto all’Amore e dall’Amore si è lasciata portare per strade che non conosceva e non comprendeva. Attraverso la sapienza della Croce ha aperto gioiosamente la Chiesa a tutti, specialmente ai sofferenti. «La Chiesa - scriveva - è madre dei crocifissi» (Pensieri 1962, 1976, p. 189). La vicenda di Benedetta, intrecciata di amore alla vita e di prove sempre più dolorose, indica a tutti noi la permanente centralità del Crocifisso nell’esperienza cristiana e fa riscoprire il carattere salvifico del dolore umano quando è vissuto come Gesù sulla croce. L’umanesimo cristiano ha in questa giovane Beata una nuova testimone, proprio per la paradossale pienezza di vita vissuta in condizioni cruciali: la sofferenza umanamente insopportabile, quando è unita alla sofferenza di Gesù, viene trasformata in autentica esperienza mistica e in eccezionale apostolato, compiendo quello che manca alla passione di Cristo (cfr Col 1,24).

La figura della nuova Beata impressiona soprattutto per l’eroismo con il quale seppe vivere il suo lungo e dolorosissimo calvario. L’esempio meraviglioso che ella ci offre è, cosi, genuinamente evangelico, con la conformazione eccezionale a Cristo Crocifisso, testimone dell’amore misericordioso del Padre. 

Nel 1961, Benedetta scriveva: «I santi sono una perenne rivelazione di Dio, come leggere di Lui la loro vita» (Doc. extrapr., 443). È proprio questa la realtà che ci trasmette la vita della nostra Beata. Una giovane laica che si presenta come modello eccelso per la Chiesa di oggi, soprattutto per i giovani e per gli ammalati: apparentemente inoperosa, svolse un fecondo apostolato tra i giovani ed i sofferenti, così da trasformare l’intera sua vita in abbandono ed in sconfinata fiducia nell’aiuto di Dio. Risuonano cariche di profezia le parole con le quali la mamma di Benedetta fa il riassunto della vita della propria figlia: «è morta accanto a noi perché noi imparassimo a vivere» (Informatio., 81). Sì, Benedetta insegna a noi oggi, a porre saldamente l'edificio della nostra esistenza non sulla sabbia di ciò che è effimero e passeggero, ma su Gesù Cristo, la roccia che non viene scalfita dall'usura del tempo.

Grazie a Benedetta noi capiamo qualcosa in più della sapienza della Croce e le siamo profondamente grati per averci condotto alla comprensione della sofferenza che abbracciata nella croce spalanca le porte del cielo e diventa veicolo di luce che rischiara quanto di assurdo e incomprensibile può esserci nell’esistenza umana.

Oggi ci affidiamo alla sua intercessione, per improntare la nostra esistenza alla logica della Croce, che è la logica dell’amore donato; per tradurre la fede in una coerente testimonianza evangelica in tutti gli ambiti della società; per essere lievito e seme di amore e di pace tra i nostri contemporanei e, in particolare, tra coloro che soffrono e che attendono un segno di speranza.

Beata Benedetta Bianchi Porro, prega per noi!