Benedetto da Santa Coloma De Gramenet e 2 Compagni

Benedetto da Santa Coloma De Gramenet e 2 Compagni

(† 1936)

Data Decreto:

- 23 gennaio 2020

- Papa  Francesco

Beatificazione:

- 06 novembre 2021

- Papa  Francesco

Religiosi dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, martiri, assassinati in odium fidei durante la persecuzione religiosa degli anni '30 in Spagna

  • Biografia
  • DECRETO SUL MARTIRIO
  • Omelia nella Beatificazione
Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito di Dio riposa su di voi; […] se uno soffre come cristiano, non arrossisca; glorifichi Dio per questo nome (1 Pt 4, 14.16)

 

    Il clima ostile alla Chiesa ed episodi di persecuzione si ebbero nella regione delle Asturie (Spagna) già a partire dagli inizi degli anni ‘30, ma è negli anni a seguire, che la persecuzione contro la Chiesa si fece più ampia, sistematica e feroce.

    A Manresa, in Catalogna, dopo il 18 luglio 1936, la persecuzione contro preti, religiosi, religiose, laici, ebbe il suo inizio cruento.

    Quattro giorni dopo, il 22 luglio 1936 e pochi giorni prima dell’uccisione dei tre martiri, il loro convento era stato occupato, devastato e incendiato dai miliziani marxisti e anarchici. Costretti a rifugiarsi presso partenti e amici, in date diverse e in circostanze simili, furono sequestrati, torturati e assassinati senza alcun processo.  

    I martiri sono:    

   1) Benet da Santa Coloma de Gramenet (al secolo: Josep Domènech Bonet) nacque nel paese di Santa Coloma de Gramenet il 6 settembre 1892 in una famiglia contadina umile e profondamente cattolica. Fu battezzato l’11 settembre 1892 e fece la prima comunione il 30 maggio 1903. Avvertendo la chiamata al sacerdozio nel 1903 entrò nel seminario minore di Barcellona. Dopo qualche anno la sua vocazione meglio si definì come chiamata alla vita religiosa per cui vestì il saio cappuccino il 18 febbraio 1909 nel noviziato della Provincia di Barcellona di Arenys de Mar ed emise la prima professione il 20 febbraio 1910. Professò solennemente nel convento di Sarriá (Barcellona) il 23 febbraio 1913 e fu ordinato sacerdote il 29 maggio 1915.

   2) Josep Oriol da Barcellona (al secolo: Jaume Barjau Martì) nacque a Barcellona il 25 luglio 1891. La famiglia era molto cristiana e benestante. Ricevette il battesimo il 28 luglio 1891 e il 7 giugno 1892 ricevette il sacramento della cresima. Fece la prima comunione a nove anni. Per iniziativa di suo fratello entrò nel Seminario di Barcellona, ma non superò gli esami del primo anno cercò pertanto di imparare un mestiere. Sentendo forte l’attrazione per la vita cappuccina, il 21 ottobre 1906 iniziò il noviziato continuando poi la sua formazione nel convento di Igualada e successivamente in quello di Olot e di Sarriá a Barcellona. Professò solennemente il 15 agosto 1911 e fu ordinato sacerdote il 29 maggio 1915. Insegnò liturgia, ebraico e storia ecclesiastica nello studio teologico di Sarriá. Nel 1925 fu destinato al convento di Manresa e qui si dedicò alla predicazione, al ministero della confessione e alla direzione spirituale.

   3) Domènec da Sant Pere de Ruidebitllets (al secolo: Joan Romeu Canadell) nacque l’11 dicembre 1882 da una famiglia di contadini. Ricevette il battesimo il 17 dicembre 1882 e fu cresimato il 23 luglio dello stesso anno. Fece i primi studi nella scuola del paese, ma il parroco, visti in lui i germi della vocazione, lo preparò per entrare nel Seminario di Barcellona. Entrato nel 1897, portò felicemente a compimento gli studi filosofico-teologici e fu ordinato sacerdote il 25 maggio 1907. Lo attirava, però la vita religiosa francescana e l’anno seguente, il 3 ottobre 1908 entrò nel noviziato dei Cappuccini. Emise la professione temporanea il 4 ottobre 1909 e quella solenne il 4 ottobre 1912. Durante il periodo della formazione iniziale alla vita cappuccina si dedicò con frutto alla predicazione e al ministero della confessione. Nel 1913, andò missionario in Costa Rica e Nicaragua facendo ritorno in Catalogna nel 1930. Fu assegnato dapprima al convento di Sarriá, quindi a quello di Arenys de Mar e infine a quello di Manresa.

  La forte e significativa testimonianza di fede di Benet da Santa Coloma de Gramenet, Josep Oriol da Barcellona e Doménec da Sant Pere de Riudebiltless può anche oggi dire alla Chiesa e al mondo il forte bisogno e la viva esigenza di un annuncio del Vangelo e di una evangelizzazione che raggiunga anche le realtà più difficili e complesse.

    È la fedeltà al Vangelo di Cristo e al proprio stato di consacrati che portarono i tre martiri ad accettare di essere quel seme caduto in terra e che porta molto frutto, fecondo e duraturo e allo stesso tempo è capace di essere luce del mondo e sale della terra.

 

CONGREGAZIONE DELLA CAUSE DEI SANTI

 

VIC

Beatificazione ovvero Dichiarazione di Martirio dei

SERVI DI DIO

BENEDETTO DA SANTA COLOMA DE GRAMENET

e 2 COMPAGNI

dell’Ordine Frati Minori Cappuccini

(† 1936)

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DECRETO SUL MARTIRIO

 

    “Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria, che è Spirito di Dio, riposa su di voi. (…) Se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; per questo nome, anzi, dia gloria a Dio” (1Pt 4,14.16).

    La forte e luminosa testimonianza dei Servi di Dio Benedetto da Santa Coloma de Gramenet e 2 compagni mostra alla Chiesa e al mondo la ricchezza e grandezza del Vangelo di Cristo, per il quale hanno loro stessi sacrificato la vita.

    L’odio contro la fede cattolica si diffuse in Spagna intorno al 1930, ma dal 18 luglio 1936 si fece decisamente più feroce contro preti, religiosi, religiose e laici credenti. Quattro giorni dopo i miliziani entrarono nel convento dei Frati Minori Cappuccini di Manresa, lo occuparono e lo diedero alle fiamme. I Servi di Dio dovettero cercare rifugio in case di amici e famigliari ma in poche settimane vennero sequestrati, torturati e barbaramente uccisi.

    Questi Servi di Dio sono:

    1. Il Servo di Dio Benedetto da Santa Coloma de Gramenet (al secolo: Josep Doménech Bonet) nacque il 6 settembre 1892 nella diocesi di Barcellona. Entrò nel seminario di Barcellona ma, riconosciuti i segni della chiamata alla vita religiosa, indossò l’abito francescano. Emise la professione solenne nel 1913 e diventò sacerdote il 29 maggio 1915. Coltivava profondamente la vita interiore e desiderava intensamente la santità. Funse da Maestro dei novizi e del convento di Manresa era guardiano. I miliziani, dopo averlo catturato, gli imposero di bestemmiare ma egli si rifiutò. Portato in una località detta La Culla, vicino a Manresa, fu trucidato il 6 agosto 1936.

    2. Il Servo di Dio Josep Oriol da Barcellona (al secolo: Jaume Barjau Martí) nacque il 25 luglio 1891. Prima alunno del seminario di Barcellona, sentendo poi forte l’attrazione per la vita dei Cappuccini, compì la sua formazione religiosa a Igualada, Olot e Barcellona. Professò i voti perpetui nel 1911 e fu promosso all’ordine del presbiterato il 29 maggio 1915. Insegnò liturgia, lingua ebraica e storia della Chiesa. Amava scrivere edificanti biografie e promosse il canto sacro. Nel convento di Manresa si dedicò alla predicazione, al ministero del confessionale e alla direzione delle anime. Il 24 luglio 1936 portava la Comunione ad una Monaca Clarissa quando venne individuato e arrestato. Alla sera di quello stesso giorno, portato fuori dalla città, venne ucciso.

    3. Il Servo di Dio Domènec da Sant Pere de Ruidebitlles (al secolo: Joan Romeu Canadell) nacque in diocesi di Barcellona l’11 dicembre 1882. Diventò presbitero diocesano il 25 maggio 1907. L’anno successivo iniziò il noviziato presso i Padri Cappuccini. La sua professione solenne fu il 4 ottobre 1912. Partì come missionario per la Costa Rica e il Nicaragua e ritornò in Catalogna nel 1930. Si distinse come uomo virtuoso, particolarmente per fede e senso di obbedienza. Nella notte del 27 luglio 1936 venne arrestato a Manresa, percosso e torturato e infine ucciso.

    I Servi di Dio, amando la povertà come il Serafico Padre, furono privati della loro stessa vita per amore di Cristo. Essi, che già avevano sofferto vedendo la spogliazione e devastazione del convento, trovarono nella comunione con il Signore la forza di andare incontro alla morte. Come semi abbandonati alla terra, lasciarono che i miliziani sfogassero su di loro tutto l’odio per Dio e per gli uomini di Dio, consapevoli del frutto che la loro morte avrebbe portato per la fede della Chiesa.

    Per la fama di martirio che la loro uccisione ebbe, presso la Curia ecclesiastica di Vic fu istruito il Processo ordinario dal 18 aprile 1955 al 12 settembre 1956 e si tennero due Inchieste suppletive dal 29 ottobre 1997 al 5 aprile 2000 e dal 13 febbraio al 22 giugno 2006. Questa Congregazione delle Cause dei Santi emise il decreto sulla validità giuridica il 30 maggio 2008. Preparata la Positio e sottoposta il 24 gennaio 2017 al giudizio dei Consultori Storici, si è discusso secondo consuetudine se quello dei Servi di Dio sia stato un vero martirio. Con esito positivo, il 18 maggio 2019 si è celebrato il Congresso Peculiare dei Consultori Teologici. I Padri Cardinali e Vescovi, riuniti nella Sessione Ordinaria del 21 gennaio 2020, hanno riconosciuto che i Servi di Dio sono stati uccisi per la loro fedeltà a Cristo e alla Chiesa.

    Fatta quindi di tutte queste cose un’accurata relazione al Sommo Pontefice Francesco tramite il sottoscritto Cardinale Prefetto, Sua Santità, accogliendo e ratificando i voti di questa Congregazione delle Cause dei Santi ha oggi dichiarato: Consta il martirio e sua causa dei Servi di Dio Benedetto da Santa Coloma de Gramenet e 2 Compagni, dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, nel caso e per gli effetti per i quali si agisce.

    Il Sommo Pontefice ha dato incarico di pubblicare il presente decreto e di metterlo agli Atti della Congregazione delle Cause dei Santi.

    Roma, 23 gennaio 2020.

 

Angelo Card. Becciu

Prefetto

 

                                                                                            + Marcello Bartolucci

                                                                                            Arciv. tit. di Bevagna

                                                                                            Segretario

 

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CONGREGATIO DE CAUSIS SANCTORUM

 

VICENSIS

Beatificationis seu Declarationis Martyrii

Servorum Dei

BENEDICTI A SANCTA COLOMA DE GRAMENET

et II SOCIORUM

ex Ordine Fratrum Minorum Capuccinorum

 († 1936)

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DECRETUM SUPER MARTYRIO

 

    “Si exprobramini in nomine Christi, beati, quoniam Spiritus gloriae et Dei super vos requiescit. Si autem ut christianus [patiatur], non erubescat, glorificet autem Deum in isto nomine” (1Pe 4,14.16).

    Servorum Dei Benedicti de Sancta Coloma a Gramenet et II Sociorum forte atque clarum testimonium Ecclesiae totique mundo patefacit Evangelii Christi divitias magnitudinemque, quo ipsi vitam obtulerunt.

    Odium erga catholicam fidem circiter anno 1930 in Hispaniam pervagatum est, sed a die 18 mensis Iulii anno 1936 contra sacerdotes, religiosos, religiosas et christifideles laicos maxima saevitate increbuit. Quattuor post dies miles Conventum Fratrum Minorum Capuccinorum Minorisae violaverunt, invaderunt necnon incenderunt. Servi Dei ad amicorum vel propinquorum domos confugere coacti sunt at paucis in diebus ducti in vincula, cruciati et atrociter sunt occisi.

    Hi Servi Dei sunt:

    1. Servus Dei Benedictus de Sancta Coloma de Gramenet (in saeculo: Josep Doménech Bonet) die 6 mensis Septembris anno 1892 intra fines dioecesis Barcinonensis ortus est. Seminarium Barcinoniae ingressus est sed, vocationis ad vitam religiosam signis recognitis, vestem franciscalem induit. Professionem sollemnem anno 1913 emisit atque presbyter ordinatus est die 29 mensis Maii anno 1915. Vitam interiorem penitus colens, ferventer sanctitatem cupiebat. Novitiorum Magistri munere functus est et Minorisae Conventus Pater Guardianus erat. Miles qui ceperat eum blasphemare imperaverunt at ille recusavit. In locum v.d. La Culla prope Minorisam ductus, die 6 mensis Augusti anno 1936 est trucidatus.

    2. Servus Dei Josep Oriol de Barcinona Barcellona (in saeculo: Jaume Barjau Martí) die 25 mensis Iulii anno 1891 natus est. Primum Barcinonensis Seminarii alumnus, dein actractivam Capuccinorum vitae virtutem percipiens, institutionem religiosam perfecit in oppidis v.d. Igualada, Olot et Barcinonae. Vota perpetua nuncupavit anno 1911 et sacro presbiteratus ordine auctus est die 29 mensis Maii anno 1915. Liturgiam docuit et Hebraicum sermonem et Ecclesiae historiam. Eximias vitas scribere delectabatur et cantum sacrum promovit. In Minorisae Conventu praedicationi, confessionarii ministerio ac animarum moderationi se tradidit. Die 24 mensis Iulii anno 1936 Communionem cuidam Moniali Ordinis Sanctae Clarae ferebat, cum inventus et prehensus est. Vespere eiusdem diei, extra civitatem gestus, est necatus.

    3. Servus Dei Dominicum de Sancto Petro de Ruidebitlles (in saeculo: Joan Romeu Canadell) in dioecesi Barcinonensi die 11 mensis Decembris anno 1882 ortum duxit. Dioecesanus presbyter die 25 mensis Maii anno 1907 factus est. Insequenti anno apud Patre Capuccinorum novitiatum inchoavit. Professio sollemnis eius die 4 mensis Octobris anno 1912 evenit. Costaricam ac Nicaraguam uti missionarius profectus est et anno 1930Catalauniam rediit. Vir plenus virtute, fide oboedientiaeque sensu precipue eminuit. Nocte diei 27 mensis Iulii anno 1936 Minorisae captus, percussus, cruciatus et postremo interfectus est.

    Servi Dei, pauperitatem Seraphici Patris modo amantes, ob caritatem in Christum vita ipsa orbati sunt. Qui iam Conventus spoliationem vastationemque videntes passi erant, in communione cum Domino fortitudinem morti occumbendi invenierunt. Sicut semina in terram relicta, permiserunt milites in eos ipsos odium Dei Deique hominum erumpere, scientes mortem suam pro fide Ecclesiae fecundam.

    Martyrii fama quam nex eorum habuit, iuxta Curiam ecclesiasticam Vicensem Processu Ordinarius a die 18 mensis Aprilis anno 1955 ad diem 12 mensis Septembris anno 1956 instructus est ac duo Inquisitiones Suppletivae a die 29 mensis Octobris anno 1997 ad diem 5 mensis Aprilis anno 2000 et a die 13 mensis Februarii ad diem 22 mensis Iunii anno 2006 habitae sunt. Haec Congregatio de Causis Sanctorum decretum de validitate iuridica die 30 mensis Maii anno 2008 emisit. Positione confecta dieque 24 mensis Ianuarii anno 2017 Historicurum Consultorum iudicio subiecta, iuxta consuetudinem disceptatum est an Servorum Dei verum fuisset martyrium. Fausto cum exitu, die 18 mensis Maii anno 2019 Peculiaris Theologorum Consultorum Congressus celebratus est. Patres Cardinales et Episcopi Ordinaria in Sessione diei 21 mensis Ianuarii anno 2020 congregati, Servos Dei ob eorum fidem in Christum et in Ecclesiam interfectos esse agnoverunt.

    Facta demum de hisce omnibus rebus Summo Pontifici Francisco per subscriptum Cardinalem Praefectum accurata relatione, Sanctitas Sua, vota huius Congregationis de Causis Sanctorum excipiens rataque habens, hodierno die declaravit: Constare de martyrio eiusque causa Servorum Dei Benedicti de Sancta Coloma de Gramenet et II Sociorum, ex Ordine Fratrum Minorum Cauccinorum, in casu et ad effectum de quo agitur.

    Hoc autem decretum publici iuris fieri et in acta Congregationis de Causis Sanctorum Summus Pontifex referri mandavit.

    Datum Romae, die 23 mensis Ianuarii a.D. 2020.

 

Angelus Card. Becciu

Praefectus

 

                                                                                                        + Marcellus Bartolucci

                                                                                                        Archiep. tit. Mevaniensis

                                                                                                        A Secretis

 

I MARTIRI, PRIMAVERA NELLA CHIESA

Omelia nella beatificazione di Benet de Santa Coloma de Gramenet e due compagni martiri

 

    «Richiamate alla memoria quei primi giorni: dopo aver ricevuto la luce di Cristo, avete dovuto sopportare una lotta grande e penosa, ora esposti pubblicamente a insulti e persecuzioni, ora facendovi solidali con coloro che venivano trattati in questo modo»: in queste parole della Lettera agli Ebrei, che abbiamo ascoltato, possiamo senz’altro riconoscere la testimonianza dei tre nostri beati i quali, per vie diverse, ma tra loro congiunte dal proposito di seguire il Poverello di Assisi, giunsero qui a Manresa e avviarono un ministero esemplare e fecondo nella predicazione e nella guida spirituale. Quando scoppiò la Guerra Civile e il loro convento fu occupato, devastato e incendiato dai miliziani loro, in obbedienza alle indicazioni dei Superiori religiosi, cercarono un rifugio ospitale. Furono, però, ricercati e presto catturati; furono quindi sottoposti a percosse e umiliazioni. Al p. Benet fu anche chiesto di bestemmiare e di rinnegare la fede in Cristo. Tutti e tre furono messi a morte senza alcun processo, ma solo perché cristiani e così, come continua l’Autore della Lettera, hanno accettato con gioia di essere spogliati di tutto «sapendo di possedere beni migliori e duraturi» (Ebr 10,32-34).

    La loro storia somiglia a quella di tutti gli altri martiri; una storia che, però, per quanto ripetuta per secoli sino ad oggi nella storia della Chiesa, è sempre una storia singolare, perché ciascuno è, dinnanzi a Dio, unico e irripetibile e, in Gesù Cristo, chiamato sempre col proprio inconfondibile nome (cf. Giovanni Paolo II, Christifideles laici, n. 28). Sicché nel volto di ogni martire troviamo un originale spiraglio da cui scrutare un tratto del volto di Cristo: è sempre lui, difatti, a concedere a ciascuno la fermezza della perseveranza e a donare nel combattimento la vittoria (cf. Prefazio II dei Santi Martiri). Il martire porta sempre e dovunque nel proprio corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel suo corpo (cf. 2Cor 4,10).

    Com’è paradossale, ma pure quanto è reale questo scambio tra la morte e la vita: «Siamo moribondi e invece viviamo» (2Cor 6,9), scrive san Paolo. È un principio di vita spirituale. San Gregorio Magno spiega che «quanto più esteriormente il giusto sopporta avversità, tanto più egli splende interiormente per la luce delle virtù e l’anima dei buoni, quanto più dure prove sopporta per la verità, tanto più spera con certezza i beni eterni» (Moralia in Iob, II, X, 35: PL 75, 941. A maggior ragione questo lo diremo per il martire, il quale non vive per morire, né è semplicemente un «essere per la morte», bensì muore per vivere. Nella sua morte egli sperimenta il passaggio dalla morte alla vita di Cristo in lui, al punto da poter dire: «non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20).

    Possiamo aggiungere che la relazione del morire e vivere con Cristo è, nel martire, inseparabile del morire e vivere con la Chiesa e, più concretamente, con ogni Chiesa particolare ed ogni ecclesiola in Ecclesia (ossia con tutte le realtà ecclesiali) dove e per la quale il martire dona la vita. Sarebbe insufficiente, difatti, una relazione tra Cristo e il martire che non transiti per quella con la Chiesa. Se ogni martirio, da duemila anni a oggi, inaugura la primavera della Chiesa è perché il martire dà compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella propria carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa (cf. Col 1,24).

    Perfetto, il sacrificio di Cristo lo è certamente, né ha bisogno di alcuna aggiunta perché è compiuto una volta per sempre. Nel tempio della Chiesa, che è il suo corpo, però, manca qualcosa che è richiesto ad ogni credente ed è la martyria, ossia la testimonianza sino all’effusione del sangue. In questione – facciamo attenzione – non è il martirio a tutti i costi, da cui la Chiesa ha sempre cercato di evitare pericolose derive. Sappiamo che nel furore della tormenta anche i nostri beati martiri cercarono un rifugio presso persone amiche! In questione, piuttosto, è la testimonianza che dona fecondità alla vita della Chiesa; la rende capace di essere madre che dona la fede e, al tempo stesso, figlia generata dalla fedeltà della testimonianza.

    C’è un ultimo aspetto che desidero evidenziare, ch’è poi quello decisivo: il fatto che in ogni martirio non è uno spirito umano ad agire, ma lo Spirito Santo, dal quale hanno origine l’amore sincero e la parola della verità (cf. 2Cor 6,7). È lo Spirito che santifica il credente rendendolo testimone, o martire della verità. Il martirio – è importante sottolinearlo e sempre utile ripeterlo – non nasce da sé, dal disprezzo per la vita, o da una forma di eroismo estremo, bensì dall’azione vivificante dello Spirito di santità. Quando lo Spirito adombra la vita del discepolo, ecco che egli diventa testimone ovunque: a qualsiasi spazio e tempo appartenga. Ancor più quando si tratta di martirio. Per attraversare la morte in funzione della vita è necessario che sia lo Spirito ad agire sicché quanti hanno lo Spirito di santità rimangono lieti, anche quando sono afflitti; benché poveri, sono capaci di arricchire molti ed anche se non hanno nulla, possiedono tutto (cf. 2Cor 6,10).

    L’onore, dunque, che noi oggi rendiamo ai nostri tre beati martiri, capovolge in modo impensabile, ma vero il processo della vita e della morte. Pure le loro reliquie, oggi esposte alla nostra venerazione, non sono per nulla frammenti di morte, ma germi di vita. Ci ricordano, infatti, che il chicco di grano caduto in terra muore sì, ma produce molto frutto (cf. Gv 12,25). Quello, dunque, che si è verificato nel Capo, si rinnova in ogni membro del corpo di Cristo, la santa Chiesa.

 

    Manresa, Basilica di Santa Maria de la Seo, 6 novembre 2021

 

Marcello Card. Semeraro

 

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Traduzione in lingua spagnola

 

 

Los mártires, primavera de la Iglesia

Homilía en la beatificación de Benet de Santa Coloma de Gramenet y los dos compañeros mártires

 

    «Recordad aquellos primeros días: después de haber recibido la luz de Cristo, habéis tenido que soportar una lucha grande y penosa, sea expuestos públicamente a insultos y persecuciones, sea haciéndoos solidarios con aquellos que eran tratados de esta manera»: en estas palabras de la Carta a los Hebreos que hemos escuchado, podemos sin duda reconocer el testimonio de nuestros tres beatos, quienes, por caminos distintos pero relacionados entre ellos por el propósito de seguir al Poverello de Asís, llegaron aquí a Manresa, donde desarrollaron un ministerio ejemplar y fecundo en la predicación y en la guía espiritual.

    Cuando estalló la guerra civil y su convento fue ocupado, devastado, e incendiado por los milicianos, ellos, en obediencia a las indicaciones de los Superiores religiosos, buscaron refugio y de momento lo encontraron. Sin embargo, fueron buscados y pronto capturados; después fueron sometidos a golpes y humillaciones. Al padre Benet incluso lo incitaron a blasfemar y a renegar de la fe en Cristo, sin conseguirlo.

    Los tres fueron ejecutados sin ningún proceso, tan sólo porque eran cristianos y así, como continúa el Autor de la Carta a los Hebreos, aceptaron con alegría ser despojados de todo, «sabiendo que poseían unos bienes mejores y perennes» (Hb 10,32-34).

    Su historia se asemeja a la de todos los demás mártires; ahora bien, una historia que se ha repetido durante siglos hasta hoy en la historia de la Iglesia constituye siempre una historia singular, porque cada uno es ante Dios único e irrepetible y, en Jesucristo, es llamado siempre con el propio e inconfundible nombre (cf. Juan Pablo II, Christifideles laici, n. 28). De manera que en el rostro de cada mártir encontramos un original espejo en donde descubrir los rasgos del rostro de Cristo: en efecto, es siempre Él quien concede a cada uno la firmeza de la perseverancia y le da en el combate la victoria (cf. Prefacio II de los Santos Mártires). El mártir lleva siempre y en todas partes en el propio cuerpo la muerte de Jesús, para que también la vida de Jesús se manifieste en su cuerpo (cf. 2Co 4,10).

    Ciertamente es paradójico, mas también real, este intercambio entre la muerte y la vida: «Nos dan por muertos pero vivimos» (2Co 6,9), escribe San Pablo. Es un principio de vida espiritual.

    San Gregorio Magno explica que «cuanto más exteriormente el justo soporta adversidades, tanto más él resplandece interiormente por la luz de las virtudes, y el alma de los buenos, cuanto más duras pruebas soporta por la verdad, tanto más espera con certeza los bienes eternos» (Moralia in Iob, II, X, 35: PL 75, 941).

    Con mayor razón esto lo aplicaremos al mártir, el cual no vive para morir, ni es simplemente un «ser para la muerte», sino que muere para vivir. En su muerte él experimenta el paso de la muerte a la vida de Cristo en sí mismo, hasta el punto de que puede decir: «ya no vivo yo sino que Cristo vive en mí; y esta vida, que yo vivo en el cuerpo, la vivo en la fe del Hijo de Dios que me ha amado y se ha entregado a sí mismo por mí» (Ga 2,20).

    Podemos añadir que la relación del morir y vivir con Cristo es, en el mártir, inseparable del morir y vivir con la Iglesia y, más concretamente, con cualquier Iglesia particular y con toda ecclesiola in Ecclesia (es decir, con todas las “realidades eclesiales”) donde y por la cual el mártir da su vida. En efecto, sería insuficiente una relación entre Cristo y el mártir que no pasara por la relación con la Iglesia. Si todo martirio, desde hace dos mil años hasta hoy, inaugura la primavera de la Iglesia, es porque el mártir completa lo que, de los sufrimientos de Cristo, falta en la propia carne, a favor de su cuerpo que es la Iglesia (cf. Col 1,24).

    El sacrificio de Cristo es ciertamente perfecto y no tiene necesidad de ningún complemento porque se cumplió una vez para siempre. Sin embargo, en el tiempo de la Iglesia, que es su cuerpo, falta algo que se pide a cualquier creyente, y es la martyria, o sea, el testimonio hasta la efusión de la sangre. Fijémonos bien: no es el martirio a toda costa, a propósito del cual la Iglesia siempre ha buscado evitar peligrosas desviaciones.

    Sabemos que, en el furor de la tormenta, ¡también nuestros beatos mártires buscaron un refugio en casa de personas amigas! De hecho, más bien, es el testimonio el que confiere fecundidad a la vida de la Iglesia; la hace capaz de ser madre que da la fe y, al mismo tiempo, hija generosa de la fidelidad del testimonio.

    Hay un último aspecto que deseo subrayar, que además es el decisivo: el hecho de que en todo martirio no actúa un espíritu humano sino el Espíritu Santo, de quien proceden el amor sincero y la palabra de la verdad (cf. 2Co 6,7). Es el Espíritu quien santifica al creyente haciéndole testigo, o mártir, de la verdad. El martirio –es importante subrayarlo y siempre útil repetirlo– no nace de sí mismo, del desprecio de la vida, o de una forma de heroísmo extremo, sino de la acción vivificante del Espíritu de santidad. Cuando el Espíritu ilumina la vida del discípulo, he aquí que él se convierte en testigo en cualquier lugar, en cualquier espacio y tiempo en que se encuentre. Más todavía cuando se trata del martirio.

    Para atravesar la muerte en vista de la vida es necesario que sea el Espíritu el que actúe, de modo que quienes poseen el Espíritu de santidad permanecen alegres incluso cuando están afligidos; aunque sean pobres, son capaces de enriquecer a muchos y aunque no posean nada, lo poseen todo (cf. 2Co 6,10).

    Por lo tanto, el honor que hoy rendimos a nuestros tres beatos mártires invierte de modo impensable pero verdadero el proceso de la vida y de la muerte. Incluso sus reliquias, hoy expuestas a nuestra veneración, no son en ningún modo vestigios de muerte, sino semillas de vida. En efecto, nos recuerdan que el grano de trigo caído en tierra muere ciertamente, pero produce mucho fruto (cf. Jn 12,25). Por consiguiente, lo que se ha verificado en la Cabeza, se renueva en cada miembro del cuerpo de Cristo, la santa Iglesia.

 

    Manresa, Basílica de Santa María de la Seo, 6 de noviembre de 2021

 

Marcello Card. Semeraro