Emilio Moscoso

Emilio Moscoso

(1846-1897)

Beatificazione:

- 16 novembre 2019

- Papa  Francesco

Ricorrenza:

- 4 maggio

Sacerdote della Compagnia di Gesù e martire: ucciso nel 1897 nel clima persecutorio contro la Chiesa Cattolica. Primo martire ecuadoriano

  • Biografia
  • Angelus
  • omelia di beatificazione
“Siamo tribolati ma non schiacciati: sconvolti ma non disperati; perseguitati ma non abbandonati”

 

Salvador Victor Emilio Moscoso Cárdenas nacque a Cuenca (Ecuador) il 21 aprile 1846, nono figlio di Juan Manuel Moscoso Benítez e María Antonia Cárdenas Arciniega, che ebbero ancora altri quattro figli. Era una famiglia di profonda fede cristiana e molto praticante. I genitori erano benestanti e da ferventi credenti vollero dare ai figli un’educazione cristiana e una migliore formazione culturale. Nella città natale era molto diffusa la devozione all’Eucaristia ed Emilio si impregnò di questa spiritualità.

Aveva già iniziato gli studi universitari in giurisprudenza quando, il 4 aprile 1864, decise di entrare nel noviziato della Compagnia di Gesù a Cuenca. Per realizzare questo desiderio dovette superare la resistenza del padre. Concluse il periodo di noviziato nella capitale Quito e fece la prima professione il 27 aprile 1866. Negli anni successivi i superiori lo inviarono nei centri educativi della Compagnia a Riobamba (1867), Guayaquil (1868) e di nuovo a Riobamba (1873) come insegnante in materie letterarie e filosofiche. Perfezionò la formazione teologica prima in Ecuador a Quito e Pifo, e poi in Francia a Poyan. Prima di partire per l’Europa fu ordinato sacerdote il 1º novembre 1876. Al termine degli studi teologici raggiunse Manresa, in Spagna, per compiere la terza probazione gesuita.

Nel 1879 si recò a Lima per svolgere attività pastorale e spirituale nel pensionato e poi nel liceo dell’Immacolata come docente. Nella capitale peruviana emise i voti perpetui. Nel 1882 fu destinato a Quito come membro della comunità del liceo San Luis, dove rimase fino al 1888. L’anno seguente fu trasferito nel centro educativo superiore di Riobamba, con compiti di carattere comunitario, spirituale e pastorale. Nel 1892 fu nominato rettore di quest’opera che comprendeva le scuole superiori e una facoltà di Filosofia. Alla fine dell’anno chiese al preposito generale di essere esonerato dell’incarico di rettore a causa di problemi di salute.

All’inizio del 1894 si rimise e riuscì a guidare con saggezza l’opera educativa e pastorale. Nel del 1895 presentò però per una seconda volta la richiesta di essere sollevato dall’impegno di rettore, ma il preposito generale Luis Martín García non accolse la sua domanda, che Moscoso rinnovò ancora una volta nel 1897.

Con la rivoluzione del 1895 e l’ascesa al potere di Eloy Alfaro dopo la battaglia di Gatazo (14 agosto) si diffuse un acceso atteggiamento anticlericale e persecutorio nel Paese, che ebbe ripercussioni anche a Riobamba.

I conflitti tra Stato e Chiesa attraversano la storia dell’Ecuador indipendente dalla Spagna nella prima metà del xix secolo. Appena eletto presidente nel 1861, Gabriel García Moreno (1821-1875), in quanto cattolico convinto, fece firmare il concordato con la Santa Sede nel 1862, riconoscendo l’Ecuador come uno Stato confessionale e attribuendo molti privilegi alla Chiesa. Nonostante l’opposizione liberale-massonica, il concordato fu riconosciuto come legge dello Stato.

Sotto il suo secondo mandato (1869-1875), García Moreno denunciò l’espropriazione degli Stati Pontifici e Pio ix gradì il gesto decorandolo e inviandogli una reliquia di sant’Ursicino, tuttora venerata nella cattedrale di Quito.

Il 25 marzo 1874, il presidente accettò la consacrazione del Paese al Sacro Cuore, ma fu ucciso il 6 agosto 1875 dai giovani liberali con la complicità della massoneria poco dopo la sua terza rielezione.

La morte di García Moreno diede luogo a disordini sociali e a conflitti con la Chiesa. Il 28 giugno 1877 fu sospeso il concordato con la Santa Sede. Alla protesta della gerarchia cattolica del Paese, il nuovo governo liberale rispose con persecuzioni ed espulsioni di vescovi e sacerdoti.

Di fronte allo scontento generale, il concordato fu ristabilito il 14 marzo 1882. Tuttavia, la successione dei diversi governi non riuscì a porre fine alle tensioni sociali e alla violenza. Il 5 giugno 1895 salì al potere il generale capo dell’esercito Eloy Alfaro Delgado (1842-1912), di tendenza liberale. Egli però dovette far fronte alla ribellione civile e militare di Ignacio Robles, che aveva la sua base a Guayaquil.

Con la sua vittoria, Eloy Alfaro si proclamò capo supremo e scatenò un clima di persecuzione politica contro la Chiesa. In particolare promosse leggi sociali avverse in ambito educativo e matrimoniale, espropriazioni dei conventi, abolizione del concordato con la Santa Sede, arresto arbitrario di sacerdoti e religiosi, profanazione dei luoghi e cose sacre.

In questa situazione, il vescovo di Riobamba, Arsenio Andrade, fu imprigionato dal 27 aprile al 1° maggio 1897. La comunità dei gesuiti venne incarcerata il 2 maggio successivo per presunta cospirazione contro il governo. Grazie alla pressione popolare, i religiosi vennero rilasciati il giorno seguente.

Il 4 maggio il collegio fu assaltato e profanato, anche in risposta ai ribelli conservatori che vi si erano rifugiati. I gesuiti furono accusati di partecipare attivamente con armi alla rivolta. Nello stesso giorno Emilio venne assassinato e per inganno gli fu messo tra le mani il fucile con il quale era stato ucciso per far vedere che era armato e stava sparando prima di morire.

PAPA FRANCESCO

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 17 novembre 2019

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo di questa penultima domenica dell’anno liturgico, (cfr Lc 21, 5-19) ci presenta il discorso di Gesù sulla fine dei tempi. Gesù lo pronuncia davanti al tempio di Gerusalemme, edificio ammirato dalla gente a motivo della sua imponenza e del suo splendore. Ma Egli profetizza che di tutta quella bellezza del tempio, quella grandiosità «non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta» (v. 6). La distruzione del tempio preannunciata da Gesù è figura non tanto della fine della storia, quanto del fine della storia. Infatti, di fronte agli ascoltatori che vogliono sapere come e quando accadranno questi segni, Gesù risponde con il tipico linguaggio apocalittico della Bibbia.

Usa due immagini apparentemente contrastanti: la prima è una serie di eventi paurosi: catastrofi, guerre, carestie, sommosse e persecuzioni (vv. 9-12); l’altra è rassicurante: «Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto» (v. 18). Dapprima c’è uno sguardo realistico sulla storia, segnata da calamità e anche da violenze, da traumi che feriscono il creato, nostra casa comune, e anche la famiglia umana che vi abita, e la stessa comunità cristiana. Pensiamo a tante guerre di oggi, a tante calamità di oggi. La seconda immagine – racchiusa nella rassicurazione di Gesù – ci dice l’atteggiamento che deve assumere il cristiano nel vivere questa storia, caratterizzata da violenza e avversità.

E qual è l’atteggiamento del cristiano? È l’atteggiamento della speranza in Dio, che consente di non lasciarsi abbattere dai tragici eventi. Anzi, essi sono «occasione di dare testimonianza» (v. 13). I discepoli di Cristo non possono restare schiavi di paure e angosce; sono chiamati invece ad abitare la storia, ad arginare la forza distruttrice del male, con la certezza che ad accompagnare la sua azione di bene c’è sempre la provvida e rassicurante tenerezza del Signore. Questo è il segno eloquente che il Regno di Dio viene a noi, cioè che si sta avvicinando la realizzazione del mondo come Dio lo vuole. È Lui, il Signore, che conduce la nostra esistenza e conosce il fine ultimo delle cose e degli eventi.

Il Signore ci chiama a collaborare alla costruzione della storia, diventando, insieme a Lui, operatori di pace e testimoni della speranza in un futuro di salvezza e di risurrezione. La fede ci fa camminare con Gesù sulle strade tante volte tortuose di questo mondo, nella certezza che la forza del suo Spirito piegherà le forze del male, sottoponendole al potere dell’amore di Dio. L’amore è superiore, l’amore è più potente, perché è Dio: Dio è amore. Ci sono di esempio i martiri cristiani – i nostri martiri, anche dei nostri tempi, che sono di più di quelli degli inizi – i quali, nonostante le persecuzioni, sono uomini e donne di pace. Essi ci consegnano una eredità da custodire e imitare: il Vangelo dell’amore e della misericordia. Questo è il tesoro più prezioso che ci è stato donato e la testimonianza più efficace che possiamo dare ai nostri contemporanei, rispondendo all’odio con l’amore, all’offesa con il perdono. Anche nella vita quotidiana: quando noi riceviamo un’offesa, sentiamo dolore; ma bisogna perdonare di cuore. Quando noi ci sentiamo odiati, pregare con amore per la persona che ci odia. La Vergine Maria sostenga, con la sua materna intercessione, il nostro cammino di fede quotidiano, alla sequela del Signore che guida la storia.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

ieri a Riobamba, in Ecuador, è stato proclamato Beato padre Emilio Moscoso, sacerdote martire della Compagnia di Gesù, ucciso nel 1897 nel clima persecutorio contro la Chiesa Cattolica. Il suo esempio di religioso umile, apostolo della preghiera ed educatore della gioventù, sostenga il nostro cammino di fede e di testimonianza cristiana. Un applauso al nuovo Beato!

Oggi celebriamo la Giornata Mondiale dei Poveri, che ha per tema le parole del salmo “La speranza dei poveri non sarà mai delusa” (Sal 9,19). Il mio pensiero va a quanti, nelle diocesi e nelle parrocchie di tutto il mondo, hanno promosso iniziative di solidarietà per dare concreta speranza alle persone più disagiate. Ringrazio i medici e gli infermieri che hanno prestato servizio in questi giorni nel Presidio Medico qui in Piazza San Pietro. Ringrazio per tante iniziative in favore della gente che soffre, dei bisognosi, e questo deve testimoniare l’attenzione che non deve mai mancare nei confronti dei nostri fratelli e sorelle. Ho visto recentemente, pochi minuti fa, alcune statistiche sulla povertà. Fanno soffrire! L’indifferenza della società verso i poveri… Preghiamo. [silenzio di preghiera]

Saluto tutti voi pellegrini, venuti dall’Italia e da diversi Paesi. In particolare, saluto la Comunità Ecuadoriana di Roma, che festeggia la Virgen del Quinche; i fedeli del New Jersey e quelli di Toledo; le Figlie di Maria Ausiliatrice provenienti da vari Paesi e l’Associazione Italiana Accompagnatori Santuari Mariani nel Mondo. Saluto i gruppi di Porto d’Ascoli e di Angri; e i partecipanti al pellegrinaggio delle Scuole Lasalliane di Torino e Vercelli per la chiusura del terzo centenario della morte di San Giovanni Battista de la Salle.

Martedì incomincerò il viaggio in Tailandia e Giappone: vi chiedo una preghiera per questo viaggio apostolico. E auguro a tutti una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

BEATIFICAZIONE DI P. EMILIO MOSCOSO

OMELIA DEL CARD. ANGELO BECCIU

 

(Riobamba, Ecuador, sabato 16 novembre 2019)

 

 

«La grazia, accresciuta a opera di molti, faccia abbondare l’inno di ringraziamento, a gloria di Dio» (2Cor 4,15).

 

Cari fratelli e sorelle,

un motivo per innalzare l’inno di ringraziamento a gloria di Dio è, per la Chiesa universale e specialmente per la Chiesa dell’Ecuador, la beatificazione di padre Emilio Moscoso, sacerdote gesuita, la cui testimonianza eroica oggi esaltiamo e proponiamo al Popolo di Dio. La sua vita di apostolo, pieno di dedizione e coraggio, è sempre stata ispirata da un instancabile zelo evangelizzatore. Religioso innamorato della sua vocazione, dedito al Signore e al bene degli altri, era ritenuto un apostolo generoso, mite, mansueto, pronto al sacrificio, ben voluto dai confratelli e dalla gente, nonché dai sacerdoti della diocesi e dal Vescovo.

Il suo martirio è manifestazione di quanto ci ha ricordato l’apostolo Paolo: «Siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati» (vv.8-9). Né le sofferenze delle malattie, né il peso della responsabilità, né l’indefessa attività ministeriale svolta frequentemente in circostanze rischiose, riuscirono a soffocare in padre Emilio la gioia irradiante che nasceva dal suo amore per Cristo, e che nessuno gli ha potuto togliere. La radice più profonda della dedizione agli altri era il suo ardente desiderio di immedesimarsi in Gesù, persino nella sua morte. Fu ucciso, infatti, nella sua camera mentre pregava il Rosario davanti al crocifisso. Si può dire che egli associò così il suo sacrificio con quello di Cristo sulla croce. Tale sua conformazione alla morte redentrice del Figlio di Dio è testimoniata anche dai persecutori che saccheggiarono la residenza dei gesuiti al grido «Mueran los frailesmuera Cristo» (Positio, Summ. Docum. doc. 51, 240-241).

L’uccisione del Beato Emilio Moscoso si inserisce nel clima persecutorio e di crescente violenza contro la Chiesa Cattolica che caratterizzò, in quegli anni, la storia dell’Ecuador ed in particolare la regione di Riobamba. Rientrano in tale contesto l’arresto del Vescovo diocesano, quello di altri sacerdoti e di alcuni gesuiti. Risalgono a questo periodo anche nume­rosi altri provvedimenti adottati contro la Chiesa, come la chiusura dei seminari minori, le restrizioni nell’insegnamento, i controlli sulle parrocchie, le espropriazioni di conventi, l’arresto di religiosi, fino ad arrivare all’abolizione del Concordato con la Santa Sede. Il 4 maggio 1897 si verificò l’attacco e l’invasione del Collegio San Felipe, di cui era Rettore il padre Emilio. Tale atto corrispondeva ad un sentimento di odio contro la fede e contro la Chiesa messi in atto dal governo liberale, influenzato da ideologie anticristiane, come dimostrano le azioni violente che accompagnarono l’assassinio stesso del Padre Moscoso: assalto alla chiesa, profanazione dell’Eu­caristia, distruzione di immagini sacre e suppellettili liturgiche, furti nel collegio, insulti e minacce ai religiosi.

Abbiamo ascoltato nella pagina evangelica il monito di Gesù: «Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Gv 12,25). In queste parole possiamo veder delineato l’itinerario spirituale del Beato Emilio Moscoso, uomo di Dio, non solo nella intensa preghiera, ma anche nella instancabile dedizione al ministero sacerdotale, mediante un continuo dono di se stesso. Dalle testimonianze raccolte nel corso del processo canonico, emerge il profilo virtuoso di un religioso animato dallo spirito evangelico e impegnato nel servizio del prossimo, senza escludere la possibilità di dovere offrire la propria vita imitando radicalmente Cristo e accogliendo il martirio (cfr Informatio, pp. 65-67). Il suo carattere timido e pacifico, non gli impediva di essere coerente e coraggioso nell’esercizio delle proprie responsabilità, fino alla fine.

Al momento dello scontro armato tra le due fazioni militari e davanti alla violenza degli aggressori, fu cosciente del pericolo estremo ma decise di rimanere al suo posto, senza fuggire. Inoltre, reagì attivamente a quella violenza affrontando nella preghiera quegli eventi e presentandoli a Dio perché potesse intervenire e comunque disponendosi attivamente a fare la Sua volontà qualunque essa fosse, anche la morte. Egli fu pienamente consapevole della missione affidata da Cristo ad ogni apostolo e si sforzò fino alla fine di imitare il Figlio di Dio, che volle salvare il mondo mediante l’umiliazione della Croce.

Così aveva fatto durante tutta la sua esistenza, ha lavorato e sofferto per produrre molto frutto, seguendo l’esempio di Gesù, chicco di grano caduto in terra (cfr Gv 12, 24), e attuando il carisma di sant’Ignazio di Loyola. In tutte le comunità della Compagnia di Gesù dove il padre Emilio Moscoso si trovò, lasciò sempre un ricordo di fedeltà, di fraternità e di servizio, lavorando intensamente per la formazione delle giovani generazioni. In quanti avvicinava egli cercava di instillare l’amore di Gesù povero ed umile e l’amore all’eucarestia; libero da ogni ricerca di rico­noscimenti e di titoli, ha dato esempio mirabile di umiltà e obbedienza, sempre pronto ad accettare le disposizioni dei superiori e il lavoro nella missione pastorale.

Con la Beatificazione di Padre Emilio Moscoso, ci viene presentato il modello di un sacerdote che fu coraggioso testimone dell’amore di Cristo. I presbiteri, i religiosi e l’intera Chiesa che è in Ecuador è incoraggiata a imitare il nuovo Beato che ha dato la vita per il Vangelo. In particolare, si sentiranno stimolati a seguirne l’esempio i suoi confratelli gesuiti e le Francescane di Maria Immacolata, la cui fondazione fu uno dei primi e fecondi frutti del martirio di padre Emilio: l’istituto fu infatti fondato con il preciso scopo di riparare alle gravi profanazioni e alla sua uccisione. Sempre in suo ricordo a Cuenca, città natia del martire dell’Eucarestia, come qui viene chiamato, è stata dedicata la chiesa del “Santo Cenaculo” all’adorazione perpetua dell’eucarestia.

I suoi carnefici, eliminando lui, volevano colpire la fede cattolica. Ma fu un tentativo inutile. Il martirio di questo eroico gesuita, sempre vivo nel ricordo devoto e orante della popolazione, ha dimostrato che la violenza non è in grado di rimuovere la fede dalle persone, né di eliminare la presenza della Chiesa nella società. Quanti tentativi vi sono stati nella storia della Chiesa! Eppure essa, provata, sbeffeggiata, perseguitata lungo i secoli è più viva che mai. Dobbiamo riconoscere che anche oggi sono presenti visioni esistenziali che cercano di sradicare la nostra gente dalle proprie tradizioni culturali e religiose. Concezioni che non rispettano la dignità della persona umana, la vita dal concepimento al suo naturale tramonto, la famiglia e il matrimonio tra un uomo e una donna.

La vita virtuosa e la morte eroica del Beato Emilio Moscoso incoraggiano ciascuno di noi a portare con entusiasmo la luce del Vangelo ai nostri contemporanei, così come ha fatto lui. La sua testimonianza è attuale e ci offre un significativo messaggio: non ci si improvvisa martiri, il martirio è frutto di una fede radicata in Dio e vissuta giorno per giorno; la fede richiede coerenza, coraggio e intensa capacità di amare Dio e il prossimo, con il dono di se stessi. Il Padre Emilio indica a tutta la Chiesa, a tutti noi, la strada per realizzare questo amore: la docilità alla volontà di Dio, da ricercare sempre e dovunque; l’attaccamento alla parola di Dio da accogliere ogni giorno come guida delle nostre azioni; la scelta di Maria, la Madre di Gesù, come modello di vita cristiana; la devozione all’eucaristia, come luogo privilegiato per assaporare il mistero della presenza del Signore in mezzo al suo popolo; la passione per la Chiesa e la disponibilità senza misura alle necessità degli altri, nei quali occorre sempre vedere il volto di Gesù.

Vi accompagni in questo cammino la materna protezione della Vergine Maria, e l’intercessione del nuovo Beato.

Beato Emilio Moscoso, prega per noi!