Francesco Mottola

Francesco Mottola

(1901-1969)

Beatificazione:

- 10 ottobre 2021

- Papa  Francesco

Ricorrenza:

- 13 giugno

Sacerdote diocesano, Fondatore dell’Istituto Secolare delle Oblate del Sacro Cuore

  • Biografia
  • il miracolo
  • Omelia nella Beatificazione
Sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo (I Cor 4,15)

 

Nato a Tropea (Catanzaro) il 3 gennaio 1901 da una famiglia nobile ma decaduta, il piccolo Francesco ricevette il battesimo due giorni dopo la nascita.

La sua infanzia, pur vissuta in un ambiente religioso, fu drammaticamente segnata dal suicidio della madre, evento che ebbe una notevole influenza sul carattere del ragazzo, in seguito ulteriormente provato dalla morte prematura di un fratello. Anche alla luce di questi fatti la personalità del giovane, che nel frattempo era entrato in seminario, andava configurandosi con tratti di indubbia vivacità, intelligenza, animo poetico, ma anche con significativi limiti caratteriali: nervosismo, eccessiva scrupolosità, ipercriticismo, inquietudine, litigiosità, orgoglio. Il periodo formativo, tuttavia, fu per lui un’autentica palestra di conversione, di irrobustimento della vita interiore, di progressiva ricerca della volontà di Dio, al punto che l’ordinazione presbiterale trovò la sua poliedrica personalità generosamente disponibile all’azione della grazia.

Il Servo di Dio svolse il ministero in molteplici ambiti pastorali, dalla predicazione all’amministrazione dei sacramenti, dalla direzione spirituale all’attività letteraria e giornalistica, dall’esercizio concreto della carità all’organizzazione di iniziative spirituali e culturali.

Divenuto rettore del seminario diocesano, nel quale precedentemente era stato docente e padre spirituale, si mostrò guida attenta e prudente dei giovani, ma soprattutto animatore entusiasmante, aperto alla comprensione dei segni dei tempi e alla ricerca delle opportunità di bene che i nuovi fermenti sociali esigevano.

Il suo zelo si estrinsecò anche in varie iniziative apostoliche, sempre promosse con grande spirito di sacrificio. In modo particolare, fu convinto assertore dell’improrogabile esigenza di un profondo rinnovamento spirituale e culturale del clero diocesano, che favorì mediante fraterni incontri di preghiera e di studio, e della necessità del coinvolgimento dei laici nell’apostolato come lievito di autentico progresso della società.

In don Francesco Mottola risplende il carisma dell’amore oblativo, che egli visse con intima coerenza e che instancabilmente propose a tutti. In questa ottica si comprendono anche il suo impegno nell’Azione Cattolica, le numerose iniziative di volontariato concretizzato in opere a favore di ammalati, poveri, anziani, emarginati, orfani, diseredati; i vari tentativi di dar vita a forme di aggregazione presbiterale o laicale, la principale delle quali fu l’Istituto Secolare delle Oblate del Sacro Cuore.

Notevole è la produzione letteraria del Servo di Dio. I suoi scritti, mentre evidenziano una singolare attenzione agli eventi della Chiesa calabrese, spaziano verso i più vasti temi teologici, ascetici e mistici. Numerosi articoli, interessanti anche sotto l’aspetto estetico, presentano le realtà fondamentali della fede e i fatti della cronaca, in un costante dialogo con il mondo contemporaneo, manifestando nell’Autore vigore intellettuale, penetrazione psicologica, ponderata dottrina. La sua proposta culturale, essenzialmente cristocentrica, è in grado di delineare il profilo di un vero umanesimo cristiano.

In tutto il corso della vita del presbitero calabrese non venne mai meno la lotta contro le naturali inclinazioni di un temperamento ribelle, ma i suoi umani condizionamenti furono integrati e superati nella fede. I nuclei prioritari intorno ai quali si strutturò la sua esperienza spirituale furono l’abbandono fiducioso alla divina Provvidenza nella preghiera e nella contemplazione, la devozione al Cuore di Gesù nell’eucaristia, la pietà mariana, la carità verso Dio e il prossimo vissuta in modo eroico, lo spirito di mortificazione e di servizio, uno stile di vita umile, austero e casto

Nel corso degli anni, purtroppo, iniziarono a manifestarsi i segni di una salute precaria, al punto che una malattia durata ventisette anni gli provocò una continua sofferenza. Don Mottola, con progressiva serenità e pazienza, intensificò il suo fervore e la sua attività apostolica, unendosi come vittima consapevole alle sofferenze di Cristo e accogliendo con amore e semplicità il mistero della croce. Ai dolori fisici si unirono anche delle sofferenze morali, soprattutto a causa di invidie e incomprensioni, che influirono notevolmente sul suo animo.

Il Servo di Dio si spense nella città natale il 29 giugno 1969.

In vista della sua beatificazione, la Postulazione della Causa ha sottoposto al giudizio della Congregazione delle Cause dei Santi la presunta guarigione miracolosa di un sacerdote. L’evento accadde nel 2010 a Tropea. Il suddetto sacerdote nel 2008 cominciò ad accusare dolori al basso apparato urinario, con difficoltà allo svuotamento della vescica. Dopo varie visite mediche, diverse ipotesi diagnostiche e tentativi terapeutici rivelatisi infruttuosi, venne posta la diagnosi di “dissinergia detruso-sfinteriale” con grave ritenzione urinaria che necessitava l’uso del catetere. Nel frattempo si presentarono numerosi episodi di infezioni all’apparato genito-urinario. Al paziente venne impiantato un neuromodulatore sacrale che richiedeva un continuo ricorso al cateterismo o autocateterismo intermittente.

Durante la notte tra il 13 e il 14 maggio 2010, in modo improvviso, si verificò una prima minzione fisiologica spontanea, dopo la quale il paziente non fece più uso del neuro-stimolatore. Egli riferì che, durante la malattia che gli stava condizionando la vita, si era rivolto con grande fiducia al Ven. Francesco Mottola, affinché intercedesse per la sua guarigione. Controlli medici successivi confermarono il positivo viraggio del suo stato di salute.

Appare evidente la concomitanza cronologica e il nesso tra l’invocazione al Ven. Servo di Dio e la guarigione del sacerdote, che in seguito ha goduto di buona salute ed è stato in grado di gestire una normale vita relazionale.

Sulla guarigione, ritenuta miracolosa, presso la Curia diocesana di Mileto-Nicotera-Tropea dall’8 maggio 2012 al 5 aprile 2013 fu istruita l’Inchiesta diocesana, la cui validità giuridica è stata riconosciuta dalla Congregazione con decreto del 7 marzo 2014. La Consulta Medica del Dicastero nella seduta del 21 febbraio 2019 ha riconosciuto che la guarigione fu rapida, completa e duratura, inspiegabile alla luce delle attuali conoscenze mediche.

 

Un prete col bisogno di Cristo

Omelia nella beatificazione di don Francesco Mottola

 

    1. Il racconto del vangelo si apre con la scena di un «tale» che, correndo, raggiunge Gesù, gli si getta davanti, lo saluta in termini elogiativi e, senza mezzi termini, gli chiede cosa occorre fare per avere in eredità la vita eterna. C’è da rimanere stupiti. L’approccio è un po’ eccessivo e il suo gesto d’inginocchiarsi davanti a un «maestro» appare inusuale; in fin dei conti, però, anzi proprio per il suo carattere primario, istintivo e infervorato, si tratta di una figura che desta simpatia. San Benedetto troverebbe in lui l’entusiastico fervore del principiante (cf. Regula, I, 3). Lo stesso Gesù fissa lo sguardo su di lui e lo ama!

    C’è però qualcosa, nel suo modo di parlare, che svela qualche altro importante dettaglio e apre un importante spiraglio, questa volta, non verso il suo carattere, ma verso il suo cuore. Fare ed avere: sono i due verbi fondamentali cui questo anonimo personaggio ricorre; due verbi che per lui sono strettamente connessi, in stretta dipendenza l’uno dall’altro: fare per avere. Lo abbiamo ascoltato: anche della vita eterna egli parla come di una «eredità», parola questa che appartiene al linguaggio giuridico dei doveri e relativi diritti. Egli ha osservato i comandamenti e ora è opportuno che di tutto questo si dia atto e sia riconosciuto il suo merito. La vita eterna è concepita come un premio di produzione.

    Come già detto, tuttavia, «Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò»! È uno dei passaggi più belli, anche letterariamente, del vangelo perché tiene insieme lo sguardo e l’amore. Gli sguardi d’amore (come, del resto, quelli di rimprovero e perfino di odio) sono facilmente percepibili. Sono «gesti» che anticipano la «parola», proprio come della divina rivelazione scrive il Concilio Vaticano II: «comprende eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto» (Dei Verbum, n. 2). A quest’uomo, col suo sguardo Gesù anticipa le parole, la proposta che sta per fargli: passare dall’esteriore all’interiore, dalla prestazione alla gratuità, dall’osservanza per legge alla pratica per amore.

    Tutto questo con un primo passo, che è poi il più difficile fra tutti: lasciare. Ma non un abbandonare per liberarsi dagli impicci, bensì per donare; per donare ai poveri; a chi, cioè, non potrà mai ricambiare, restituire. «Non ho rubato», aveva detto quel tale, ma non rubare è più facile, rispetto al condividere. Quanti non rubano, ma ciò che posseggono lo tengono egoisticamente per sé. 

    L’arcata, però, non è ancora completata, perché il Signore aggiunge: vieni! Seguimi! È come un invito a liberarsi da ciò che appesantisce, per cominciare un viaggio nuovo. Un antico autore commentava: «Non serve a nulla lasciare le ricchezze, se poi non si segue Gesù. Ci sono tanti che lasciano, ma poi non seguono il Signore. E il Signore lo si segue imitandolo, mettendo i propri piedi sui suoi passi» (Beda, In evang. s. Lucae V, 18: PL 92, 554).

 

    2. Miei fratelli e sorelle, penso sia sufficiente questo per guardare ora alla persona del nuovo beato; di guardarlo, anzi, con gli occhi di Gesù: «fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!”». A queste parole don Francesco Mottola non rattristò, come il protagonista della storia evangelica; c’è, anzi, una frase, che egli dice e manifesta la gioia della sua risposta al Signore: «eccomi tutto!».

    Il rito che stiamo celebrando è un evento che conforta e incoraggia: la Calabria con la sua gente, perché don Mottola è un figlio di questa bella terra da lui molto amata e che per secoli è stata feconda per la diffusione del Vangelo. La Calabria è terra di santi e permettete che ne faccia menzione almeno di due: di san Nilo insieme con san Bartolomeo il giovane, ambedue di Rossano: sono Amministratore Apostolico del Monastero di Grottaferrata; e poi san Francesco di Paola: sono della terra del Sud come voi e nel mio Salento non c’è chiesa che non abbia un altare dedicato a questo grande santo.

    La beatificazione di don Mottola conforta il clero, perché si tratta di un sacerdote ed oggi tutti noi sentiamo vivo il bisogno di preti che diffondono non il loro (che alla fine potrebbe risultare nauseante), ma «il buon profumo di Cristo» (2Cor 2,15). Egli è pure il primo ex-alunno del Pontificio Seminario Regionale di Catanzaro «Pio X» ad essere elevato agli onori dell’altare. Sia modello per tutti i nostri seminaristi.

    La beatificazione di don Mottola conforta la vita consacrata: egli fu fondatore degli Oblati, che chiamava i certosini della strada, e delle Oblate, che amava indicare come le carmelitane della strada. Tutti egli li mise alla ricerca e alla accoglienza di chi è emarginato; di quelli che, per usare il linguaggio di Papa Francesco, sono gli «scarti dell’umanità». Essere «scartati» è ben più doloroso dell’essere povero!

    Questa beatificazione conforta la stessa Chiesa, che è capace di portare la gioia del vangelo soltanto se è «madre di santi». Mi tornano alla memoria le parole con le quali Papa Francesco conclude la sua esortazione apostolica Gaudete et exsultate: «Spero che queste pagine siano utili perché tutta la Chiesa si dedichi a promuovere il desiderio della santità. Chiediamo che lo Spirito Santo infonda in noi un intenso desiderio di essere santi per la maggior gloria di Dio e incoraggiamoci a vicenda in questo proposito. Così condivideremo una felicità che il mondo non ci potrà togliere» (n. 177).

 

    3. Il nostro beato fu sacerdote che si consumò nella ricerca della gloria di Dio, mosso dal sincero desiderio di compiere in tutto la sua volontà. A suo riguardo vorrei ricordare le parole di Giorgio La Pira, oggi venerabile: «era davvero senza retorica, fonte mediatrice di acqua viva zampillante sino alla vita eterna; era un uomo di preghiera profonda: tempio di Dio, purezza senza ombra, sofferenza crocifissa!... Un’anima certosina nel mondo, sacerdotale, autentica: piena di carità, piena di luce, piena di speranza». Non gli mancarono le prove della vita, come fin da bambino la tragica morte della madre per suicidio, ma il terreno diventa fecondo soltanto se è scavato. Dal dolore, anche. Così è pure per la vita cristiana, che ha bisogno sempre di essere dissodata dalla parola di Dio.

    Don Mottola si è lasciato coltivare dalla parola di Dio. Non è nato santo. Lo è diventato, perché la santità è come l’essere cristiani: «non si nasce, ma si diventa», secondo la nota espressione di Tertulliano. Il nostro beato lo è diventato anche mediante la sofferenza provocatagli da una paralisi, che lo accompagnò per quasi trent’anni, sino alla morte. «Mio Dio, voglio farmi santo», egli scriveva, consapevole che non lo sarebbe mai diventato senza la sua grazia. Perciò sospirava: «Ho bisogno di te, Cristo Gesù…».

 

    È questo bisogno di Dio che oggi desidero raccogliere in particolare dalla testimonianza della sua vita santa. La Madre Chiesa ce la pone sotto gli occhi per sentircene incoraggiati, stimolati, ammaestrati. «Ho bisogno di te, Cristo Gesù…». Vorrei ripeterlo oggi qui, in questi tempi difficili per tutti. Vorrei ripeterlo anche con le ispirate parole di san Paolo VI, che troviamo nella sua prima lettera pastorale all’Arcidiocesi di Milano Omnia nobis est Christus, scritta per la quaresima 1955. Le ripeto anche come fraterno augurio per il vescovo Attilio Nostro, che da pochi giorni ha avviato il suo ministero in questa santa Chiesa di Mileto-Nicotera-Tropea. Lo saluto cordialmente, con tutti gli altri fratelli arcivescovi e vescovi presenti a questo Rito. Pregava san Paolo VI: «O Cristo, Tu ci sei necessario. Tu ci sei necessario, o solo vero maestro delle verità recondite e indispensabili della vita, per conoscere il nostro essere e il nostro destino, la via per conseguirlo. Tu ci sei necessario, o Redentore nostro, per scoprire la nostra miseria e per guarirla; per avere il concetto del bene e del male e la speranza della santità». Amen.

 

    Tropea – Concattedrale di Maria Santissima di Romania, 10 ottobre 2021

 

Marcello Card. Semeraro