Francesco Spinelli

Francesco Spinelli

(1853-1913)

Beatificazione:

- 21 giugno 1992

- Papa  Giovanni Paolo II

Canonizzazione:

- 14 ottobre 2018

- Papa  Francesco

- Piazza San Pietro

Ricorrenza:

- 6 febbraio

Sacerdote diocesano, pur tra sofferenze e continue difficoltà pazientemente sopportate, fondò e guidò la Congregazione delle Suore Adoratrici del Santissimo Sacramento.

  • Biografia
  • Omelia
  • omelia di beatificazione
“Mi sono inginocchiato, piansi, pregai e, giovane sacerdote allora, sognai uno stuolo di vergini che avrebbero adorato Gesù in Sacramento”

 

Francesco Spinelli nacque a Milano il 14 aprile 1853 e fu ordinato sacerdote il 17 ottobre 1875 a Bergamo dove, il 15 dicembre 1882, diede origine, con Caterina Comensoli, alla prima comunità di Suore Adoratrici.

Gravi prove, vissute con fede eroica, indiscussa obbedienza e perdono cordiale, lo costrinsero a lasciare Bergamo. Accolto nel clero di Cremona dal Vescovo Mons. Geremia Bonomelli, a Rivolta d’Adda continuò l’Istituto delle Suore Adoratrici del SS. Sacramento, il cui scopo è “attingere l’accesa carità dall’Eucaristia celebrata e adorata per riversarla sui più poveri fra i fratelli”.

Egli per primo spese la sua vita in ginocchio davanti all’Eucaristia e davanti ai fratelli, in cui riconobbe la presenza di Gesù da amare e servire con amore incondizionato.

Morì il 6 febbraio 1913 a Rivolta d’Adda (CR). Fu proclamato beato da Giovanni Paolo II il 21 giugno 1992, nel santuario mariano di Caravaggio.

SANTA MESSA E CANONIZZAZIONE DEI BEATI:
PAOLO VI, OSCAR ROMERO, FRANCESCO SPINELLI, VINCENZO ROMANO, 
MARIA CATERINA KASPER, NAZARIA IGNAZIA DI SANTA TERESA DI GESÙ, NUNZIO SULPRIZIO

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Piazza San Pietro
Domenica, 14 ottobre 2018

 

La seconda Lettura ci ha detto che «la parola di Dio è viva, efficace e tagliente» (Eb 4,12). È proprio così: la Parola di Dio non è solo un insieme di verità o un edificante racconto spirituale, no, è Parola viva, che tocca la vita, che la trasforma. Lì Gesù in persona, Lui che è la Parola vivente di Dio, parla ai nostri cuori.

Il Vangelo, in particolare, ci invita all’incontro con il Signore, sull’esempio di quel «tale» che «gli corse incontro» (cfr Mc 10,17). Possiamo immedesimarci in quell’uomo, di cui il testo non dice il nome, quasi a suggerire che possa rappresentare ciascuno di noi. Egli domanda a Gesù come «avere in eredità la vita eterna» (v. 17). Chiede la vita per sempre, la vita in pienezza: chi di noi non la vorrebbe? Ma, notiamo, la chiede come un’eredità da avere, come un bene da ottenere, da conquistare con le sue forze. Infatti, per possedere questo bene ha osservato i comandamenti fin dall’infanzia e per raggiungere lo scopo è disposto a osservarne altri; per questo chiede: «Che cosa devo fare per avere?».

La risposta di Gesù lo spiazza. Il Signore fissa lo sguardo su di lui e lo ama (cfr v. 21). Gesù cambia prospettiva: dai precetti osservati per ottenere ricompense all’amore gratuito e totale. Quel tale parlava nei termini di domanda e offerta, Gesù gli propone una storia di amore. Gli chiede di passare dall’osservanza delle leggi al dono di sé, dal fare per sé all’essere con Lui. E gli fa una proposta di vita “tagliente”: «Vendi quello che hai e dallo ai poveri […] e vieni! Seguimi!» (v. 21). Anche a te Gesù dice: “vieni, seguimi!”. Vieni: non stare fermo, perché non basta non fare nulla di male per essere di Gesù. Seguimi: non andare dietro a Gesù solo quando ti va, ma cercalo ogni giorno; non accontentarti di osservare dei precetti, di fare un po’ di elemosina e dire qualche preghiera: trova in Lui il Dio che ti ama sempre, il senso della tua vita, la forza di donarti.

Ancora Gesù dice: «Vendi quello che hai e dallo ai poveri». Il Signore non fa teorie su povertà e ricchezza, ma va diretto alla vita. Ti chiede di lasciare quello che appesantisce il cuore, di svuotarti di beni per fare posto a Lui, unico bene. Non si può seguire veramente Gesù quando si è zavorrati dalle cose. Perché, se il cuore è affollato di beni, non ci sarà spazio per il Signore, che diventerà una cosa tra le altre. Per questo la ricchezza è pericolosa e – dice Gesù – rende difficile persino salvarsi. Non perché Dio sia severo, no! Il problema è dalla nostra parte: il nostro troppo avere, il nostro troppo volere ci soffocano, ci soffocano il cuore e ci rendono incapaci di amare. Perciò San Paolo ricorda che «l’avidità del denaro è la radice di tutti i mali» (1 Tm 6,10). Lo vediamo: dove si mettono al centro i soldi non c’è posto per Dio e non c’è posto neanche per l’uomo.

Gesù è radicale. Egli dà tutto e chiede tutto: dà un amore totale e chiede un cuore indiviso. Anche oggi si dà a noi come Pane vivo; possiamo dargli in cambio le briciole? A Lui, fattosi nostro servo fino ad andare in croce per noi, non possiamo rispondere solo con l’osservanza di qualche precetto. A Lui, che ci offre la vita eterna, non possiamo dare qualche ritaglio di tempo. Gesù non si accontenta di una “percentuale di amore”: non possiamo amarlo al venti, al cinquanta o al sessanta per cento. O tutto o niente.

Cari fratelli e sorelle, il nostro cuore è come una calamita: si lascia attirare dall’amore, ma può attaccarsi da una parte sola e deve scegliere: o amerà Dio o amerà la ricchezza del mondo (cfr Mt 6,24); o vivrà per amare o vivrà per sé (cfr Mc 8,35). Chiediamoci da che parte stiamo. Chiediamoci a che punto siamo nella nostra storia di amore con Dio. Ci accontentiamo di qualche precetto o seguiamo Gesù da innamorati, veramente disposti a lasciare qualcosa per Lui? Gesù interroga ciascuno di noi e tutti noi come Chiesa in cammino: siamo una Chiesa che soltanto predica buoni precetti o una Chiesa-sposa, che per il suo Signore si lancia nell’amore? Lo seguiamo davvero o ritorniamo sui passi del mondo, come quel tale? Insomma, ci basta Gesù o cerchiamo tante sicurezze del mondo? Chiediamo la grazia di saper lasciare per amore del Signore: lasciare ricchezze, lasciare nostalgie di ruoli e poteri, lasciare strutture non più adeguate all’annuncio del Vangelo, i pesi che frenano la missione, i lacci che ci legano al mondo. Senza un salto in avanti nell’amore la nostra vita e la nostra Chiesa si ammalano di «autocompiacimento egocentrico» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 95): si cerca la gioia in qualche piacere passeggero, ci si rinchiude nel chiacchiericcio sterile, ci si adagia nella monotonia di una vita cristiana senza slancio, dove un po’ di narcisismo copre la tristezza di rimanere incompiuti.

Fu così per quel tale, che – dice il Vangelo – «se ne andò rattristato» (v. 22). Si era ancorato ai precetti e ai suoi molti beni, non aveva dato il cuore. E, pur avendo incontrato Gesù e ricevuto il suo sguardo d’amore, se ne andò triste. La tristezza è la prova dell’amore incompiuto. È il segno di un cuore tiepido. Invece, un cuore alleggerito di beni, che libero ama il Signore, diffonde sempre la gioia, quella gioia di cui oggi c’è grande bisogno. Il santo Papa Paolo VI scrisse: «È nel cuore delle loro angosce che i nostri contemporanei hanno bisogno di conoscere la gioia, di sentire il suo canto» (Esort. ap. Gaudete in Domino, I). Gesù oggi ci invita a ritornare alle sorgenti della gioia, che sono l’incontro con Lui, la scelta coraggiosa di rischiare per seguirlo, il gusto di lasciare qualcosa per abbracciare la sua via. I santi hanno percorso questo cammino.

L’ha fatto Paolo VI, sull’esempio dell’Apostolo del quale assunse il nome. Come lui ha speso la vita per il Vangelo di Cristo, valicando nuovi confini e facendosi suo testimone nell’annuncio e nel dialogo, profeta di una Chiesa estroversa che guarda ai lontani e si prende cura dei poveri. Paolo VI, anche nella fatica e in mezzo alle incomprensioni, ha testimoniato in modo appassionato la bellezza e la gioia di seguire Gesù totalmente. Oggi ci esorta ancora, insieme al Concilio di cui è stato il sapiente timoniere, a vivere la nostra comune vocazione: la vocazione universale alla santità. Non alle mezze misure, ma alla santità. È bello che insieme a lui e agli altri santi e sante odierni ci sia Mons. Romero, che ha lasciato le sicurezze del mondo, persino la propria incolumità, per dare la vita secondo il Vangelo, vicino ai poveri e alla sua gente, col cuore calamitato da Gesù e dai fratelli. Lo stesso possiamo dire di Francesco Spinelli, di Vincenzo Romano, di Maria Caterina Kasper, di Nazaria Ignazia di Santa Teresa di Gesù e anche del nostro ragazzo abruzzese-napoletano, Nunzio Sulprizio: il santo giovane, coraggioso, umile che ha saputo incontrare Gesù nella sofferenza, nel silenzio e nell'offerta di sé stesso. Tutti questi santi, in diversi contesti, hanno tradotto con la vita la Parola di oggi, senza tiepidezza, senza calcoli, con l’ardore di rischiare e di lasciare. Fratelli e sorelle, il Signore ci aiuti a imitare i loro esempi.

BEATIFICAZIONE DI DON FRANCESCO SPINELLI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Piazzale del Santuario «Nostra Signora del Fonte» - Caravaggio (Bergamo)
Domenica, 21 giugno 1992

 

1. “Fate questo in memoria di me!” (1 Cor 11, 24). Sono le parole con cui Cristo ha istituito il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue. Con esse ha rivelato ciò che per sempre costituirà il cuore che dà la vita alla Chiesa e il culmine a cui tende, come al suo fine, tutta l’esistenza della comunità dei redenti. Gesù ha detto: “Fate questo in memoria di me”, ma non ci ha lasciato soltanto un ricordo dell’Ultima Cena. Noi non solo ricordiamo, ma anche mangiamo: ci nutriamo del suo Corpo e del suo Sangue. Il cibo serve alla crescita dell’organismo. Il Cibo eucaristico trasforma coloro che lo consumano. Quando il soggetto assimila gli elementi nutritivi del cibo corporale, li trasforma nel proprio corpo; l’Eucaristia, invece, fa crescere in noi l’uomo spirituale a somiglianza di Cristo-nuovo Adamo, che secondo l’espressione di Paolo è diventato “spirito datore di vita” (1 Cor 15, 45).

2. L’Eucaristia racchiude il testamento salvifico della Nuova Alleanza tra Dio e l’umanità. L’uomo che ne partecipa diviene consapevole di chi egli sia nel disegno di Dio: egli prende coscienza di essere stato creato a somiglianza di Dio, per andare al di là di se stesso innalzandosi verso Dio. Questa “coscienza eucaristica” contraddistingue in modo particolare i Santi e i Beati della Chiesa. Sono loro che partecipano in maniera più completa alla moltiplicazione del pane, compiuta da Cristo. Mentre, nei pressi di Betsaida, quanti assistettero alla moltiplicazione dei pani, poterono sfamarsi e “si saziarono tutti”, come abbiamo letto nel Vangelo odierno (Lc9, 17) - i santi, invece, in quanto uomini dell’Eucaristia, devono a questo mistero salutare uno zelo sempre più grande, una sempre più forte fame spirituale: la fame della verità, dell’amore, del sacrificio - la fame che solo il Padre celeste può saziare, quando diventerà “tutto in tutti” (1 Cor 15, 28).

3. Carissimi fratelli e sorelle, gli occhi del nostro spirito fissano quest’oggi il mistero dell’Eucaristia e scrutano l’arcano disegno di Dio, che convoca alla sua mensa gli uomini di tutta la terra. Nell’Eucaristia sperimentiamo la verità della nostra missione ecclesiale; diventiamo partecipi di Cristo, e questo cambia la nostra vita, rendendoci agenti di riconciliazione e di comunione. Il pane eucaristico ci trasforma in persone “nuove”, fa di noi altrettanti apostoli di unità e di pace. Con tali sentimenti, che rendono singolarmente significativo l’odierno nostro incontro liturgico, esprimo la profonda gioia di celebrare l’Eucaristia insieme con voi, nella solennità del Corpus Domini. Saluto il venerato Pastore della diocesi, il caro Mons. Enrico Assi, e lo ringrazio per le parole che a nome dell’assemblea mi ha rivolto all’inizio della Santa Messa. Saluto con viva cordialità il Signor Cardinale Carlo Maria Martini, Arcivescovo di Milano e i Presuli della Regione lombarda. Dirigo il mio pensiero affettuoso a voi, cari Sacerdoti, Religiosi e Religiose, e voi, cari Christifideles laici, fedeli laici, che so seriamente impegnati in una diuturna opera di annuncio e di testimonianza del Vangelo. Mi è gradito, inoltre, ringraziare per la loro presenza le Autorità amministrative, politiche e militari: a tutti vada la mia sincera gratitudine per la collaborazione offerta nel preparare questa mia visita pastorale. Un cordiale saluto lo dirigo pure a voi, cari ammalati, che con la vostra sofferenza, accettata e offerta in spirito di fede, potete validamente sostenere l’opera della salvezza. Grazie al contributo di ogni credente, infatti, come mediante tanti chicchi di grano offerti sull’altare della fedeltà al Vangelo, si costruisce il Corpo mistico del Signore, che si è immolato per la costruzione del Regno.

4. Nel santo mistero dell’Eucaristia assume rilievo profetico la vita del Servo di Dio, che oggi mi è dato di annoverare tra le schiere dei Beati della Chiesa. Celebrando la solennità del Corpus Christi, qui, in questo luogo consacrato dalla tradizione alla devozione verso Santa Maria del Fonte, onoriamo un degno figlio della vostra terra, don Francesco Spinelli, vissuto per “amare e far amare Gesù nell’Eucaristia”. La vostra Comunità diocesana, unitamente alle Suore Adoratrici del Santissimo Sacramento, giustamente rende grazie a Dio per questo apostolo di profonda spiritualità eucaristica, che, accogliendo l’interiore suggerimento dello Spirito Santo, dette vita a una Congregazione religiosa “per adorare Gesù nell’Eucaristia con amore ardente e attingere da Lui la carità da esercitare verso i diseredati (fanciulle orfane o in pericolo), coloro a cui non provvedeva la pubblica carità”. Quanto rigoglioso e benedetto fu l’avvio di questa nuova Famiglia, altrettanto tempestose furono le prove che dopo alcuni anni parvero comprometterne la stessa esistenza. Don Francesco, costretto dagli eventi a lasciare le sue Suore e la città di Bergamo, percorse nella indiscussa obbedienza al suo Vescovo un’autentica “via crucis”, con l’umile pazienza di chi ha una fede eroica. Accolto e aiutato con animo paterno dal Vescovo di Cremona, Mons. Geremia Bonomelli, don Francesco, malgrado le amarezze e le delusioni subite, riprese il suo cammino con le Suore della Comunità di Rivolta d’Adda. Lo zelante Sacerdote spese il resto della sua vita al servizio della Famiglia religiosa, rinata in terra cremonese e ben presto presente con numerose fondazioni anche nelle Diocesi di Como e di Milano. Le frequenti malattie non distolsero mai don Francesco dalla sua fatica di formatore di Religiose, di servo dei più poveri, di predicatore dell’amore eucaristico, di sacerdote attento ai confratelli in difficoltà. Attingeva la sua forza dall’Eucaristia e da una filiale confidenza verso la Vergine Maria, alla quale in questo santuario affidò ripetutamente le sue Figlie e l’opera a lui più cara, quella destinata agli handicappati. Dopo una malattia dolorosa, sopportata con edificante pazienza, spirò nel febbraio del 1913, lasciando alle sue Suore la raccomandazione di amare l’Eucaristia, di servire i più poveri e di praticare il perdono.

5. Amore a Cristo eucaristico e servizio al povero, icona di Cristo: ecco, in sintesi, la vita e il ministero sacerdotale del Beato Francesco Spinelli, la cui testimonianza appare oggi particolarmente attuale ed eloquente. In un tempo segnato, com’è il nostro, da notevoli cambiamenti sociali, egli continua a ripeterci che solo dal Cuore trafitto del Redentore scaturisce per l’uomo di tutte le epoche la sorgente inesauribile dell’amore disinteressato, che purifica e rinnova. Don Spinelli comprese sino in fondo la verità del messaggio della Croce e, per questo, viene ora additato come esempio da imitare e intercessore da invocare. La Chiesa lo offre come modello di autentico apostolo soprattutto a voi, Sacerdoti, che la Provvidenza chiama ad essere dispensatori dei misteri della salvezza. Sappiate nel vostro quotidiano ministero attingere luce e coraggio dall’Eucaristia, sì da diventare fedeli discepoli del divino Maestro. Lo presenta come valido testimone del Vangelo a voi, Religiosi e Religiose, e a tutti voi, carissimi fratelli e sorelle della diocesi di Cremona, che vi avviate ormai verso la conclusione del cammino sinodale. Se in ogni articolazione della vostra Comunità ecclesiale scorrerà la linfa vitale dell’Eucaristia, potrete essere efficaci messaggeri del perenne e sempre nuovo annuncio evangelico, recando al mondo la salvezza e la pace.

6. Siate, come don Francesco Spinelli, persone pervase da indomita e divina carità, che si esprima in un attento servizio ai poveri e a coloro che vivono ai margini della società. La Chiesa ha bisogno di uomini e di donne che facciano, come lui, della loro vita un dono senza riserva al Signore; che non si lascino attrarre dal fascino dei mutevoli richiami del mondo; che sappiano immolare se stessi, unendo il loro sacrificio a quello di Gesù, perché “il mondo abbia la vita e l’abbia in abbondanza” (Gv 10, 10). Questa è la missione della Chiesa; questa è la vocazione di ciascuno di noi, chiamati a realizzare docilmente il Vangelo della carità. “Facendo memoria del suo Signore, in attesa che egli ritorni, - hanno scritto i Vescovi italiani negli orientamenti pastorali per gli anni ‘90 - la Chiesa entra in questa logica del dono totale di sé. Attorno all’unica mensa eucaristica, e condividendo l’unico pane, essa cresce e si edifica come carità ed è chiamata a mostrarsi al mondo come segno e strumento dell’unità in Cristo di tutto il genere umano” (Evangelizzazione e testimonianza della carità, 17). Compito, certamente, impegnativo, ma non impossibile, giacché l’amore del Signore può vincere ogni debolezza umana. Nell’Eucaristia Cristo si fa nostro nutrimento spirituale e anticipa fra le ombre del tempo i bagliori del Regno della gloria definitiva.

7. “Oracolo del Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra” (Sal 110, 1). Il Figlio, consustanziale al Padre, Dio da Dio, che per noi e per la nostra salvezza si è fatto Uomo, presso il Padre riceve la gloria, a cui partecipano anche i Santi e i Beati di tutte le nazioni e di tutti i tempi. La Chiesa, celebrando l’Eucaristia, si rallegra oggi del mistero della Comunione dei Santi, che costituisce il compimento dell’Alleanza nel santuario dell’Eternità di Dio. Al tempo stesso Cristo, che “sta alla destra del Padre” non cessa di dire agli Apostoli, come fece presso Betsaida: “Dategli voi stessi da mangiare” (Lc 9, 13). È Lui infatti che, mediante le mani dei servi dell’Eucaristia, benedice, spezza e offre da mangiare il suo Corpo e il suo Sangue sotto le specie del pane e del vino: “Questo è il mio Corpo, che è per voi . . . Questo Calice è la nuova Alleanza nel mio sangue; Fate questo . . . in memoria di me” (1 Cor 11, 24-25).

Ecco, Signore, noi oggi “facciamo questo in memoria di te”.

Tu aiutaci a tradurre nella vita ciò che compiamo nel rito. Aiutaci a donarci, sul tuo esempio, per la salvezza dei fratelli.

Amen!