Francesco Spinelli

Francesco Spinelli

(1853-1913)

Beatificazione:

- 21 giugno 1992

- Papa  Giovanni Paolo II

Canonizzazione:

- 14 ottobre 2018

- Papa  Francesco

- Piazza San Pietro

Ricorrenza:

- 6 febbraio

Sacerdote diocesano, pur tra sofferenze e continue difficoltà pazientemente sopportate, fondò e guidò la Congregazione delle Suore Adoratrici del Santissimo Sacramento.

  • Biografia
  • Omelia
  • omelia di beatificazione
  • Lettera Apostolica
“Mi sono inginocchiato, piansi, pregai e, giovane sacerdote allora, sognai uno stuolo di vergini che avrebbero adorato Gesù in Sacramento”

 

 

VITA  E  OPERE

 

 

    Il Beato Francesco Spinelli è stato un sacerdote diocesano, fondatore di un Istituto religioso dedito all’adorazione e alla carità, apostolo dell’Eucaristia, a cavallo dei secoli xix e xx. Dedicò la sua vita sacerdotale all’amore per l’Eucaristia e al servizio dei più poveri, “quelli che nessuno vuole”, e lasciò come eredità uno stile di accesa carità che si fa servizio umile e perdono incondizionato per i nemici.

 

Breve profilo biografico-spirituale

 

    Francesco Spinelli nasce a Milano il 14 aprile 1853 nella casa dei marchesi Stanga dove i genitori, provenienti da Verdello (BG), prestavano servizio. Il giorno dopo, 15 aprile, è battezzato nella basilica di S. Ambrogio in Milano.

    Poiché la mamma non gode buona salute, il piccolo Francesco viene mandato a balia a Verdello dove rimane per circa tre anni. Tornato coi genitori, è con loro nei frequenti spostamenti al seguito dei marchesi Stanga. Durante le vacanze soggiorna a Vergo dove la nobile famiglia  possedeva una residenza estiva.

    A causa dei continui trasferimenti dei genitori, a sei anni entra come alunno presso il collegio “Gallina” di Cremona. Il 19 maggio 1861, nella chiesa di Sant’Agata in Cremona riceve la cresima.

    Visti gli ottimi risultati che Francesco riporta negli studi, i genitori, malgrado i gravosi sacrifici che avrebbero dovuto sostenere, decidono di iscriverlo, nel 1863, al prestigioso collegio Sant’Ales­sandro di Bergamo. Il giovane compie con brillante profitto sia i cinque anni di ginnasio sia i tre di liceo. In questi anni ha la gioia di celebrare la prima confessione e di ricevere per la prima volta Gesù Eucaristia.

    Già da tempo Francesco conduceva una vita dedita alla preghiera e all’attenzione caritatevole nei confronti dei fratelli, in particolare dei bambini e dei più poveri, che raggiungeva insieme alla mamma fin da piccolo. Seguito con particolare attenzione dal gesuita padre Giovanni Maj, capisce che il Signore lo chiama al dono completo di sé nel sacerdozio. Sostenuto dai genitori, entra nel semi­nario vescovile di Bergamo dove è ammesso a frequentare il 1° corso di Teologia come alunno esterno a causa della sua salute abbastanza cagionevole. Trascorre i quattro anni di Teologia facendo la spola dal seminario alla parrocchia di S. Alessandro in Colonna, ospite dello zio, don Pietro Cagliaroli, parroco di quella comunità. In quegli anni, Francesco approfondisce con entusiasmo e dedizione la sua vocazione: eccelle negli studi, si lascia condurre con docilità nel cammino spirituale e impara a conformare la sua giovane esistenza, all’alto mandato a cui il Signore lo chiama. Il 17 ottobre 1875, a soli 22 anni, riceve il presbiterato dal vescovo di Bergamo, mons. Luigi Speranza.

    Lo stesso anno, in occasione del giubileo indetto da papa Pio IX, si reca con la diocesi di Bergamo in pellegrinaggio a Roma. Visita i luoghi più cari alla cristianità, in particolare le quattro Basiliche Maggiori. In S. Maria Maggiore, mentre sosta in preghiera davanti alle reliquie della culla di Gesù Bambino, è raggiunto da una luce interiore: dare inizio a una comunità di giovani donne che consacrino la propria vita al Signore presente nell’Eucaristia, pregandolo giorno e notte per ricevere l’amore con cui servire i fratelli più poveri, rifiutati da tutti e bisognosi di cure e istruzione. Alcuni anni dopo, in una sua lettera, ricorda con commozione l’esperienza avuta nella basilica romana: “Mi sono inginocchiato, piansi, pregai e sognai uno stuolo di vergini che avrebbero adorato Gesù in Sacramento”[1].

    Tornato a Bergamo con questo sogno in cuore, si rende disponi­bile alle richieste del Vescovo in attesa di capire come e dove potrà realizzare l’intuizione avuta in S. Maria Maggiore. Don Francesco viene chiamato a insegnare religione ai liceali del collegio S. Ales­sandro, a predicare in molte parrocchie, a confessare le suore di alcuni Ordini Religiosi e a collaborare con don Luigi Palazzolo.

    Dopo qualche anno incontra Caterina Comensoli con la quale condivide il desiderio di adorare Gesù nell’Eucaristia e di servirlo nei più poveri. Inizia un periodo di reciproca conoscenza e di incontri con il vescovo di Bergamo, mons. Camillo Gaetano Guindani.

    Il 15 dicem­bre 1882 don Francesco, Caterina Comensoli e tre giovani donne danno vita all’Istituto delle Suore Adoratrici del SS. Sa­cramento con un’ora di adorazione davanti a un quadro del Sacro Cuore. Gli inizi sono confortanti, dopo soli tre anni le suore sono già un centinaio e circa duecento le persone accolte e aiutate. Le opere di Dio, però, hanno sempre il sigillo della croce e della sofferenza. Viene coinvol­to, suo malgrado, in acquisti onerosi e in operazioni finanziarie alle quali, nonostante la buona reputazione che gode e la fiducia dei creditori, non riesce più a fare fronte, anche a causa di azioni poco chiare e disoneste da parte di chi lo aveva spinto a sobbarcarsi questi oneri.

    Abbandonato e tradito nel momento del bisogno da coloro che avevano il dovere di aiutarlo, incorre in un grave dissesto finanziario ed è costretto a dichiarare fallimento: è il 18 gennaio 1889. Don Francesco vive questa dolorosa prova nel silenzio, nella preghiera, nell’abbandono fiducioso e nel perdono manifestato “di cuore” verso coloro che lo avevano ferito, tradito e abban­donato. Allontanato dal suo Istituto e dalla diocesi di Bergamo, egli trova accoglienza tra le suore della comunità di Rivolta d’Adda, in diocesi di Cremona.

    Chiede al vescovo di questa diocesi, mons. Geremia Bonomelli, di essere incardinato tra il suo clero e di poter continuare l’Istituto da lui fondato. Il prelato, dopo un primo momento di rifiuto ed esita­zione, è colpito dall’umiltà di quel povero prete, si sente cambiare interiormente e lo accoglie nella sua diocesi. È il marzo 1889.

    Il disegno di Dio su don Francesco continua in diocesi di Cremona, sancito, il 10 novembre 1897, con la promulga­zione a firma di mons. Geremia Bonomelli del Decreto di erezione canonica dell’Istituto delle Suore Adoratrici del SS. Sacramento. Le suore rimaste a Bergamo, invece, con il nome di Sacramentine, continuano la loro opere e riconoscono in Gertrude Comensoli la loro fondatrice.

    La rinascita avviene in estrema povertà, ma la povertà materiale è arricchita da una grande fede sostenuta dalla perpetua adorazione di Gesù Eucaristia e dalla contemplazione del Suo immenso Amore per ogni persona. Il chicco di grano caduto in terra e morto non tarda a produrre i suoi frutti: l’Istituto cresce; numerose ragazze chiedono di condividere l’ideale di adorazione e di servizio; si aprono molte case filiali.

    Nel rinato Istituto don Francesco esercita per più di vent’anni, fino alla morte, il suo ruolo di Fondatore e Superiore. Sotto la sua guida paterna e ferma le suore apprendono uno stile di vita eucaristico e lo trasmettono ai bambini, ai malati, ai disabili che nessuno accoglie, ai poveri abbandonati e rifiutati. Don Francesco si lascia continua­mente plasmare e guidare dalla contemplazione di Gesù Eucaristia, ne assume gli stessi sentimenti di compassione e di misericordia, è “largo di perdono” verso coloro che lo offendono, è “acceso” di carità verso Dio e verso il prossimo, così da poter dire di sé, nel suo testamento, che egli “negli infelici ravvisò Gesù Cristo e nei nemici i cari di speciale amore”. Al termine della sua vita, macerato dall’amore e consumato dal sacrificio, diventa egli stesso pane donato e vino versato per i fratelli sull’esempio del Signore Gesù.

 

Morte del Beato

 

    Circondato dalle sue suore, muore santamente e serenamente il 6 febbraio 1913.

    Il 14 maggio 1924 la sua salma viene traslata dal cimitero di Rivolta d’Adda alla chiesa della Casa Madre dell’Istituto.

    L’Istituto delle Suore Adoratrici del SS. Sacramento oggi è presente in tre continenti: in Europa (Italia), in America Latina (Argentina); in Africa (Congo, Senegal, Camerun).

 

 

"ITER" DELLA CAUSA

 

 

a) In vista della Beatificazione

 

    Dal 1928 al 1935 si svolse il Processo Ordinario Informativo nella diocesi di Cremona.

    Dopo l’Introduzione della Causa (1952), furono celebrati i pro­cessi Apostolici (1953-1957), che furono riconosciuti validi giuridi­camente il 22 giugno 1962.

    Preparata la Positio super Virtutibus (1988), il 14 aprile 1989 si svolse il Congresso Peculiare dei Consultori Teologi ed il 9 gennaio 1990 la Sessione ordinaria dei Cardinali e Vescovi.

    Il Decretum super Virtutibus è stato promulgato il 3 marzo del 1990.

    L’Inchiesta diocesana sul presunto miracolo è stata istruita presso la Curia ecclesiastica di Brescia nel 1955.

    Il caso fu sottoposto all’esame dei Periti della Consulta Medica il 9 gennaio 1992 e a quello dei Consultori Teologi il 6 marzo 1992. I Cardinali e Vescovi Membri della Congregazione hanno ricono­sciuto l’inspiegabilità dell’evento e l’intercessione del Venerabile Servo di Dio il 7 aprile 1992.

    Il Decretum super Miraculo fu promulgato il 2 giugno 1992.

    San Giovanni Paolo II celebrò il rito della beatificazione il 21 giugno 1992, presso il Santuario di Santa Maria del Fonte in Caravaggio, diocesi di Cremona e provincia di Bergamo.

 

b) In vista della Canonizzazione

 

    In vista della canonizzazione, la Postulazione ha presentato alla Congregazione delle Cause dei Santi un’Inchiesta diocesana sulla guarigione ritenuta miracolosa di un bambino da “grave shock emorragico post-traumatico” (Relazione Consulta Medica), avvenuta a Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo) nel 2007.

    Il materiale probatorio è stato affidato allo studio di due Periti medico-legali della Congregazione delle Cause dei Santi. Uno di loro si è espresso positivamente. Avendo invece l’altro Perito evidenziato la scarsità di documentazione medico-clinica e sottolineando la necessità di riformulare meglio la diagnosi (Relatio et Vota p. 9), la Postulazione ha chiesto l’opinione di altri specialisti, i quali hanno dato responso favorevole, permettendo così che si potesse procedere, con esito positivo, all’esame del caso da parte della Consulta Medica il giorno 21 settembre 2017.

    Il Congresso dei Consultori Teologi, il 30 novembre 2017, ha rav­vi­sato all’unanimità l’intervento miracoloso di Dio per inter­cessione del Beato.

    La Sessione ordinaria dei Cardinali e Vescovi del 27 febbraio 2018 ha giudicato la guarigione come un vero miracolo.

    Sua Santità Francesco ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il Decretum super Miraculo.

 

[1] F. Spinelli, Lettere alle Suore, circolare n. 25.

SANTA MESSA E CANONIZZAZIONE DEI BEATI:
PAOLO VI, OSCAR ROMERO, FRANCESCO SPINELLI, VINCENZO ROMANO, 
MARIA CATERINA KASPER, NAZARIA IGNAZIA DI SANTA TERESA DI GESÙ, NUNZIO SULPRIZIO

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Piazza San Pietro
Domenica, 14 ottobre 2018

 

La seconda Lettura ci ha detto che «la parola di Dio è viva, efficace e tagliente» (Eb 4,12). È proprio così: la Parola di Dio non è solo un insieme di verità o un edificante racconto spirituale, no, è Parola viva, che tocca la vita, che la trasforma. Lì Gesù in persona, Lui che è la Parola vivente di Dio, parla ai nostri cuori.

Il Vangelo, in particolare, ci invita all’incontro con il Signore, sull’esempio di quel «tale» che «gli corse incontro» (cfr Mc 10,17). Possiamo immedesimarci in quell’uomo, di cui il testo non dice il nome, quasi a suggerire che possa rappresentare ciascuno di noi. Egli domanda a Gesù come «avere in eredità la vita eterna» (v. 17). Chiede la vita per sempre, la vita in pienezza: chi di noi non la vorrebbe? Ma, notiamo, la chiede come un’eredità da avere, come un bene da ottenere, da conquistare con le sue forze. Infatti, per possedere questo bene ha osservato i comandamenti fin dall’infanzia e per raggiungere lo scopo è disposto a osservarne altri; per questo chiede: «Che cosa devo fare per avere?».

La risposta di Gesù lo spiazza. Il Signore fissa lo sguardo su di lui e lo ama (cfr v. 21). Gesù cambia prospettiva: dai precetti osservati per ottenere ricompense all’amore gratuito e totale. Quel tale parlava nei termini di domanda e offerta, Gesù gli propone una storia di amore. Gli chiede di passare dall’osservanza delle leggi al dono di sé, dal fare per sé all’essere con Lui. E gli fa una proposta di vita “tagliente”: «Vendi quello che hai e dallo ai poveri […] e vieni! Seguimi!» (v. 21). Anche a te Gesù dice: “vieni, seguimi!”. Vieni: non stare fermo, perché non basta non fare nulla di male per essere di Gesù. Seguimi: non andare dietro a Gesù solo quando ti va, ma cercalo ogni giorno; non accontentarti di osservare dei precetti, di fare un po’ di elemosina e dire qualche preghiera: trova in Lui il Dio che ti ama sempre, il senso della tua vita, la forza di donarti.

Ancora Gesù dice: «Vendi quello che hai e dallo ai poveri». Il Signore non fa teorie su povertà e ricchezza, ma va diretto alla vita. Ti chiede di lasciare quello che appesantisce il cuore, di svuotarti di beni per fare posto a Lui, unico bene. Non si può seguire veramente Gesù quando si è zavorrati dalle cose. Perché, se il cuore è affollato di beni, non ci sarà spazio per il Signore, che diventerà una cosa tra le altre. Per questo la ricchezza è pericolosa e – dice Gesù – rende difficile persino salvarsi. Non perché Dio sia severo, no! Il problema è dalla nostra parte: il nostro troppo avere, il nostro troppo volere ci soffocano, ci soffocano il cuore e ci rendono incapaci di amare. Perciò San Paolo ricorda che «l’avidità del denaro è la radice di tutti i mali» (1 Tm 6,10). Lo vediamo: dove si mettono al centro i soldi non c’è posto per Dio e non c’è posto neanche per l’uomo.

Gesù è radicale. Egli dà tutto e chiede tutto: dà un amore totale e chiede un cuore indiviso. Anche oggi si dà a noi come Pane vivo; possiamo dargli in cambio le briciole? A Lui, fattosi nostro servo fino ad andare in croce per noi, non possiamo rispondere solo con l’osservanza di qualche precetto. A Lui, che ci offre la vita eterna, non possiamo dare qualche ritaglio di tempo. Gesù non si accontenta di una “percentuale di amore”: non possiamo amarlo al venti, al cinquanta o al sessanta per cento. O tutto o niente.

Cari fratelli e sorelle, il nostro cuore è come una calamita: si lascia attirare dall’amore, ma può attaccarsi da una parte sola e deve scegliere: o amerà Dio o amerà la ricchezza del mondo (cfr Mt 6,24); o vivrà per amare o vivrà per sé (cfr Mc 8,35). Chiediamoci da che parte stiamo. Chiediamoci a che punto siamo nella nostra storia di amore con Dio. Ci accontentiamo di qualche precetto o seguiamo Gesù da innamorati, veramente disposti a lasciare qualcosa per Lui? Gesù interroga ciascuno di noi e tutti noi come Chiesa in cammino: siamo una Chiesa che soltanto predica buoni precetti o una Chiesa-sposa, che per il suo Signore si lancia nell’amore? Lo seguiamo davvero o ritorniamo sui passi del mondo, come quel tale? Insomma, ci basta Gesù o cerchiamo tante sicurezze del mondo? Chiediamo la grazia di saper lasciare per amore del Signore: lasciare ricchezze, lasciare nostalgie di ruoli e poteri, lasciare strutture non più adeguate all’annuncio del Vangelo, i pesi che frenano la missione, i lacci che ci legano al mondo. Senza un salto in avanti nell’amore la nostra vita e la nostra Chiesa si ammalano di «autocompiacimento egocentrico» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 95): si cerca la gioia in qualche piacere passeggero, ci si rinchiude nel chiacchiericcio sterile, ci si adagia nella monotonia di una vita cristiana senza slancio, dove un po’ di narcisismo copre la tristezza di rimanere incompiuti.

Fu così per quel tale, che – dice il Vangelo – «se ne andò rattristato» (v. 22). Si era ancorato ai precetti e ai suoi molti beni, non aveva dato il cuore. E, pur avendo incontrato Gesù e ricevuto il suo sguardo d’amore, se ne andò triste. La tristezza è la prova dell’amore incompiuto. È il segno di un cuore tiepido. Invece, un cuore alleggerito di beni, che libero ama il Signore, diffonde sempre la gioia, quella gioia di cui oggi c’è grande bisogno. Il santo Papa Paolo VI scrisse: «È nel cuore delle loro angosce che i nostri contemporanei hanno bisogno di conoscere la gioia, di sentire il suo canto» (Esort. ap. Gaudete in Domino, I). Gesù oggi ci invita a ritornare alle sorgenti della gioia, che sono l’incontro con Lui, la scelta coraggiosa di rischiare per seguirlo, il gusto di lasciare qualcosa per abbracciare la sua via. I santi hanno percorso questo cammino.

L’ha fatto Paolo VI, sull’esempio dell’Apostolo del quale assunse il nome. Come lui ha speso la vita per il Vangelo di Cristo, valicando nuovi confini e facendosi suo testimone nell’annuncio e nel dialogo, profeta di una Chiesa estroversa che guarda ai lontani e si prende cura dei poveri. Paolo VI, anche nella fatica e in mezzo alle incomprensioni, ha testimoniato in modo appassionato la bellezza e la gioia di seguire Gesù totalmente. Oggi ci esorta ancora, insieme al Concilio di cui è stato il sapiente timoniere, a vivere la nostra comune vocazione: la vocazione universale alla santità. Non alle mezze misure, ma alla santità. È bello che insieme a lui e agli altri santi e sante odierni ci sia Mons. Romero, che ha lasciato le sicurezze del mondo, persino la propria incolumità, per dare la vita secondo il Vangelo, vicino ai poveri e alla sua gente, col cuore calamitato da Gesù e dai fratelli. Lo stesso possiamo dire di Francesco Spinelli, di Vincenzo Romano, di Maria Caterina Kasper, di Nazaria Ignazia di Santa Teresa di Gesù e anche del nostro ragazzo abruzzese-napoletano, Nunzio Sulprizio: il santo giovane, coraggioso, umile che ha saputo incontrare Gesù nella sofferenza, nel silenzio e nell'offerta di sé stesso. Tutti questi santi, in diversi contesti, hanno tradotto con la vita la Parola di oggi, senza tiepidezza, senza calcoli, con l’ardore di rischiare e di lasciare. Fratelli e sorelle, il Signore ci aiuti a imitare i loro esempi.

BEATIFICAZIONE DI DON FRANCESCO SPINELLI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Piazzale del Santuario «Nostra Signora del Fonte» - Caravaggio (Bergamo)
Domenica, 21 giugno 1992

 

1. “Fate questo in memoria di me!” (1 Cor 11, 24). Sono le parole con cui Cristo ha istituito il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue. Con esse ha rivelato ciò che per sempre costituirà il cuore che dà la vita alla Chiesa e il culmine a cui tende, come al suo fine, tutta l’esistenza della comunità dei redenti. Gesù ha detto: “Fate questo in memoria di me”, ma non ci ha lasciato soltanto un ricordo dell’Ultima Cena. Noi non solo ricordiamo, ma anche mangiamo: ci nutriamo del suo Corpo e del suo Sangue. Il cibo serve alla crescita dell’organismo. Il Cibo eucaristico trasforma coloro che lo consumano. Quando il soggetto assimila gli elementi nutritivi del cibo corporale, li trasforma nel proprio corpo; l’Eucaristia, invece, fa crescere in noi l’uomo spirituale a somiglianza di Cristo-nuovo Adamo, che secondo l’espressione di Paolo è diventato “spirito datore di vita” (1 Cor 15, 45).

2. L’Eucaristia racchiude il testamento salvifico della Nuova Alleanza tra Dio e l’umanità. L’uomo che ne partecipa diviene consapevole di chi egli sia nel disegno di Dio: egli prende coscienza di essere stato creato a somiglianza di Dio, per andare al di là di se stesso innalzandosi verso Dio. Questa “coscienza eucaristica” contraddistingue in modo particolare i Santi e i Beati della Chiesa. Sono loro che partecipano in maniera più completa alla moltiplicazione del pane, compiuta da Cristo. Mentre, nei pressi di Betsaida, quanti assistettero alla moltiplicazione dei pani, poterono sfamarsi e “si saziarono tutti”, come abbiamo letto nel Vangelo odierno (Lc9, 17) - i santi, invece, in quanto uomini dell’Eucaristia, devono a questo mistero salutare uno zelo sempre più grande, una sempre più forte fame spirituale: la fame della verità, dell’amore, del sacrificio - la fame che solo il Padre celeste può saziare, quando diventerà “tutto in tutti” (1 Cor 15, 28).

3. Carissimi fratelli e sorelle, gli occhi del nostro spirito fissano quest’oggi il mistero dell’Eucaristia e scrutano l’arcano disegno di Dio, che convoca alla sua mensa gli uomini di tutta la terra. Nell’Eucaristia sperimentiamo la verità della nostra missione ecclesiale; diventiamo partecipi di Cristo, e questo cambia la nostra vita, rendendoci agenti di riconciliazione e di comunione. Il pane eucaristico ci trasforma in persone “nuove”, fa di noi altrettanti apostoli di unità e di pace. Con tali sentimenti, che rendono singolarmente significativo l’odierno nostro incontro liturgico, esprimo la profonda gioia di celebrare l’Eucaristia insieme con voi, nella solennità del Corpus Domini. Saluto il venerato Pastore della diocesi, il caro Mons. Enrico Assi, e lo ringrazio per le parole che a nome dell’assemblea mi ha rivolto all’inizio della Santa Messa. Saluto con viva cordialità il Signor Cardinale Carlo Maria Martini, Arcivescovo di Milano e i Presuli della Regione lombarda. Dirigo il mio pensiero affettuoso a voi, cari Sacerdoti, Religiosi e Religiose, e voi, cari Christifideles laici, fedeli laici, che so seriamente impegnati in una diuturna opera di annuncio e di testimonianza del Vangelo. Mi è gradito, inoltre, ringraziare per la loro presenza le Autorità amministrative, politiche e militari: a tutti vada la mia sincera gratitudine per la collaborazione offerta nel preparare questa mia visita pastorale. Un cordiale saluto lo dirigo pure a voi, cari ammalati, che con la vostra sofferenza, accettata e offerta in spirito di fede, potete validamente sostenere l’opera della salvezza. Grazie al contributo di ogni credente, infatti, come mediante tanti chicchi di grano offerti sull’altare della fedeltà al Vangelo, si costruisce il Corpo mistico del Signore, che si è immolato per la costruzione del Regno.

4. Nel santo mistero dell’Eucaristia assume rilievo profetico la vita del Servo di Dio, che oggi mi è dato di annoverare tra le schiere dei Beati della Chiesa. Celebrando la solennità del Corpus Christi, qui, in questo luogo consacrato dalla tradizione alla devozione verso Santa Maria del Fonte, onoriamo un degno figlio della vostra terra, don Francesco Spinelli, vissuto per “amare e far amare Gesù nell’Eucaristia”. La vostra Comunità diocesana, unitamente alle Suore Adoratrici del Santissimo Sacramento, giustamente rende grazie a Dio per questo apostolo di profonda spiritualità eucaristica, che, accogliendo l’interiore suggerimento dello Spirito Santo, dette vita a una Congregazione religiosa “per adorare Gesù nell’Eucaristia con amore ardente e attingere da Lui la carità da esercitare verso i diseredati (fanciulle orfane o in pericolo), coloro a cui non provvedeva la pubblica carità”. Quanto rigoglioso e benedetto fu l’avvio di questa nuova Famiglia, altrettanto tempestose furono le prove che dopo alcuni anni parvero comprometterne la stessa esistenza. Don Francesco, costretto dagli eventi a lasciare le sue Suore e la città di Bergamo, percorse nella indiscussa obbedienza al suo Vescovo un’autentica “via crucis”, con l’umile pazienza di chi ha una fede eroica. Accolto e aiutato con animo paterno dal Vescovo di Cremona, Mons. Geremia Bonomelli, don Francesco, malgrado le amarezze e le delusioni subite, riprese il suo cammino con le Suore della Comunità di Rivolta d’Adda. Lo zelante Sacerdote spese il resto della sua vita al servizio della Famiglia religiosa, rinata in terra cremonese e ben presto presente con numerose fondazioni anche nelle Diocesi di Como e di Milano. Le frequenti malattie non distolsero mai don Francesco dalla sua fatica di formatore di Religiose, di servo dei più poveri, di predicatore dell’amore eucaristico, di sacerdote attento ai confratelli in difficoltà. Attingeva la sua forza dall’Eucaristia e da una filiale confidenza verso la Vergine Maria, alla quale in questo santuario affidò ripetutamente le sue Figlie e l’opera a lui più cara, quella destinata agli handicappati. Dopo una malattia dolorosa, sopportata con edificante pazienza, spirò nel febbraio del 1913, lasciando alle sue Suore la raccomandazione di amare l’Eucaristia, di servire i più poveri e di praticare il perdono.

5. Amore a Cristo eucaristico e servizio al povero, icona di Cristo: ecco, in sintesi, la vita e il ministero sacerdotale del Beato Francesco Spinelli, la cui testimonianza appare oggi particolarmente attuale ed eloquente. In un tempo segnato, com’è il nostro, da notevoli cambiamenti sociali, egli continua a ripeterci che solo dal Cuore trafitto del Redentore scaturisce per l’uomo di tutte le epoche la sorgente inesauribile dell’amore disinteressato, che purifica e rinnova. Don Spinelli comprese sino in fondo la verità del messaggio della Croce e, per questo, viene ora additato come esempio da imitare e intercessore da invocare. La Chiesa lo offre come modello di autentico apostolo soprattutto a voi, Sacerdoti, che la Provvidenza chiama ad essere dispensatori dei misteri della salvezza. Sappiate nel vostro quotidiano ministero attingere luce e coraggio dall’Eucaristia, sì da diventare fedeli discepoli del divino Maestro. Lo presenta come valido testimone del Vangelo a voi, Religiosi e Religiose, e a tutti voi, carissimi fratelli e sorelle della diocesi di Cremona, che vi avviate ormai verso la conclusione del cammino sinodale. Se in ogni articolazione della vostra Comunità ecclesiale scorrerà la linfa vitale dell’Eucaristia, potrete essere efficaci messaggeri del perenne e sempre nuovo annuncio evangelico, recando al mondo la salvezza e la pace.

6. Siate, come don Francesco Spinelli, persone pervase da indomita e divina carità, che si esprima in un attento servizio ai poveri e a coloro che vivono ai margini della società. La Chiesa ha bisogno di uomini e di donne che facciano, come lui, della loro vita un dono senza riserva al Signore; che non si lascino attrarre dal fascino dei mutevoli richiami del mondo; che sappiano immolare se stessi, unendo il loro sacrificio a quello di Gesù, perché “il mondo abbia la vita e l’abbia in abbondanza” (Gv 10, 10). Questa è la missione della Chiesa; questa è la vocazione di ciascuno di noi, chiamati a realizzare docilmente il Vangelo della carità. “Facendo memoria del suo Signore, in attesa che egli ritorni, - hanno scritto i Vescovi italiani negli orientamenti pastorali per gli anni ‘90 - la Chiesa entra in questa logica del dono totale di sé. Attorno all’unica mensa eucaristica, e condividendo l’unico pane, essa cresce e si edifica come carità ed è chiamata a mostrarsi al mondo come segno e strumento dell’unità in Cristo di tutto il genere umano” (Evangelizzazione e testimonianza della carità, 17). Compito, certamente, impegnativo, ma non impossibile, giacché l’amore del Signore può vincere ogni debolezza umana. Nell’Eucaristia Cristo si fa nostro nutrimento spirituale e anticipa fra le ombre del tempo i bagliori del Regno della gloria definitiva.

7. “Oracolo del Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra” (Sal 110, 1). Il Figlio, consustanziale al Padre, Dio da Dio, che per noi e per la nostra salvezza si è fatto Uomo, presso il Padre riceve la gloria, a cui partecipano anche i Santi e i Beati di tutte le nazioni e di tutti i tempi. La Chiesa, celebrando l’Eucaristia, si rallegra oggi del mistero della Comunione dei Santi, che costituisce il compimento dell’Alleanza nel santuario dell’Eternità di Dio. Al tempo stesso Cristo, che “sta alla destra del Padre” non cessa di dire agli Apostoli, come fece presso Betsaida: “Dategli voi stessi da mangiare” (Lc 9, 13). È Lui infatti che, mediante le mani dei servi dell’Eucaristia, benedice, spezza e offre da mangiare il suo Corpo e il suo Sangue sotto le specie del pane e del vino: “Questo è il mio Corpo, che è per voi . . . Questo Calice è la nuova Alleanza nel mio sangue; Fate questo . . . in memoria di me” (1 Cor 11, 24-25).

Ecco, Signore, noi oggi “facciamo questo in memoria di te”.

Tu aiutaci a tradurre nella vita ciò che compiamo nel rito. Aiutaci a donarci, sul tuo esempio, per la salvezza dei fratelli.

Amen!

 

 

LITTERAE APOSTOLICAE

de peracta Beatificatione

 

IOANNES  PAULUS  PP. II

ad futuram rei memoriam

 

 

    «Cum dilexisset suos qui erant in mundo, in finem dilexit eos» (Io 13, 1).

    Eucharistia, a Domino Iesu discipulis suis concredita sicut synthesis et manifestatio ipsius erga mundum caritatis, Venerabilis Servi Dei Francisci Spinelli dilectio erat maxima ac inflatus magna­nimi eius ministerii apostolici. Divini Magistri exemplum et doctrinam insequens, ipse vitam suam sine recusatione Deo donavit ac fratribus, suaque cum Christi oblatione in Eucharistia coniuncta, ita vivebat, patiens praestans opus, ut in Eucharistia praesens Christus ameretur. Inde praeterea, velut ex fonte immenso, suum flagrantem amorem in animos, in pauperes inque aegrotos hausit.

    Natus est Mediolani die XIV mensis Aprilis anno MDCCCLIII ac postridie in basilica S. Ambrosii sacramentum baptismatis accepit. A piis parentibus Bartholomaeo Spinelli et Catharina Aemilia Caglia­roli institutus, iam in infantia maxime pronum se ad sacra ostendit necnon sedulus erat praesertim ad pauperes aegrosque adiuvandos. Die XIX mensis Maii anno MDCCCLXI roboratus est dono Spiritus Sancti per sacramentum confirmationis. Admissus in Seminarium Bergomense tamquam alumnus externus, ordinatus est presbyter die XVII mensis Octobris anno MDCCCLXXV. Demum functus est officio vicarii paroecialis apud avunculum suum dominum Petrum Cagliaroli, curionem paroeciae S. Alexandri in Colonna, in urbe Bergomensi. Cum laudabili studio ac uberrimis spiritalibus fructibus christianam doctrinam docuit in Bergomensi lyceo S. Alexandri ac fuit popularis Verbi Dei praeco.

    Eadem in urbe anno MDCCCLXXXII una cum beata Catharina Comensoli initium fecit Congregationis Sororum SS. Sacramenti, eo consilio ut Iesum in Eucharistia ardenti cum amore adorarent et cari­tatem ex eo haurirent in exheredes omnesque a publica cura neglectos exercitandam. Aeque florens et fortunatum fuit initium novae Congregationis religiosae ac turbulentae fuerunt vexationes, quibus nonnullos post annos ipsa in discrimen adduci videbatur. Illis vexationibus difficultatibusque coactus, ut suas Sorores ac dioecesim derelinqueret, Venerabilis Servus Dei, omnino oboediens suo episcopo, veram «viam crucis» emensus est, quam passus est pa­tienter, tamquam servus bonus et fidelis qui praesto semper est Domino suo.

    Anno MDCCCLXXXIX in locum vulgo dictum «Rivolta d'Adda», qui est in dioecesi Cremonensi, se contulit, ubi domum Sororum Adoratricum SS. Sacramenti invenit, ibidemque episcopus, rev.mus dominus Ieremias Bonomelli, eius humilitate commotus atque certior factus eum adversorum actorum insontem esse, animum ei fecit ad operam prosequendam et in omnibus ei auxilio fuit. Cum Sorores quae eum acceperant, ab illis seiunctae essent quae Bergomi erant, anno MDCCCXCVII episcopus Bonomelli Decretum edidit de erectio­ne canonica novae Congregationis Adoratricum SS. Sacramenti, quae Venerabilem Servum Dei suum agnovit fundatorem. Usque ad mortem ipse novae Congregationi praefuit, diligenter prudenterque eam regens ministerio spirituali et materiali erga egenos. Enituit ipse fidelitate erga vocationem sacerdotalem, fervore pietatis Euchari­sticae, amore Dei et proximi, maxima humilitate, oblatione sui ipsius necnon patientia multis in tribulationibus in quas in via sua incidit.

    Circumdatus sanctitatis gloria obdormivit in pace iustorum die VI mensis Februarii anno MCMXIII, mandans Sororibus, ut Euchari­stiam amarent, pauperibus servirent et omnibus ignoscerent. Perdu­rante fama sanctitatis, episcopus Cremonensis anno MCMXXVIII instituit Causam Canonizationis per celebrationem Processus Ordi­narii, qui «informativus» nuncupatur. Anno autem MCMLII prodiit decretum Introductionis Causae, exinde suscepta est celebratio Processus Apostolici.

    Servatis de iure servandis, Nobis praesentibus die III mensis Martii, anno MCMXC, promulgatum est decretum, quo sacerdotem Franciscum Spinelli virtutes theologales, cardinales et adnexas heroum in modum coluisse agnovimus. Insuper, apud eandem Curiam Cremonensem inter Processum Apostolicum de virtutibus, percepta sunt testimonia de mira sanatione, quae die XXI mensis Iunii anno MCMXLVII, intercedente Venerabili Servo Dei, a Deo est patrata. Cum autem suetae inquisitiones felicem habuissent exitum, die II mensis Iunii anno MCMXCII Nos de eodem miro per Decretum constare statuimus.

    Constituimus denique ut Beatificationis ritus die XXI eiusdem mensis apud sacram Beatae Virginis Mariae a Fonte Caravagii aedem ageretur, occasione Nostrae in Cremonensi dioecesi pastoralis visitationis.

    Hodie igitur inter sacra bane diximus formulam:

    «Noi accogliendo il desiderio del nostro fratello Enrico Assi, vescovo di Cremona, di molti altri Fratelli nell'episcopato, e di molti fedeli, dopo aver avuto il parere della Congregazione delle Cause dei Santi, con la nostra autorità apostolica concediamo che il Venerabile Servo di Dio Francesco Spinelli d'ora in poi sia chiamato Beato, e che si può celebrare la sua festa nei luoghi e secondo le regole stabilite dal diritto, ogni anno il 6 febbraio.

    Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo».

    Quae autem statuta hic sunt, volumus et nunc et in posterum tempus vim habere, contrariis rebus quibusvis nihil obstantibus.

    Datum apud aedem sacram Beatae Virginis a Fonte Caravagii, sub anulo Piscatoris, die XXI mensis Iunii, anno MCMXCII, Ponti­ficatus Nostri quarto decimo.

 

Angelus Card. Sodano

Secretarius Status

 

Loco Sigilli

In Secret. Status, tab., n. 308.264