Giovanni d’Avila

Giovanni d’Avila

(1499-1569)

Beatificazione:

- 04 aprile 1894

- Papa  Leone XIII

Canonizzazione:

- 31 maggio 1970

- Papa  Paolo VI

- Basilica Vaticana

Ricorrenza:

- 10 maggio

Sacerdote e Dottore della Chiesa, che percorse tutta la regione predicando Cristo e, sospettato ingiustamente di eresia, fu gettato in carcere, dove scrisse la parte più importante della sua dottrina spirituale

  • Biografia
  • Omelia
  • LETTERA APOSTOLICA
"Cristo di dice che se noi desideriamo unirci a lui, dobbiamo camminare sulla strada che egli ha percorso"

 

Juan de Ávila Gijón nacque il 6 gennaio 1499 ad Almodóvar del Campo (Ciudad Real, diocesi di Toledo), figlio unico di Alonso Ávila e di Catalina Gijón, genitori molto cristiani e con un’alta posizione economica e sociale. A 14 anni lo portarono a studiare Legge nella prestigiosa Università di Salamanca; ma abbandonò questi studi al termine del quarto corso perché, in seguito di un’esperienza molto profonda di conversione, decise di ritornare nella dimora familiare per dedicarsi a riflettere e a pregare.

Con il proposito di diventare sacerdote, nel 1520 andò a studiare Arti e Teologia nell’Università di Alcalá de Henares, aperta alle grandi scuole teologiche del tempo e alla corrente dell’umanesimo rinascimentale. Nel 1526, ricevette l’ordinazione sacerdotale e celebrò la prima Messa solenne nella parrocchia del suo paese e, con il proposito di recarsi come missionario nelle Indie, decise di ripartire la sua consistente eredità tra i più bisognosi. Quindi, in accordo con colui che doveva essere primo Vescovo di Talxcala, in Nueva España (Messico),  si recò a Siviglia in attesa d’imbarcarsi per il Nuovo Mondo.

Mentre preparava il viaggio, si dedicò a predicare nella città e nelle località vicine. Lì incontrò il venerabile Servo di Dio Fernando de Contreras,  dottore ad Alcalá e prestigioso catechista. Questi, entusiasmato dalla testimonianza di vita e dall’oratoria del giovane sacerdote Giovanni,  riuscì a far sì che l’arcivescovo  sivigliano lo facesse desistere dalla sua idea di andare in America per restare in Andalusia; rimase a Siviglia condividendo casa, povertà e vita di preghiera con Contreras e, mentre si dedicava alla predicazione e alla direzione spirituale, continuò gli studi di Teologia nel Collegio di San Tommaso, dove forse ottenne il titolo di Maestro.

Tuttavia nel 1531, a causa di una sua predicazione mal interpretata,  fu mandato in carcere. Nella prigione cominciò a scrivere la prima  versione dell’Audi, filia. In quegli anni  ricevette la grazia di penetrare con singolare profondità nel mistero  dell’amore di Dio e del grande  beneficio fatto all’umanità da Gesù Cristo, nostro Redentore. Da allora in poi sarà quello l’asse portante della sua vita spirituale e il tema centrale della sua predicazione.

Una volta emessa la sentenza assolutoria nel 1533, continuò a predicare con notevole successo tra il popolo e dinanzi alle autorità, ma preferì trasferirsi a Cordova, incardinandosi in questa diocesi. Poco dopo,  nel 1536, lo chiamò per ricevere un suo consiglio l’arcivescovo di Granada dove, oltre a continuare la sua opera di evangelizzazione, completò gli studi in quella Università.

Buon conoscitore del suo tempo e con un’ottima formazione accademica, Giovanni d’Ávila fu un eminente teologo e un autentico umanista. Propose la creazione di un Tribunale Internazionale di arbitrato per evitare le guerre e fu persino capace d’inventare e di brevettare alcune opere d’ingegneria.  Vivendo però molto poveramente, incentrò la sua attività sulla promozione della vita cristiana di quanti ascoltavano compiaciuti i suoi sermoni e lo seguivano ovunque. 

Particolarmente preoccupato dell’educazione e dell’istruzione dei bambini e dei giovani, soprattutto di quanti si preparavano al sacerdozio, fondò vari Collegi minori e maggiori che, dopo il concilio di Trento, sarebbero diventati Seminari conciliari. Fondò altresì l’Università di Baeza (Jaén), per secoli  importante punto di riferimento per la qualificata formazione di chierici e secolari.

Dopo aver percorso l’Andalusia e altre regioni del centro e dell’ovest della Spagna predicando e pregando,  ormai malato, nel 1554 si ritirò definitivamente in una semplice casa a Montilla (Cordova), dove esercitò il suo apostolato delineando alcune delle sue opere attraverso un’abbondante corrispondenza.  L’Arcivescovo di Granada  voleva portarlo come consultore teologo alle ultime due sessioni del  concilio di Trento; non  potendo viaggiare per problemi di salute, redasse i Memoriales che esercitarono grande influenza in quella assemblea ecclesiale.

Accompagnato dai suoi discepoli e amici e afflitto da fortissimi dolori, con un Crocifisso tra le mani, rese la sua anima al Signore nella sua umile casa di Montilla la mattina del 10 maggio 1569

CANONIZZAZIONE DEL BEATO GIOVANNI D’AVILA

OMELIA DEL SANTO PADRE PAOLO VI

Domenica, 31 maggio 1970

 

Venerati Fratelli e Figli carissimi!

Ringraziamo Iddio che, mediante questa esaltazione del Beato Giovanni d’Avila allo splendore della santità, offre alla Chiesa universale l’invito allo studio, all’imitazione, al culto, all’invocazione d’una grande figura di Sacerdote.
Lode sia all’Episcopato Spagnolo, che, non pago della proclamazione, fatta dal Nostro Predecessore di venerata memoria Pio XII, del titolo, attribuito all’apostolo dell’Andalusia, cioè al medesimo Beato Giovanni d’Avila, di Protettore speciale del Clero diocesano di Spagna, ha sollecitato da questa Sede Apostolica la sua canonizzazione, trovando, sia nella nostra Sacra Congregazione per le cause dei Santi, che nella nostra stessa persona, le migliori e meritate disposizioni ad atto celebrativo di tanta importanza. E voglia Iddio che questa elevazione del Beato Giovanni d’Avila nell’albo dei Santi, nella schiera gloriosa dei figli della Chiesa celeste, valga ad ottenere alla Chiesa pellegrinante in terra un intercessore nuovo e potente, un maestro di vita spirituale, provvido e sapiente; un rinnovatore esemplare di vita ecclesiastica e di costume cristiano.

TEMPO POST-CONCILIARE

E questo Nostro voto sembra esaudito dal raffronto storico dei tempi, nei quali visse ed operò il Santo, con i tempi nostri; raffronto di due periodi certamente molto diversi fra loro, i quali, per altro, presentano analogie non tanto nei fatti, quanto piuttosto in alcuni principi ispiratori, sia delle vicende umane di allora, sia di quelle presenti: risveglio, ad esempio, di energie vitali e crisi di idee, fenomeno questo proprio del Cinquecento e proprio del nostro secolo ventesimo; e tempo di riforme e di discussioni conciliari quello, come lo è questo che stiamo vivendo. E parimente sembra provvidenziale che sia rievocata ai nostri giorni la figura del Maestro Avila per i tratti caratteristici della sua vita sacerdotale, i quali conferiscono a questo Santo un pregio singolare e sempre apprezzato dal gusto contemporaneo, quello dell’attualità.
San Giovanni d’Avila è un Sacerdote, che per molti riguardi possiamo dire moderno, specialmente per la pluralità degli aspetti, che la sua vita offre alla nostra considerazione e perciò alla nostra imitazione. Non indarno egli è già stato offerto al Clero Spagnolo, come suo modello esemplare e celeste tutore. Noi pensiamo ch’egli può essere onorato come tipo polivalente da ogni Prete dei giorni nostri, nei quali, si dice, che il Sacerdozio stesso soffre d’una crisi profonda; una «crisi d’identità», quasi che sia la natura, ‘sia la missione del Sacerdote non abbiano ora motivi sufficienti per giustificare la loro presenza in una società, come la nostra, sconsacrata e secolarizzata. Ogni Prete, che dubitasse della propria vocazione, può avvicinare il nostro Santo ed avere una risposta rassicurante. Come ogni studioso, incline a ridurre la figura del Sacerdote entro gli schemi d’una sociologia profana ed utilitaria, guardando quella di Giovanni d’Avila, avrebbe di che modificare i suoi giudizi riduttivi e negativi circa la funzione del Sacerdote nel mondo moderno.

UN SEMPLICE PRETE

Giovanni è un uomo povero e modesto, di propria elezione. Non è nemmeno sostenuto dall’inserzione nei quadri operativi dell’ordinamento canonico; non è parroco, non è religioso; è un semplice prete, di scarsa salute e di più scarsa fortuna dopo i primi esperimenti del suo ministero: subisce subito la prova più amara che possa essere inflitta ad un apostolo fedele e fervoroso; quella d’un processo, con relativa detenzione, per sospetto d’eresia, come allora si usava. Egli non ha nemmeno la fortuna di potersi sostenere abbracciando un grande ideale avventuroso; voleva partire missionario per le terre americane, le «Indie» occidentali allora recentemente scoperte; ma non gliene è dato il permesso.
Ma Giovanni non dubita. Ha la coscienza della sua vocazione. Ha la fede nella sua elezione sacerdotale. Una introspezione psicologica della sua biografia ci porterebbe a individuare in questa certezza della sua «identità» sacerdotale la sorgente del suo impavido zelo, della sua fecondità apostolica, della sua sapienza di lucido riformatore della vita ecclesiastica e di squisito direttore di coscienze. San Giovanni d’Avila insegna almeno questo, e soprattutto questo al Clero del nostro tempo, di non dubitare dell’essere suo: Sacerdote di Cristo, ministro della Chiesa, guida ai fratelli.

Egli avverte profondamente ciò che oggi alcuni Sacerdoti e molti Alunni nei Seminari non comprendono più come un dovere corroborante e un titolo specifico alla qualificazione ministeriale nella Chiesa, la propria definizione – chiamiamola pure sociologica - desunta da quella che, come servo di Gesù Cristo, e come apostolo, San Paolo dava di sé: «Segregato per annunciare il Vangelo di Dio» (Rom. 1, 1). Questa segregazione, questa specificazione, ch’è poi quella d’un organo distinto e indispensabile per il bene d’un intero corpo vivente (Cfr. 2 Cor. 12, 16 ss.), è oggi la prima nota del sacerdozio cattolico ad essere discussa e contestata anche da motivi, spesso per sé nobili e sotto certi aspetti ammissibili; ma quando essi tendono a togliere questa «segregazione», ad assimilare lo stato ecclesiastico a quello laico e profano, e a giustificare nell’eletto l’esperienza della vita mondana col pretesto ch’egli non dev’essere da meno d’ogni altro uomo, facilmente spingono l’eletto fuori dal suo cammino e fanno facilmente del prete un uomo qualunque, un sale senza sapore, un inabile al sacrificio interiore, e un destituito dalla potenza di giudizio, di parola e di esempio, proprio d’un forte, d’un puro, d’un libero seguace di Cristo. La parola tagliente ed esigente del Signore: «Chiunque, dopo aver messo la mano all’aratro, volge indietro lo sguardo, non è idoneo al regno di Dio» (Luc. 9, 62), era penetrata profondamente in questo singolare Sacerdote, che nella totalità del suo dono a Cristo ritrovò centuplicate le sue energie.

PREDICAZIONE RINNOVATRICE

La sua parola di predicatore divenne potente e risuonò rinnovatrice. San Giovanni d’Avila può essere ancor oggi maestro di predicazione, tanto più degno d’essere ascoltato e imitato quanto meno indulgente agli artifici oratori e letterari del suo tempo, e quanto più abbeverato di sapienza attinta alle fonti bibliche e patristiche. La sua personalità si manifesta e grandeggia nel ministero della predicazione. E, cosa apparentemente contraria a tale sforzo di parola pubblica ed esteriore, Avila conobbe l’esercizio della parola personale e interiore, propria del ministero del sacramento della penitenza e della direzione spirituale. E forse ancor più in questo ministero paziente e silenzioso, estremamente delicato e prudente, la personalità di lui eccelle su quella dell’oratore. Il nome di Giovanni d’Avila è legato alla sua opera più significativa, la celebre opera Audi, filia, ch’è libro di magistero interiore, pieno di religiosità, di esperienza cristiana, di umana bontà. Precede la Filotea, opera, in certo senso analoga, d’un altro Santo, Francesco di Sales, e tutta una letteratura di libri religiosi, che daranno profondità e sincerità alla formazione spirituale cattolica dal Tridentino fino ai nostri giorni. Anche in questo Avila è esemplare maestro.
E quante altre sue virtù potremmo ricordare a nostra edificazione! Avila fu scrittore fecondo. Aspetto anche questo che lo avvicina a noi mirabilmente e ci offre la sua conversazione, quella d’un Santo.
E poi l’azione. Un’azione varia e instancabile: corrispondenza, animazione di gruppi spirituali, di sacerdoti specialmente, conversione di anime grandi, come Luigi di Granada, suo discepolo e suo biografo, e quali i futuri Santi Giovanni di Dio e Francesco Borgia, amicizia con gli spiriti magni del suo tempo, quali Sant’Ignazio e Santa Teresa, fondazione di Collegi per il Clero e per la gioventù. Una grande figura davvero.

PRECURSORE E MILITE FEDELE

Pero donde nuestra atención querría detenerse particularmente es en la figura de reformador o, mejor, de innovador, que es reconocida a San Juan de Avila. Habiendo vivido en el período de transición, lleno de problemas, de discusiones y de controversias que precede al Concilio de Trento, e incluso durante y después del largo y grande Concilio el Santo no podía eximirse de tomar una postura frente a este gran acontecimiento. No pudo participar personalmente en él a causa de su precaria salud; pero es suyo un Memorial, bien conocido, titulado: Reformación del Estado Eclesiástico ( 1551) (seguido de un apéndice: Lo que se debe avisar a los Obispos), que el Arzobispo de Granada, Pedro Guerrero, hará suyo en el Concilio de Trento, con aplauso general. Del mismo modo, otros escritos como: Causas 31 remedios de las herejias (Memorial Segundo, 1561), demuestran con qué intensidad y con cuáles designios Juan de Avila participó en el histórico acontecimiento: del mismo claro diagnóstico de la gravedad de los males que afligían la Iglesia en aquel tiempo se trasluce la lealtad, el amor y la esperanza. Y cuando se dirige al Papa y a los Pastores de la Iglesia iqué sinceridad evangélica y devoción filial, qué fidelidad a la tradición y confianza en la constitución intrínseca y original de la Iglesia y qué importancia primordial reservada a la verdadera fe para curar los males y prever la renovación de la Iglesia misma!

«Juan de Avila ha sido, en cuestión de reforma, como en otros campos espirituales, un precursor; y el Concilio de Trento ha adoptado decisiones que él había preconizado mucho tiempo antes» (S. CHAKPRENET, p. 56). Pero no ha sido un crítico contestador, como hoy se dice. Ha sido un espíritu clarividente y ardiente, que a la denuncia de los males, a la sugerencia de remedios canónicos, ha añadido una escuela de intensa espiritualidad (el estudio de la Sagrada Escritura, la práctica de la oración mental, la imitación de Cristo y su traducción española del libro del mismo nombre, el culto de la Eucaristía, la devoción a la Santísima Virgen, la defensa del sacro celibato, el amor a la Iglesia aún cuando algún ministro de la misma fue demasiado severo con él . ..) y ha sido el primero en practicar las enseñanzas de su escuela.
Una gran figura, repetimos, también ella hija y gloria de la tierra de España, de la España católica, entrenada a vivir su fe dramáticamente, haciendo surgir del seno de sus tradiciones morales y espirituales, de tanto en tanto, en los momentos cruciales de su historia, el héroe, el sabio, el Santo.
Pueda este Santo, que Nós sentimos la alegría de exaltar ante la Iglesia, serle favorable intercesor de las gracias que ella parece necesitar hoy más: la firmeza en la verdadera fe, el auténtico amor a la Iglesia, la Santidad de su Clero, la fidelidad al Concilio, la imitación de Cristo tal como debe ser en los nuevos tiempos. Y pueda su figura profética, coronada hoy con la aureola de la santidad, derramar sobre el mundo la verdad, la caridad, la paz de Cristo.

LETTERA APOSTOLICA


San Giovanni d’Ávila,
sacerdote diocesano,
è proclamato Dottore della Chiesa universale.

BENEDETTO PP.  XVI

A perpetua memoria

1. Caritas Christi urget nos (2 Cor 5, 14).  L’amore di Dio, manifestato in Gesù Cristo, è la chiave dell’esperienza personale e della dottrina del Santo Maestro di Ávila, un «predicatore evangelico» sempre ancorato  alla Sacra Scrittura, appassionato della verità e referente qualificato per la «Nuova Evangelizzazione».
Il primato della grazia che spinge a operare il bene, la promozione  di una spiritualità della fiducia e la chiamata universale alla santità vissuta come risposta all’amore di Dio, sono punti centrali dell’insegnamento di questo presbitero diocesano che dedicò la sua vita all’esercizio del suo ministero sacerdotale.
Il 4 marzo 1538, Papa Paolo III emise la Bolla  Altitudo Divinae Providentiae, diretta a Giovanni d’Ávila,  autorizzandolo a fondare l’Università di Baeza (Jaén), nella quale lo definì come “praedicatorem insignem Verbi Dei”. Il 14 marzo 1565 Pio iv emetteva una Bolla confermatoria delle facoltà concesse a tale Università nel 1538, nella quale lo designava come “Magistrum in theologia et verbi Dei praedicatorem insignem” (cfr. Biatiensis Universitas, 1968). I suoi contemporanei non esitarono a chiamarlo “Maestro”, titolo con cui figura fin dal 1538, e Papa Paolo VI, nell’omelia della sua canonizzazione, il 31 maggio 1970, esaltò la sua figura e la sua dottrina sacerdotale eccelsa, lo propose come modello di predicazione e di direzione delle anime, lo definì paladino della riforma ecclesiastica e sottolineò la sua costante influenza storica fino al momento presente.
2. Giovanni d’Ávila visse nella prima ampia metà del XVI secolo. Nacque il 6 gennaio 1499 o 1500, ad Almodóvar del Campo (Ciudad Real, diocesi di Toledo), figlio unico di Alonso Ávila e di Catalina Gijón, genitori molto cristiani e con un’alta posizione economica e sociale. A 14 anni lo portarono a studiare Legge nella prestigiosa Università di Salamanca; ma abbandonò questi studi al termine del quarto corso perché, in seguito di un’esperienza molto profonda di conversione, decise di ritornare nella dimora familiare per dedicarsi a riflettere e a pregare.
Con il proposito di diventare sacerdote, nel 1520 andò a studiare Arti e Teologia nell’Università di Alcalá de Henares, aperta alle grandi scuole teologiche del tempo e alla corrente dell’umanesimo rinascimentale. Nel 1526, ricevette l’ordinazione sacerdotale e celebrò la prima Messa solenne nella parrocchia del suo paese e, con il proposito di recarsi come missionario nelle Indie, decise di ripartire la sua consistente eredità tra i più bisognosi. Quindi, in accordo con colui che doveva essere primo Vescovo di Talxcala, in Nueva España (Messico),  si recò a Siviglia in attesa d’imbarcarsi per il Nuovo Mondo.
Mentre preparava il viaggio, si dedicò a predicare nella città e nelle località vicine. Lì incontrò il venerabile Servo di Dio Fernando de Contreras,  dottore ad Alcalá e prestigioso catechista. Questi, entusiasmato dalla testimonianza di vita e dall’oratoria del giovane sacerdote Giovanni,  riuscì a far sì che l’arcivescovo  sivigliano lo facesse desistere dalla sua idea di andare in America per restare in Andalusia; rimase a Siviglia condividendo casa, povertà e vita di preghiera con Contreras e, mentre si dedicava alla predicazione e alla direzione spirituale, continuò gli studi di Teologia nel Collegio di San Tommaso, dove forse ottenne il titolo di Maestro.
Tuttavia nel 1531, a causa di una sua predicazione mal interpretata,  fu mandato in carcere. Nella prigione cominciò a scrivere la prima  versione dell’Audi, filia. In quegli anni  ricevette la grazia di penetrare con singolare profondità nel mistero  dell’amore di Dio e del grande  beneficio fatto all’umanità da Gesù Cristo, nostro Redentore. Da allora in poi sarà quello l’asse portante della sua vita spirituale e il tema centrale della sua predicazione.
Una volta emessa la sentenza assolutoria nel 1533, continuò a predicare con notevole successo tra il popolo e dinanzi alle autorità, ma preferì trasferirsi a Cordova, incardinandosi in questa diocesi. Poco dopo,  nel 1536, lo chiamò per ricevere un suo consiglio l’arcivescovo di Granada dove, oltre a continuare la sua opera di evangelizzazione, completò gli studi in quella Università.
Buon conoscitore del suo tempo e con un’ottima formazione accademica, Giovanni d’Ávila fu un eminente teologo e un autentico umanista. Propose la creazione di un Tribunale Internazionale di arbitrato per evitare le guerre e fu persino capace d’inventare e di brevettare alcune opere d’ingegneria.  Vivendo però molto poveramente, incentrò la sua attività sulla promozione della vita cristiana di quanti ascoltavano compiaciuti i suoi sermoni e lo seguivano ovunque.   Particolarmente preoccupato dell’educazione e dell’istruzione dei bambini e dei giovani, soprattutto di quanti si preparavano al sacerdozio, fondò vari Collegi minori e maggiori che, dopo il concilio di Trento, sarebbero diventati Seminari conciliari. Fondò altresì l’Università di Baeza (Jaén), per secoli  importante punto di riferimento per la qualificata formazione di chierici e secolari.
Dopo aver percorso l’Andalusia e altre regioni del centro e dell’ovest della Spagna predicando e pregando,  ormai malato, nel 1554 si ritirò definitivamente in una semplice casa a Montilla (Cordova), dove esercitò il suo apostolato delineando alcune delle sue opere attraverso un’abbondante corrispondenza.  L’Arcivescovo di Granada  voleva portarlo come consultore teologo alle ultime due sessioni del  concilio di Trento; non  potendo viaggiare per problemi di salute, redasse i Memoriales che esercitarono grande influenza in quella assemblea ecclesiale.
Accompagnato dai suoi discepoli e amici e afflitto da fortissimi dolori, con un Crocifisso tra le mani, rese la sua anima al Signore nella sua umile casa di Montilla la mattina del 10 maggio 1569.
3. Giovanni d’Ávila fu contemporaneo, amico e consigliere di grandi santi e uno dei maestri spirituali più prestigiosi e consultati del suo tempo.
Sant’Ignazio di Loyola, che lo stimava molto, desiderò vivamente che entrasse nella nascente Compagnia di Gesù; ciò non avvenne ma il Maestro orientò verso di essa una trentina dei suoi migliori alunni.  Giovanni Ciudad, poi san Giovanni di Dio, fondatore dell’Ordine Ospedaliero,  si convertì ascoltando il Santo Maestro e da allora si affidò alla sua guida spirituale. Il nobilissimo san Francesco Borgia, un altro grande convertito grazie alla mediazione di Padre Ávila, divenne addirittura   preposito generale della Compagnia di Gesù. San Tommaso da Villanova, arcivescovo di Valencia, diffuse nelle sue diocesi e in tutto il Levante spagnolo il suo metodo catechetico. Suoi amici furono pure san Pietro de Alcántara, provinciale dei Francescani e riformatore dell’Ordine; san Giovanni de Ribera, vescovo di Badajoz, che gli chiese dei predicatori per rinnovare la sua diocesi, e poi arcivescovo di Valencia, aveva nella sua biblioteca un manoscritto con 82 suoi sermoni; Teresa di Gesù, oggi Dottore della Chiesa, che patì grandi travagli prima che potesse far arrivare al Maestro il manoscritto della sua Vida; San Giovanni della Croce, anch’egli Dottore della Chiesa, che si mise in contatto con i suoi discepoli di Baeza che lo aiutarono nella riforma del Carmelo; il Beato Bartolomeo dei Martiri, che, grazie ad amici comuni, venne a conoscenza della sua vita e della sua santità, e altri ancora che riconobbero l’autorità morale e spirituale del Maestro.
4. Sebbene il «Padre Maestro Ávila» fu, prima di tutto, un predicatore, non trascurò di fare un uso magistrale della sua penna per esporre i suoi insegnamenti. Di fatto la sua influenza  e la sua memoria postuma, fino ai nostri giorni, sono strettamente legate non solo alla testimonianza della sua persona e della sua vita, ma anche ai suoi scritti, tanto diversi tra di loro.
La sua opera principale, l’Audi, filia, un classico della spiritualità, è il suo trattato più sistematico, ampio e completo, la cui edizione definitiva fu preparata dal suo autore negli ultimi anni di vita. Il Catechismo o Dottrina cristiana, unica opera che fece stampare in vita (1554), è una sintesi pedagogica, per bambini e adulti, dei contenuti della fede. Il Trattato dell’amore di Dio, un tesoro letterario e per il contenuto, riflette con quale profondità gli fu concesso penetrare nel mistero di Cristo, il Verbo incarnato e redentore. Il Trattato sul sacerdozio è un breve compendio che si completa con le conversazioni, i sermoni e le lettere. Ci sono anche  altri scritti minori, che consistono in orientamenti o Avvisi per la vita spirituale. I  Trattati di Riforma sono legati al concilio di Trento e ai sinodi provinciali che lo applicarono e si riferiscono molto opportunamente  al rinnovamento personale ed ecclesiale.   I Sermoni e le Conversazioni, come l’Epistolario, sono scritti che abbracciano tutto l’arco liturgico e l’ampia cronologia del suo ministero sacerdotale. I commenti biblici — dalla Lettera ai Galati alla Prima Lettera di Giovanni e altri —  sono esposizioni sistematiche di notevole profondità biblica e di grande valore pastorale.
Tutte queste opere offrono contenuti molto profondi, presentano un’evidente impostazione pedagogica nell’uso di immagine e di esempi e lasciano intuire le circostanze sociologiche ed ecclesiali dell’epoca. Il tono è di somma fiducia nell’amore di Dio, invitando la persona alla perfezione della carità. Il suo linguaggio è il castigliano classico e sobrio della sua terra d’origine La Mancha,  mescolato a volte con l’immaginazione  e il calore del meridione, ambiente in cui trascorse la maggior parte della sua vita apostolica.
Attento a cogliere quello che lo Spirito ispirava alla Chiesa in un’epoca complessa e agitata da cambiamenti culturali, da varie correnti umanistiche, dalla ricerca di nuove vie di spiritualità, chiarì criteri e concetti.
5. Nei suoi insegnamenti il Maestro Giovanni d’Ávila alludeva costantemente al battesimo e alla redenzione per dare impulso alla santità, e spiegava che la vita spirituale cristiana, che è partecipazione alla vita trinitaria, parte dalla fede in Dio Amore, si basa sulla bontà e sulla misericordia divina espressa nei meriti di Cristo ed è interamente mossa dallo Spirito; cioè, dall’amore a Dio  e ai fratelli.  «Allarghi la vostra misericordia il suo piccolo cuore in quell’immensità di amore con cui il Padre ci ha dato suo Figlio, e con Lui ci ha dato se stesso,  e lo Spirito Santo e tutte le cose» (Lettera 160), scrive. E ancora: «Il vostro prossimo è cosa che riguarda Gesù Cristo» (Ibidem 62), perciò «la prova del perfetto amor di nostro Signore è il perfetto amore del prossimo» (Ibidem 103).  Dimostra anche grande apprezzamento per le cose create, ordinandole nella prospettiva dell’amore.
Essendo templi della Trinità,  incoraggia in noi  la stessa vita di Dio e il cuore pian piano si unifica, come processo di unione con Dio e con i fratelli. Il cammino del cuore è cammino di semplicità, di bontà, di amore, di atteggiamento filiale. Questa vita secondo lo Spirito è fortemente ecclesiale, nel senso di esprimere l’amore sponsale tra Cristo e la sua Chiesa, tema centrale dell’Audi, filia. Ed è anche mariana: la configurazione con Cristo, sotto l’azione dello Spirito Santo, è un processo di virtù e doni che guarda a Maria come modello e come madre. La dimensione missionaria della spiritualità, come derivazione della dimensione ecclesiale e mariana, è evidente negli scritti del Maestro Ávila, che invita allo zelo apostolico a partire dalla contemplazione e da un maggiore impegno nella santità.  Consiglia di nutrire devozione per i santi, perché  mostrano a tutti noi «un grande Amico, che è Dio, il quale tiene i cuori prigionieri nel suo amore […] ed Egli  ci ordina di avere molti altri amici, che sono i suoi santi» (Lettera 222).
6. Se il Maestro Ávila è pioniere nell’affermare la chiamata universale alla santità, risulta anche un anello imprescindibile nel processo storico di sistematizzazione della dottrina sul sacerdozio. Nel corso dei secoli i suoi scritti sono stati fonte d’ispirazione per la spiritualità sacerdotale  e può essere considerato come il promotore del movimento mistico  tra i presbiteri secolari. La sua influenza è evidente in molti autori spirituali successivi.
L’affermazione centrale del Maestro Ávila è che i sacerdoti «nella messa ci poniamo sull’altare nella persona  di Cristo a fare l’ufficio dello stesso Rendentore» (Lettera 157), e che agire in persona Christi comporta l’incarnare, con umiltà, l’amore paterno e materno di Dio. Tutto ciò richiede alcune condizioni di vita, come il frequentare la Parola e l’Eucaristia, l’avere spirito  di povertà, l’andare sul pulpito «con misurazione», cioè, essendosi preparati con lo studio e con la preghiera,  e l’amare  la Chiesa, perché è la sposa di Gesù Cristo.
La ricerca e la creazione di mezzi per formare meglio gli aspiranti al sacerdozio, l’esigenza di maggiore santità del clero e la necessaria riforma nella vita ecclesiale costituiscono la preoccupazione più profonda e costante del Santo Maestro.  La santità del clero è imprescindibile per riformare la Chiesa. S’imponevano quindi la selezione e l’adeguata formazione di quanti aspiravano al sacerdozio.  Come soluzione propose di creare seminari e giunse a suggerire l’opportunità di un collegio speciale affinché si preparassero nello studio della Sacra Scrittura. Queste proposte raggiunsero tutta la Chiesa.
Da parte sua la fondazione dell’Università di Baeza, nella quale riversò tutto il suo interesse e il suo entusiasmo, costituì una delle sue aspirazioni più riuscite, perché riuscì a offrire un’ottima formazione iniziale e permanente ai chierici, tenendo particolarmente presente lo studio della cosiddetta «teologia positiva» con orientamento pastorale, e diede origine a una scuola sacerdotale che prosperò per secoli.
7. Data la sua indubbia e crescente fama di santità, la Causa di beatificazione e canonizzazione del Maestro Giovanni d’Ávila fu avviata nell’arcidiocesi di Toledo, nel 1623. S’interrogarono subito i testimoni di Almodóvar del Campo e Montilla, luoghi di nascita e di morte del Servo di Dio e a Cordova, Granada, Jaén, Baeza e Andújar. Ma, per diversi problemi, la Causa rimase interrotta fino al 1731, anno in cui l’arcivescovo di Toledo inviò a Roma i processi informativi già realizzati.  Con decreto del  3 aprile 1742 Papa Benedetto XIV approvò gli scritti  ed elogiò la dottrina del Maestro Ávila, e l’8 febbraio 1759 Clemente XIII dichiarò che aveva esercitato le virtù in grado eroico. La beatificazione ebbe luogo, per opera di Papa Leone XIII, il 6 aprile 1894 e la canonizzazione, per opera di Papa Paolo VI, il 31 maggio 1970. Data l’importanza della sua  figura sacerdotale, nel 1946 Pio XII lo nominò Patrono del clero secolare in Spagna.
Il titolo di «Maestro» con il quale per tutta la sua vita e nel corso dei secoli, è stato conosciuto Giovanni d’Ávila ha motivato la eventualità, dopo la sua canonizzazione,  la possibilità di  nominarlo Dottore. Così, su richiesta del cardinale Don Benjamín  de Arriba y Castro, arcivescovo di Tarragona, la XII Assemblea Plenaria della Conferenza Episcopale Spagnola (luglio 1970) decise di chiedere alla Santa Sede di dichiararlo Dottore della Chiesa Universale. Seguirono numerose istanze, particolarmente in occasione del XXV anniversario della sua Canonizzazione (1995) e del v centenario della sua nascita (1999).
La dichiarazione di Dottore della Chiesa Universale  di un santo presuppone il riconoscimento di un carisma di sapienza conferito dallo Spirito Santo per il bene della Chiesa e dimostrato dall’influenza benefica del suo insegnamento sul popolo di Dio, fatti ben evidenti nella persona  e nell’opera di Giovanni d’Ávila. Questi fu richiesto molto spesso dai suoi contemporanei come Maestro di teologia, discernitore di spiriti e direttore spirituale. A lui si rivolsero alla ricerca di aiuto e di orientamento grandi santi e riconosciuti peccatori, sapienti e ignoranti, poveri e ricchi, e alla sua fama di consigliere si unì sia il suo attivo intervento in importanti conversioni sia la sua quotidiana azione per migliorare la vita di fede e la comprensione del messaggio cristiano di quanti si recavano solleciti ad ascoltare i suoi insegnamenti.  Anche i vescovi e i religiosi dotti e ben preparati si rivolgevano a lui come consigliere, predicatore e teologo, esercitando una notevole influenza su quanti entravano in contatto  con lui e sugli ambienti che frequentava.
8. Il Maestro Ávila non esercitò come professore nelle Università, anche se fu  organizzatore e primo Rettore dell’Università di Baeza. Non spiegò la teologia da una cattedra,  ma impartì lezioni di Sacra Scrittura a laici, religiosi e chierici.
Non elaborò mai una sintesi sistematica del suo insegnamento teologico, ma la sua teologia è orante e sapienziale. Nel Memoriale ii al concilio di Trento dà due motivi per vincolare la teologia e la preghiera: la santità della scienza teologica e il bene e l’edificazione della Chiesa. Come  autentico umanista e buon conoscitore della realtà, la sua è anche una teologia vicina alla vita, che risponde alle questioni poste in quel momento e lo fa in modo didattico e comprensibile.
L’insegnamento di  Giovanni d’Ávila si evidenzia per la sua eccellenza e precisione  e per la sua estensione e profondità, frutto di uno studio metodico, di contemplazione e per mezzo di una profonda esperienza delle realtà soprannaturali. Inoltre il suo ricco epistolario poté ben presto contare su traduzioni italiane, francesi e inglesi.
Spicca la sua profonda conoscenza della Bibbia, che lui desiderava vedere nelle mani di tutti, per cui non dubitò a spiegarla tanto nella sua predicazione quotidiana come offrendo lezioni su determinati Libri sacri. Era solito confrontare le versioni e analizzare i sensi letterari e  spirituali; conosceva i commenti patristici più importanti ed era convinto che per ricevere adeguatamente la rivelazione erano necessario lo studio e la preghiera, e che si poteva penetrarne il suo senso con l’aiuto della tradizione e del magistero.  Dell’Antico Testamento cita soprattutto i Salmi, Isaia e il Cantico dei cantici. Del Nuovo l’apostolo Giovanni e San Paolo che è, indubbiamente, il più citato. «Copia fedele di San Paolo», lo chiamò Papa Paolo VI nella bolla della sua canonizzazione.
9. La dottrina del Maestro Giovanni d’Ávila possiede, senza dubbio, un messaggio sicuro e duraturo, ed è capace di contribuire a confermare e ad approfondire il deposito della fede, mettendo persino in luce nuove prospettive dottrinali e di vita. Attenendosi al magistero pontificio, risulta evidente la sua attualità, il che prova che la sua eminens doctrina costituisce un autentico carisma, dono dello Spirito Santo alla Chiesa di ieri e di oggi.
Il primato di Cristo e della grazia che, in termini di amore di Dio, attraversa tutto l’insegnamento del Maestro Ávila, è una delle dimensioni sottolineate tanto dalla teologia come dalla spiritualità attuale, da cui derivano conseguenze anche per la pastorale, come Noi abbiamo sottolineato nell’enciclica Deus caritas est. La fiducia, basata sull’affermazione e sull’esperienza dell’amore di Dio e della bontà e misericordia divine,  è stata proposta anche nel recente magistero pontificio, come nell’enciclica Dives in misericordia e nell’esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Europa, che è una vera proclamazione del Vangelo della speranza, come abbiamo anche voluto fosse nell’enciclica Spe salvi.  E quando nella lettera apostolica Ubicumque et semper con la quale abbiamo istituito il Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione, abbiamo detto: «Per proclamare in modo fecondo la Parola del Vangelo, è richiesto anzitutto di fare una profonda esperienza di Dio», emerge  la figura serena e umile di questo «predicatore evangelico», la cui eminente dottrina è di grande attualità.
10. Nel 2002 la Conferenza Episcopale Spagnola è venuta a conoscenza del fatto che lo Studio riassuntivo sull’eminente dottrina ravvisata nelle opere di San Giovanni d’Ávila, della Congregazione per la Dottrina della Fede, si concludeva in modo nettamente affermativo, e nel 2003 un consistente numero di Signori Cardinali, Arcivescovi e Vescovi, Presidenti di Conferenze Episcopali, Superiori Generali d’Istituti di vita consacrata, Responsabili di Associazioni e Movimenti ecclesiali, Università e altre istituzioni, e singoli personaggi di spicco, si unirono alla supplica della Conferenza Episcopale Spagnola attraverso Lettere Postulatorie che esprimevano a Papa Giovanni Paolo II l’interesse e l’opportunità del Dottorato di San Giovanni d’Ávila.
Ritornato il dossier alla Congregazione delle cause dei Santi e nominato un Relatore per questa Causa, è stato  necessario elaborare la corrispondente Positio. Fatto ciò, il Presidente e il Segretario della Conferenza Episcopale Spagnola, insieme al Presidente della Giunta Pro Dottorato e alla Postulatrice della Causa hanno firmato, il 10 dicembre 2009, la definitiva Supplica (Supplex libellus) del Dottorato per il Maestro Giovanni d’Ávila. Il 18 dicembre 2010 si è tenuto il Congresso Peculiare dei Consultori Teologici di detta Congregazione, relativo  al Dottorato del Santo Maestro.  I voti sono stati affermativi. Il 3 maggio 2011, la Sessione Plenaria di Cardinali e Vescovi membri della Congregazione ha deciso, con voto ancora una volta all’unanimità affermativo, di proporrci la dichiarazione di San Giovanni d’Ávila, se così lo desideriamo, come Dottore della Chiesa universale. Il 20 agosto 2011, a Madrid, durante la Giornata Mondiale della Gioventù, abbiamo annunciato al Popolo di Dio: «dichiarerò prossimamente San Giovanni d’Ávila, presbitero, Dottore della Chiesa universale». Il 27 maggio 2012, domenica di Pentecoste, abbiamo avuto la gioia di dire a Piazza san Pietro, alla moltitudine di pellegrini di tutto il mondo lì riuniti: «Lo Spirito, che ha parlato per mezzo dei profeti, con i doni della sapienza e della scienza continua a ispirare donne e uomini che si impegnano nella ricerca della verità, proponendo vie originali di conoscenza e di approfondimento del mistero di Dio, dell’uomo e del mondo. In questo contesto, sono lieto di annunciare che il prossimo 7 ottobre, all’inizio dell’Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, proclamerò san Giovanni d’Ávila e santa Ildegarda di Bingen dottori della Chiesa universale […] La santità della vita e la profondità della dottrina li rendono perennemente attuali: la grazia dello Spirito Santo, infatti, li proiettò in quell’esperienza di penetrante comprensione della rivelazione divina e di intelligente dialogo con il mondo che costituiscono l’orizzonte permanente della vita e dell’azione della Chiesa. Soprattutto alla luce del progetto di una nuova evangelizzazione alla quale sarà dedicata la menzionata Assemblea del Sinodo dei Vescovi, e alla vigilia dell’Anno della Fede, queste due figure di santi e dottori saranno di grande importanza e attualità».
Oggi, dunque, con l’aiuto di Dio e il plauso di tutta la Chiesa, ciò è fatto. In Piazza San Pietro, alla presenza di molti Cardinali e Presuli della Curia Romana e della Chiesa cattolica, confermando ciò che è stato fatto e soddisfacendo con grande piacere i desideri dei supplicanti, durante il sacrificio Eucaristico abbiamo pronunziato queste parole:
«Noi accogliendo il desiderio di molti Fratelli nell’Episcopato e di molti fedeli del mondo intero, dopo aver avuto il parere della Congregazione delle Cause dei Santi, dopo aver lungamente riflettuto e avendo raggiunto un pieno e sicuro convincimento, con la pienezza dell’autorità apostolica dichiariamo  San Giovanni d’Avila, sacerdote diocesano, e Santa Ildegarda di Bingen, monaca professa dell’Ordine di San Benedetto, Dottori della Chiesa universale, Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».

Dato a Roma, presso San Pietro,
col sigillo del Pescatore,
il 7 ottobre 2012, anno ottavo
del Nostro Pontificato.