Giustino Maria Russolillo

Giustino Maria Russolillo

(1891-1955)

Beatificazione:

- 07 maggio 2011

- Papa  Benedetto XVI

Ricorrenza:

- 2 agosto

Sacerdote parroco di Pianura e fondatore della Società delle Divine Vocazioni, per la cultura, ricerca e formazione delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata

  • Biografia
  • Lettera Apostolica
  • Omelia di Beatificazione
“Che faccio a Pianura? Faccio i preti”

 

VITA  E  OPERE

 

    Il Beato Giustino Maria Russolillo, terzo di dieci figli, nacque il 18 gennaio 1891 a Pianura di Napoli, in Diocesi di Pozzuoli, dai coniugi Luigi Russolillo, piccolo imprenditore edile, e Giuseppina Simpatia, casalinga e ottima sarta.

    Furono le zie paterne, Enrichetta e Giovannina, maestre elemen­tari, ad influire molto sull’educazione e formazione culturale di Giustino, che ben presto si distinse tra i coetanei per l’ingegno non comune, per la spiccata inclinazione allo studio, per la docilità e pietà veramente singolari. A cinque anni ricevette la prima comunione e si innamorò subito di Gesù Eucarestia. A chi gli chiedeva cosa avrebbe fatto da grande, rispondeva prontamente e con decisione: “Farò il prete”.

    A dieci anni entrò nel Seminario di Pozzuoli, dove, superati brillantemente gli esami di ammissione, frequentò direttamente la seconda classe ginnasiale e portò a termine con successo gli studi umanistici e i primi due anni di teologia. Al Seminario Regionale di Posillipo-Napoli, diretto dai padri Gesuiti, completò gli studi teologici con grande merito, ottenendo la medaglia d’oro.

    Il 20 settembre 1913 fu ordinato sacerdote nella Cattedrale di Pozzuoli. Prostrato a terra, mentre l’assemblea invocava i santi, don Giustino fece voto di fondare una Congregazione religiosa “per il culto, il servizio e l’apostolato delle vocazioni di Dio, nostro Signore, alla fede, al sacerdozio, alla santità”. Stabilitosi al suo paese, continuò a fare catechismo ogni giorno, ai fanciulli e agli adolescenti.

    L’ardente passione per le vocazioni si consolidava sempre di più e cercava di alimentare la medesima fiamma negli altri. Il 30 aprile 1914, festa di Santa Caterina da Siena, iniziò, nella casa paterna, la vita comune con alcuni ragazzi del gruppo dei “Fedelis­simi”, i ragazzi cioè che lo avevano seguito durante gli anni del Seminario. Ma il Vescovo Michele Zezza gli ingiunse di smettere. Reagì come reagiscono i Santi: “Siamo figli della croce, sacrifichiamo dunque la nostra volontà a quella dei superiori, come Gesù sacrificò la sua a quella del Padre”, disse ai suoi ragazzi.

    Scoppiata la prima grande guerra (1915-1918), anche don Giustino fu chiamato alle armi, arruolato nella Sanità e venne inviato all’ospedale militare. Attraverso una fitta corrispondenza continuava a seguire i suoi ragazzi. In questo periodo di vita militare, notando lo zelo di alcune suore nel soccorrere e curare i feriti, maturò anche l’idea di una Congregazione femminile che avrebbe dovuto affiancare quella maschile nel servizio delle vocazioni.

    Ottenuto il congedo militare e ritornato a Pianura, conquistò subito alla causa delle vocazioni un gruppo di ragazze da lui spiritual­mente dirette ed animate dalla giovane Rachele Marrone. Furono le prime leve della benemerita “Pia Unione”, associazione da lui fondata.

    Intanto, incoraggiato dal Padre spirituale, accettò nel 1920, la no­mi­na a Parroco di S. Giorgio martire, in Pianura, dopo regolare concorso.

    L’Amministratore Apostolico di Pozzuoli Mons. Pasquale Ragosta, che apprezzava molto Don Giustino, gli consentì ogni libertà per l’Opera vocazionale, da tempo progettata. Don Giustino, entusiasta anche della benedizione vescovile, il 18 ottobre 1920, accogliendo 12 promettenti ragazzi nella casa parrocchiale, riprese la vita comune, interrotta nel maggio del 1914. Così nasceva il suo primo Istituto di vita consacrata, denominato Società Divine Vocazioni, comunemente chiamato dei Padri Vocazionisti.

    L’anno dopo, la sera del 1° ottobre 1921, con il permesso del Vescovo, alcune giovanette dell’associazione femminile, si ritirarono a vita comune. A fine ottobre, il nuovo Vescovo Giuseppe Petrone, visitando la sede ben organizzata delle future suore, si congratulò e “benedisse il loro religioso lavoro” per le vocazioni.

    Nacque così la Congregazione delle Suore delle Divine Voca­zioni, secondo Istituto di vita consacrata, fondato dal Beato Giustino. Più tardi, sua sorella Giovanna divenuta Madre Generale, contribuì molto allo sviluppo dell’Opera femminile.

    Altre giovani, che non riuscirono ad entrare nella vita comune, o non vollero perché non chiamate, scoprirono, sotto la sua guida, la vocazione alla vita consacrata laicale nella condivisione dello stesso spirito di servizio delle vocazioni.

    Esse furono il fermento iniziale per l’Istituto secolare femminile, approvato poi dalla Chiesa di Napoli nel 1977. Ora porta il nome di Istituto Secolare Apostole Vocazioniste della Santificazione Univer­sale.

    Consapevole del servizio singolare che le vocazioni ai ministeri ordinati e di speciale consacrazione offrono alla santità del popolo di Dio, Giustino fondò il “Vocazionario”, sua Opera caratteristica, semenzaio di vocazioni, collegio vero e proprio della Congregazione dei Vocazionisti, istituito per giovani, soprattutto poveri, inclini al sacerdozio, alla vita consacrata, ma non ancora ben orientati per i Seminari, Ordini e Congregazioni.

    La parrocchia di S. Giorgio Martire, di cui ormai era pastore, risultava lo strumento della Provvidenza, un grembo accogliente, un ambito ben protetto, dove potevano sbocciare fiori di santità e maturare frutti di vocazioni sacerdotali e religiose.

    I “Volontari di Gesù”, i “Fedelissimi”, le “Schiave di Maria”, le giovani della “Pia Unione”: questi gruppi da lui fondati, esprimevano la fecondità vocazionale di una parrocchia viva, che lo vide protagonista in comunione con i suoi predecessori, Don Orazio Guillaro e Don Giosuè Scotto Di Cesare.

    La vita spirituale era ben curata in parrocchia. Celebrando i santi sacramenti, dimostrava di viverli nella loro pienezza. Ciò si notava nell’espressione del suo volto o nelle lacrime che talvolta accompa­gnavano la celebrazione liturgica. Agiva alla luce delle sue profonde convinzioni: “La perfezione della Fede è la visione e quindi, mentre le nostre labbra dicono credo, la nostra mente e il nostro cuore devono poter dire vedo”.

    La Trinità era il centro della sua spiritualità e del suo apostolato. La preghiera era l’anima del suo apostolato. Curava molto il decoro della casa di Dio, adornandola in tutti i modi possibili. Rinno­vava spesso paramenti e arredi sacri. Organizzò l’Azione Cattolica in tutti i suoi rami, la confraternita della dottrina cristiana, il cui statuto, redatto da lui stesso, fu adottato anche dal Vescovo Alfonso Castaldo per tutta la Diocesi di Pozzuoli.

    Preparava e nominava i catechisti per la parrocchia con regolari esami, gare e premi. Invitava sacerdoti, noti per dottrina e santità, a tenere ritiri, esercizi spirituali al popolo, soprattutto nei tempi forti dell’anno liturgico.

    Non meno significativo l’apostolato nei cortili.

    Erano, questi, gli spazi di ritrovo per piccoli e grandi, luoghi di socializzazione degli abitanti dei caseggiati, dai quali si poteva osservare facilmente quanto avveniva nell’area sottostante.

    Don Giustino regolarizzò molti matrimoni e consacrò al S. Cuore diversi nuclei familiari.

    Nel 1952, ormai con un notevole bagaglio di esperienza apo­stolica acquisita sul campo, non trascurando il cambiamento in atto nella società, contagiata da un secolarismo incipiente, ma non per questo meno subdolo, Don Giustino darà nuove indicazioni sul ministero e organizzazione parrocchiale.

    “È vero! – ha lasciato scritto – non basta più il tempio o la scuola. Occorrono altre sedi e fare tempio e scuola di Evangelo ogni casa, strada o piazza. Non basta più l’esercizio delle sacre funzioni e l’amministrazione dei Santi Sacramenti a chi li chiede, ma occorre riconquistare a Gesù il prossimo, anima per anima [...]. Il sacerdote non sta per divertire, ma per convertire. Il sacerdote non va per piacere all’uomo, ma per giovare alle anime. Occorre l’Evangelo integral­mente osservato, integralmente propagato” (G. Russolillo, Collezione Agenda, 27 luglio 1952).

    A causa delle restrizioni e limitazioni imposte dalle autorità ecclesiastiche, che vietarono le ammissioni al noviziato, alle professioni e agli Ordini, il Fondatore avvertì la sensazione di una lenta agonia per la sua Congregazione. Tuttavia ai suoi religiosi scrisse: “Il Signore che l’ama, ha applicato le forbici ai suoi tralci sul verde: guardiamoci bene dal mormorare contro le forbici, mentre sappiamo le Mani che le muovono” (Lettera ai Religiosi 1935).

    Alla Vergine, onorata particolarmente con i titoli di “Celeste Superiora” e di ”Nostra Signora delle divine vocazioni”, affidava le sue opere vocazionali. Alla scuola dei grandi mistici, egli è fedele all’aforisma: “La contemplazione nell’azione e l’azione per la contem­plazione”.

    I suoi numerosi scritti, oggi raccolti parzialmente in 26 volumi, lo attestano.

    Consunto dalle fatiche apostoliche e dalla situazione economica disastrosa in cui vennero a trovarsi le sue Congregazioni negli ultimi anni della sua vita terrena, confortato dal Sacramento dell’Unzione degli Infermi, si spense “serenamente” a Pianura di Napoli il 2 agosto 1955.

    I funerali furono una vera apoteosi, una Festa per il Parroco “santo”. Attualmente, i consacrati e le consacrate dei tre Istituti da lui fondati, fedeli al carisma iniziale, servono il popolo di Dio in 18 Nazioni.

 

"ITER" DELLA CAUSA

 

a) In vista della beatificazione

 

    La fama di santità, goduta dal Servo di Dio in vita, si è ulteriormente sviluppata e consolidata dopo la sua morte, avvenuta il 2 agosto 1955, quando don Russolillo aveva 64 anni. La Causa di beatificazione fu iniziata nel 1978 presso la Curia di Pozzuoli, secondo le norme del Motu Proprio Sanctitas Clarior del 1969.

    L’inchiesta sulla vita e sulle virtù del Servo di Dio dal 1980 proseguì presso la Curia di Napoli, che disponeva di officiali competenti in materia. Ascoltati 33 testimoni, l’inchiesta fu chiusa nel 1985. Preparata la Positio, si procedette ai consueti esami delle virtù: il 7 febbraio 1997 si tenne, con esito positivo, il Congresso Peculiare dei Consultori Teologi. Il 18 novembre dello stesso anno si celebrò la Sessione Ordinaria dei Cardinali e Vescovi. San Giovanni Paolo II, il 18 dicembre 1997, promulgò il Decreto sulle virtù eroiche.

    In vista della beatificazione, presso la Curia di Paterson, negli anni 2004-2005 fu istruita un’inchiesta sulla asserita guarigione miracolosa di una signora di 59 anni, affetta da carcinoma, avvenuta nel 1998, grazie alla intercessione del Venerabile Servo di Dio.

    Superati felicemente gli esami della Consulta Medica (8 giugno 2009), dei Consultori Teologi (12 dicembre 2009) e dei padri Cardinali e Vescovi (1° giugno 2010), il Santo Padre Benedetto XVI autorizzò la promulgazione del Decreto sul miracolo. Il 7 maggio a Pianura di Napoli, in diocesi di Pozzuoli, si svolse la solenne beatificazione del Servo di Dio.


b) In vista della canonizzazione

 

    La prodigiosa guarigione di un giovane religioso Vocazionista, affetto da “crisi tonico-cloniche generalizzate e prolungate, stato di male epilettico, coma, gravissima rabdomiliosi, polmonite ab ingestis, insufficienza respiratoria acuta”, avvenne il 21 aprile 2016 nell’ospedale di Pozzuoli, dove il giovane era stato ricoverato in stato di coma. La prognosi era riservata quoad vitam e quoad valetudinem, nonostante la pertinenza delle cure. Vista la gravità del caso, tutta la Congregazione Vocazionista iniziò una catena di preghiere al Beato Giustino. La mattina del 21 aprile, l’infermo improvvisamente aprì gli occhi, parlò, mosse gli arti e dopo non molte ore si mise anche a servire gli altri.

    L’inchiesta sul presunto miracolo fu istruita a Pozzuoli nel 2017-2018. Furono ascoltati 18 testi. La maggioranza dei Periti della Consulta Medica del 5 marzo 2020 riconobbe che la guarigione fu “rapida, completa e duratura. Non spiegabile scienti­ficamente”. I Consultori teologi, riuniti nel Congresso del 16 giugno 2020, e i Padri Cardinali e Vescovi, riuniti nella Sessione Ordinaria del 6 ottobre successivo, diedero risposta affermativa circa la natura miracolosa della guarigione, attribuita all’intercessione del beato.

    Il Santo Padre Francesco, il 27 ottobre 2020, ha autoriz­zato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il decreto super miraculo.

LITTERAE APOSTOLICAE

de peracta beatificatione

 

BENEDICTUS  PP.  XVI

ad perpetuam rei memoriam

 

 

 

    «Secundum eum, qui vocavit vos, sanctum, et ipsi sancti in omni conversatione sitis» (1 Pe 1, 15).

    Studiose Deo vocanti respondit Iustinus Maria Russolillo, qui eum ad sanctitatem vocabat atque de Regno Dei omnino sollicitus, vocationibus ad sacerdotalem religiosamque vitam perquirendis, et ipsis in «Vocationario» curandis, sese devovit. Sacerdotibus et Religiosis redimendis etiam dedit operam. Iste presbyter, Ecclesiae et animarum studiosus, in loco Pianura prope Neapolim die xviii mensis Ianuarii anno mdcccxci ortus est. Cum inde a puero vocationem ad sacerdotium sanctitatemque animadverteret, Puteolis die xviii mensis Novembris anno mcmi in Seminarium ingressus est. Ut Seminarii tiro cum illius loci pueris suas ferias agebat. In domesticis hortis eos recipiebat, quos catechismum docebat quosque ad precationem vitamque eucharisticam perducebat. «Tot ecclesiasticarum religiosa­rumque vocationum germina in compluribus et optimis pueri» percipere sic conabatur. Presbyterali suae vocationi fidelis, mundanis illecebris minime cessit. Die xx mensis Septembris anno mcmxiii in Cathedrali templo Puteolano ordinationem sacerdotalem recepit. Parochus renuntiatus sancti Georgii Martyris in loco Pianura, anno mcmxx Societatem Divinarum Vocationum condidit et subsequenti anno Sororum Vocationistarum. Postea etiam Institutum saeculare Apostolarum Vocationistarum universalis sanctificationis, ut nunc appellatur. Omnia eius proposita signaculo sanctitatis ac divinae cum Sanctissima Trinitate coniunctionis informabantur. Eius quoque salutatio quae erat: «fac sis sanctus» vel «Iesus Maria Ioseph», desiderium patefaciebat et missionem renuntiabat. Asceta et mysticus, operam dabat ut mansuetudo, in virtutibus theologalibus exercendis, difficilem indolem vinceret. Vim hauriebat ex Verbo Dei, Eucharistia, precatione, cum Deo coniunctione ac suavi erga Virginem Mariam devotione, quam amabiliter invocabat: «Domina Nostra divinarum vocationum ora pro nobis». In se defixus, compositus, humilis, oboediens, illibatus sacerdotis secundum Dei cor imaginem prae se ferebat necnon boni pastoris ardorem ostendebat qui omnibus, praesertim pauperibus, languentibus et temptatis, bonum verbum et benevolam hilaritatem dispensabat. Ut concionator et scriptor indefessus fuit Verbi minister. Per continuatam catechesim, eucha­risticum apostolatum, familiae pastorale opus, paroecialis communitas elata est, quae ideo «sanctitatis domus» et multarum vocationum locus facta est. Suum opus etiam in sacerdotes religiososque iuvandos, in difficultatibus versantibus, convertit. Propter vocationum studia multa incommoda est passus. Numquam tamen conquestus est, cum Virginis Mariae tutelae se commisisset.

    Apostolicis fatigationibus consumptus, leuchaemia debilitatus, sed maxime Deo fisus, suo in suburbio die ii mensis Augusti anno mcmlv obiit. Sanctitatis fama, qua vivus fruebatur, post mortem est aucta. Die xvii mensis Ianuarii anno mcmlxxx beatificationis Causa per Processum Cognitionalem celebratum super vita et virtutibus apud Curiam archiepiscopalem Neapolitanam inchoata est, qui die xiii mensis Maii anno mcmlxxxv ad finem est adductus et xxiii mensis Ianuarii anno mcmlxxxvi est comprobatus per Decretum Congre­gationis de Causis Sanctorum. In Congressu Peculiari diei vii mensis Februarii anno mcmxcvii theologi Consultores eius virtutes approba­verunt. Etiam Patres Cardinales et Episcopi die xviii mensis Novembris anno mcmxcvii in Sessione Ordinaria coadunati edixerunt Dei Servum virtutes heroum in modum exercuisse. Ioannes Paulus II die xviii mensis Decembris anno mcmxcvii de hac re Decretum evulgavit. Beatificationis causa sanatio quaedam perpensa est alicuius dominae, quae carcinomate maligno correpta est. Medici Consultores die xviii mensis Ianuarii anno mcmix, inexplicabilem sanationem illam putarunt et Theologi Consultores, in peculiari Congressione die xii mensis Decembris anno mmix coadunati, hanc sanationem Vene­rabilis Dei Servi Iustini Mariae Russolillo intercessioni assignaverunt. Eadem sententia fuerunt Patres Cardinales et Episcopi in Sessione Ordinaria die I mensis Iunii anno mmx coadunati. Nos Ipsi facultatem fecimus ut Congregatio de Causis Sanctorum Decretum super miraculo die i mensis Iulii anno mmx foras efferret atque statuimus ut beatificationis ritus in loco Pianura, Neapoli, die vii mensis Maii celebraretur.

    Hodie igitur de mandato Nostro Venerabilis Frater Noster Angelus Amato, Congregationis de Causis Sanctorum Praefectus, textum Litterarum Apostolicarum legit, quibus Nos in Beatorum numerum Venerabilem Dei Servum Iustinum Mariam Russolillo adscribimus:

    Nos, vota Fratris Nostri Ianuarii Pascarella, Episcopi Puteolani, necnon plurimorum aliorum Fratrum in Episcopatu multorumque christifidelium explentes, de Congregationis de Causis Sanctorum consulto, auctoritate Nostra Apostolica facultatem facimus ut Venerabilis Servus Dei Iustinus Maria Russolillo, presbyter, Fundator Societatis Divinarum Vocationum, qui indefesso labore promovit apostolatum pro universali sanctificatione, ardenter incitavit voca­tiones sacerdotales et religiosas, fideliter Evangelium Populo Dei praedicavit, Beati nomine in posterum appelletur, eiusque festum die altera Augusti, qua in caelum est natus, in locis et modis iure statutis quotannis celebrari possit. In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti.

    Quod autem decrevimus, volumus et nunc et in posterum tempus vim habere, contrariis rebus minime quibuslibet officientibus.

 

    Datum Romae, apud Sanctum Petrum, sub anulo Piscatoris, die vii mensis Maii, anno mmxi, Pontificatus Nostri septimo.

 

De mandato Summi Pontificis

Tharsicius  Card.  Bertone

Secretarius  Status

 

Loco X Sigilli

AAS,  CVI (2014), 142-144.

 

    1. Eccellenza, cari Vocazionisti e Vocazioniste, reverendi

Sacerdoti, reverende Suore, cari fedeli, è con grande gioia

che stiamo celebrando un evento non comune nella vostra

diocesi, la beatificazione di don Giustino Russolillo, il parroco

santo. Oggi, in questo festoso tempo pasquale, siamo tutti

invitati a guardare in alto, verso il cielo, al di là di questa

pianura, di questo mare e di questi monti per fissare gli occhi

verso il sole che è Gesù Cristo risorto, autore della santità di

don Giustino. Oltre che a Dio, il nostro grazie va anche al Papa

Benedetto XVI che ha riconosciuto in Don Giustino, un

testimone eccezionale del Vangelo, che è per tutto il mondo

una buona notizia di bontà, di giustizia, di pace, di fraternità,

di santità.

Dove è nato questo nuovo Beato, che la Chiesa propone

oggi alla nostra ammirazione e venerazione? Qui, in Campania,

nella vostra regione, in questo affollato quartiere di Napoli.

Come la vostra fertile terra produce fiori e frutti abbondanti

in ogni stagione, così in ogni secolo la Campania ha donato

alla Chiesa frutti maturi di santità. «La Campania è terra di

Santi », disse un giorno il Cardinale Corrado Ursi.291 Tra quelli

più recenti, menzioniamo san Giuseppe Moscati, santa Caterina

Volpicelli, santa Giulia Salzano, San Gaetano Errico, il

beato Ludovico da Casoria, il beato Bartolo Longo, la beata

Teresa Manganiello. Ma è lunghissima la lista delle Serve e dei

Servi di Dio, vescovi, sacerdoti, religiosi, laici, che attendono il

riconoscimento della loro edificante esistenza cristiana. Ogni

vostro paese è confortato dalla presenza di testimoni credibili

del Vangelo di Gesù, i quali con la loro straripante carità attirano

benedizioni e grazie divine su tutti, sulle famiglie, sui bisognosi,

sugli ammalati, sui giovani.

Tra questi eroi della santità spicca il Beato Giustino Russolillo,

parroco zelante e vigilante, apostolo infaticabile del catechismo,

maestro e formatore di coscienze, fondatore di dinamiche

congregazioni religiose, promotore di vocazioni sacerdotali

e religiose. Se l’esistenza di un essere umano è fatta di

poche luci e di molte ombre, la vita del Beato Giustino Russolillo

è fatta di molte luci, che non lasciano spazio alle ombre.

 

    2. Giustino Russolillo nacque a Pianura (Napoli) il 18 gennaio

1891, terzo di dieci figli della famiglia dei coniugi Luigi e

Giuseppina Simpatia. Da bambino, raccoglieva i suoi coetanei

per insegnare loro il catechismo. Con grandi sacrifici economici

della famiglia, Giustino riuscì, appena decenne, a entrare

in seminario, da lui frequentato dal 1901 al 1913. Rievoco un

episodio significativo di questo periodo. Giustino era dotato di

acuta intelligenza. A soli diciassette anni, sostenne l’esame di

maturità classica governativa. Nonostante l’astio della commissione

esaminatrice, interamente massonica, che bocciava sistematicamente

seminaristi e religiosi, Giustino superò brillantemente

la prova, strappando il seguente commento a uno dei

commissari: «Peccato che si faccia prete ». La media dei voti,

superiore all’otto, gli ottenne il rimborso delle tasse. Giustino

era un giovane pio e devoto, ma anche intelligente e colto. Il

Signore Gesù aveva avuto buon gusto nella scelta di questo

suo discepolo.

Ordinato sacerdote il 20 settembre 1913 nella Cattedrale di

Pozzuoli, esercitò il suo ministero con diversi incarichi.

Avendo fin da giovane seminarista concepito una congregazione dedita

alla preghiera e alla ricerca e guida delle vocazioni sacerdotali

e religiose, il 30 aprile 1914 iniziò nella casa paterna il

primo esperimento di vita comune con pochi giovanetti, che si

mostravano chiamati allo stato ecclesiastico-religioso. Il vescovo

di Pozzuoli, mons. Michele Zezza, però, proibì tassativamente

l’esperimento. Alla morte del vescovo, Don Giustino,

con il benestare di mons. Pasquale Ragosta, amministratore

apostolico e vescovo di Ischia, fu nominato Parroco della parrocchia

di San Giorgio martire a Pianura, ricevendo anche il

permesso di poter dar vita al suo progetto fondazionale. Così,

la Società Divine Vocazioni poté ufficialmente essere avviata il

18 ottobre 1920. Un anno dopo, la sera del 1° ottobre 1921, il

nostro Beato attuò anche la fondazione del ramo femminile.

Dopo varie e dolorose vicissitudini, entrambe le congregazioni

ebbero il riconoscimento pontificio tra il 1947 e il 1948. Una

grande fioritura di vocazioni e di opere si verificò non solo in

Italia ma anche all’estero. Purtroppo, gravi imprudenze economiche

e disciplinari, da una parte, e restrizioni e limitazioni

imposte dalle autorità ecclesiastiche, dall’altra, portarono i Vocazionisti

e le Vocazioniste quasi sull’orlo del fallimento. Era il

Signore che potava la sua vigna. Addolorato, ma sempre confidente

nella Provvidenza divina, Don Giustino si spense il 2

agosto 1955, circondato dai suoi figli devoti e dai suoi fedeli

parrocchiani. Considerato santo in vita, dopo morte la sua fama

di santità si accrebbe in modo sempre più convincente, anche

perché accompagnata dalla fama delle grazie ottenute per

sua intercessione.

 

    3. Chi era don Giustino? Era un abitante di Pianura, terra

di antica civiltà e ricca di siti archeologici greco-romani; terra

anche di antica tradizione cristiana. Don Giustino è un degno

rappresentante della vostra terra. Egli era un sacerdote, un

prete della Chiesa cattolica, che lottava, soffriva e sperava per

la prosperità di questo territorio e per la salvezza dei suoi abitanti.

Il Beato Giustino può far sue le parole di Don Maurizio

Patriciello, parroco di san Paolo Apostolo a Caivano (Napoli),

che qualche mese fa ha gridato a voce alta, contro il fango gettato

con viltà calunniosa sul Papa e sui sacerdoti: « Sono un

prete che lavora e riesce a dare gioia, pane, speranza a tanta

gente bistrattata, ignorata, tenuta ai margini. Un prete che ama

la sua Chiesa e il Papa. [Un prete che ] soffre per il Santo Padre

offeso » e deriso. Don Giustino era un prete così, un sacerdote

che amava la sua terra, i suoi parrocchiani, i giovani.

Lavorava dal mattino alla sera per inculcare il bene, per dare

prospettive di speranza a tutti, per venire incontro ai bisogni

dei più svantaggiati. Con la parola di Gesù sempre nel cuore e

sulla bocca cercava di formare i suoi parrocchiani a essere onesti

cittadini e buoni cristiani. Per questo fu chiamato, «Pater

amabilis, educator optimus ».

 

    4. Da dove proveniva questo suo zelo sacerdotale? La vita

sacerdotale di don Giustino era fondata su tre robusti pilastri:

l’amore alla Parola di Dio; l’obbedienza alle divine ispirazioni;

l’adorazione trinitaria.

Don Giustino aveva sempre tra le mani il Vangelo, quale

vademecum di luce e di sapienza nel suo apostolato di parroco

e di fondatore. Ogni mattina, nella Messa che celebrava puntualmente

alle 4.30, anche per dare la possibilità agli operai di

parteciparvi, egli commentava le parole del testo sacro. Ai suoi

religiosi e religiose faceva imparare a memoria lunghi brani del

Nuovo Testamento.

Conseguenza di questo ascolto della Parola di Dio era la

sua obbedienza alle divine ispirazioni, che lo incitavano a compiere

il bene con sempre maggior frequenza e convinzione. La

meditazione delle ispirazioni divine era per lui un impegno di

cooperazione umana alla grazia divina.

Infine, don Giustino usava chiamare l’anima Sponsa Trinitatis.

Vivere in questo clima trinitario costituiva per lui un’urgenza

spirituale continua per poter ricevere la luce della verità,

la grazia della carità e il dono della santità. In un suo diario annotava:

« Il Signore vuole la tua abitazione sulle altezze, la tua

conversazione ne’ cieli, poiché ti vuole tutto per sé nella divina

sua famiglia ».

Don Giustino sapeva che la santità è una

cosa dell’altro mondo che, però, si realizza in questo mondo. Il

sigillo trinitario connota tutta la sua opera. Nello stemma vocazionista

campeggiano tre triadi: il campo di lavoro è la Chiesa

trionfante, purgante e militante; il modello è la santa Famiglia

di Nazareth, Gesù Maria e Giuseppe; l’ideale è l’unione

sponsale con le divine Persone trinitarie. Trinitaria è quindi la

sua ascetica, come cammino ascensionale di conformazione a

Cristo mediante la purezza, l’umiltà e la carità.

Questa solida spiritualità trinitaria non lo allontanava in un

universo mistico alieno dalla realtà terrena. Anzi, lo rendeva

più sensibile alla contemplazione del creato e alla gratitudine

verso Dio creatore: «Grazie – egli diceva – di ogni lembo di

cielo, di ogni raggio di luce, di ogni riso di stella, di ogni festa

di colori, di ogni armonia di suoni, di ogni bellezza di panorama.

Grazie di ogni carezza di vento, di ogni bacio di fiori, di

ogni tepore di fuoco, di ogni refrigerio d’acque, di ogni dolcezza

di sapori, di ogni onda di profumo. Grazie di ogni riposo

di sonno, di ogni servizio di animali, di ogni benessere di vita,

di ogni affetto di amico, di ogni tenerezza di madre, di ogni

slancio di passione buona. Grazie di ogni lampo di genio, di

ogni legge di ragione, di ogni sanzione di coscienza, di ogni

energia di volontà, di ogni umana conquista, di ogni entusiasmo

d’ideale ».297 E aggiungeva: «Grazie per la santità, cattolicità,

apostolicità della santa Chiesa e delle sue lotte, vittorie e

conquiste, e per la vostra permanenza in essa ».

 

    5. Qual è l’aspetto più rilevante della santità del nostro

Beato? Don Giustino Russolillo era un formidabile educatore

di sacerdoti. Dalla sua spiritualità trinitaria egli attingeva sicuri

orientamenti di formazione, non tanto per l’acquisizione di

una qualificata cultura ecclesiastica o per l’apprendimento di

una disciplina austera e forte, quanto piuttosto per la conquista

di uno spirito di pietà che unifica e anima sia gli studi sia la

disciplina. La pietà di un giovane seminarista « non può essere

semplicemente quella del cristiano, sia pure in una forma più

elevata, in un grado più intenso, ma è il preludio e quindi la

preparazione e l’allenamento della pietà sacerdotale. Precisamente

è quella forma e quel grado di pietà religiosa, che tende

direttamete a formare Gesù nel giovane levita e futuro apostolo;

e tutto Gesù; il Maestro e il Salvatore, il Sacerdote e l’Ostia;

Gesù di Maria e dello Spirito Santo, Gesù del Padre e delle

anime; tutto Gesù ».

La formazione sacerdotale deve plasmare i giovani a diventare

lo specchio di Cristo. Essere sacerdote significa essere alter

Christus. Non c’è altra scienza per i sacerdoti se non la conoscenza

di Gesù Cristo, secondo il detto dell’apostolo: «Ritenni

infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù, e

questi crocifisso » (1Cor 2,2). Per la conoscenza e la conformazione

a Cristo un aiuto efficace proviene dalla Beata Vergine

Maria, la madre dei santi, il cui amore materno si manifesta

nella cura e nell’accompagnamento dei seminaristi e dei sacerdoti,

suoi figli prediletti, all’incontro con Cristo nell’eucaristia,

sacramento che apre l’intelligenza allo splendore della verità e

dilata il cuore agli ardori della carità. Un teste ricorda la raccomandazione

che spesso gli ripeteva don Giustino: «Luigino!

Se vuoi essere felice nella vita, devi seminare Ave Maria ».

Ai sacerdoti formati secondo il cuore di Dio, il Beato Giustino

affida il compito di diventare padri spirituali, di moltiplicare

le vocazioni sacerdotali e religiose, come un albero buono

che produce frutti buoni: «A questi sacerdoti secondo il cuore

di Dio […] ricordiamo il dovere e il bisogno di produrre e

lasciarsi dietro questo frutto massimo del loro sacerdozio; altri

sacerdoti, e poi ancora altri sacerdoti, e poi sempre altri sacerdoti».

Ai sacerdoti, infatti, spetta il sublime ministero di redimere

il mondo mediante il sacrificio eucaristico. Non c’è niente di

più piccolo di una piccola ostia. Eppure la sua vitalità è infinita.

L’ostia è « il piccolo lievito che la Trinità beata ha gettato

nella grande massa del mondo e tutta l’umanità è in fermento».

È fermento di santificazione che distrugge il lievito del

male e del peccato. È fermento di missione, che feconda l’universo

intero con la parola di verità. È fermento di vita che porta

fiori e frutti di bontà e di carità. Nell’Eucaristia Gesù continua

il suo magistero di verità: «Gesù Cristo è il grande e il solo

maestro della verità a tutti gli uomini ».

 

    6. Il Beato Giustino Russolillo fu apostolo della catechesi,

confessore misericordioso verso i penitenti, catechista e predicatore

colto e persuasivo, uomo di preghiera, figlio devoto del

Papa, incontenibile promotore e formatore di vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. A proposito della sua devozione

al Papa, nella celebrazione annuale della Cattedra di san

Pietro, Don Giustino organizzava per quel giorno una solenne

accademia in onore dell’Apostolo. Con ciò intendeva ricordare

il magistero del Papa. Seguiva poi un ottavario di predicazione

in parrocchia, durante il quale il nostro Beato metteva in

evidenza i vari aspetti della missione del Papa e del suo magistero.

Don Giustino, infatti, si nutriva del magistero pontificio,

meditandone gli insegnamenti sugli Acta Apostolicae Sedis, ai

quali era regolarmente abbonato.

La caratteristica che completa questo suo splendido ritratto

sacerdotale, dandogli brillantezza e validità perenne, è la sua

santità, oggi riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa. Una santità

fatta di esperienza eroica della fede, della speranza e della

carità. Le numerosissime testimonianze processuali concordano

nell’affermare che il Beato Giustino Russolillo mantenne intatto

il candore della veste battesimale. Per la sua delicatezza

di coscienza, spesso la sera si inginocchiava davanti a un sacerdote

per fare la confessione sacramentale e riceverne l’assoluzione.

Accresceva così la grazia, per rafforzare le virtù della

sua veste spirituale. Egli soleva dire che molti santi avevano

quest’abitudine e citava, come esempio, san Carlo Borromeo,

che spesso si confessava addirittura più volte al giorno. L’invito

abituale di don Giustino era infatti: « Fatevi santi ».

 

    7. Ma c’è una piccola virtù che è la spia e anche il sostegno

della sua santità: la virtù dell’umiltà. Don Giustino visse nell’umiltà,

scegliendo sempre l’ultimo posto in tutte le circostanze,

esercitandosi nella contrizione delle sue mancanze e nella

considerazione della propria nullità. Durante il periodo di seminario,

un giorno compagni e superiori si accorsero che volutamente

egli non rispondeva bene ad alcune domande, per

non comparire sempre come il primo della classe. Allora il vescovo

gli ingiunse in virtù di santa ubbidienza di rispondere

agli esami con tutto quello che sapeva. Obbedendo, il giovane

Russolillo cominciò ad apparire il primissimo fra tutti, riportando

sempre il massimo dei voti. Un compagno di seminario

testimonia che Giustino recitava a memoria molti passi della

Sacra Scrittura, dei santi Padri, dei Concili con una sicurezza

da sbalordire sia il vescovo che gli esaminatori. D’allora in poi,

la sua lampada stette sempre sul candelabro.

 

    8. Ancora una domanda, che può apparire come una semplice

curiosità: com’era esteriormente don Giustino? Fotografie

e testimonianze lo descrivono gracile di salute, ma sereno,

modesto, sorridente, gioioso. Aveva un sorriso benevolo

e un portamento nobile. Era povero come san Francesco

d’Assisi, colto e forte come san Benedetto, contemplativo come

santa Teresa d’Avila, dolce come san Francesco di Sales,

affabile come san Giovanni Bosco. Sembrava animato da una

luce interiore di intensa carità, che riversava sui fedeli e sui

suoi figli e figlie spirituali. L’onorevole Giovanni Leone, presidente

della Repubblica Italiana, fu colpito dal fascino della

sua umiltà spontanea e consapevole, del suo coraggio eccezionale

e del suo potente ardore di mistico. Don Giustino

mirava sempre alla perfezione: la perfezione dell’ubbidienza

verso i superiori; della gratitudine verso i benefattori; della

veracità verso la verità; della cortesia nelle relazioni col prossimo;

della liberalità nell’uso dei beni; dell’equità nell’osservanza

della legge.

 

    9. Cosa lascia a noi oggi il Beato Giustino? La preziosa eredità

della sua santità è anzitutto affidata ai suoi Figli e Figlie

spirituali. I Vocazionisti e le Vocazioniste devono vivere questo

momento come una tappa di rilancio del loro carisma, tanto

urgente e necessario nella Chiesa, in questi nostri tempi di

carenze vocazionali. La loro vita buona e santa deve far fiorire

il deserto di giovani e sante vocazioni.

Il Beato Giustino invita poi i sacerdoti, e i parroci in primo

luogo, a non stancarsi di annunziare al mondo la buona notizia

del Cristo risorto e a non rinunciare a indicare a tutti, grandi

e piccoli, la via della santità. Tutti vi siamo chiamati, perché

la santità è la misura stessa della vita cristiana.

Infine, tutti noi siamo invitati ad aprirci all’azione dello

Spirito Santo, per essere anche noi tessere viventi del grande

mosaico di santità che Dio va creando nella storia. Ha detto recentemente

il Santo Padre Benedetto XVI: «Non abbiamo

paura di tendere verso l’alto, verso le altezze di Dio; non abbiamo

paura che Dio ci chieda troppo, ma lasciamoci guidare

in ogni azione quotidiana dalla sua Parola, anche se ci sentiamo

poveri, inadeguati, peccatori: sarà Lui a trasformarci secondo

il suo amore ».

È questa la santa metamorfosi sperimentata dal nostro Beato.

Egli è sì vissuto qui a Pianura, ma la sua anima mistica era

sul monte di Dio, sul Tabor. Imitiamolo anche noi a non essere

solo abitanti di questa terra, dove non abbiamo dimora stabile,

ma ad anelare al monte santo di Dio, dove ci attende una

felicità senza fine.

 

Angelo Card. Amato