Josemaría Escrivá de Balaguer

Josemaría Escrivá de Balaguer

(1902-1975)

Beatificazione:

- 17 maggio 1992

- Papa  Giovanni Paolo II

Canonizzazione:

- 06 ottobre 2002

- Papa  Giovanni Paolo II

- Piazza San Pietro

Ricorrenza:

- 26 giugno

Presbitero, fondatore dell’Opus Dei e della Società sacerdotale della Santa Croce, fu un maestro nella pratica dell'orazione, che egli considerava come straordinaria "arma" per redimere il mondo. Raccomandava sempre: "In primo luogo, orazione; poi, espiazione; in terzo luogo, molto «in terzo luogo», azione"

  • Biografia
  • Omelia
  • il miracolo
  • omelia di beatificazione
"Troviamo Dio invisibile nelle cose più visibili e materiali"

 

Josemaría Escrivá de Balaguer nasce a Barbastro (Spagna) il 9 gennaio 1902, secondo dei sei figli di José Escrivá e María Dolores Albás. I suoi genitori, ferventi cattolici, lo portarono al fonte battesimale quattro giorni dopo, il 13 gennaio, e in seguito gli insegnarono, anzitutto con la loro vita esemplare, i fondamenti della fede e della pratica delle virtù cristiane: l’amore per la confessione e la comunione frequenti, la fiducia nella preghiera, la devozione alla Madonna, l’aiuto ai più bisognosi.

Il Beato Josemaría cresce come un bambino allegro, sveglio e semplice, discolo, ottimo studente, intelligente e dotato di spirito di osservazione. Nutriva grande affetto per la madre e una grande fiducia e amicizia per suo padre, che lo invitava a rivolgersi a lui liberamente per raccontargli le sue preoccupazioni, sempre pronto a dargli consigli affettuosi e prudenti. Ben presto il Signore comincia a temprare la sua anima nella forgia del dolore: tra il 1910 e il 1913 muoiono le tre sorelle più piccole e nel 1914 la famiglia subisce un tracollo economico. Nel 1915 gli Escrivá si trasferiscono a Logroño, dove il padre ha trovato un impiego che gli permetterà di mantenere i suoi, sia pure modestamente.

Nell’inverno del 1917-18 avviene un fatto che influirà in maniera decisiva sul futuro di Josemaría Escrivá: durante le festività natalizie cade sulla città una fitta nevicata e un giorno egli osserva le orme congelate lasciate sulla neve da due piedi nudi; sono le impronte di un religioso carmelitano che camminava scalzo. Allora si domanda: – Se altri fanno tanti sacrifici per Dio e per il prossimo, io non sarò capace di offrirgli nulla? Nasce così nella sua anima una "divina inquietudine": – Ho incominciato a presagire l’Amore, a rendermi conto che il cuore mi chiedeva qualcosa di grande e che fosse amore. Pur non sapendo ancora con precisione che cosa il Signore gli chiedesse, decide di diventare sacerdote, per rendersi più disponibile a compiere la volontà divina.

Concluso il liceo, comincia gli studi ecclesiastici nel seminario di Logroño e, nel 1920, si trasferisce presso quello di Saragozza, nella cui Università Pontificia completerà la formazione che precede il sacerdozio. Nel capoluogo aragonese, seguendo un suggerimento di suo padre e col permesso dei superiori ecclesiastici, compie anche gli studi di Giurisprudenza. E’ molto amato dai compagni per il suo carattere generoso e allegro, semplice e sereno. L’impegno di Josemaría nella vita di pietà, nella disciplina e nello studio è di esempio per tutti i seminaristi e nel 1922, a soli vent’anni, l’arcivescovo di Saragozza lo nomina Ispettore del Seminario.

In quegli anni trascorre molte ore in preghiera davanti al Santissimo Sacramento, mettendo le basi di una profonda vita eucaristica, e va ogni giorno alla Basilica del Pilar per chiedere alla Madonna che Dio gli mostri che cosa vuole da lui: – Da quando sentii quei presagi dell’amore di Dio, affermava il 2 ottobre 1968, nella mia pochezza cercai di realizzare quello che Egli si aspettava da questo povero strumento [...]. E, tra quelle ansie, pregavo, pregavo, pregavo in una continua orazione. Non cessavo di ripetere: Domine, ut sit! Domine, ut videam!, come il poveretto del Vangelo, che chiede a gran voce perché Dio può tutto. Signore, ch’io veda! Signore, che sia! E ripetevo anche, [...] pieno di fiducia verso mia Madre del Cielo: Domina, ut sit!, Domina, ut videam! La Vergine Santissima mi ha sempre aiutato a scoprire i desideri di suo Figlio.

Il 27 novembre 1924 muore José Escrivá, colpito da una sincope repentina. Il 28 marzo 1925 Josemaría è ordinato sacerdote da mons. Miguel de los Santos Díaz Gómara, nella chiesa del Seminario di San Carlo a Saragozza, e due giorni dopo celebra la sua prima Messa solenne nella Santa Cappella della Basilica del Pilar. Il 31 dello stesso mese si trasferisce a Perdiguera, un villaggio di contadini, dove è stato nominato reggente ausiliare della parrocchia.

Nell’aprile del 1927, col beneplacito del suo arcivescovo, si trasferisce a Madrid per ottenere il dottorato in Diritto Civile, che all’epoca si poteva conseguire soltanto presso l’Università Centrale della capitale spagnola. Qui il suo zelo apostolico lo mette subito in contatto con persone di tutti gli ambienti sociali: studenti, artisti, operai, intellettuali, sacerdoti. In particolare, si prodiga instancabilmente con i bambini, i malati e i poveri delle borgate periferiche.

Allo stesso tempo, mantiene la madre e i fratelli impartendo lezioni di materie giuridiche. Sono tempi di grandi ristrettezze economiche, vissuti da tutta la famiglia con serena dignità. Il Signore lo benedisse con abbondanti grazie straordinarie che trovarono nella sua anima generosa un terreno fertile e produssero copiosi frutti a beneficio della Chiesa e delle anime.

Il 2 ottobre 1928 nasce l’Opus Dei. Il beato Josemaría partecipa a delle giornate di ritiro spirituale e, mentre medita gli appunti in cui ha annotato le mozioni interiori ricevute da Dio nel corso degli ultimi anni, all’improvviso "vede" – questo è il termine con cui descriverà sempre l’esperienza fondazionale – la missione che il Signore vuole affidargli: iniziare nella Chiesa un nuovo cammino vocazionale, per promuovere la ricerca della santità e l’apostolato mediante la santificazione del lavoro ordinario in mezzo al mondo, senza cambiare di stato. Pochi mesi dopo, il 14 febbraio 1930, il Signore gli fa capire che l’Opus Dei deve comprendere anche le donne.

Da quel momento il beato Josemaría si dedica anima e corpo alla sua missione fondazionale: far sì che uomini e donne di tutti gli ambienti sociali si impegnino a seguire Cristo, amare il prossimo e cercare la santità nella vita quotidiana. Non si considera né un innovatore né un riformatore, perché è convinto che Cristo è l’eterna novità e che lo Spirito Santo ringiovanisce continuamente la Chiesa, al cui servizio Dio ha suscitato l’Opus Dei. Consapevole che gli è stato affidata una missione di indole soprannaturale, basa il suo lavoro sull’orazione, sul sacrificio, sulla coscienza gioiosa della filiazione divina, sul lavoro infaticabile. Cominciano a seguirlo persone di tutte le condizioni sociali e, in particolare, gruppi di universitari, nei quali risveglia l’aspirazione sincera di servire gli uomini loro fratelli, accendendo in loro il desiderio ardente di mettere Cristo al centro di tutte le attività umane mediante un lavoro santificato, santificante e santificatore. Questo è il fine che assegnerà alle iniziative dei fedeli dell’Opus Dei: elevare a Dio, con l’aiuto della grazia, ogni realtà creata, affinché Cristo regni in tutti e in tutto; conoscere Gesù Cristo, farlo conoscere, portarlo in tutti i luoghi. Si comprende pertanto che possa esclamare: – Si sono aperti i cammini divini della terra.

Nel 1933 apre un’Accademia universitaria perché si rende conto che il mondo della scienza e della cultura è un punto nevralgico per l’evangelizzazione dell’intera società. Nel 1934 pubblica, con il titolo di Consideraciones espirituales, la prima edizione di Cammino, un libro di spiritualità, del quale finora sono stati pubblicate più di quattro milioni e mezzo di copie, con 372 edizioni in 44 lingue.

L’Opus Dei è ancora ai suoi primi passi quando, nel 1936, scoppia la guerra civile spagnola. A Madrid infuria la violenza antireligiosa, ma don Josemaría, nonostante i rischi, si prodiga eroicamente nella preghiera, nella penitenza e nell’apostolato. E’ un periodo di sofferenze per la Chiesa; ma sono anche anni di crescita spirituale e apostolica e di rafforzamento della speranza. Nel 1939, terminato il conflitto, il fondatore dell’Opus Dei può imprimere nuovo slancio al suo lavoro apostolico in tutto il Paese e, in particolare, mobilita molti giovani universitari affinché portino Cristo ovunque e scoprano la grandezza della propria vocazione cristiana. Intanto, si estende la sua fama di santità: molti vescovi lo invitano a predicare corsi di ritiro al clero e ai laici delle organizzazioni cattoliche. Analoghe richieste gli giungono dai superiori di diversi ordini religiosi ed egli le esaudisce sempre.

Nel 1941, mentre predica un corso di ritiro a un gruppo di sacerdoti di Lérida, muore sua madre, che tanto aveva aiutato gli apostolati dell’Opus Dei. Il Signore permette anche che si scatenino contro di lui aspre incomprensioni. Il vescovo di Madrid, mons. Eijo y Garay, gli fa arrivare il suo più sincero sostegno e concede la prima approvazione canonica dell’Opus Dei. Il beato Josemaría sopporta le difficoltà con la preghiera e il buon umore, ben sapendo che "tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati" (2 Tm 3, 12), e raccomanda ai suoi figli spirituali che, davanti alle offese, si sforzino di perdonare e di dimenticare: tacere, pregare, lavorare, sorridere.

Nel 1943, per una nuova grazia fondazionale che riceve durante la celebrazione della Messa, nasce, all’interno dell’Opus Dei, la Società Sacerdotale della Santa Croce, nella quale potranno essere incardinati i sacerdoti provenienti dalle fila dei fedeli laici dell’Opus Dei. La piena appartenenza di fedeli laici e di sacerdoti all’Opus Dei, così come l’organica cooperazione degli uni e degli altri nei suoi apostolati, è una specifica caratteristica del carisma fondazionale, che la Chiesa ha confermato nel 1982 con la sua definitiva configurazione giuridica come Prelatura personale. Il 25 giugno 1944 tre ingegneri, fra i quali Alvaro del Portillo, primo successore del Fondatore alla guida dell’Opus Dei, ricevono l’ordinazione sacerdotale. Fino al 1975, saranno quasi un migliaio i laici dell’Opus Dei che il beato Josemaría condurrà al sacerdozio.

Inoltre, la Società Sacerdotale della Santa Croce, intrinsecamente unita alla Prelatura dell’Opus Dei, svolge, in piena sintonia con i Pastori delle Chiese locali, attività di formazione spirituale per sacerdoti diocesani e per candidati al sacerdozio. Anche i sacerdoti diocesani possono far parte della Società Sacerdotale della Santa Croce, senza modificare la loro appartenenza al clero delle rispettive diocesi.

Appena intravede la fine della guerra mondiale, il beato Josemaría comincia a preparare il lavoro apostolico in altri paesi, perché – ripeteva – Gesù vuole che la sua Opera abbia fin dal primo momento un carattere universale, cattolico. Nel 1946 si trasferisce a Roma allo scopo di preparare il riconoscimento pontificio dell’Opus Dei. Il 24 febbraio 1947 Pio XII concede il decretum laudis e il 16 giugno 1950 l’approvazione definitiva. Da quel giorno possono essere ammessi come Cooperatori dell’Opus Dei uomini e donne non cattolici e anche non cristiani, per sostenerne con il loro lavoro, la loro elemosina e la loro preghiera le attività apostoliche.

La sede centrale dell’Opus Dei viene stabilita a Roma per sottolineare in modo ancora più tangibile l’aspirazione che informa tutto il suo lavoro: – Servire la Chiesa come la Chiesa vuole essere servita, in stretta adesione alla cattedra di Pietro e alla gerarchia ecclesiastica. Pio XII e Giovanni XXIII gli fanno pervenire ripetutamente attestati di affetto e di stima; Paolo VI gli scriverà nel 1964 definendo l’Opus Dei "espressione vivace della perenne giovinezza della Chiesa".

Anche quest’epoca della vita del fondatore dell’Opus Dei è caratterizzata da ogni sorta di prove: alla salute compromessa da tanti stenti (soffrì di una grave forma di diabete per oltre dieci anni, sino al 1954, quando guarì miracolosamente), si aggiungono le ristrettezze economiche e le difficoltà connesse con l’espansione degli apostolati nel mondo intero. Eppure lo si vede sempre allegro, perché la vera virtù non è triste e antipatica, bensì amabilmente allegra. Il suo perenne buon umore è una continua testimonianza di amore incondizionato alla volontà di Dio.

Il mondo è molto piccolo, quando l’Amore è grande: il desiderio di inondare la terra della luce di Cristo lo porta ad accogliere gli appelli dei numerosi vescovi che, in ogni parte del mondo, chiedono il contributo degli apostolati dell’Opus Dei all’evangelizzazione. Nascono svariati progetti: scuole professionali, centri di formazione per contadini, università, scuole, cliniche e dispensari, ecc. Queste attività, che amava definire un mare senza sponde, frutto dell’iniziativa di normali cristiani che desiderano occuparsi, con mentalità laicale e senso professionale, delle necessità concrete di un determinato luogo, sono aperte a persone di tutte le razze, religioni e condizioni sociali, perché la loro chiara identità cristiana si compagina sempre con un profondo rispetto della libertà delle coscienze.

Quando Giovanni XXIII annuncia la convocazione di un Concilio Ecumenico, comincia a pregare e a far pregare per il felice esito di questa grande iniziativa che è il Concilio Ecumenico Vaticano II, come scrive in una lettera del 1962. Nelle sessioni conciliari il Magistero solenne confermerà alcuni aspetti fondamentali dello spirito dell’Opus Dei: la chiamata universale alla santità, il lavoro professionale come mezzo di santità e di apostolato, il valore e i limiti legittimi della libertà del cristiano nelle questioni temporali, la Santa Messa come centro e radice della vita interiore, ecc. Il beato Josemaría incontra numerosi Padri conciliari e Periti, che vedono in lui un autentico precursore di molte delle linee maestre del Vaticano II. Profondamente immedesimato con la dottrina conciliare, ne promuove diligentemente l’irradiazione attraverso le attività di formazione dell’Opus Dei in tutto il mondo.

Lontano – laggiù, nell'orizzonte – sembra che il cielo si unisca alla terra. Non dimenticare che, dove veramente la terra e il cielo si uniscono, è nel tuo cuore di figlio di Dio. La predicazione del beato Josemaría sottolinea costantemente il primato della vita interiore sulle attività organizzative: – Queste crisi mondiali sono crisi di santi, ha scritto in Cammino, e la santità richiede sempre quella compenetrazione di preghiera, di lavoro e di apostolato che egli chiama unità di vita e di cui la sua condotta costituisce la migliore testimonianza.

Era profondamente convinto che per raggiungere la santità nel lavoro quotidiano è necessario sforzarsi per essere anima di orazione, anima di profonda vita interiore. Quando si vive in questo modo, tutto è orazione, tutto può e deve portarci a Dio, alimentando un rapporto continuo con Lui, dalla mattina alla sera. Ogni onesto lavoro può essere orazione; e ogni lavoro che è orazione, è apostolato.

La radice della prodigiosa fecondità del suo ministero si trova proprio nell’ardente vita interiore che fa del beato Josemaría un contemplativo in mezzo al mondo: una vita interiore alimentata dall’orazione e dai sacramenti, che si esprime nell’amore appassionato per l’Eucaristia, nella profondità con cui fece della Messa il centro e la radice della propria vita, nella tenera devozione per Maria, per san Giuseppe e per gli Angeli Custodi, nella fedeltà alla Chiesa e al Papa.

Negli ultimi anni di vita il fondatore dell’Opus Dei compie viaggi di catechesi in gran parte dell’Europa e in diversi Paesi dell’America latina: ovunque partecipa a numerose riunioni di formazione, semplici e familiari, anche se spesso sono presenti migliaia di persone per ascoltarlo, nelle quali parla di Dio, dei sacramenti, delle devozioni cristiane, della santificazione del lavoro, dell’amore alla Chiesa e al Papa. Il 28 marzo 1975 celebra il giubileo sacerdotale. Quel giorno la sua preghiera è come una sintesi di tutta la sua vita: – A cinquant’anni di distanza, mi ritrovo come un bambino che balbetta. Comincio e ricomincio nella mia lotta interiore di ogni giorno. E così fino alla fine dei giorni che mi restano: sempre a ricominciare.

Il 26 giugno 1975 il beato Josemaría si spegne nella sua stanza di lavoro a mezzogiorno, in seguito a un arresto cardiaco, ai piedi di un quadro della Madonna cui rivolge l’ultimo sguardo. In quel momento l’Opus Dei è presente nei cinque continenti con più di 60.000 membri di 80 nazionalità. Le opere di spiritualità di mons. Escrivá (Cammino, Il santo Rosario, Colloqui con mons. Escrivá, E’ Gesù che passa, Amici di Dio, La Chiesa nostra Madre, Via Crucis, Solco, Forgia) sono diffuse in milioni di copie.

Dopo la sua morte, un gran numero di fedeli chiede al Papa che sia avviata la causa di canonizzazione. Il 17 maggio 1992, a Roma, Sua Santità Giovanni Paolo II eleva Josemaría Escrivá agli onori degli altari, in una cerimonia di beatificazione alla quale era presente una moltitudine di fedeli. Il 21 settembre 2001 la Congregazione Ordinaria di Cardinali e Vescovi, membri della Congregazione per le Cause dei Santi, conferma all’unanimità il carattere miracoloso di una guarigione e la sua attribuzione al beato Josemaría. La lettura del relativo decreto sul miracolo davanti al Romano Pontefice avviene il 20 dicembre. Il 26 febbraio 2002 Giovanni Paolo II presiede il Concistoro Ordinario Pubblico di Cardinali e, uditi i Cardinali, gli Arcivescovi e i Vescovi presenti, stabilisce per la cerimonia di Canonizzazione del beato Josemaría Escrivá la data del 6 ottobre 2002.

Dal Breve Apostolico di Beatificazione del Venerabile Servo di Dio Josemaría Escrivá de Balaguer, Sacerdote, Fondatore dell'Opus Dei:

«Il Fondatore dell’Opus Dei ha ricordato che l’universalità della chiamata alla pienezza dell’unione con Cristo comporta anche che ogni attività umana divenga luogo di incontro con Dio [...]. Fu un autentico maestro di vita cristiana e seppe raggiungere i vertici della contemplazione con l’orazione continua, la mortificazione ininterrotta, lo sforzo quotidiano di un lavoro compiuto con esemplare docilità alle mozioni dello Spirito Santo pur di servire la Chiesa come la Chiesa vuole essere servita».

CANONIZZAZIONE DI JOSEMARÍA ESCRIVÁ DE BALAGUER

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 6 ottobre 2002

 

1. "Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio" (Rm 8, 14). Queste parole dell'apostolo Paolo, poc'anzi risuonate nella nostra assemblea, ci aiutano a meglio comprendere il significativo messaggio dell'odierna canonizzazione di Josemaría Escrivá de Balaguer. Egli si è lasciato docilmente guidare dallo Spirito, convinto che solo così si può compiere appieno la volontà di Dio.

Tale fondamentale verità cristiana era tema ricorrente della sua predicazione. Non cessava, infatti, di invitare i suoi figli spirituali a invocare lo Spirito Santo per far sì che la vita interiore, la vita cioè di relazione con Dio, e la vita familiare, professionale e sociale, fatta tutta di piccole realtà terrene, non fossero separate, ma costituissero una sola esistenza "santa e piena di Dio". "Troviamo Dio invisibile - egli scriveva - nelle cose più visibili e materiali" (Colloqui con Mons. Escrivá, n. 114).

Attuale e urgente è anche oggi questo suo insegnamento. Il credente, in virtù del Battesimo che lo incorpora a Cristo, è chiamato a stringere con il Signore un'ininterrotta e vitale relazione. E' chiamato ad essere santo e a collaborare alla salvezza dell'umanità.

2. "Tomó, pues, Yahveh Dios al hombre y lo dejó en el jardín de Edén, para que lo labrase y cuidase" (Gn 2, 15). El Libro del Génesis, como hemos escuchado en la primera Lectura, nos recuerda que el Creador ha confiado la tierra al hombre, para que la ‘labrase’ y ‘cuidase’. Los creyentes actuando en las diversas realidades de este mundo, contribuyen a realizar este proyecto divino universal. El trabajo y cualquier otra actividad, llevada a cabo con la ayuda de la Gracia, se convierten en medios de santificación cotidiana.

"La vida habitual de un cristiano que tiene fe - solía afirmar Josemaría Escrivá -, cuando trabaja o descansa, cuando reza o cuando duerme, en todo momento, es una vida en la que Dios siempre está presente" (Meditaciones, 3 de marzo de 1954). Esta visión sobrenatural de la existencia abre un horizonte extraordinariamente rico de perspectivas salvíficas, porque, también en el contexto sólo aparentemente monótono del normal acontecer terreno, Dios se hace cercano a nosotros y nosotros podemos cooperar a su plan de salvación. Por tanto, se comprende más fácilmente, lo que afirma el Concilio Vaticano II, esto es, que "el mensaje cristiano no aparta a los hombres de la construcción del mundo [...], sino que les obliga más a llevar a cabo esto como un deber" (Gaudium et spes, 34).

3. Elevar el mundo hacia Dios y transformarlo desde dentro: he aquí el ideal que el Santo Fundador os indica, queridos Hermanos y Hermanas que hoy os alegráis por su elevación a la gloria de los altares. Él continúa recordándoos la necesidad de no dejaros atemorizar ante una cultura materialista, que amenaza con disolver la identidad más genuina de los discípulos de Cristo. Le gustaba reiterar con vigor que la fe cristiana se opone al conformismo y a la inercia interior.

Siguiendo sus huellas, difundid en la sociedad, sin distinción de raza, clase, cultura o edad, la conciencia de que todos estamos llamados a la santidad. Esforzaos por ser santos vosotros mismos en primer lugar, cultivando un estilo evangélico de humildad y servicio, de abandono en la Providencia y de escucha constante de la voz del Espíritu. De este modo, seréis "sal de la tierra" (cf. Mt 5, 13) y brillará "vuestra luz delante de los hombres, para que vean vuestras buenas obras glorifiquen a vuestro Padre que está en los cielos" (ibíd., 5, 16).

4. Ciertamente, no faltan incomprensiones y dificultades para quien intenta servir con fidelidad la causa del Evangelio. El Señor purifica y modela con la fuerza misteriosa de la Cruz a cuantos llama a seguirlo; pero en la Cruz – repetía el nuevo Santo - encontramos luz, paz y gozo: Lux in Cruce, requies in Cruce, gaudium in Cruce!

Desde que el siete de agosto de mil novecientos treinta y uno, durante la celebración de la Santa Misa, resonaron en su alma las palabras de Jesús: "cuando sea levantado de la tierra, atraeré a todos hacia mí" (Jn 12, 32), Josemaría Escrivá comprendió más claramente que la misión de los bautizados consiste en elevar la Cruz de Cristo sobre toda realidad humana, y sintió surgir de su interior la apasionante llamada a evangelizar todos los ambientes. Acogió entonces sin vacilar la invitación hecha por Jesús al apóstol Pedro y que hace poco ha resonado en esta Plaza: "Duc in altum!". Lo transmitió a toda su Familia espiritual, para que ofreciese a la Iglesia una aportación válida de comunión y servicio apostólico. Esta invitación se extiende hoy a todos nosotros. "Rema mar adentro - nos dice el divino Maestro - y echad las redes para la pesca" (Lc 5, 4).

[2. "Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse" (Gn 2, 15). Il Libro della Genesi, come abbiamo ascoltato nella prima Lettura, ci ricorda che il Creatore ha affidato la terra all'uomo, affinché la "coltivasse" e la "custodisse". I credenti, operando nelle diverse realtà di questo mondo, contribuiscono a realizzare questo progetto divino universale. Il lavoro e qualsiasi altra attività, portata a termine con l'aiuto della Grazia, diventano mezzi di santificazione quotidiana.

"La vita quotidiana di un cristiano che ha fede - era solito affermare Josemaría Escrivá - quando lavora o riposa, quando prega o quando dorme, in ogni momento, è una vita in cui Dio è sempre presente" (Meditazioni, 3 marzo 1954). Questa visione soprannaturale dell'esistenza apre un orizzonte straordinariamente ricco di prospettive salvifiche, poiché, anche nel contesto solo apparentemente monotono del normale accadere terreno, Dio è vicino a noi e noi possiamo cooperare al suo piano di salvezza. Si comprende quindi più facilmente quanto afferma il Concilio Vaticano II, ossia che "il messaggio cristiano, lungi da distogliere gli uomini dal compito di edificare il mondo, ... li impegna piuttosto a tutto ciò con un obbligo ancora più stringente" (Gaudium et spes,n. 34).

3. Elevare il mondo a Dio e trasformarlo dal di dentro: ecco l'ideale che il Santo Fondatore vi indica, cari Fratelli e Sorelle, che oggi vi rallegrate per la sua elevazione alla gloria degli altari. Egli continua a ricordarvi la necessità di non lasciarvi intimorire dinanzi a una cultura materialistica, che minaccia di dissolvere l'identità più autentica dei discepoli di Cristo. Gli piaceva ripetere con vigore che la fede cristiana si oppone al conformismo e all'inerzia interiore.

Seguendo le sue orme, diffondete nella società, senza distinzione di razza, classe, cultura o età, la consapevolezza che siamo tutti chiamati alla santità. Sforzatevi di essere santi voi in primo luogo, coltivando uno stile evangelico di umiltà e servizio, di abbandono alla Provvidenza e di ascolto costante della voce dello Spirito. In tal modo, sarete "sale della terra" (cfr Mt 5, 13) e risplenderà "la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli" (Ibidem, 5, 16).

4. Certamente, non mancano incomprensioni e difficoltà per chi cerca di servire con fedeltà la causa del Vangelo. Il Signore purifica e modella con la forza misteriosa della sua Croce quanti chiama a seguirlo; tuttavia nella Croce - ripeteva il nuovo Santo - troviamo luce, pace e gioia: Lux in Cruce, requies in Cruce, gaudium in Cruce!

Da quando il sette agosto millenovecentotrentuno, durante la celebrazione della Santa Messa, risuonarono nella sua anima le parole di Gesù: "Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me" (Gv 12, 32), Josemaría Escrivá comprese più chiaramente che la missione dei battezzati consiste nell'elevare la Croce di Cristo su ogni realtà umana, e sentì nascere interiormente l'appassionante chiamata a evangelizzare tutti gli ambiti. Accolse allora senza vacillare l'invito fatto da Gesù all'apostolo Pietro e che poco fa è risuonato in questa Piazza:  "Duc in altum!". Lo trasmise a tutta la sua Famiglia spirituale, affinché offrisse alla Chiesa un contributo valido di comunione e di servizio apostolico. Questo invito si estende oggi a tutti noi. "Prendi il largo" ci dice il divino Maestro "e calate le reti per la pesca" (Lc 5, 4).]

5. Per portare a compimento una missione tanto impegnativa, occorre però un'incessante crescita interiore alimentata dalla preghiera. San Josemaría fu un maestro nella pratica dell'orazione, che egli considerava come straordinaria "arma" per redimere il mondo. Raccomandava sempre: "In primo luogo, orazione; poi, espiazione; in terzo luogo, molto «in terzo luogo», azione" (Cammino, n. 82). Non è un paradosso, ma una ve­rità perenne: la fecondità dell'apostolato sta innanzitutto nella preghiera e in una vita sacramentale intensa e costante. Questo è, in fondo, il segreto della santità e del vero successo dei santi.

Il Signore vi aiuti, carissimi Fratelli e Sorelle, a raccogliere quest'esigente eredità ascetica e missionaria. Vi sostenga Maria, che il Santo Fondatore invocava come Spes nostra, Sedes Sapientiae, Ancilla Domini!

La Madonna faccia di ognuno un autentico testimone del Vangelo, pronto a dare in ogni luogo un generoso contributo all'edificazione del Regno di Cristo. Ci siano di stimolo l'esempio e l'insegnamento di san Josemaría perché, al termine del pellegrinaggio terreno, possiamo anche noi partecipare all'eredità beata del Cielo. Là, insieme con gli angeli e tutti i santi, contempleremo il volto di Dio, e canteremo la sua gloria per tutta l'eternità!

Il miracolo approvato per la canonizzazione

 

Il 20 dicembre 2002, Giovanni Paolo II ha approvato il decreto della Congregazione delle Cause dei Santi relativo al miracolo del beato Josemaría che ha aperto le porte alla sua canonizzazione. Riguarda la guarigione miracolosa da una grave malattia professionale (la radiodermite cronica) patita per vari anni dal dottor Manuel Nevado Rey e scomparsa nel novembre del 1992, dopo essersi rivolto all’intercessione del Beato Josemaría Escrivá.

La radiodermite

La radiodermite è una malattia tipica degli operatori sanitari che hanno esposto le loro mani all’azione di radiazioni emesse da apparecchiature a Raggi X per un tempo prolungato. La malattia è evolutiva, progredisce inevitabilmente sino a provocare, col trascorrere degli anni, la comparsa di un cancro cutaneo. La radiodermite non ha cure adeguate. Gli unici trattamenti conosciuti sono chirurgici (innesti cutanei, amputazione delle parti dellemani affette dalle lesioni). Di fatto, nella letteratura medica non è stato segnalato a tutt’oggi nessun caso di guarigione spontanea di radiodermite cronica in evoluzione cancerosa.

La guarigione

Il dottor Manuel Nevado Rey è spagnolo, nato nel 1932, medico specialista in traumatologia. Per quasi quindici anni ha operato fratture e altre lesioni, esponendo le proprie mani agli effetti dei Raggi X. Cominciò ad eseguire questo tipo d’interventi chirurgici con molta frequenza a partire dal 1956. I primi sintomi della radiodermite cominciarono a manifestarsi nel 1962 e la malattia si aggravò sino al punto che nel 1984 dovette limitare la sua attività alla chirurgia minore, a motivo dei danni già gravi alle mani, e poi perfino smettere di operare nell’estate del 1992. Il dottor Nevado non si sottopose a nessuna cura. 

Nel novembre del 1992, il dottor Nevado conobbe Luis Eugenio Bernardo, un ingegnere agronomo che lavora in un organismo pubblico spagnolo. Questi, venuto a sapere della malattia del dottor Manuel, gli diede un’immaginetta del fondatore dell’Opus Dei, beatificato il 17 maggio di quell’anno, invitandolo a rivolgersi alla sua intercessione per guarire dalla radiodermite.

L’intercessione del Beato Josemaría

Da quel momento il dottor Nevado cominciò a raccomandarsi al Beato Escrivá. Trascorsi alcuni giorni da quest’incontro, si recò con la moglie a Vienna per presenziare a un congresso medico. Visitarono insieme diverse chiese e vi trovarono delle immaginette del Beato Josemaría. "Ne fui impressionato — spiega il dottor Nevado — e ne trassi coraggio per pregare ancor di più per la mia guarigione". Dal giorno in cui iniziò ad affidare la propria guarigione all’intercessione del Beato Josemaría Escrivá, le lesioni alle mani subirono un miglioramento e, in circa quindici giorni, sparirono del tutto. La guarigione fu completa, tanto che ai primi di gennaio del 1993 il dottor Nevado poté riprendere il suo lavoro di chirurgo senza alcun problema.

Il processo canonico

Nell’arcidiocesi di Badajoz – dove risiede il dottor Nevado - si svolse un processo canonico su tale guarigione, che si concluse nel 1994. Il 10 luglio 1997, la Consulta Medica della Congregazione delle Cause dei Santi redasse, all’unanimità, questa diagnosi: “Cancerizzazione di radiodermite cronica grave al 3º stadio, in fase d’irreversibilità”; e pertanto con una prognosi sicuramente infausta. La guarigione completa delle lesioni, confermata dagli esami obiettivi del paziente nel 1992, 1994 e 1997, è stata dichiarata dalla Consulta Medica “molto rapida, completa e duratura, scientificamente inspiegabile”. Il 9 gennaio 1998, il Congresso Peculiare dei Consultori Teologi ha dato risposta affermativa unanime circa l’attribuzione del miracolo al Beato Josemaría Escrivá. La Congregazione Ordinaria dei Cardinali e dei Vescovi, in data 21 settembre 2001, ha confermato tali giudizi.

BEATIFICAZIONE DEI SERVI DI DIO
JOSEMARÍA ESCRIVÁ DE BALAGUER E GIUSEPPINA BAKHITA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 17 maggio 1992

 

“È necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio” (At 14,22).

1. Ai due discepoli, lungo la strada per Emmaus, Gesù disse: “Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc 24,26).

La prima lettura, inoltre, ci ha fatto ascoltare gli Apostoli - Paolo e Barnaba - che “rianimano ed esortano i discepoli a restare saldi nella fede” (cf. At 14,22). Essi annunziano la stessa verità di cui aveva parlato Cristo sulla strada verso Emmaus; una verità confermata dalla sua vita e dalla sua morte: “È necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio”.

I discepoli di Cristo crocifisso e risorto - attraverso il succedersi delle generazioni nel corso dei secoli - scelgono la stessa via che Egli aveva loro indicato. “Vi ho dato infatti l’esempio” (Gv 13,15).

2. Oggi ci è offerta l’occasione di fissare ancora una volta il nostro sguardo su questa via salvifica - la via verso la santità - soffermandoci sulle figure di due persone, che d’ora in poi chiameremo “beate”: Josemaría Escrivá de Balaguer, sacerdote, fondatore dell’“Opus Dei”, e Giuseppina Bakhita, Figlia della Carità, canossiana.

La Chiesa desidera servire e professare tutta la verità su Cristo, desidera essere dispensatrice di tutto il mistero del suo Redentore. Se la via verso il Regno di Dio passa attraverso molte tribolazioni, allora alla sua fine si trova anche la partecipazione alla gloria, quella gloria che Cristo ci ha rivelato nella sua Risurrezione.

La misura di tale gloria è data dalla Nuova Gerusalemme, annunziata dalle parole ispirate dell’Apocalisse di Giovanni: “Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno il suo popolo ed egli sarà il «Dio-con-loro»” (Ap 21, 3).

Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21, 5) dice il Signore glorioso. La strada verso quella definitiva “novità” di ogni cosa passa, qui sulla terra, attraverso il “comandamento nuovo”: “che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato” (Gv 13, 34). Tale comandamento fu al centro della vita di due esemplari figli della Chiesa che oggi, nella letizia pasquale, sono proclamati beati.

3. Josemaría Escrivá de Balaguer, nacido en el seno de una familia profundamente cristiana, ya en la adolescencia percibió la llamada de Dios a una vida de mayor entrega. Pocos años después de ser ordenado sacerdote dio inicio a la misión fundacional a la que dedicaría 47 años de amorosa e infatigable solicitud en favor de los sacerdotes y laicos de lo que hoy es la Prelatura del Opus Dei.

La vida espiritual y apostólica del nuevo beato estuvo fundamentada en saberse, por la fe, hijo de Dios en Cristo. De esta fe se alimentaba su amor al Señor, su ímpetu evangelizador, su alegría constante, incluso en las grandes pruebas y dificultades que hubo de superar. «Tener la cruz es encontrar la felicidad, la alegría —nos dice en una de sus Meditaciones— tener la cruz es identificarse con Cristo, es ser Cristo y, por eso, ser hijo de Dios».

Con sobrenatural intuición, el beato Josemaría predicó incansablemente la llamada universal a la santidad y al apostolado. Cristo convoca a todos a santificarse en la realidad de la vida cotidiana; por eso, el trabajo es también medio de santificación personal y de apostolado cuando se vive en unión con Jesucristo, pues el Hijo de Dios, al encarnarse, se ha unido en cierto modo a toda la realidad del hombre y a toda la creación (cfr. Dominum et vivificantem, 50). En una sociedad en la que el afán desenfrenado de poseer cosas materiales las convierte en un ídolo y motivo de alejamiento de Dios, el nuevo beato nos recuerda que estas mismas realidades, criaturas de Dios y del ingenio humano, si se usan rectamente para gloria del Creador y al servicio de los hermanos, pueden ser camino para el encuentro de los hombres con Cristo. «Todas las cosas de la tierra-enseñaba-también las actividades terrenas y temporales de los hombres, han de ser llevadas a Dios» (Carta del 19 de marzo de 1954).

«Bendeciré tu nombre por siempre jamás, Dios mío, mi rey». Esta aclamación que hemos hecho en el salmo responsorial es como el compendio de la vida espiritual del beato Josemaría. Su gran amor a Cristo, por quien se siente fascinado, le lleva a consagrarse para siempre a él y a participar en el misterio de su pasión y resurrección. Al mismo tiempo, su amor filial a la Virgen María le inclina a imitar sus virtudes. «Bendeciré tu nombre por siempre jamás»: he aquí el himno que brotaba espontáneamente de su alma y que le impulsaba a ofrecer a Dios todo lo suyo y cuanto le rodeaba. En efecto, su vida se reviste de humanismo cristiano con el sello inconfundible de la bondad, la mansedumbre de corazón, el sufrimiento escondido con el que Dios purifica y santifica a sus elegidos.

[Josemaría Escrivá de Balaguer, nato in seno a una famiglia profondamente cristiana, già nell’adolescenza percepì la chiamata di Dio a una vita di maggior donazione. Pochi anni dopo essere stato ordinato sacerdote diede inizio alla missione fondazionale alla quale avrebbe dedicato 47 anni di amorosa e infaticabile sollecitudine in favore dei sacerdoti e dei laici di quella che oggi è la Prelatura dell’Opus Dei.

La vita spirituale e apostolica del nuovo beato si fondava sul sapersi, tramite la fede, figlio Dio in Cristo. Di questa fede si alimentavano il suo amore per il Signore, il suo zelo evangelizzatore, la sua allegria costante, anche nelle grandi prove e difficoltà che dovette superare. “Avere la croce è trovare la felicità, la gioia”, ci dice in una delle sue Meditazioni; “avere la Croce è identificarsi con Cristo, è essere Cristo e, per questo, essere figlio di Dio”.

Con soprannaturale intuizione, il beato Josemaría predicò instancabilmente la chiamata universale alla santità e all’apostolato. Cristo convoca tutti a santificarsi nella realtà della vita quotidiana; pertanto, il lavoro è anche mezzo di santificazione personale e di apostolato quando è vissuto in unione con Cristo, perché il Figlio di Dio, incarnandosi, in certo modo si e unito a tutta la realtà dell’uomo e a tutta la creazione (cfr. Dominum et vivificantem, n. 50). In una società nella quale la brama sfrenata del possesso di cose materiali le trasforma in idoli e in motivi di allontanamento da Dio, il nuovo beato ci ricorda che queste stesse realtà, creature di Dio e dell’ingegno umano, se si usano rettamente per la gloria del Creatore e per il servizio dei fratelli, possono essere via per l’incontro degli uomini con Cristo. “Tutte le cose della terra”, insegnava, “anche le attività terrene e temporali degli uomini, devono essere portate a Dio” (Lettera, 19.III.1954).

“Benedirò il tuo nome per sempre, Dio mio, mio Re”. Questa acclamazione che abbiamo ripetuto nel Salmo responsoriale è come il compendio della vita spirituale del beato Josemaría. Il suo grande amore per Cristo, dal quale si sente affascinato, lo porta a consacrarsi per sempre a Lui e a partecipare al mistero della sua passione e risurrezione. Al tempo stesso, il suo amore filiale per la Vergine Maria lo spinge a imitarne le virtù. “Benedirò il tuo nome per sempre”: ecco l’inno che spontaneamente si sprigionava dalla sua anima, e che lo spingeva a offrire a Dio tutto ciò che era suo e tutto ciò che lo circondava. Ed effettivamente la sua vita si riveste di umanesimo cristiano col sigillo inconfondibile della bontà, la mansuetudine del cuore, la sofferenza nascosta con cui Dio purifica e santifica i suoi eletti.]

4. La actualidad y trascendencia de su mensaje espiritual, profundamente enraizado en el Evangelio, son evidentes, como lo muestra también la fecundidad con la que Dios ha bendecido la vida y obra de Josemaría Escrivá. Su tierra natal, España, se honra con este hijo suyo, sacerdote ejemplar, que supo abrir nuevos horizontes apostólicos a la acción misionera y evangelizadora. Que esta gozosa celebración sea ocasión propicia que aliente a todos los miembros de la Prelatura del Opus Dei a una mayor entrega, en su respuesta a la llamada a la santificación y a una más generosa participación en la vida eclesial, siendo siempre testigos de los genuinos valores evangélicos, lo cual se traduzca en un ilusionado dinamismo apostólico, con particular atención hacia los más pobres y necesitados.

[L’attualità e l’importanza di questo messaggio spirituale, profondamente radicato nel Vangelo, sono evidenti, come mostra pure la fecondità con cui Dio ha benedetto la vita e l’opera di Josemaría Escrivá. La sua terra natale, la Spagna, si onora di questo suo figlio, sacerdote esemplare, che seppe aprire nuovi orizzonti apostolici all’azione missionaria ed evangelizzatrice. Che questa gioiosa celebrazione sia occasione propizia per animare tutti i membri della Prelatura dell’Opus Dei a una maggiore donazione nella risposta alla chiamata alla santificazione e a una più generosa partecipazione nella vita ecclesiale, essendo sempre testimoni di genuini valori evangelici; e che ciò si traduca in un ardente dinamismo apostolico, particolarmente attento ai più poveri e bisognosi.]

5. Anche nella Beata Giuseppina Bakhita troviamo una testimone eminente dell’amore paterno di Dio ed un segno luminoso della perenne attualità delle Beatitudini. Nata in Sudan, nel 1869, rapita da negrieri quando era ancora bambina, e venduta più volte sui mercati africani, conobbe le atrocità di una schiavitù che lasciò nel suo corpo i segni profondi della crudeltà umana. Nonostante queste esperienze di dolore, la sua innocenza rimase integra, ricca di speranza. “Da schiava non mi sono mai disperata - diceva - perché sentivo dentro di me una forza misteriosa che mi sosteneva”. Il nome di Bakhita - come l’avevano chiamata i suoi rapitori - significa Fortunata e tale infatti diventò, grazie al Dio di ogni consolazione, che sempre la teneva per mano e le camminava accanto.

Giunta a Venezia, per le vie misteriose della Divina Provvidenza, Bakhita ben presto si apriva alla grazia. Il battesimo e, dopo alcuni anni, la professione religiosa tra le Suore Canossiane, che l’avevano accolta ed istruita, furono le conseguenze logiche della scoperta del tesoro evangelico, per il quale sacrificò tutto, anche il suo ritorno, da libera, nella terra natale. Come Maddalena di Canossa, anch’ella voleva vivere per Dio solo, e con eroica costanza si avviò umile e fiduciosa per la strada della fedeltà all’amore più grande. La sua fede era salda, limpida, ardente. “Sapeste che grande gioia è conoscere Dio!”, soleva ripetere.

6. La nuova Beata trascorse 51 anni di vita religiosa canossiana, lasciandosi guidare dall’obbedienza in un impegno quotidiano, umile e nascosto, ma ricco di genuina carità e di preghiera. Gli abitanti di Schio, ove risiedette per quasi tutto il tempo, ben presto scoprirono nella loro “Madre Moretta” - così la chiamavano - un’umanità ricca nel dono, una forza interiore non comune che trascinava. La sua vita si consumò in una incessante preghiera dal respiro missionario, in una fedeltà umile ed eroica alla carità, che le consentì di vivere la libertà dei figli di Dio e di promuoverla attorno a sé.

Nel nostro tempo, in cui la corsa sfrenata al potere, al denaro, al godimento causa tanta sfiducia, violenza e solitudine, Suor Bakhita ci viene ridonata dal Signore come sorella universale, perché ci riveli il segreto della felicità più vera: le Beatitudini.

Il suo è un messaggio di bontà eroica ad immagine della bontà del Padre celeste. Ella ci ha lasciato una testimonianza di riconciliazione e di perdono evangelici, che recherà sicuramente conforto ai cristiani della sua patria, il Sudan, così duramente provati da un conflitto che dura da molti anni e che ha provocato tante vittime. La loro fedeltà e la loro speranza sono motivo di fierezza e di azione di grazie per tutta la Chiesa. In questo momento di grandi tribolazioni, Suor Bakhita li precede sulla via dell’imitazione di Cristo, dell’approfondimento della vita cristiana e dell’incrollabile attaccamento alla Chiesa. Nello stesso tempo desidero, ancora una volta, rivolgere un accorato appello ai responsabili delle sorti del Sudan, affinché diano realizzazione agli asseriti ideali di pace e di concordia; affinché il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo - e in primo luogo del diritto alla libertà religiosa - sia a tutti garantito, senza discriminazioni etniche o religiose.

Preoccupa grandemente la situazione delle centinaia di migliaia di profughi dalle regioni meridionali, che la guerra ha costretto ad abbandonare casa e lavoro; recentemente sono stati obbligati a lasciare anche i campi dove avevano trovato una qualche forma di assistenza e sono stati trasportati in luoghi desertici ed è stato perfino impedito il libero passaggio ai convogli di soccorsi delle agenzie internazionali. La loro situazione è tragica e non può lasciarci insensibili.

Raccomando vivamente agli Enti internazionali di assistenza di volere continuare ad inviare il loro provvido, necessario e urgente aiuto.

Mentre saluto la delegazione della Chiesa del Sudan, presente a questa celebrazione, rivolgo un affettuoso pensiero, accompagnato dalla preghiera, a tutta la Chiesa in quel Paese: ai Vescovi, al Clero diocesano e Missionario, ai laici impegnati nella pastorale, ed anche ai catechisti, collaboratori generosi e necessari per la propagazione della Verità, della Parola e dell’Amore di Dio.
Le popolazioni del Sudan sono sempre presenti nel mio cuore e nelle mie preghiere: le affido all’intercessione della nuova Beata Giuseppina Bakhita.

7. “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 34-35). Con queste parole di Gesù si conclude il Vangelo della Messa di oggi.

In questa frase evangelica troviamo la sintesi di ogni santità; della santità che hanno raggiunto, per strade diverse ma convergenti nella stessa ed unica mèta, Josemaría Escrivá de Balaguer e Giuseppina Bakhita. Essi hanno amato Dio con tutta la forza del loro cuore ed hanno dato prova di una carità spinta fino all’eroismo mediante le opere di servizio agli uomini, loro fratelli. Perciò la Chiesa li eleva oggi agli onori degli altari e li presenta come esempi nell’imitazione di Cristo, che ci ha amato e ha donato se stesso per ognuno di noi (cf. Gal 2, 20).

8. “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui” (Gv 13, 31): il mistero pasquale della gloria. Attraverso il Figlio dell’uomo questa gloria si estende a tutto il visibile e l’invisibile: “Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno” (Sal 144, 10-11).

Ecco il Figlio dell’uomo: “Non bisognava che . . .sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”.

Ecco coloro che di generazione in generazione hanno seguito Cristo: “Attraverso molte tribolazioni, essi sono entrati nel regno di Dio”.

“Il tuo regno è regno di tutti i secoli” (Sal 144, 13). Amen.