Junipero Serra

Junipero Serra

(1713-1784)

Beatificazione:

- 25 settembre 1988

- Papa  Giovanni Paolo II

Canonizzazione:

- 23 settembre 2015

- Papa  Francesco

- Washington D.C., Stati Uniti d'America

Ricorrenza:

- 28 agosto

Sacerdote professo dell’Ordine dei Frati Minori, che tra le tribù ancora pagane di quella regione, nonostante gli ostacoli e le difficoltà, predicò il Vangelo di Cristo nella lingua dei popoli del luogo e difese strenuamente i diritti dei poveri e degli umili

  • Biografia
  • Omelia
  • omelia di beatificazione
Ha saputo vivere quello che è “la Chiesa in uscita”: “Sempre avanti”

 

Junípero Miguel José Serra Ferrer nació en Petra, Mallorca en 1713. Ingresó en la orden de los franciscanos cuando era joven y se ordenó de sacerdote en 1737.

Ocupó la Cátedra de Filosofía Escotista en la Universidad Luliana en Palma y adquirió la reputación de ser un gran profesor y predicador por toda la isla de Mallorca.A fines de la década de 1740, se ofreció a dejar su tierra natal porque sentía un gran anhelo de servir como misionero en el Nuevo Mundo. Pasó ocho años en la Sierra Gorda, una región escabrosa de México. Ahí predicó a los indíge nas Pame. También, durante parte de ese tiempo sirvió como presidente de las cinco misiones franciscanas en esa región. Después, por ocho años más, tuvo varios puestos en la sede de los misioneros franciscanos en la Ciudad de México. Durante este tiempo predicó gran número de misiones domésticas por muchas áreas de México.

En 1767 lo eligieron presidente del grupo de francisca nos designado a reemplazar a los jesuitas expulsados de sus misiones en Baja California. Dos años después Serra tomó parte en la expedición para extender la frontera española hacia el norte y ocupar Alta California nia.

De 1769 hasta su muerte en 1784 Serra fue presi dente de las misiones franciscanas en Alta California. Durante su presidencia, se fundaron nueve misiones por la costa de California entre diversos grupos de in dígenas, incluso los Kumeyaay, Ohlone, Salinan, Ton gva, Acjachemen y Chumash. Serra se esforzó por congregar dentro del complejo mi sional a los indígenas que vivían cerca. Esperaba poder darles a conocer, poco a poco y de una manera voluntaria, los fundamentos del catolicismo. Muy a menudo peleaba con las autoridades militares acerca de la mejor manera de tratar a los indígenas y hasta viajó una vez a la capital de México para persuadir al virrey, en persona, de apartar a un comandante militar de su mando.

Durante los años que Serra estaba en California, miles de indígenas fueron bautizados y confirmados. Pero tam bién muchos perecieron en las misiones, muchas veces a causa de las enfermedades introducidas por la incursión española al área. Serra emprendió muchos viajes misioneros por California. Se mantuvo firme en estos viajes arduos hasta el fin de su vida a pesar de las enfer medades y debilidades físicas de las que padecía y que le agotaron de sus fuerzas.

Falleció el 28 de agosto de 1784 en la Misión de San Carlos en Carmel. Fue beatifi cado por San Juan Pablo II el 25 de septiembre de 1988.

SANTA MESSA E CANONIZZAZIONE DEL BEATO P. JUNIPERO SERRA

OMELIA DEL SANTO PADRE

Santuario Nazionale dell’Immacolata Concezione, Washington, D.C.
Mercoledì, 23 settembre 2015

 

«Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti» (Fil 4,4). Un invito che colpisce fortemente la nostra vita. Siate lieti, ci dice san Paolo, con una forza quasi imperativa. Un invito che si fa eco del desiderio che tutti sperimentiamo di una vita piena, di una vita che abbia senso, di una vita gioiosa. E’ come se Paolo avesse la capacità di ascoltare ciascuno dei nostri cuori e desse voce a quello che sentiamo, che viviamo. C’è qualcosa dentro di noi che ci invita alla gioia e a non adattarci a palliativi che cercano sempre di accontentarci.

Ma, a nostra volta, viviamo le tensioni della vita quotidiana. Sono molte le situazioni che sembrano mettere in dubbio questo invito. La dinamica a cui molte volte siamo soggetti  sembra portarci ad una rassegnazione triste che a poco a poco si va trasformando in abitudine, con una conseguenza letale: anestetizzarci il cuore.

Non vogliamo che la rassegnazione sia il motore della nostra vita – o lo vogliamo? Non vogliamo che l’abitudine si impossessi delle nostre giornate – o sì? Per questo possiamo domandarci: come fare perché non si anestetizzi il nostro cuore? Come approfondire la gioia del Vangelo nelle diverse situazioni della nostra vita?

Gesù lo ha detto ai discepoli di allora e lo dice a noi: Andate! Annunciate! La gioia del Vangelo si sperimenta, si conosce e si vive solo donandola, donandosi.

Lo spirito del mondo ci invita al conformismo, alla comodità. Di fronte a questo spirito umano «occorre sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo» (Enc. Laudato si’, 229). La responsabilità di annunciare il messaggio di Gesù. Perché la fonte della nostra gioia sta in quel «desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 24). Andate da tutti ad annunciare ungendo e ad ungere annunciando. A questo il Signore ci invita oggi e ci dice:

la gioia il cristiano la sperimenta nella missione: andate alle genti di tutte le nazioni;

la gioia il cristiano la trova in un invito: andate e annunciate;

la gioia il cristiano la rinnova e la attualizza con una chiamata: andate e ungete.

Gesù vi manda a tutte le nazioni. A tutte le genti. E in questo “tutti” di duemila anni fa eravamo compresi anche noi. Gesù non dà una lista selettiva di chi sì e chi no, di quelli che sono degni o no di ricevere il suo messaggio, la sua presenza. Al contrario, ha abbracciato sempre la vita così come gli si presentava. Con volto di dolore, fame, malattia, peccato. Con volto di ferite, di sete, di stanchezza. Con volto di dubbi e di pietà. Lungi dall’aspettare una vita imbellettata, decorata, truccata, l’ha abbracciata come gli veniva incontro. Benché fosse una vita che molte volte si presenta rovinata, sporca, distrutta. A tutti, ha detto Gesù, a tutti andate e annunciate; a tutta questa vita così com’è e non come ci piacerebbe che fosse: Andate e abbracciate nel mio nome. Andate agli incroci delle strade, andate… ad annunciare senza paura, senza pregiudizi, senza superiorità, senza purismi a tutti quelli che hanno perso la gioia di vivere, andate ad annunciare l’abbraccio misericordioso del Padre. Andate da quelli che vivono con il peso del dolore, del fallimento, del sentire una vita spezzata e annunciate la follia di un Padre che cerca di ungerli con l’olio della speranza, della salvezza. Andate ad annunciare che gli sbagli, le illusioni ingannevoli, le incomprensioni, non hanno l’ultima parola nella vita di una persona. Andate con l’olio che lenisce le ferite e ristora il cuore.

La missione non nasce mai da un progetto perfettamente elaborato o da un manuale molto ben strutturato e programmato; la missione nasce sempre da una vita che si è sentita cercata e guarita, trovata e perdonata. La missione nasce dal fare esperienza una e più volte dell’unzione misericordiosa di Dio.

La Chiesa, il Popolo Santo di Dio, sa percorrere le strade polverose della storia attraversate tante volte da conflitti, ingiustizie e violenza per andare a trovare i suoi figli e fratelli. Il Santo Popolo fedele di Dio non teme lo sbaglio; teme la chiusura, la cristallizzazione in élite, l’attaccarsi alle proprie sicurezze. Sa che la chiusura, nelle sue molteplici forme, è la causa di tante rassegnazioni.

Per questo, usciamo, andiamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 49). Il Popolo di Dio sa coinvolgersi perché è discepolo di Colui che si è messo in ginocchio davanti ai suoi per lavare loro i piedi (cfr ibid., 24).

Oggi siamo qui, possiamo essere qui perché ci sono stati molti che hanno avuto il coraggio di rispondere a questa chiamata, molti che hanno creduto che «la vita si accresce donandola e si indebolisce nell’isolamento e nella comodità» (Documento di Aparecida, 360). Siamo figli dell’audacia missionaria di tanti che hanno preferito non rinchiudersi «nelle strutture che danno una falsa protezione […] nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 49). Siamo debitori di una Tradizione, di una catena di testimoni che hanno reso possibile che la Buona Novella del Vangelo continui ad essere di generazione in generazione Nuova e Buona.

Ed oggi ricordiamo uno di quei testimoni che ha saputo testimoniare in queste terre la gioia del Vangelo: Padre Junipero Serra. Ha saputo vivere quello che è “la Chiesa in uscita”, questa Chiesa che sa uscire e andare per le strade, per condividere la tenerezza riconciliatrice di Dio. Ha saputo lasciare la sua terra, le sue usanze, ha avuto il coraggio di aprire vie, ha saputo andare incontro a tanti imparando a rispettare le loro usanze e le loro caratteristiche.

Ha imparato a generare e ad accompagnare la vita di Dio nei volti di coloro che incontrava rendendoli suoi fratelli. Junipero ha cercato di difendere la dignità della comunità nativa, proteggendola da quanti ne avevano abusato. Abusi che oggi continuano a procurarci dispiacere, specialmente per il dolore che provocano nella vita di tante persone.

Scelse un motto che ispirò i suoi passi e plasmò la sua vita: seppe dire, ma soprattutto seppe vivere dicendo: “Sempre avanti”. Questo è stato il modo che Junipero ha trovato per vivere la gioia del Vangelo, perché non si anestetizzasse il suo cuore. E’ stato sempre avanti, perché il Signore aspetta; sempre avanti, perché il fratello aspetta; sempre avanti per tutto ciò che ancora gli rimaneva da vivere; è stato sempre avanti. Come lui allora, che noi oggi possiamo dire: sempre avanti.

SOLENNE BEATIFICAZIONE DI SEI SERVI DI DIO:
MIGUEL PRO, GIUSEPPE BENEDETTO DUSMET, FRANCESCO FAÀ DI BRUNO,
JUNÍPERO SERRA, FRÉDÉRIC JANSSOONE E MARÍA JOSEFA NAVAL GIRBÉS

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Piazza San Pietro - Domenica, 25 settembre 1988

 

1. “La tua parola è verità. Consacrali nella verità” (cf. Gv 17, 17).

La liturgia della domenica di oggi professa e onora la verità racchiusa nella parola del Dio vivente. Mediante le letture dell’antico e del nuovo testamento ci ricorda che questa verità si è offerta agli uomini. Così leggiamo nel libro dei Numeri: “Il Signore . . . prese lo spirito che era su di lui e lo infuse sui settanta anziani” (Nm 11, 25). E Mosè, come testimone del fatto che “quelli profetizzarono” (Nm 11, 25), dice: “Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito!” (Nm 11, 29).

Questo avvenimento e le parole di Mosè sono preannunzio della missione messianica di Gesù di Nazaret. In virtù del suo sacrificio pasquale, in virtù della croce e della risurrezione, Cristo ha effuso lo Spirito Santo sugli apostoli e lo ha trasmesso alla sua Chiesa.

Tutti nella Chiesa, in forza del Battesimo, partecipano alla missione di Cristo, del grande profeta, del Figlio che è sul trono del Padre. La partecipazione a tale missione profetica risalta in particolare misura nella vicenda dei santi: di coloro che mediante la Parola del Dio Vivente sono “consacrati nella verità”.  

2. Un motivo di gioia per la Chiesa universale e, specialmente per la Chiesa del Messico, è la beatificazione di padre Miguel Agustin Pr, sacerdote gesuita, le cui virtù oggi esaltiamo e proponiamo al Popolo di Dio. Egli è nuova gloria per la amata nazione messicana e per la Compagnia di Gesù.

La sua vita di apostolo pieno di dedizione e coraggio è sempre stata ispirata da un instancabile zelo evangelizzatore. Né le sofferenze delle gravi malattie, né l’indefessa attività ministeriale svolta frequentemente in circostanze penose e rischiose, riuscirono a soffocare la gioia irradiante e comunicativa che nasceva dal suo amore per Cristo, e che nessuno gli ha potuto togliere (cf. Gv 16, 22).

Infatti, la radice più profonda della dedizione agli altri era il suo amore appassionato a Gesù Cristo e il suo ardente desiderio di immedesimarsi in lui, persino nella sua morte. Espresse questo amore in modo particolare nel culto eucaristico. La celebrazione quotidiana della santa Messa era il centro della sua vita, così come fonte di forza e fervore per i fedeli. Padre Pro aveva organizzato le cosiddette “stazioni eucaristiche” in domicili particolari, in cui quotidianamente si poteva ricevere di nascosto il corpo del Signore durante gli anni della persecuzione.

Di fronte all’eccellente esempio di virtù sacerdotali di padre Pr,desidero incoraggiare ancora una volta i miei amati fratelli alla dedizione totale a Gesù Cristo, vissuta gioiosamente nel celibato per il Regno dei cieli e nel servizio generoso ai fratelli, soprattutto i più poveri ed abbandonati.  

3. “Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome . . . vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa” (Mc 9, 41). Su queste parole evangeliche meditò certo a lungo il Cardinale Giuseppe Benedetto Dusmet, per 27 anni Arcivescovo di Catania, dopo essere stato per circa due lustri abate dello storico monastero benedettino di san Nicolò “de arenis” in quella città. Egli si erge quale testimone della carità evangelica in tempi particolarmente tormentati per la vita della Chiesa, in mezzo ad accesi conflitti di parte e a profonde alterazioni del tessuto politico e sociale del Paese, in una regione sconvolta dal susseguirsi di paurose calamità naturali: epidemie di colera, terremoti, inondazioni, eruzioni dell’Etna, oltre a quella costante e vastissima calamità che è la miseria dei diseredati.

Pur allevato tra gli agi di una famiglia aristocratica e facoltosa, egli fece della povertà, vissuta in funzione di servizio e di donazione agli altri, una programmatica scelta di vita talmente radicale che, alla sua morte, non si trovò neppure un lenzuolo in cui avvolgerlo: di tutto, letteralmente, egli si era spogliato per rivestirne i poveri, di cui si sentiva umile servitore.

Grande rilievo ebbe pure l’opera da lui svolta a servizio dell’Ordine Benedettino, a cui apparteneva. Per speciale mandato del Sommo Pontefice Leone XIII realizzò la rifondazione del Collegio Internazionale di sant’Anselmo sull’Aventino - condotta a termine esattamente un secolo fa -, e la strutturazione di quella Confederazione dell’Ordine di san Benedetto che oggi è così autorevolmente rappresentata in questa piazza da oltre 200 abati benedettini, convenuti da ogni parte del mondo.

Il Cardinale Dusmet, decoro e gloria del monachesimo, dell’episcopato e del Sacro Collegio Cardinalizio, ci trasmette così il messaggio profetico di una autentica solidarietà evangelica e di una docile e operosa fedeltà al carisma della propria vocazione, vissute ed espresse nella realtà fattiva del dono totale di sé sull’itinerario tracciato dalle orme di Cristo Salvatore.

4. Guardando all’altro beato, a cui oggi la Chiesa tributa gli onori degli altari, Francesco Faà di Bruno, è spontaneo ripensare all’esclamazione di Mosè: “Fossero tutti profeti nel popolo del Signore!”. Il nuovo beato fu veramente un profeta in mezzo al Popolo di Dio, a cui appartenne come laico per buona parte della sua vita.

Munito di chiara intuizione pratica e sensibile alle tensioni e ai problemi del momento, egli seppe trovare risposte positive alle esigenze dei suoi tempi, resistendo alle tentazioni della fretta, del semplicismo culturale, degli interessi personali. Curvo sui libri, impegnato in cattedra o intento ad alleviare nei modi più diversi le sofferenze dei poveri, il beato ebbe come stella polare della sua fervida attività un grande amore per Dio, che egli costantemente alimentava con l’esercizio della preghiera e della contemplazione. Soleva dire: “Darsi a Dio equivale a darsi ad una attività superiore, che ci trascina come le acque gonfie e tumultuose di un torrente in piena . . .”. Dall’amore per Dio scaturiva quell’amore per il “prossimo”, che spinse Francesco Faà di Bruno sulla strada dei poveri, degli umili, degli indifesi, facendone un gigante della fede e della carità. Nacque così tutta una serie di opere e di attività assistenziali di cui non è facile fare l’elenco. Anche in campo scientifico egli seppe portare la sua coerente testimonianza di credente, in un periodo in cui la dedizione alla scienza sembrava incompatibile con un serio impegno di fede.

Particolare menzione merita, tra le iniziative sociali, l’Opera di santa Zita per la promozione sociale e spirituale della donna (serve, disoccupate, apprendiste, madri nubili, malate, anziane): il beato promosse il sorgere di una vera “città della donna”, fornita di scuole, laboratori, infermeria, pensionati, tutto con propri regolamenti. In questa coraggiosa e profetica iniziativa egli profuse i beni di famiglia, i suoi guadagni e tutto se stesso.

A cent’anni dalla sua morte, il messaggio di luce e di amore suscitato dal beato Francesco Faà di Bruno, lungi dall’esaurirsi, si rivela quanto mai attuale, spingendo all’azione quanti hanno a cuore i valori evangelici.  

5. In fra Junipero Serra, sacerdote dei Frati Minori, troviamo un fulgido esempio di unità cristiana e spirito missionario. Il suo grande obiettivo era di portare il Vangelo alle popolazioni autoctone d’America, affinché anch’esse potessero essere “consacrate nella verità”. Per molti anni si dedicò a questo compito in Messico, nella Sierra Gorda, e in California. Sparse i semi della fede cristiana in mezzo ai tumultuosi cambiamenti portati dall’arrivo dei coloni europei nel Nuovo Mondo. Era un campo di impegno missionario che richiedeva pazienza, perseveranza e umiltà, oltre che lungimiranza e coraggio. Contando sulla divina potenza del messaggio annunciato, padre Serra guidò a Cristo i popoli autoctoni. Egli era ben consapevole delle loro eroiche virtù - come dimostra la vita della beata Kateri Tekakwitha - e cercava di promuovere il loro autentico sviluppo umano sulla base della loro nuova fede di persone create e redente da Dio. Dovette anche ammonire i potenti, nello spirito della seconda lettura di san Giacomo, di non sfruttare e opprimere i poveri e i deboli. Nell’adempimento del suo ministero, padre Serra si dimostrò autentico figlio di san Francesco. Oggi, il suo esempio ispira in modo particolare i molti Gruppi Serra in tutto il mondo, i cui membri svolgono un lavoro lodevole nell’animazione vocazionale.

Padre Junipero Serra, modello esemplare di evangelizzatore pieno di abnegazione, è una gloria per la grande famiglia francescana come anche per Maiorca, sua terra natale, che lo venera e lo considera come un figlio illustre. La filiale devozione alla Vergine Madre di Dio, nella spiritualità francescana propria di questo maiorchino universale, sia forza per incrementare la vita cristiana del popolo fedele.  

6. Fin dall’infanzia, il nuovo beato Frédéric Janssoone ha conosciuto la sofferenza, ha dovuto anche lavorare molto presto. Dopo queste esperienze che l’hanno fatto maturare, ha abbracciato generosamente l’ideale di san Francesco d’Assisi. Inviato in Terra Santa, visse con ardore nello spirito francescano, contemplando il mistero di Cristo nella passione e nella risurrezione; egli celebrava con una fede impressionante la presenza del Salvatore nel sacramento dell’Eucaristia. Fu un testimone che sapeva far partecipare alla sua intimità con il Signore.

Vero figlio di san Francesco, il padre Frédéric ci dà l’esempio di una preghiera contemplativa che abbraccia l’opera della creazione, gli eventi della vita quotidiana, ogni incontro personale. Potessimo anche noi accogliere semplicemente come lui lo Spirito effuso dal Signore sul suo popolo (cf. Nm 11, 29)!

Il “buon padre Frédéric” ci mostra che lo spirito contemplativo, lungi dal frenare lo zelo apostolico, lo fortifica. Vicino a Dio, è vicino anche alla gente. In Terra Santa e in Canada, non smette di esortare chi lo incontra ad impegnarsi nella via evangelica secondo lo spirito del Terz’Ordine Francescano, e anche nell’apostolato concreto della vita familiare e professionale. Attento e fraterno con i più piccoli, per la loro appartenenza a Cristo (cf. Mt 10, 42), il padre Frédéric condusse i suoi contemporanei ad essere testimoni ardenti e coerenti del Vangelo. La sua glorificazione da parte della Chiesa contribuisce a suscitare nell’Ordine Francescano e nella Chiesa uno slancio rinnovato di santità e di zelo apostolico!  

7. La Chiesa intona un canto di giubilo e lode a Cristo per la beatificazione di Josefa Naval Girbés, vergine secolare che dedicò la sua vita all’apostolato nel suo paese natale, Algemesi, dell’arcidiocesi di Valencia, Spagna. Donna semplice e docile al soffio dello Spirito, raggiunse nella sua lunga vita l’apice della perfezione cristiana, dedita al servizio del prossimo nei tempi per nulla facili del XIX secolo, durante i quali visse e sviluppò la sua intensa attività apostolica.

Aveva diciotto anni quando, con il beneplacito del suo direttore spirituale, fece il voto di castità. Aveva trent’anni quando nella casa della sua famiglia apre una scuola-seminario dove si formeranno umanamente e spiritualmente moltissimi giovani. Questo apostolato proseguirà nelle cosiddette “conversazioni del giardino”, mediante le quali i discepoli meglio preparati ricevevano una formazione spirituale più profonda.

Cosciente del fatto che, come più tardi avrebbe affermato il Concilio Vaticano II, “la vocazione è, per sua natura, anche vocazione all’apostolato” (Apostolicam Actuositatem, 2), Josefa si è fatta tutta a tutti, come l’apostolo san Paolo, per salvare tutti (cf. 1 Cor 9, 22). Da ciò l’impronta incancellabile lasciata nell’esercizio della sua carità. Assisteva con cura i moribondi, aiutandoli a morire in grazia di Dio. L’attenzione eroica a coloro che erano colpiti dall’epidemia di colera nel 1885, è uno dei più espressivi esempi della carità di questa anima prediletta.

Una caratteristica singolare di Josefa è la sua condizione di secolare. Essa, che riempì di discepole i conventi di clausura, rimase nubile nel mondo, vivendo i principi evangelici ed essendo esempio di virtù cristiane per tutti quei figli della Chiesa che, “dopo essere stati incorporati a Cristo col Battesimo . . . per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano” (Lumen Gentium, 31).

8. “La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima”, proclama il salmo della liturgia odierna (Sal 19 [18], 8).

Il “curriculum vitae” dei nostri nuovi beati abbonda di momenti difficili, in misura tale da potersi dire, umanamente parlando, deprimente. Ciò nonostante essi sono testimoni di grande gioia spirituale. Trovano gioia nei comandamenti di Dio, nella legge del Signore. Il salmista annunzia che la legge del Signore rinfranca l’anima.

Ed in realtà è così. L’uomo trova la forza dello spirito, la forza interiore e la gioia del cuore in ciò che è retto, in ciò che è conforme alla verità.

La via della santità è sempre la via della “consacrazione nella verità”. Si compie su questa via la partecipazione alla vita di Dio stesso, alle inesauribili ricchezze che il suo Spirito elargisce allo spirito umano: elargisce la verità, la forza e la gioia.

9. Siate benedetti tra i beati della Chiesa:
Miguel Pr,S. J.,
Giuseppe Benedetto Dusmet, Arcivescovo,
Francesco Faà di Bruno, sacerdote,
Juniper Serra, O. F. M.,
Frédric Janssoone, O. F.,
Maria Josefa Naval Girbés.

“Appartenete a Cristo” . . . consacrati nella verità.
Beati perché vedete Iddio.
Siateci accanto, per condurci sulla via della verità alla stessa vostra beatificante visione.