Maria Caterina Kasper

Maria Caterina Kasper

(1820-1898)

Beatificazione:

- 16 aprile 1978

- Papa  Paolo VI

Canonizzazione:

- 14 ottobre 2018

- Papa  Francesco

- Piazza San Pietro

Ricorrenza:

- 2 febbraio

Vergine, fondò l’Istituto delle Povere Ancelle di Gesù Cristo per servire il Signore nei poveri

  • Biografia
  • Omelia
  • omelia di beatificazione
"Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti"

 

Maria Caterina Kasper, al secolo Maria Katharina Kasper, nacque il 26 maggio 1820 a Dernbach, Germania, da famiglia contadina. Scelse la vita religiosa e aprì la prima casa per i poveri del paese nel 1848.

Le suore da lei fondate si chiamarono “Povere Ancelle di Gesù Cristo”. La loro diffusione rapida cominciò nel 1859 in Olanda. Il Decreto di Lode pontificio fu concesso il 9 marzo 1860. L’approvazione della Santa Sede porta la data del 20 maggio 1870.

Nel 1868 le suore raggiunsero gli Stati Uniti: a Chicago venne loro affidato un orfanotrofio e l’ospedale San Giuseppe. A Londra andarono per aiutare gli immigrati tedeschi. Poi, le suore raggiunsero l’India, il Brasile e il Messico, dove aprirono asili e scuole.

Caterina Kasper, colpita da infarto, morì il 2 febbraio 1898.

Papa Paolo VI proclamò beata Caterina il 16 aprile 1978, definendola donna “tutta fede e fortezza d’animo”. Senza alcun mezzo e cultura, era riuscita a dar vita a una grande opera di evangelizzazione e di promozione sociale

SANTA MESSA E CANONIZZAZIONE DEI BEATI:
PAOLO VI, OSCAR ROMERO, FRANCESCO SPINELLI, VINCENZO ROMANO, 
MARIA CATERINA KASPER, NAZARIA IGNAZIA DI SANTA TERESA DI GESÙ, NUNZIO SULPRIZIO

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Piazza San Pietro
Domenica, 14 ottobre 2018

 

La seconda Lettura ci ha detto che «la parola di Dio è viva, efficace e tagliente» (Eb 4,12). È proprio così: la Parola di Dio non è solo un insieme di verità o un edificante racconto spirituale, no, è Parola viva, che tocca la vita, che la trasforma. Lì Gesù in persona, Lui che è la Parola vivente di Dio, parla ai nostri cuori.

Il Vangelo, in particolare, ci invita all’incontro con il Signore, sull’esempio di quel «tale» che «gli corse incontro» (cfr Mc 10,17). Possiamo immedesimarci in quell’uomo, di cui il testo non dice il nome, quasi a suggerire che possa rappresentare ciascuno di noi. Egli domanda a Gesù come «avere in eredità la vita eterna» (v. 17). Chiede la vita per sempre, la vita in pienezza: chi di noi non la vorrebbe? Ma, notiamo, la chiede come un’eredità da avere, come un bene da ottenere, da conquistare con le sue forze. Infatti, per possedere questo bene ha osservato i comandamenti fin dall’infanzia e per raggiungere lo scopo è disposto a osservarne altri; per questo chiede: «Che cosa devo fare per avere?».

La risposta di Gesù lo spiazza. Il Signore fissa lo sguardo su di lui e lo ama (cfr v. 21). Gesù cambia prospettiva: dai precetti osservati per ottenere ricompense all’amore gratuito e totale. Quel tale parlava nei termini di domanda e offerta, Gesù gli propone una storia di amore. Gli chiede di passare dall’osservanza delle leggi al dono di sé, dal fare per sé all’essere con Lui. E gli fa una proposta di vita “tagliente”: «Vendi quello che hai e dallo ai poveri […] e vieni! Seguimi!» (v. 21). Anche a te Gesù dice: “vieni, seguimi!”. Vieni: non stare fermo, perché non basta non fare nulla di male per essere di Gesù. Seguimi: non andare dietro a Gesù solo quando ti va, ma cercalo ogni giorno; non accontentarti di osservare dei precetti, di fare un po’ di elemosina e dire qualche preghiera: trova in Lui il Dio che ti ama sempre, il senso della tua vita, la forza di donarti.

Ancora Gesù dice: «Vendi quello che hai e dallo ai poveri». Il Signore non fa teorie su povertà e ricchezza, ma va diretto alla vita. Ti chiede di lasciare quello che appesantisce il cuore, di svuotarti di beni per fare posto a Lui, unico bene. Non si può seguire veramente Gesù quando si è zavorrati dalle cose. Perché, se il cuore è affollato di beni, non ci sarà spazio per il Signore, che diventerà una cosa tra le altre. Per questo la ricchezza è pericolosa e – dice Gesù – rende difficile persino salvarsi. Non perché Dio sia severo, no! Il problema è dalla nostra parte: il nostro troppo avere, il nostro troppo volere ci soffocano, ci soffocano il cuore e ci rendono incapaci di amare. Perciò San Paolo ricorda che «l’avidità del denaro è la radice di tutti i mali» (1 Tm 6,10). Lo vediamo: dove si mettono al centro i soldi non c’è posto per Dio e non c’è posto neanche per l’uomo.

Gesù è radicale. Egli dà tutto e chiede tutto: dà un amore totale e chiede un cuore indiviso. Anche oggi si dà a noi come Pane vivo; possiamo dargli in cambio le briciole? A Lui, fattosi nostro servo fino ad andare in croce per noi, non possiamo rispondere solo con l’osservanza di qualche precetto. A Lui, che ci offre la vita eterna, non possiamo dare qualche ritaglio di tempo. Gesù non si accontenta di una “percentuale di amore”: non possiamo amarlo al venti, al cinquanta o al sessanta per cento. O tutto o niente.

Cari fratelli e sorelle, il nostro cuore è come una calamita: si lascia attirare dall’amore, ma può attaccarsi da una parte sola e deve scegliere: o amerà Dio o amerà la ricchezza del mondo (cfr Mt 6,24); o vivrà per amare o vivrà per sé (cfr Mc 8,35). Chiediamoci da che parte stiamo. Chiediamoci a che punto siamo nella nostra storia di amore con Dio. Ci accontentiamo di qualche precetto o seguiamo Gesù da innamorati, veramente disposti a lasciare qualcosa per Lui? Gesù interroga ciascuno di noi e tutti noi come Chiesa in cammino: siamo una Chiesa che soltanto predica buoni precetti o una Chiesa-sposa, che per il suo Signore si lancia nell’amore? Lo seguiamo davvero o ritorniamo sui passi del mondo, come quel tale? Insomma, ci basta Gesù o cerchiamo tante sicurezze del mondo? Chiediamo la grazia di saper lasciare per amore del Signore: lasciare ricchezze, lasciare nostalgie di ruoli e poteri, lasciare strutture non più adeguate all’annuncio del Vangelo, i pesi che frenano la missione, i lacci che ci legano al mondo. Senza un salto in avanti nell’amore la nostra vita e la nostra Chiesa si ammalano di «autocompiacimento egocentrico» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 95): si cerca la gioia in qualche piacere passeggero, ci si rinchiude nel chiacchiericcio sterile, ci si adagia nella monotonia di una vita cristiana senza slancio, dove un po’ di narcisismo copre la tristezza di rimanere incompiuti.

Fu così per quel tale, che – dice il Vangelo – «se ne andò rattristato» (v. 22). Si era ancorato ai precetti e ai suoi molti beni, non aveva dato il cuore. E, pur avendo incontrato Gesù e ricevuto il suo sguardo d’amore, se ne andò triste. La tristezza è la prova dell’amore incompiuto. È il segno di un cuore tiepido. Invece, un cuore alleggerito di beni, che libero ama il Signore, diffonde sempre la gioia, quella gioia di cui oggi c’è grande bisogno. Il santo Papa Paolo VI scrisse: «È nel cuore delle loro angosce che i nostri contemporanei hanno bisogno di conoscere la gioia, di sentire il suo canto» (Esort. ap. Gaudete in Domino, I). Gesù oggi ci invita a ritornare alle sorgenti della gioia, che sono l’incontro con Lui, la scelta coraggiosa di rischiare per seguirlo, il gusto di lasciare qualcosa per abbracciare la sua via. I santi hanno percorso questo cammino.

L’ha fatto Paolo VI, sull’esempio dell’Apostolo del quale assunse il nome. Come lui ha speso la vita per il Vangelo di Cristo, valicando nuovi confini e facendosi suo testimone nell’annuncio e nel dialogo, profeta di una Chiesa estroversa che guarda ai lontani e si prende cura dei poveri. Paolo VI, anche nella fatica e in mezzo alle incomprensioni, ha testimoniato in modo appassionato la bellezza e la gioia di seguire Gesù totalmente. Oggi ci esorta ancora, insieme al Concilio di cui è stato il sapiente timoniere, a vivere la nostra comune vocazione: la vocazione universale alla santità. Non alle mezze misure, ma alla santità. È bello che insieme a lui e agli altri santi e sante odierni ci sia Mons. Romero, che ha lasciato le sicurezze del mondo, persino la propria incolumità, per dare la vita secondo il Vangelo, vicino ai poveri e alla sua gente, col cuore calamitato da Gesù e dai fratelli. Lo stesso possiamo dire di Francesco Spinelli, di Vincenzo Romano, di Maria Caterina Kasper, di Nazaria Ignazia di Santa Teresa di Gesù e anche del nostro ragazzo abruzzese-napoletano, Nunzio Sulprizio: il santo giovane, coraggioso, umile che ha saputo incontrare Gesù nella sofferenza, nel silenzio e nell'offerta di sé stesso. Tutti questi santi, in diversi contesti, hanno tradotto con la vita la Parola di oggi, senza tiepidezza, senza calcoli, con l’ardore di rischiare e di lasciare. Fratelli e sorelle, il Signore ci aiuti a imitare i loro esempi.

BEATIFICAZIONE DI MARIA CATERINA KASPER

OMELIA DI PAOLO VI

Domenica, 16 aprile 1978

 

Venerati Fratelli e carissimi Figli!

Una nuova Beata è additata alla venerazione dei fedeli: Suor Maria Caterina Kasper.

Ne avete or ora ascoltato il racconto della vita e l’esposizione delle virtù. Noi, pertanto, non ci soffermeremo a tracciarne il profilo biografico, ma ci limiteremo ad esprimere una breve parola sul messaggio insito in questa Beatificazione, che allieta la Chiesa intera proprio in questo periodo liturgico, caratterizzato dall’irradiazione spirituale della gioia pasquale; Beatificazione che riempie di gaudio e di conforto una non piccola famiglia religiosa, quella appunto delle «Povere Ancelle di Gesù Cristo», e presenta a comune edificazione l’esempio di una donna, che ha onorato la sua terra nativa, la Germania, offrendo al mondo la testimonianza operosa di un cattolicesimo proteso al servizio del prossimo per la gloria di Dio.

Già la stessa esistenza terrena di questa figura di donna, tutta fede e fortezza d’animo, è per noi un’autentica lezione di stile evangelico, in quanto essa si snodò integralmente sulla scia di quella del Divino Maestro. Semplice e povera contadina, Caterina (che poi prese il nome di Maria Caterina) visse come Lui tra il lavoro e le privazioni, accogliendo come volontà del Padre celeste le umiliazioni e le contrarietà che incontrò sul suo cammino. Come Lui, soprattutto, s’impegnò con instancabile sollecitudine a sollievo di molteplici forme di miseria fisica e spirituale: si consacrò ai bambini poveri e abbandonati, aprì scuole, aiutò e confortò i malati, assistette gli anziani, con un cuore sempre bruciante di un grande amore verso i fratelli bisognosi, alimentato da un continuo e quasi connaturato colloquio con quel Dio «di ogni consolazione» (Cor. 1, 3) meglio conosciuto per via d’amore che di ansiosa speculazione.

Proprio questa umile donna, sprovvista di qualsiasi mezzo offerto dal progresso tecnico, senza cultura e senza denaro, riuscì a dar vita a una grande opera di cultura e di promozione sociale, confermando così la verità profonda delle parole di San Paolo, secondo cui «Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti» (1 Cor. 1, 27).

Perciò, anche la povertà volontaria e la carità ammirevole di Madre Maria Caterina, tradotte in generoso servizio per i più poveri e abbandonati, rappresentano un monito severo ed esigente rivolto alla nostra generazione, spesso tesa verso la ricchezza privata ed egoista e l’edonismo a qualunque costo. La nuova Beata oppone alle insidiose inclinazioni materialistiche e consumistiche della società odierna l’altruistica dedizione per ogni sofferente, così che la solidarietà e la socialità - di cui oggi tanto si parla - non rimangano soltanto parole, ma diventino esercizio concreto e quotidiano di un dovere, che il Cristianesimo porta alle sue vette più luminose. Per Madre Maria Caterina Dio era tutto, e il suo filiale amore per Lui ha trovato autentica espressione in un amore sconfinato per il prossimo.

Questa incomparabile lezione di amore a Dio, attuato nella carità verso i fratelli, è il vero messaggio che la nuova Beata ha lasciato alla Chiesa e al mondo.

Ed ecco una traduzione italiana dell’ultima parte del discorso del Papa.

Tanto l’operosa vita della Beata Maria Caterina Kasper quanto la sua personale santità sono soprattutto un dono della provvidenza e della grazia di Dio. «Io non lo potevo e non lo volevo», si premurava di dire, «è Dio che l’ha voluto». Ella desiderava soltanto di essere un docile strumento nelle mani del Maestro divino, una povera e umile ancella di Gesù Cristo.

Proprio il nome di «Povere Ancelle di Gesù Cristo», che Madre Maria Caterina ha dato alla sua Congregazione Religiosa secondo una provvidenziale disposizione, ci rivela l’intima personalità e la spiritualità della stessa Fondatrice. La povertà personale, l’amore per i poveri, la semplicità e l’umiltà, e la propria donazione al servizio del prossimo a motivo di Cristo, sono le connotazioni essenziali, che contrassegnano la pietà e l’apostolato della nostra nuova Beata. Di lei non ci sono stati tramandati comportamenti o azioni straordinarie. Essa ha vissuto in maniera semplice, ma incisiva, ciò che richiedeva alle sue Consorelle: «Tutte le nostre Suore devono diventare sante, ma sante nascoste». Madre Maria Caterina è per noi un modello soprattutto per la sua fedeltà e coscienziosità nei piccoli e insignificanti doveri di ogni giorno e nella sua aspirazione a compiere la volontà di Dio in tutte le situazioni della vita. Una chiara intuizione per ciò che è necessario e un amore costantemente disponibile per il prossimo si congiungono in lei alla perseveranza e alla risolutezza nel riconoscere e nel realizzare, quando occorre, i comandi e le disposizioni di Dio. La proposizione ispiratrice del suo comportamento suona così: «La santa volontà di Dio esige e deve compiersi in me, attraverso di me e per me». Sulla base di questa profonda connessione e consonanza con il volere e l’agire di Dio, la sua attività e la sua vita intera diventano una preghiera e una lode permanenti a Dio. Anche il servizio sociale è fondamentalmente per lei un servizio di Dio e un mezzo per la santificazione del mondo.

In occasione della solenne festa, che la Chiesa tributa a Madre Maria Caterina mediante l’odierna Beatificazione, Noi intendiamo onorare tutte le Suore della Congregazione Religiosa delle «Piccole Ancelle di Gesù Cristo», che la Chiesa invita a emulare da oggi in poi, in maniera ancor più intensa, il luminoso esempio della loro Beata Fondatrice e a conservarne fedelmente l’eredità spirituale.

Altrettanto cordialmente salutiamo tutti i pellegrini presenti provenienti da Dernbach, luogo natale della nuova Beata, e dalla sua Diocesi di origine, Limburg, assieme al loro Pastore Mons. Kempf. Ringraziamo anche i Rappresentanti delle Autorità Civili per la loro partecipazione a questa memorabile solennità, con la quale la Chiesa onora la memoria di una grande Figlia della loro patria tedesca.

Con profonda gioia vi raccomandiamo tutti alla materna intercessione della nuova Beata.