Maria Laura Mainetti

Maria Laura Mainetti

(1939-2000)

Beatificazione:

- 06 giugno 2021

- Papa  Francesco

Religiosa, suora professa della Congregazione delle Figlie della Croce, Suore di Sant’Andrea e martire: uccisa in odio alla Fede il 6 giugno 2000

  • Biografia
  • Omelia di Beatificazione
Fu insegnante, educatrice di molti giovani e studentesse e punto di riferimento spirituale per tante persone

 

    Teresina Elsa Mainetti nacque a Colico (Lecco, Italia) il 20 agosto 1939. Rimasta orfana di madre, si prese cura di lei la seconda moglie del padre.

    Nel 1950 iniziò un periodo di aspirantato tra le Figlie della Croce e, nel 1957, entrò nel postulantato a Roma. Concluso il noviziato, il 15 agosto 1959 emise la professione temporanea e, il 25 agosto 1964, quella perpetua.

    Fu insegnante, educatrice di molti giovani e studentesse e punto di riferimento spirituale per tante persone.

    Venne uccisa a Chiavenna (Sondrio, Italia) il 6 giugno 2000 da tre ragazze che avevano progettato di sacrificare al demonio una persona consacrata.

    La Serva di Dio, per aiutare una di loro, si recò all’appuntamento, fissato in una strada solitaria, e fu uccisa a colpi di pietra e con numerose coltellate, mentre perdonava e pregava per le autrici del delitto.

 

LA VERA CARITA'

 

Omelia per il rito di beatificazione della martire Suor Maria Laura Mainetti

 

 

    Parlando della comune professione perpetua tra le «Figlie della Croce», una consorella della nostra Beata ha ricordato che a tutte loro fu proposto di scrivere in un bigliettino la grazia che ciascuna domandava al Signore; riferiva pure che ella scrisse: «La vera carità» (cf. Summarium, Doc. 32, 282). L’espressione vera caritas è tradizionale e vi ricorse anche san Tommaso per ricordare che consiste nell’amare Dio più di se stessi e il prossimo come se stessi (cf. Mc 12,29-30) ed è l’opposto dell’amore di sé.

    Questa medesima espressione fu molto cara a san Paolo VI, il quale l’uso in diverse occasioni; una volta, in una forma che potremmo ritenere adatta per la nostra circostanza: «Se davvero la nostra carità tende a imitare (non possiamo mai dire: eguagliare!) quella sconfinata e divina di Gesù, Gesù è rappresentato, Gesù è presente. La nostra carità diventa segno; segno di Cristo. Figli carissimi! Abbiamo noi sotto gli occhi simili segni di Cristo? Abbiamo noi nella Chiesa fatti caritativi, che ci fanno intravedere la sua presenza fra noi? La Chiesa è ancor oggi convalidata nel suo possesso di Cristo dalla carità? Quella carità fondata sull’amor di Dio, quella carità che risolve tutti i contrasti della convivenza umana, quella carità, che si dona senza limiti e senza compenso? Sì, sì, diletti Figli di questa santa Chiesa cattolica; ella è tutta lucente di tali segni, di tali testimonianze! Aprite gli occhi e osservate quante luci di quella carità irradiano dal suo mantello; dal suo abito storico e concreto, vogliamo dire, un abito non tutto egualmente splendido e nuovo, un abito antico e tanto umano, che sempre ha bisogno d’essere riparato e rinnovato (come ha cercato di fare il Concilio), ma tutto smaltato dalle gemme scintillanti di quella presenza di Cristo, che la vera carità chiama ancora fra noi. Osservate quante vocazioni di uomini e di donne ancor oggi immolano vite giovani e fiorenti all’esercizio e alla testimonianza della carità» (Udienza del 9 novembre 1966). La beata Maria Laura Mainetti, che invocò dal Signore il dono della «vera carità», è una di queste testimoni. Anzi, è martire!

    L’espressione vera caritas – lo sappiamo – è presente nella Liturgia della Messa vespertina in cena Domini. Dopo il gesto della lavanda dei piedi, che ricorda la carità di Cristo, e durante la processione dei fedeli che presentano, con il pane e il vino, i doni per i poveri, la Chiesa ci fa cantare un antico inno composto da Paolino d’Aquileia durante il quale si ripete l’antifona: Ubi caritas est vera, Deus ibi est. Uno dei versetti dice: «noi formiamo qui riuniti un solo corpo». Siamo, così, ricondotti al mistero dell’Eucaristia, cui è dedicata questa domenica.

    Mentre, però, ricordiamo ciò che il Signore fece coi suoi discepoli nell’Ultima Cena, ci risuonano nella mente le sue parole: «Io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio» (Mc 14,25). Queste parole, che concludono il racconto evangelico, sono un annuncio di morte. Gesù parla di un digiuno e ogni digiuno raffigura una morte. Egli non si lascia sorprendere dagli eventi. È consapevole dei progetti di morte maturati contro di lui, ma non si lascia togliere la vita. Prima la dona ai suoi discepoli, la offre a loro spontaneamente. La sua consegna è racchiusa nei segni del pane e del vino e oggi raggiunge tutti noi che, uniti attorno alla stessa mensa, ripetiamo in memoria di lui quel che egli ha fatto «nella notte in cui veniva tradito».

    Le parole di Gesù, però, non sono soltanto un congedo. Sono anche una promessa. Diremo, anzi, che dalle sue parole fiorisce la speranza. Le parole del Signore sono mani tese verso di noi; sono un abbraccio, che tutti ci raccoglie. Gesù parla di un «vino nuovo» – ossia di un banchetto festivo – bevuto nel regno di Dio. Ogni digiuno, in fin dei conti, vuol dire attendere e, per questo, rinvia a una festa. Il vangelo secondo Matteo contiene una piccola, ma importante esplicitazione. Scrive: «lo berrò nuovo con voi» (Mt 26,29). Chi mai banchetterebbe da solo? È confortante, allora, cogliere dalle labbra di Gesù questo: con voi! È molto bello il commento che ne ha lasciato Origene: «Non vuole bere da solo il vino nel Regno di Dio. Egli ci aspetta. Infatti così disse: finché non lo berrò con voi… Ci aspetta per bere del succo di questa vite. Di quale vite? Di quella di cui Egli era la figura» (In Leviticum VII, 3: PG 12, 479). Nelle parole di Gesù, insomma, Origene riconosce il desiderio che Egli ha di averci con Lui, per sempre. Non ha forse detto: «Verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi… Non vi lascerò orfani: verrò da voi» (Gv 14,3.18)?

    Potremmo, anzi, aggiungere, che il «vino nuovo» Gesù lo pregusta di già, ogni volta che la sua comunità – quella per la quale ha dato la sua vita e alla quale il Padre lo ha ridonato risorto – fa memoria di Lui in attesa della sua venuta. Il Regno dove sarà gustato il «vino nuovo» si avvicina sempre di più ogni volta che «annunciamo la morte del Signore e proclamiamo la sua risurrezione». E già degustano il «vino nuovo» del Regno quanti sono rivestiti della «veste di lino puro e splendente», ossia delle «opere giuste dei santi», per i quali è scritto: «Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello!» (Ap 19,8-9). Tra questi invitati la Chiesa oggi riconosce la beata martire Maria Laura Mainetti.

    L’ora cruciale della sua vita tutti la conosciamo ed è stata ancora rievocata all’inizio di questo rito solenne. Mentre moriva, ella perdonava e pregava per chi le procurava la morte. «… Come noi li rimettiamo ai nostri debitori», diciamo nel Pater. Quante volte, nella Santa Messa, per prepararsi all’incontro sacramentale con Cristo; e poi in comunità, o da sola suor Maria Laura ha recitato questa preghiera. Ammonisce sant’Agostino: «Vuoi dirlo in tutta sicurezza? Fa’ quel che dici» (Enarrat. in Ps., 103 I, 19: PL 37, 1352). È, infatti, perdonando, che si è perdonati. Al termine della sua esistenza, mentre era uccisa suor Maria Laura l’ha fatto ancora; questa volta, però, prima d’incontrarlo realmente, il Signore. Risentiamo allora sant’Agostino: «Come noi li rimettiamo ai nostri debitori: se potrai dire così, cammina pure sicuro, esulta nella via, canta nella via. Non temere il giudice!» (Enarrat. in Ps., 66, 7: PL 36, 808).

    Nel processo per la beatificazione, un testimone si domandò: «Come mai una suora, che vive per tanti anni nel suo ritmo ordinario, arriva a questa autocoscienza, di dover pregare per quelli che la uccidono, mentre la uccidono, quasi producendo una fotocopia del Vangelo… » (Summarium Testium, Teste II, §48). Sì: come mai? Nella tradizione cristiana, soprattutto i martiri si usava chiamarli athletae Christi. Ma cosa fanno gli atleti per vincere le gare? Allenamenti continui, fatiche, rinunce fuori dell’ordinario … I nostri santi, allora, saranno anch’essi uomini e donne dell’eccezione, dello sforzo? La nostra martire scriveva: «Il cammino della mia vita religiosa è molto semplice. Ero molto giovane quando un sacerdote, dopo una confessione mi ha detto: “Tu devi fare qualcosa di bello per gli altri”. C’era in questa frase un imperativo: inoltre la sua risonanza in me mi riempiva di gioia. Sentivo che avrei dato un senso pieno alla mia vita» (Informatio, 22). La santità è così: non è il frutto di uno sforzo umano, ma spunta semplicemente come un fiore nel prato.

    Nelle prime pagine del suo Manoscritto «A», gettando uno sguardo sulla propria vita santa Teresa di Gesù Bambino scriveva: «Gesù … mi ha messo davanti agli occhi il libro della natura e ho capito che tutti i fiori che ha creato sono belli, che lo splendore della rosa e il candore del giglio non tolgono il profumo della piccola violetta o la semplicità incantevole della pratolina … Così avviene nel mondo delle anime che è il giardino di Gesù… La perfezione consiste nel fare la sua volontà, nell’essere ciò che Egli vuole che noi siamo…» (f. 2v°). Ho citato santa Teresina perché la nostra Beata la volle come patrona e, proprio per imitarla, scelse «il tutto, il più grande, la vera carità» (cf. Summ., Doc. 32 cit.). Anche questo possiamo apprenderlo dalla storia di santità della nostra beata martire.

    Nell’esortazione apostolica Gaudete et exsultate papa Francesco ha scritto: «Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova» (n. 14). Oggi, forse, è necessario ricordarlo: il terreno per la fioritura della santità non è l’eccezionale, ma la fedeltà nel quotidiano. È in esso che si fa presente il momento opportuno (kairós). Alla fin fine, la «vera carità» che la beata M. Laura Mainetti scelse e portò a compimento nell’ora del martirio potrebbe coincidere col dilige et quod vis fac di sant’Agostino: «Ama e fa’ ciò che vuoi. Sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona per amore; vi sia in te la radice dell’amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene» (In Epistolam Ioannis ad Parthos, VII, 8: PL 35, 2033).

 

 

Chiavenna (So), 6 giugno 2021

 

                                                                                Marcello Card. Semeraro