Maria Lorenza Requenses in Longo

Maria Lorenza Requenses in Longo

(1463 - 1539)

Beatificazione:

- 09 ottobre 2021

- Papa  Francesco

Ricorrenza:

- 21 ottobre

Fondatrice dell’Ospedale degli Incurabili di Napoli e dell'Ordine delle Clarisse Cappuccine

  • Biografia
  • Omelia nella Beatificazione

    Maria Lorenza Requenses nacque a Lleida (Spagna) nel 1463 in una famiglia nobile. Nel 1483 sposò Joan Llonc (italianizzato in Giovanni Longo), Reggente di Cancelleria del Regno di Aragona. Nel 1506, seguì con la famiglia il marito, che era stato nominato Reggente nel Vicereame di Napoli ma, tre anni dopo, rimase vedova con tre figli.

    Nel 1516, fece voto di dedicare la vita alla cura degli infermi, entrando nel Terz’Ordine Secolare di San Francesco. Si dedicò alle opere di carità e, grazie ai propri beni e al sostegno degli amici, nel 1522, gettò le fondamenta dell’ospedale di Santa Maria del Popolo degli Incurabili. Nel 1526 costruì una casa per prostitute pentite accanto al complesso ospedaliero.

    Nel 1535, fondò un monastero sottoposto alla Regola di Santa Chiara, secondo la riforma avviata in Francia da Santa Coletta di Corbiet (1381-1447). Successivamente, le religiose adottarono le Costituzioni dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, assumendo il nome di “Monache Cappuccine della Prima Regola di Santa Chiara”.

    Morì a Napoli (Italia) il 21 dicembre 1539.

    Il decreto sull’eroicità delle virtù venne promulgato il 9 ottobre 2017.

    Per la beatificazione, la Postulazione della Causa ha presentato all’esame della Congregazione l’asserita guarigione miracolosa, attribuita alla sua intercessione, da “tubercolosi pleuro-polmonare cronica con evoluzione tisiogena e localizzazione extrapolmonare”. L’evento accadde nel 1881 a Napoli (Italia). Suor Maria Cherubina Pirro, religiosa professa del Monastero di S. Maria in Gerusalemme, detto “delle 33 Cappuccine” a Napoli, nel giugno del 1876 ebbe una febbre intermittente. Le fu diagnosticata una tisi incipiente con lesione dell’ala sinistra del polmone. La situazione peggiorò progressivamente, nonostante le terapie in uso all’epoca. A distanza di cinque anni dall’esordio della malattia, il medico curante formulò una prognosi infausta in tempi brevi. Contrariamente alle aspettative, il 15 ottobre 1881, Suor Maria Cherubina si alzò dal letto e raggiunse il coro senza alcun aiuto. La guarigione fu attribuita alla Beata.

    L’iniziativa dell’invocazione fu dell’Abbadessa del Monastero di S. Maria in Gerusalemme che, dal 31 agosto all’8 settembre 1881, volle che nella Comunità monastica si recitasse una Novena alla Madonna e alla Fondatrice per la guarigione di Suor Maria Cherubina. Il 9 settembre 1881 fu applicata sulla religiosa la reliquia della Venerabile Serva di Dio, cioè il teschio che si conservava in Monastero: la suora avvertì un calore che la fece star meglio. La preghiera, fatta con fede da più persone e con applicazione della reliquia, fu univoca e antecedente l’improvviso viraggio favorevole del decorso clinico. Sussiste il nesso causale tra l’invocazione della Beata e la guarigione della religiosa.

 

Una donna per tutte le vocazioni

Omelia nella beatificazione di Maria Lorenza Longo

 

    La parola del Signore l’abbiamo appena ascoltata e le abbiamo pure dato lode, eppure c’è bisogno di qualcos’altro: occorre osservarla! Il verbo cui ricorre l’evangelista ha molteplici significati dai quali, però, non ci sarà difficile capire che non si tratta di una osservanza materiale e legalistica, bensì di una custodia amorosa, di una volontà di comprensione, di un impegno di adesione piena. Quando spiegava questa parola del vangelo san Bernardo diceva che all’inizio essa può anche sembrare strana e problematica, ma se non ci distraiamo e non distogliamo l’orecchio, essa pian piano «ravviva, addolcisce, riscalda, illumina, purifica. Infatti essa è per noi cibo, spada, medicina, rassicurazione, riposo, risurrezione e compimento» (Sermo XXIV, 2: PL 183, 604).

    Non ci è difficile comprendere che Gesù, con la sua risposta alla voce della donna che aveva esaltato il grembo di Maria ne aveva meglio disegnato la fisionomia e tracciato l’identità: la sua piena beatitudine è nella profondità della sua fede. Sant’Agostino dirà che «di nessun valore sarebbe stata per lei la stessa divina maternità, se lei il Cristo non l’avesse portato nel cuore, con una sorte più fortunata di quando lo concepì nella carne» (De sancta virginitate, III, 3: PL 40, 398). Ci torna spontaneo, allora, riconsiderare l’atteggiamento col quale lo stesso evangelista ce la propone per ben due volte: tutto quello che udiva, Maria lo ripensava nel suo cuore (cf. Lc 2,19.51), aprendosi a un sempre più generoso fiat e questo pure quando la spada, secondo l’annuncio di Simeone, le trafiggerà l’anima.

    In un altro momento lo stesso evangelista Luca ha posto sulle labbra di Gesù questa parola: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (8,21). Quasi richiamandola, san Francesco aveva spiegato: «Siamo sposi, quando l’anima fedele si congiunge a Gesù Cristo per l’azione dello Spirito Santo. E siamo fratelli, quando facciamo la volontà del Padre suo, che è in cielo. Siamo madri , quando lo portiamo nel nostro cuore e nel nostro corpo attraverso l’amore e la pura e sincera coscienza, e lo generiamo attraverso il santo operare, che deve risplendere in esempio per gli altri» (Lettera ai fedeli [rec. seconda], 10: FF 200). Questa multiforme forza generativa della Parola ascoltata e vissuta la beata Maria Lorenza Longo l’ha vissuta in sé.

    Ella, infatti, fu sposa, madre, laica consacrata dedita alla carità, monaca contemplativa e in tutti questi «stati» della sua vita fu sempre in ascolto della voce di Dio, che la chiamava ad essere «portatrice di Cristo». Man mano che la sua vita andava dipanandosi, la beata Maria Lorenza si lasciava lavorare dalla grazia per comprendere non solo che cosa doveva fare, ma pure come avrebbe potuto assumere il progetto di Dio dentro la propria vita. Una volta Papa Francesco disse che quando si stanno attraversando situazioni di lutto, di disperazione, di tenebre e di odio, allora l’essere portatore di Gesù nel mondo lo si capisce «da tanti piccoli particolari: dalla luce che un cristiano custodisce negli occhi, dal sottofondo di serenità che non viene intaccato nemmeno nei giorni più complicati, dalla voglia di ricominciare a voler bene anche quando si sono sperimentate molte delusioni» (Udienza del 2 agosto 2017). Queste parole è possibile verificarle nell’esistenza terrena della nostra Beata.

    Fu sposa fedele e madre premurosa. Quando il marito partì per Napoli quale membro del Consiglio Collaterale del Viceregno, pur trovandosi in assai critiche condizioni di salute la nostra Beata lo seguì e gli stette accanto per sostenerlo nell’adempimento dei suoi compiti. Rimasta vedova, non perdette la sua fiducia in Dio e accolse con animo forte e sereno questa dolorosa vicenda mettendosi al servizio della carità. Fondò, così, l’Ospedale degli Incurabili, per l’aiuto verso gli ultimi fra gli ultimi e ne fece un luogo non soltanto di cura, ma, accompagnando le persone emarginate all’incontro con Cristo, anche di maturazione cristiana.

    Compì, poi, la scelta della vita contemplativa per sé e altre sorelle: «le Trentatré», che si fecero seguaci del Poverello di Assisi e di Chiara, la sua «pianticella». La fecondità di questa scelta è constatabile ancora oggi: le Clarisse Cappuccine oggi sono più di 2.000 in oltre 150 monasteri. Si tratta di persone che con la loro vita e la loro missione «imitano Cristo in orazione sul monte, testimoniano la signoria di Dio sulla storia, anticipano la gloria futura» (Giovanni Paolo II, Esort. apost. Vita consecrata, n. 8).

    L’ultima sua impresa fu il forte sostegno per la fondazione del «Monastero delle Convertite» e fu così che – come rilevava F. Saverio Toppi – se con l’ospedale aveva provveduto a uno dei più urgenti bisogni sociali del tempo, con l’opera delle Convertite si avviò il risanamento di una grande piaga sociale.

    Pur da noi lontana nel tempo, la figura della Beata Maria Lorenza Longo con l’armonica composizione nella sua vita di contemplazione e di azione e, diremo con un sondaggio ancora più profondo, l’intima corrispondenza tra fede e vita e, da ultimo, l’umiltà di lasciare sempre a Dio l’ultima parola. Teresa d’Avila, più o meno nello stesso periodo, considerando chi opponeva la vita contemplativa alla vita attiva, diceva che nella vita comune dev’esserci sia Marta, sia Maria e spiegava che nel Monastero dev’esserci di tutto. E col sano umorismo dei santi spiegava alle sue monache: «Se voi rimaneste assorte come Maria non ci sarebbe nessuno che desse da mangiare all’Ospite divino… la vera umiltà consiste nell’essere disposti, senza alcuna eccezione, a uniformarsi al volere del Signore e a considerarsi sempre indegni di essere chiamati suoi servi» (Cammino di perfezione, XVII, 5-6).

    La nostra Beata, con le sue scelte di vita, ha imitato sia Marta, sia Maria e al termine della vita, sul letto di morte disse: «Sorelle a voi pare che io habbia fatto gran cose di buone opere; ma io in niente di me stessa confido, ma tutta nel Signore». Mostrando, poi, la punta del dito mignolo, disse: «Tantillo di fé mi ha salvata»!

    Secondo Gesù, per riuscire a spostare le montagne, o le piante è sufficiente avere fede pari a un granello di senape (Mt 17,28; Lc 17,6). Di fede la nostra Beata ne ebbe almeno tanta.

    La vera misura della fede, però, è la carità ed è dalle opere che è possibile verificare sia la vitalità della fede (cf. Giac 2,26), sia la verità dell’ascolto della Parola del Signore. «Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».

 

    Cattedrale di Napoli, 9 ottobre 2021

 

Marcello Card. Semeraro