Óscar Romero

Óscar Romero

(1917-1980)

Beatificazione:

- 23 maggio 2015

- Papa  Francesco

Canonizzazione:

- 14 ottobre 2018

- Papa  Francesco

- Piazza San Pietro

Ricorrenza:

- 24 marzo

Sacerdote, Arcivescovo di San Salvador e martire: ucciso in odio alla fede mentre stava celebrando l’Eucaristia. Sull’esempio di Gesù, ha scelto di essere in mezzo al suo popolo, specialmente ai poveri e agli oppressi, anche a costo della vita

  • Biografia
  • Omelia
  • Lettera del Santo Padre
  • omelia di beatificazione
"Un vescovo potrà morire, ma la Chiesa di Dio, che è il popolo, non perirà mai"

 

Óscar Arnulfo Romero y Galdámez nacque a Ciudad Barrios di El Salvador il 15 agosto 1917 da una famiglia modesta. A 12 anni lavorò presso un falegname.

Nel 1930 entrò nel seminario minore di San Miguel. Nel 1943 conseguì la licenza in teologia presso l’Università Gregoriana.

Ordinato sacerdote, tornò in patria e si dedicò con passione all’attività pastorale come parroco. In seguito fu nominato direttore del Seminario di San Salvador, Segretario della Conferenza Episcopale di San Salvador e Segretario Esecutivo del CEDAC.

Nel 1970, eletto Vescovo ausiliare di San Salvador, si dedicò alla difesa dei poveri.

Dal 1974 divenne Vescovo di Santiago de Maria e dal 1977 Arcivescovo di San Salvador, in piena repressione sociale e politica.

Il 24 marzo 1980 venne ucciso mentre celebrava la Messa tra i malati dell’ospedale.

Fu beatificato nel 2015 a San Salvador.

SANTA MESSA E CANONIZZAZIONE DEI BEATI:
PAOLO VI, OSCAR ROMERO, FRANCESCO SPINELLI, VINCENZO ROMANO, 
MARIA CATERINA KASPER, NAZARIA IGNAZIA DI SANTA TERESA DI GESÙ, NUNZIO SULPRIZIO

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Piazza San Pietro
Domenica, 14 ottobre 2018

 

La seconda Lettura ci ha detto che «la parola di Dio è viva, efficace e tagliente» (Eb 4,12). È proprio così: la Parola di Dio non è solo un insieme di verità o un edificante racconto spirituale, no, è Parola viva, che tocca la vita, che la trasforma. Lì Gesù in persona, Lui che è la Parola vivente di Dio, parla ai nostri cuori.

Il Vangelo, in particolare, ci invita all’incontro con il Signore, sull’esempio di quel «tale» che «gli corse incontro» (cfr Mc 10,17). Possiamo immedesimarci in quell’uomo, di cui il testo non dice il nome, quasi a suggerire che possa rappresentare ciascuno di noi. Egli domanda a Gesù come «avere in eredità la vita eterna» (v. 17). Chiede la vita per sempre, la vita in pienezza: chi di noi non la vorrebbe? Ma, notiamo, la chiede come un’eredità da avere, come un bene da ottenere, da conquistare con le sue forze. Infatti, per possedere questo bene ha osservato i comandamenti fin dall’infanzia e per raggiungere lo scopo è disposto a osservarne altri; per questo chiede: «Che cosa devo fare per avere?».

La risposta di Gesù lo spiazza. Il Signore fissa lo sguardo su di lui e lo ama (cfr v. 21). Gesù cambia prospettiva: dai precetti osservati per ottenere ricompense all’amore gratuito e totale. Quel tale parlava nei termini di domanda e offerta, Gesù gli propone una storia di amore. Gli chiede di passare dall’osservanza delle leggi al dono di sé, dal fare per sé all’essere con Lui. E gli fa una proposta di vita “tagliente”: «Vendi quello che hai e dallo ai poveri […] e vieni! Seguimi!» (v. 21). Anche a te Gesù dice: “vieni, seguimi!”. Vieni: non stare fermo, perché non basta non fare nulla di male per essere di Gesù. Seguimi: non andare dietro a Gesù solo quando ti va, ma cercalo ogni giorno; non accontentarti di osservare dei precetti, di fare un po’ di elemosina e dire qualche preghiera: trova in Lui il Dio che ti ama sempre, il senso della tua vita, la forza di donarti.

Ancora Gesù dice: «Vendi quello che hai e dallo ai poveri». Il Signore non fa teorie su povertà e ricchezza, ma va diretto alla vita. Ti chiede di lasciare quello che appesantisce il cuore, di svuotarti di beni per fare posto a Lui, unico bene. Non si può seguire veramente Gesù quando si è zavorrati dalle cose. Perché, se il cuore è affollato di beni, non ci sarà spazio per il Signore, che diventerà una cosa tra le altre. Per questo la ricchezza è pericolosa e – dice Gesù – rende difficile persino salvarsi. Non perché Dio sia severo, no! Il problema è dalla nostra parte: il nostro troppo avere, il nostro troppo volere ci soffocano, ci soffocano il cuore e ci rendono incapaci di amare. Perciò San Paolo ricorda che «l’avidità del denaro è la radice di tutti i mali» (1 Tm 6,10). Lo vediamo: dove si mettono al centro i soldi non c’è posto per Dio e non c’è posto neanche per l’uomo.

Gesù è radicale. Egli dà tutto e chiede tutto: dà un amore totale e chiede un cuore indiviso. Anche oggi si dà a noi come Pane vivo; possiamo dargli in cambio le briciole? A Lui, fattosi nostro servo fino ad andare in croce per noi, non possiamo rispondere solo con l’osservanza di qualche precetto. A Lui, che ci offre la vita eterna, non possiamo dare qualche ritaglio di tempo. Gesù non si accontenta di una “percentuale di amore”: non possiamo amarlo al venti, al cinquanta o al sessanta per cento. O tutto o niente.

Cari fratelli e sorelle, il nostro cuore è come una calamita: si lascia attirare dall’amore, ma può attaccarsi da una parte sola e deve scegliere: o amerà Dio o amerà la ricchezza del mondo (cfr Mt 6,24); o vivrà per amare o vivrà per sé (cfr Mc 8,35). Chiediamoci da che parte stiamo. Chiediamoci a che punto siamo nella nostra storia di amore con Dio. Ci accontentiamo di qualche precetto o seguiamo Gesù da innamorati, veramente disposti a lasciare qualcosa per Lui? Gesù interroga ciascuno di noi e tutti noi come Chiesa in cammino: siamo una Chiesa che soltanto predica buoni precetti o una Chiesa-sposa, che per il suo Signore si lancia nell’amore? Lo seguiamo davvero o ritorniamo sui passi del mondo, come quel tale? Insomma, ci basta Gesù o cerchiamo tante sicurezze del mondo? Chiediamo la grazia di saper lasciare per amore del Signore: lasciare ricchezze, lasciare nostalgie di ruoli e poteri, lasciare strutture non più adeguate all’annuncio del Vangelo, i pesi che frenano la missione, i lacci che ci legano al mondo. Senza un salto in avanti nell’amore la nostra vita e la nostra Chiesa si ammalano di «autocompiacimento egocentrico» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 95): si cerca la gioia in qualche piacere passeggero, ci si rinchiude nel chiacchiericcio sterile, ci si adagia nella monotonia di una vita cristiana senza slancio, dove un po’ di narcisismo copre la tristezza di rimanere incompiuti.

Fu così per quel tale, che – dice il Vangelo – «se ne andò rattristato» (v. 22). Si era ancorato ai precetti e ai suoi molti beni, non aveva dato il cuore. E, pur avendo incontrato Gesù e ricevuto il suo sguardo d’amore, se ne andò triste. La tristezza è la prova dell’amore incompiuto. È il segno di un cuore tiepido. Invece, un cuore alleggerito di beni, che libero ama il Signore, diffonde sempre la gioia, quella gioia di cui oggi c’è grande bisogno. Il santo Papa Paolo VI scrisse: «È nel cuore delle loro angosce che i nostri contemporanei hanno bisogno di conoscere la gioia, di sentire il suo canto» (Esort. ap. Gaudete in Domino, I). Gesù oggi ci invita a ritornare alle sorgenti della gioia, che sono l’incontro con Lui, la scelta coraggiosa di rischiare per seguirlo, il gusto di lasciare qualcosa per abbracciare la sua via. I santi hanno percorso questo cammino.

L’ha fatto Paolo VI, sull’esempio dell’Apostolo del quale assunse il nome. Come lui ha speso la vita per il Vangelo di Cristo, valicando nuovi confini e facendosi suo testimone nell’annuncio e nel dialogo, profeta di una Chiesa estroversa che guarda ai lontani e si prende cura dei poveri. Paolo VI, anche nella fatica e in mezzo alle incomprensioni, ha testimoniato in modo appassionato la bellezza e la gioia di seguire Gesù totalmente. Oggi ci esorta ancora, insieme al Concilio di cui è stato il sapiente timoniere, a vivere la nostra comune vocazione: la vocazione universale alla santità. Non alle mezze misure, ma alla santità. È bello che insieme a lui e agli altri santi e sante odierni ci sia Mons. Romero, che ha lasciato le sicurezze del mondo, persino la propria incolumità, per dare la vita secondo il Vangelo, vicino ai poveri e alla sua gente, col cuore calamitato da Gesù e dai fratelli. Lo stesso possiamo dire di Francesco Spinelli, di Vincenzo Romano, di Maria Caterina Kasper, di Nazaria Ignazia di Santa Teresa di Gesù e anche del nostro ragazzo abruzzese-napoletano, Nunzio Sulprizio: il santo giovane, coraggioso, umile che ha saputo incontrare Gesù nella sofferenza, nel silenzio e nell'offerta di sé stesso. Tutti questi santi, in diversi contesti, hanno tradotto con la vita la Parola di oggi, senza tiepidezza, senza calcoli, con l’ardore di rischiare e di lasciare. Fratelli e sorelle, il Signore ci aiuti a imitare i loro esempi.

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO 
ALL'ARCIVESCOVO DI SAN SALVADOR 
IN OCCASIONE DELLA BEATIFICAZIONE 
DI MONSIGNOR ÓSCAR ARNULFO ROMERO GALDÁMEZ

 

Eccellentissimo Monsignor José Luis Escobar Alas 
Arcivescovo di San Salvador 
Presidente della Conferenza Episcopale di El Salvador

Caro Fratello,

La beatificazione di monsignor Óscar Arnulfo Romero Galdámez, che è stato Pastore della sua amata Arcidiocesi, è motivo di grande gioia per i salvadoregni e per noi che beneficiamo dell’esempio dei migliori figli della Chiesa. Monsignor Romero, che ha costruito la pace con la forza dell’amore, ha reso testimonianza della fede con la sua vita dedita fino all’estremo.

Il Signore non abbandona mai il suo popolo nelle difficoltà, e si mostra sempre sollecito verso i suoi bisogni. Egli vede l’oppressione, ode le grida di dolore dei suoi figli, e va in loro aiuto per liberarli dall’oppressione e per condurli in una terra nuova, fertile e spaziosa, dove «scorre latte e miele» (cfr. Es 3, 7-8). Come un giorno scelse Mosè affinché, in suo nome, guidasse il suo popolo, così continua a suscitare Pastori secondo il suo cuore, che pascolino con scienza e prudenza il suo gregge (cfr. Ger 3, 15).

In questo bel Paese centroamericano, bagnato dall’Oceano Pacifico, il Signore ha concesso alla sua Chiesa un Vescovo zelante che, amando Dio e servendo i fratelli, è diventato l’immagine di Cristo Buon Pastore. In tempi di difficile convivenza, monsignor Romero ha saputo guidare, difendere e proteggere il suo gregge, restando fedele al Vangelo e in comunione con tutta la Chiesa. Il suo ministero si è distinto per una particolare attenzione ai più poveri e agli emarginati. E al momento della sua morte, mentre celebrava il Santo Sacrificio dell’amore e della riconciliazione, ha ricevuto la grazia d’identificarsi pienamente con Colui che diede la vita per le sue pecore.

In questo giorno di festa per la Nazione salvadoregna, e anche per i Paesi fratelli latinoamericani, rendiamo grazie a Dio perché ha concesso al Vescovo martire la capacità di vedere e di udire la sofferenza del suo popolo ed ha plasmato il suo cuore affinché, in suo nome, lo orientasse e lo illuminasse, fino a fare del suo agire un esercizio pieno di carità cristiana.

La voce del nuovo Beato continua a risuonare oggi per ricordarci che la Chiesa, convocazione di fratelli attorno al loro Signore, è famiglia di Dio, dove non ci può essere alcuna divisione. La fede in Gesù Cristo, correttamente intesa e assunta fino alle sue ultime conseguenze, genera comunità artefici di pace e di solidarietà. A questo è chiamata oggi la Chiesa a El Salvador, in America e nel mondo intero: a essere ricca di misericordia, a divenire lievito di riconciliazione per la società.

Monsignor Romero c’invita al buon senso e alla riflessione, al rispetto per la vita e alla concordia. È necessario rinunciare alla «violenza della spada, quella dell’odio» e vivere «la violenza dell’amore, quella che lasciò Cristo inchiodato a una croce, quella che si fa ognuno per vincere i propri egoismi e affinché non ci siano disuguaglianze tanto crudeli tra noi». Egli ha saputo vedere e ha sperimentato nella sua stessa carne «l’egoismo che si nasconde in quanti non vogliono cedere ciò che è loro perché raggiunga gli altri». E, con cuore di padre, si è preoccupato delle “maggioranze povere”, chiedendo ai potenti di trasformare «le armi in falci per il lavoro».

Quanti hanno monsignor Romero come amico nella fede, quanti lo invocano come protettore e intercessore, quanti ammirano la sua figura, trovino in lui la forza e il coraggio per costruire il Regno di Dio e impegnarsi per un ordine sociale più equo e degno.

È il momento favorevole per una vera e propria riconciliazione nazionale dinanzi alle sfide che si affrontano oggi. Il Papa partecipa alle sue speranze, si unisce alle sue preghiere, affinché germogli il seme del martirio e si rafforzino negli autentici cammini i figli e le figlie di questa Nazione, che si gloria di portare il nome del divino Salvatore del mondo.

Caro fratello, ti chiedo, per favore, di pregare e di far pregare per me, mentre imparto la Benedizione Apostolica a tutti coloro che si uniscono in modi diversi alla celebrazione del nuovo Beato.

Fraternamente,

Francesco

Dal Vaticano, 23 maggio 2015

BEATIFICAZIONE DEL MARTIRE MONSIGNOR OSCAR ARNULFO ROMERO GALDÁMEZDAL

OMELIA DEL CARD. ANGELO AMATO, PREFETTO DELLA CONGREGAZIONE PER LE CAUSE DEI SANTI

(San Salvador, 23 maggio 2015)

 

Cari fratelli e sorelle,

La beatificazione di monsignor Romero, vescovo e martire, è una celebrazione della gioia e della fraternità. È un dono dello Spirito Santo per la Chiesa e per la tanto nobile nazione di El Salvador. Parlando del suo ufficio di vescovo, Sant’Agostino ha detto che “il Vangelo mi terrorizza. Nessuno ha desiderio di una vita sicura e tranquilla più di me. Nulla è più dolce per me che scrutare il tesoro divino. D’altra parte predicare, ammonire, correggere, a edificare, rimettermi me stesso, è un grande peso, una grave responsabilità. È un compito difficile".

In effetti, per Agostino, come vescovo, la sua ragione di vita si trasforma in una passione per i suoi fedeli ei suoi sacerdoti. E chiede al Signore di dargli la forza di amare eroicamente sia attraverso il martirio o per affetto. Queste parole e queste sensazioni potrebbero essere parlati con la stessa intensità e la sincerità dall’arcivescovo Romero, che amava il suo fedele e suoi sacerdoti con affetto e il martirio, dando vita come offerta di riconciliazione e di pace. Papa Francesco riassume bene l'identità sacerdotale e pastorale di Romero, quando lo chiama «vescovo e martire, pastore secondo il cuore di Cristo, evangelizzatore e padre dei poveri, testimone eroico del Regno di Dio, Regno di giustizia, di fraternità e di pace».

Le letture bibliche di oggi ci danno il senso del martirio di Romero. La parola di Dio, infatti, ci ricorda che dopo la tragica morte, le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento le può toccare. Essi sono ora, in pace e nel Giorno del Giudizio saranno risplendente come astri nel pianura, governeranno nazioni e avranno il potere sui popoli. Il martire Romero è una luce per le nazioni e sale della terra. Se i suoi persecutori sono spariti nell’ombra dell’oblio e della morte, la memoria di Romero invece continua a essere viva e a dare conforto a tutti i derelitti e gli emarginati della terra.

Il Signore ha fatto grandi cose con i giusti che può giustamente dire con l’apostolo Paolo "che ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?- No niente" (Rm 8). Né morte né vita, né angeli né principati, né presente, né futuro, né alcun’altra creatura può separare Romero da Cristo e dal suo Vangelo di amore, di giustizia, di fraternità, di misericordia, di perdono. Le parole che Gesù pronunciò prima della sua passione Quando ho affidato i suoi discepoli al padre sono molto toccante.“ Padre santo, conservali nel tuo nome. Mentre ero con loro nel mondo io li ho conservati nel tuo nome; io ho custodito coloro che tu mi hai dato, e nessuno di loro è perito.Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo, come neppure io sono del mondo, Io non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno“.(Giovanni 17). Questa è la preghiera quotidiana che Romero avrebbe fatto durante gli anni tormentati della sua vita, fino a quando, quel fatidico 24 Marzo 1980 quando un proiettile lo ha ferito mortalmente durante la Celebrazione Eucaristica. Il suo sangue mescolati con il sangue redentore di Cristo.

Chi era Romero? Come ho preparato per il martirio? Diciamo innanzitutto Romero era, infatti, un sacerdote buono e un vescovo saggio. Ma soprattutto era un uomo virtuoso. Amava Gesù, lo adorava nell'Eucaristia, amava la Chiesa, venerava la Beata Vergine Maria, amava il suo popolo. Il suo martirio non fu una improvvisazione, ma ebbe una lunga preparazione. Giovane seminarista a Roma, poco prima dell'ordinazione sacerdotale, scriveva nei suoi appunti: «Quest'anno farò la mia grande consegna a Dio! Dio mio, aiutami, preparami. Tu sei tutto, io sono nulla e, tuttavia, il tuo amore vuole che io sia molto. Coraggio! Con il tuo tutto e con il mio nulla faremo questo molto».

Una svolta nella sua vita di pastore mite e quasi timido fu l'uccisione, il 12 marzo 1977, di padre Rutilio Grande, sacerdote gesuita salvadoregno, che aveva lasciato l'insegnamento universitario per farsi parroco dei campesinos, oppressi ed emarginati. Fu questo l'evento che toccò il cuore dell'arcivescovo Romero, che pianse il suo sacerdote come poteva fare una madre con il proprio figlio. Si recò subito ad Aguilares per la Messa di suffragio, passando la notte piangendo, vegliando e pregando per le tre vittime innocenti, per padre Rutilio e i due contadini che lo accompagnavano. I campesinos erano rimasti orfani del loro padre buono. Romero ne volle prendere il posto. Nella sua omelia l'arcivescovo disse: «La liberazione che il padre Rutilio Grande predicava è ispirata dalla fede, una fede che ci parla della vita eterna, una fede che ora egli col suo volto rivolto al cielo, accompagnato dai due campesinos, mostra nella sua totalità, nella sua perfezione: la liberazione che termina nella felicità in Dio, la liberazione che sorge dal pentimento del peccato, la liberazione che si fonda su Cristo, l'unica forza salvatrice» .Qui finisce Romero. Da quel giorno il suo linguaggio sia diventato più esplicito nel difendere il popolo oppresso e i sacerdoti perseguitati, incurante delle minacce che quotidianamente riceveva Monsignor Romero ha parlato di un dono dello Spirito Santo che gli ha conferito la fortezza pastorale speciale, quasi in contrasto con suo temperamento prudente e riservato.«Ritenni un dovere — egli scrive — collocarmi decisamente alla difesa della mia Chiesa e al fianco del mio popolo tanto oppresso e vessato».

Suor Luz Isabel, una religioso carmelitana, presenti alla Messa durante la quale Romero fu ucciso, testimonia che … che l’Arcivescovo le ha detto: “Dio mi guida e mi ispira a quello che dico.”Le sue parole, però, non erano un incitamento all'odio e alla vendetta, ma un'accorata esortazione di un padre ai suoi figli divisi, che venivano invitati all'amore, al perdono e alla concordia. Contemplando la bellezza della natura e lo splendore del paesaggio salvadoregno, l'arcivescovo soleva dire che il cielo deve iniziare qui sulla terra. Guardava alla sua cara patria così tormentata con la speranza nel cuore. Sognava che un giorno sulle rovine del male avrebbe brillato la gloria di Dio e il suo amore. La sua opzione per i poveri non era ideologica ma evangelica.

La sua carità si estendeva anche ai persecutori ai quali predicava la conversione al bene e ai quali assicurava il perdono, nonostante tutto. Era abituato a essere misericordioso. La generosità nel donare a chi chiedeva era – a detta dei testimoni – munifica, totale, sovrabbondante. A chi domandava, dava. Qualche volta diceva che se gli restituissero i soldi che aveva distribuito, si sarebbe ritrovato milionario. Con carità pastorale lui infuso forza straordinaria.Un giorno ha detto un sacerdote è stato minacciato di morte continuamente e che i giornale a pubblicano quotidiane critiche contro di lui. Ma, con un sorriso, ho continuato, “questo non mi scoraggia. Al contrario, mi sento più coraggioso, perché questi sono i rischi del parroco. Devo andare avanti. Non sopporto rancore a nessuno”.

Cari fratelli e sorelle, Romero – il Beato Romero – è un'altra stella luminosissima che si accende nel firmamento spirituale americano. Egli appartiene alla santità della Chiesa americana. Grazie a Dio sono molti i santi di questo meraviglioso continente. Papa Francesco, recentemente, ne ricordava alcuni. Oltre a Fra Junipero Serra, che sarà canonizzato il 23 settembre prossimo a Washington D.C., il Santo Padre elencava tanti altri santi e sante che si sono distinti con diversi carismi: Rosa da Lima, Mariana di Quito, Teresita de los Andes; Toribio di Mogrovejo, Francois de Laval, Rafael Guizar Valencia; Juan Diego e Kateri Tekakwhita; Pedro Claver, Martín de Porres, Alberto Hurtado; Francesca Cabrini, Elisabeth Ann Seaton e Catalina Drexel; Francisco Solano, José de Anchieta, Alonso de Barzana, María Antonia de Paz y Figueroa, José Gabriel del Rosario Brochero e martiri come Roque González, Miguel Pro e Oscar Arnulfo Romero. E il Santo Padre, Papa Francesco, ha detto che “c’è santità in America è stato, tanto santità seminato.”

Il Beato Oscar Romero appartiene a questo impetuoso vento di santità che soffia sul continente americano, terra di amore e di fedeltà alla buona notizia del Vangelo. La beatificazione oggi di Mons. Romero è quindi una festa di gioia, di pace, di fratellanza, di accoglienza, di perdono. Ognuno ha bisogno di questi doni dello spirito santo a rendere la nostra esistenza terrena … “Coraggio” Romero diceva in italiano: “coraggio” Il suo martirio è una manna per El Salvador, alle famiglie, ai giovani, ai bambini, ai poveri.Ma anche per i ricchi.In breve, per tutti. Per tutti coloro che cercano la serenità, gioia e felicità. Romero non è un simbolo di divisione, ma di pace, di concordia, di fratellanza. Teniamo suo messaggio nei nostri cuori, nelle nostre case, e ringraziamo il Signore per questo suo servo fedele, che alla Chiesa ha donato la sua santità e all’umanità la sua bontà e la sua mitezza.

Nel 1983, San Giovanni Paolo II stava davanti alla tomba di Romero ed esclamò “Romero è nostro”. Questo è vero.Romero appartiene alla Chiesa, ma appartiene anche l’umanità. Quale ha sognato di buon cuore, con pensieri di rispetto e armonia, con azioni di accoglienza e di assistenza reciproca. Romero è nostro, ma mi appartiene anche a tutti perché per tutti è il profeta dell’amore di Dio e amore del prossimo e il custode del diritto di coscienza di ogni persona.

Beato Oscar Romero, prega per noi!