Rosario Angelo Livatino

Rosario Angelo Livatino

(1952 - 1990)

Beatificazione:

- 09 maggio 2021

- Papa  Francesco

Ricorrenza:

- 29 ottobre

 

 

Fedele Laico, ucciso, in odio alla Fede, sulla strada che conduce da Canicattì ad Agrigento (Italia), il 21 settembre 1990.

  • Biografia
  • Omelia di Beatificazione
  • Decreto sul Martirio
Consapevole dei rischi che correva, malgrado le intimidazioni, continuò a compiere il proprio dovere con rettitudine, rispettoso verso ogni persona, anche se indagata o detenuta. Giunse ad accettare la possibilità del martirio attraverso un percorso di maturazione nella fede.

 

Rosario Angelo Livatino nacque a Canicattì (Agrigento, Italia) il 3 ottobre 1952. Iscrittosi alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo, il 9 luglio 1975 conseguì la Laurea con il massimo dei voti.

Sin dalla giovinezza partecipò all’Azione Cattolica e frequentò la parrocchia, dove teneva conversazioni giuridiche e pastorali, dava il proprio contributo nei corsi di preparazione al matrimonio e interveniva agli incontri organizzati da associazioni cattoliche. Anche da Magistrato continuò a vivere l’esperienza della comunità parrocchiale. Recandosi al lavoro presso la Procura di Agrigento, sostava presso la vicina chiesa di San Giuseppe per la visita al Santissimo Sacramento.

Ebbe brevi frequentazioni con alcune ragazze.

Il 18 luglio 1978, entrò in Magistratura come Uditore giudiziario presso il Tribunale di Caltanissetta. Dal 24 settembre 1979 al 20 ottobre 1988 svolse l’incarico di Uditore giudiziario con funzioni di Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Agrigento. Tra il 1984 e il 1988 il Servo di Dio risultò essere, per riconoscimento del Consiglio Superiore della Magistratura, il Magistrato più produttivo della Procura di Agrigento.

Il 29 ottobre 1988, a 35 anni di età, dopo aver seguito regolarmente il corso di preparazione, volle ricevere il sacramento della Confermazione.

Il 21 agosto 1989 prese possesso del nuovo incarico di Magistrato del Tribunale di Agrigento, dove svolse le funzioni di Giudice della sezione penale. Il 21 aprile 1990, dopo aver frequentato la Scuola biennale di formazione in diritto pubblico regionale nell’Università degli studi di Palermo, conseguì il Diploma con lode. In quegli anni a Canicattì e in tutto il territorio agrigentino la situazione sociale era scossa da una vera e propria “guerra” di mafia, che vedeva contrapposti i clan emergenti (denominati Stiddari) contro Cosa Nostra, il cui padrino locale era Giuseppe Di Caro, che abitava nello stesso condominio del Servo di Dio.

Il 21 settembre 1990, il Servo di Dio venne ucciso in un agguato, sulla strada statale 640 che conduce da Canicattì verso Agrigento, mentre viaggiava da solo, in automobile, per recarsi in Tribunale, dove lavorava.

Il Servo di Dio venne assassinato mentre, come ogni mattina, si recava al lavoro con la propria auto. La dinamica dell’omicidio si caratterizzò per particolare ferocia, come fu riconosciuto dalla Corte d’Assise di Caltanissetta. In fin di vita, prima del colpo di grazia esploso in pieno volto, egli si era rivolto agli assassini con mitezza.

La motivazione che spinse i gruppi mafiosi di Palma di Montechiaro e Canicattì a colpire il Servo di Dio fu la sua nota dirittura morale per quanto riguarda l’esercizio della giustizia, radicata nella fede. Durante il processo penale emerse che il capo provinciale di Cosa Nostra Giuseppe Di Caro, che abitava nello stesso stabile del Servo di Dio, lo definiva con spregio santocchio per la sua frequentazione della Chiesa. Dai persecutori, il Servo di Dio era ritenuto inavvicinabile, irriducibile a tentativi di corruzione proprio a motivo del suo essere cattolico praticante. Dalle testimonianze, anche del mandante dell’omicidio, e dai documenti processuali, emerge che l’avversione nei suoi confronti era inequivocabilmente riconducibile all’odium fidei. Inizialmente, i mandanti avevano pianificato l’agguato dinanzi alla chiesa in cui quotidianamente il Magistrato faceva la visita al Santissimo Sacramento.

Il Servo di Dio era consapevole dei rischi che correva. Malgrado le intimidazioni, continuò a compiere il proprio dovere con rettitudine, rispettoso verso ogni persona, anche se indagata o detenuta. Giunse ad accettare la possibilità del martirio attraverso un percorso di maturazione nella fede. A trentacinque anni volle ricevere la Cresima. La partecipazione ai sacramenti e l’assidua preghiera lo resero sempre più consapevole nella sua testimonianza cristiana. Per non esporre alla morte altre persone «lasciando vedove e orfani», rifiutò la scorta; questa motivazione poté influire anche sulle mancate nozze. Durante alcuni momenti di scoraggiamento si affidava al Signore. Nelle sue agende personali appare sistematicamente la sigla S.T.D. a significare “Sub tutela Dei”.

La fama di martirio del Servo di Dio perdura sino ad oggi ed è accompagnata da una certa fama di segni.

  

  «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore». È con questa consolante certezza che viviamo oggi il nostro incontro. La consapevolezza cristiana di un amore che ci raggiunge da prima della creazione del mondo, perché nasce dal cuore del Padre e mediante il suo Figlio entra nella storia, vince la cattiveria e la morte e ci entra nel cuore come sorgente di vita nuova: «Io ho amato voi. Rimanete nel mio amore: ecco l’origine di tutte le nostre buone opere», esclamava sant’Agostino (In Jo. Ev. tr. 82: PL 35, 1843). Ed è questo il segreto della santità: rimanere nell’amore di Cristo. È un verbo davvero decisivo, questo rimanere. La fecondità della vita cristiana è condizionata da questo rimanere nell’amore di Cristo ed è il frutto di questo rimanere. Qui, però, per un cristiano c’è anche il grave rischio d’essere all’interno di questo abbraccio amoroso del Signore e, ciononostante, di non portare alcun frutto. Si cade, allora, in quel «nominalismo declamatorio con effetto tranquillizzante sulle coscienze», di cui ha scritto papa Francesco (cf. Lettera enciclica Fratelli tutti, n. 188). È una situazione che si fa drammaticamente evidente nei momenti di crisi, nei momenti in cui «essere cristiani» non è più qualcosa di scontato e diventa, anzi, cosa scomoda, schernita, rischiosa, pericolosa.

    È l’ottica nella quale noi possiamo guardare anche al martire Rosario Livatino. Nell’amore di Cristo, infatti, egli si è collocato, «come un bimbo svezzato in braccio a sua madre», dice il Salmo (131,2). È il senso ultimo di quel motto S.T.D. che ordinariamente s’intende come Sub Tutela Dei e che il nostro beato inseriva, magari sovrastato dal segno della Croce, in pagine speciali dei suoi scritti. I giusti, scriveva un autore del XII secolo, si collocano sotto la Croce, si pongono, cioè, sub tutela divinae protectionis e così si saziano dei frutti dell’albero della vita (Ugo di Fouilloy, De claustro animae, l. IV, c. 35 PL 176, 1174). È quanto è accaduto al giudice Livatino, il quale è morto perdonando come Gesù ai suoi uccisori. È il valore ultimo delle sue estreme parole, dove sentiamo l’eco del lamento di Dio: «Popolo mio, che cosa ti ho fatto?» (Mi 6,3); è il pianto del giusto, che la liturgia del Venerdì santo pone tradizionalmente sulle labbra del Crocifisso, dove non è un rimprovero e neppure una sentenza di condanna, ma un invito sofferto a riflettere sulle proprie azioni, a ripensare la propria vita, a convertirsi.

    C’è una parola di Rosario Livatino su cui stamane vorrei riflettere, davanti a voi; una parola che mi pare possa aiutarci a comprendere non soltanto la sua vita, ma pure la sua santità e il suo martirio. La traggo dalla sua conferenza del 7 aprile 1984 su «Il ruolo del giudice nella società che cambia», dove si legge: «l’indipendenza del giudice è nella sua credibilità, che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni ed in ogni momento della sua attività» (Positio super martyrio, 562). Troviamo qui la parola credibilità, che san Tommaso d’Aquino applica direttamente a Gesù, il quale è credibile perché non soltanto predicava, ma pure agiva in maniera coerente (cf. Super Io, cap. 1, l. 15; Catena in Mt. cap. 19, l. 1), sicché quella del Signore era non una vita sdoppiata, ma sempre trasparente, limpida e, perciò, anche affidabile e amabile. Id praedicat quod est: Gesù è credibile perché «predica ciò che è» (cf. Isacco della Stella, Sermones, 30; PL 194, 1789).

    La credibilità è la condizione posta da Gesù per essere suoi amici: «siete miei amici, se fate ciò che io vi comando». È questa la credibilità che san Pietro riconosce come virtù gradita a Dio, il quale, come abbiamo ascoltato, accoglie chi lo teme e pratica la giustizia. L’apostolo Pietro è ormai consapevole che Dio non è più il dio-di-alcuni, ma Dio di tutti. Ai suoi occhi ciò che conta non è la professione di una fede fatta con le parole, bensì la pratica della giustizia: una giustizia che non si limita a dare a ciascuno il suo, secondo la normale legge dell’equità, bensì è sostenuta dalla credibilità di chi per la giustizia si compromette sino a dare la vita nella sua attuazione.

    La credibilità, infatti, è lo specchio della giustizia poiché si è come Giuseppe, lo sposo di Maria, uomo giusto (cf. Mt 1,19), nella costante ricerca della volontà di Dio. Credibilità e giustizia stanno e cadono insieme: senza la giustizia, la credibilità diventa improduttiva; e senza la credibilità, la giustizia rischia di approdare nel giudizio. Giustizia e credibilità sono inseparabili nella condotta del martire poiché entrambe scaturiscono dalla fede e non da una semplice istanza etica: come Abramo, che credette e gli fu accreditato per la giustizia. Modello irraggiungibile per tale cognizione della giustizia è Gesù Cristo che, fu accreditato per la sua fedeltà verso il Padre e ha trasformato la giustizia in compassione o misericordia per gli esseri umani (cf. Eb 2,17).

    Considerando la vicenda di Rosario Livatino ci tornano vivide alla memoria le parole di san Paolo VI: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» (Evangelii Nuntiandi, n. 41). Il nostro Beato lo fu nel martirio. La sua vita – avrebbe detto il Manzoni – fu il paragone delle sue parole (cf. I promessi sposi, cap. XXII). Credibilità fu per lui la coerenza piena e invincibile tra fede cristiana e vita. Livatino rivendicò, infatti, l’unità fondamentale della persona; una unità che vale e si fa valere in ogni sfera della vita: personale e sociale. Questa unità Livatino la visse in quanto cristiano, al punto da convincere i suoi avversari che l’unica possibilità che avevano per uccidere il giudice era quella di uccidere il cristiano. Per questo la Chiesa oggi lo onora come Martire.

 

Marcello Card. Semeraro

 

CONGREGATIO DE CAUSIS SANCTORUM

 

AGRIGENTINA

Beatificatios seu Declarationis Martyrii

 

Servi Dei

ROSARII ANGELI LIVATINO

Christifidelis Laici

(† 1990)

 

DECRETUM SUPER MARTYRIO

______________________

 

 

    “Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente” (Is 52,13).

    Il Servo di Dio Rosario Angelo Livatino concluse precocemente la sua vita terrena, ucciso dalla violenza di vere e proprie “strutture di peccato” di stampo mafioso, i cui esponenti furono mossi dall’odio per la fede di questo giovane uomo desideroso di giustizia, ossia di questo giudice cristiano che tanto amava il Signore.

    Il Servo di Dio nacque a Canicattì il 3 ottobre 1952 e fu battezzato nella Chiesa-Madre di San Pancrazio. In famiglia, in parrocchia e nella scuola fu educato ai più nobili valori umani e cristiani. Si laureò in giurisprudenza all’Università di Palermo e, superato il concorso, entrò in Magistratura. Dopo il tirocinio a Caltanissetta, per più di dieci anni lavorò ad Agrigento, dapprima come Sostituto Procuratore della Repubblica di Agrigento, poi a domanda, dal 1989, come Giudice della sezione penale in Tribunale. Si occupava spesso di indagini legate alla criminalità organizzata, specialmente patrimoniali. Operò sempre con grande impegno, con una straordinaria serenità anche davanti ai pericoli e alle minacce, pienamente consapevole delle tensioni sociali della sua terra, sempre animato dalla speranza della redenzione perfino per i criminali più incalliti. Tutto poneva, come era solito scrivere, sub tutela Dei. Era la fede a dare forma ai suoi atteggiamenti e alle sue azioni, e proprio all’odio di essa pervennero i suoi oppositori fino alle estreme conseguenze. Il suo abbandono fiducioso alla volontà di Dio era sostenuto e alimentato dalla preghiera, dai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, nonché da una fervente devozione alla Vergine. Poiché quotidianamente frequentava la parrocchia, alcuni capi della criminalità locale di Canicattì lo chiamavano con dispregio “santocchio”.

    Nonostante le insistenze della madre, non aveva mai richiesto una tutela o una scorta, poiché non voleva mettere a repentaglio per causa sua la vita di altri. Il 21 settembre 1990 si stava recando in auto al lavoro, di buon mattino. Lungo la Strada Statale 640, all’altezza del Viadotto Gasena, fu vittima di un agguato e venne crudelmente trucidato da un manipolo armato. Aveva solo 38 anni. Il cordoglio per la sua morte fu unanime e sia la Chiesa sia lo Stato italiano riconobbero il valore del suo servizio alla giustizia e il profondo significato del suo sacrificio. San Giovanni Paolo II ad Agrigento il 9 maggio 1993, incontrando i genitori del Servo di Dio, lo aveva definito “martire della giustizia e indirettamente della fede”. Papa Benedetto XVI nel 2010 a Palermo lo ha annoverato fra le “splendide testimonianze di giovani” in Sicilia. Il Sommo Pontefice Francesco ha fatto di lui menzione nel 2017 e poi nel 2019 ha ricordato “la coerenza tra la sua fede e il suo impegno di lavoro” e “l’attualità delle sue riflessioni”. La memoria del Servo di Dio è tenuta viva anche dal contributo dei mezzi di comunicazione, così che la sua fama di santità e martirio continua a diffondersi in Italia e in tutto il mondo.

    Proprio in virtù di questa fama si è aperta la Causa di Beatificazione e Canonizzazione del Servo di Dio. Dal 21 settembre 2011 al 3 ottobre 2018 presso la Curia ecclesiastica di Agrigento è stata celebrata l’Inchiesta diocesana super vita et virtutibus del Servo di Dio. In seguito, sulla base di nuovi documenti, è stato concesso che la Causa fosse istruita come Causa super martyrio, con la celebrazione di una Inchiesta suppletiva nell’anno 2019. Questa Congregazione delle Cause dei Santi ha quindi emesso il decreto sulla validità giuridica il 14 febbraio 2020. Realizzata la Positio, si è discusso secondo le consuete procedure se quello del Servo di Dio sia stato un vero martirio. Il Congresso Peculiare dei Consultori Teologi il 22 settembre 2020 diede risposta positiva. I Padri Cardinali e Vescovi, riuniti nella Sessione Ordinaria dell’1 dicembre 2020, hanno riconosciuto che il Servo di Dio è stato ucciso per la fede in Cristo e nella Chiesa.

    Il sottoscritto Cardinale Prefetto ha quindi riferito tutte queste cose al Sommo Pontefice Francesco. Sua Santità, accogliendo e ratificando i voti della Congregazione delle Cause dei  Santi, ha oggi dichiarato: è provato il martirio e sua causa del Servo di Dio Rosario Angelo Livatino, Fedele laico, nel caso e per il fine di cui si tratta.

    Il Sommo Pontefice ha poi disposto che il presente decreto venga pubblicato e inserito negli atti della Congregazione delle Cause dei Santi.

    Dato a Roma il 21 dicembre nell’anno del Signore 2020.

 

 

Marcello Card. Semeraro

Prefetto

 

                                            Marcello Bartolucci

                                            Arciv. tit. di Bevagna

                                        Segretario