Tiburcio Arnáiz Muñoz

Tiburcio Arnáiz Muñoz

(1865-1926)

Beatificazione:

- 20 ottobre 2018

- Papa  Francesco

Ricorrenza:

- 18 luglio

Sacerdote professo della Compagnia di Gesù, zelante ministro della Riconciliazione e instancabile annunciatore del Vangelo, soprattutto tra gli umili e i dimenticati

  • Biografia
  • Omelia
"Mi succede che più faccio esercizi spirituali, più ho paura perché più vedo la dignità sacerdotale, più mi è chiara la mia indegnità. Ma ogni volta sento più forte la mia vocazione"

 

Tiburcio Arnaiz Muñoz nacque a Valladolid il 20 aprile 1890. Un sacerdote colmo di carità, che prima fu un uomo pieno di talenti e con una fortissima volontà che un bel giorno fece l’incontro della vita: quello con il Sacro Cuore di Gesù.

Era povero, il giovane Tiburcio, rimasto orfano di padre a 5 anni e con una mamma che faceva i salti mortali per occuparsi di lui e della sorella Gregoria, come solo le mamme sanno fare. A 13 anni riuscirà a coronare il suo sogno: studiare in seminario, ma presto potrà frequentarlo solo da studente “esterno” perché dovrà aiutare a casa lavorando come sacrestano nel convento delle Domenicane dove poi entrerà la sorella, una famiglia con pochi mezzi, dunque, ma traboccante spiritualità, devozione e preghiera. Già da parroco si intravide il suo zelo fervente e anche la sete che aveva del Signore: dopo aver conseguito il dottorato in Teologia a Toledo nel 1896 decise che doveva essere il cuore di Gesù il centro della sua vita e decise di entrare nella Compagnia di Gesù: “Amo così tanto la mia gente che non la cambierei per una mitra; solo la voce di Dio ha il potere di tirarmi fuori dalla mia parrocchia”, diceva.

Era il 1902 quando don Tiburcio entrò nel seminario della Compagnia di Gesù a Granada. “Non chiederò mai nulla e sarò contento di ciò che mi daranno; non rifiuterò mai nessun lavoro, non userò mai alcun pretesto…”: erano questi i buoni propositi con cui intraprese il nuovo cammino e immediatamente fu inondato di una carità tale che non poteva non mostrarla. Insegnava a leggere e scrivere ai poveri, in modo che potessero apprendere nozioni di cultura generale ma ancor più le basi elementari della nostra fede, cioè che Dio ci ama al punto di dare la sua vita per noi. E così iniziò a fare anche l’ormai padre Tiburcio: non si risparmiava quando si trattava di alleviare sofferenza e ignoranza, sia nelle case che negli ospedali, “toccando” e consolando molti cuori spezzati anche all’interno delle carceri.

Con l’obiettivo di far conoscere sempre più l’amore del cuore di Gesù, a Malaga, dove visse molti anni, padre Tiburcio espresse le migliori intenzioni del proprio, di cuore. Realizzò diverse scuole e laboratori per i più poveri che abitavano nei corralones, le periferie più povere della città, dove la Chiesa non era mai entrata e i preti venivano accolti con lanci di topi morti. In seguito la sua opera missionaria si specializzò nella predicazione della Parola di Dio e negli esercizi spirituali che proponeva anche ai poveri e agli analfabeti: era nato l’originale approccio delle doctrinas rurales. Ben presto i suoi incontri divennero famosi e la sua voce una delle più amate dai bisognosi: si diceva, inoltre, che dormisse e mangiasse pochissimo intenzionato com’era a dedicare tutto il suo tempo al Signore che serviva anche con le confessioni e la preghiera personale fino a tarda notte. Una testimonianza potente e instancabile, fatta di parole, ma anche di penitenza e sacrificio.

“Dio si prenderà cura del mio corpo finché vivrò credendo in lui”, rispondeva padre Tiburcio a quanti si preoccupavano vedendolo sempre più magro e con la tonaca sempre più lisa. Una fiducia e un abbandono totale che finirono per erodere irrimediabilmente la sua salute: mentre predicava la novena del Sacro Cuore di Gesù si ammalò di broncopolmonite e quel fisico, già fiaccato, che sottoponeva a prove continue, cedette. Morì nel giro di pochi giorni, il 18 luglio 1926 mormorando le parole: “Quanto è bello il cuore di Gesù”. Il dolore per la sua perdita fu grandissimo in tutti quelli che lo avevano conosciuto: il suo corpo fu esposto per tre giorni alla venerazione, già altissima, della sua gente, poi il suo feretro fu portato in processione per le vie della città, quelle stesse che lui aveva percorso tante volte guidando la processione del Cuore di Gesù.

Gli onori riservatigli dalle persone, povere e ricche, furono grandi e il suo funerale partecipatissimo. È dell’allora vescovo di Malaga, nella sua omelia funebre, la definizione di padre Tiburcio come di un “pazzo di Gesù” che anche se ha lasciato la città orfana di sé, continua a guidarla e proteggerla dall’alto dei cieli.

Omelia del Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi nel corso della Messa di Beatificazione di Tiburzio Arnáiz Muñoz

20.ottobre 2018

 

“Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli” (Lc 12,8).

Cari fratelli e sorelle,

queste parole che abbiamo ascoltato nel Vangelo, ci richiamano la nostra responsabilità di testimoni di Gesù. Mentre era circondato dalla folla che lo seguiva, Gesù, prima di parlare alle migliaia di persone, si rivolge ai suoi discepoli, ricordando loro un fatto che accadrà alla fine dei tempi: il giudizio finale. Esso sarà pronunciato da Dio Padre, giudice giusto, circondato dagli angeli, e alla presenza decisiva del Figlio dell’uomo. Questi non è altri che Gesù stesso. Egli, mentre parla ai discepoli, è consapevole di essere destinato dal Padre ad agire quale Figlio dell’uomo nell’ultimo giorno, quando svolgerà il ruolo di avvocato dei giusti, di colui cioè che ha il potere di decidere delle persone al cospetto del tribunale di Dio. E succederà questo: chi sarà da Lui riconosciuto, sarà salvato; chi non sarà riconosciuto sarà perduto. L’intervento del Figlio dell’uomo a nostro favore dipenderà da un fatto ben preciso: abbiamo o non abbiamo riconosciuto Gesù nel corso della nostra vita? L’aver riconosciuto o rinnegato Lui in questo mondo sarà decisivo sulla nostra sorte finale. La posizione che assumiamo di fronte a Cristo sarà determinante per il nostro destino eterno; tutto si giocherà su due parole: «mi riconoscerà» o «mi rinnegherà».

Riconoscere Cristo significa non avere il timore di dichiararsi cristiani, testimoniando concretamente il suo Vangelo e i valori in esso indicati. Rinnegare Cristo significa sconfessare Lui e il suo insegnamento di vita, di amore, di giustizia, di pace, di fraternità. Anzi rinnegare Cristo significa non aver sperimentato il suo Amore!

E il riconoscimento di Gesù deve essere compiuto «davanti agli uomini», cioè pubblicamente; infatti, poco prima Egli aveva ricordato: «Ciò che avrete detto all’orecchio nelle stanze più interne sarà annunciato nelle terrazze» (Lc 12,3). L’ amore di Dio che ha toccato i nostri cuori in qualsiasi momento della nostra vita deve germogliare e rendersi effusivo e operativo. Qualora esso si inaridisse tutto perderebbe colore, significato, luce. Saremmo come tralci staccati dalla vite e utili solo ad essere gettati nel fuoco.

La fede professata con le labbra deve esprimersi in un’attitudine di amore totale verso il mondo e le realtà che ci circondano. Il credente è chiamato ad essere presenza evangelica viva e penetrante nel tessuto culturale e sociale in cui vive. Al riguardo, il Santo Padre Francesco ha affermato: «Ricordiamolo bene tutti: non si può annunciare il Vangelo di Gesù senza la testimonianza concreta della vita. Chi ci ascolta e ci vede deve poter leggere nelle nostre azioni ciò che ascolta dalla nostra bocca» (Omelia in San Paolo fuori le Mura, 14 aprile 2013).

Il Beato Tiburzio Arnáiz Muñoz, con l’intenso sapore della sua testimonianza fedele al Vangelo fino all’eroismo, ha saputo permeare della dottrina di Cristo l’ambiente nel quale è vissuto, contribuendo così alla missione della Chiesa nel mondo. Con la sua vita, segnata da opere buone, ci offre un esempio chiaro di fede sincera e profonda, arricchita dal senso della presenza di Dio e dalla prontezza di accordare la propria esistenza alla volontà divina. L’intenso e fecondo ministero apostolico di questo zelante sacerdote e figlio spirituale di Sant’Ignazio di Loyola fu esercitato sul fondamento della fede e della carità, tutto proiettato all’edificazione delle anime e alla salvezza di quanti erano oggetto delle sue cure pastorali. La sua predicazione vivace e calorosa diventava così motivo decisivo di conversione per molti, specialmente durante le missioni popolari, attraverso le quali svolgeva una intensa e feconda evangelizzazione e promozione sociale.

Egli fu pastore secondo il cuore di Cristo e missionario della fede e della carità. Fu il tipico esempio del “pastore con l’odore delle pecore” come direbbe oggi Papa Francesco. Fu intrepido araldo del Vangelo specialmente tra le persone più umili e dimenticate nei cosiddetti “corralones”, i quartieri più poveri ed anche ostili alla Chiesa di Malaga, consumando la sua vita per il prossimo, sorretto da un grande amore per Dio. Egli ha trovato il valore fondamentale della sua vita sacerdotale e religiosa proprio nel dono di sé stesso e nel fervido ministero della Parola. Di questo tratto essenziale della sua fisionomia pastorale, rese partecipi un gruppo di fedeli laiche, impegnate nella catechesi nelle zone rurali, che ancora oggi, riunite nella società di vita apostolica delle Missionarie delle Dottrine rurali svolgono un apprezzato apostolato.

Da dove proveniva tutto questo ardore apostolico del novello Beato? Da una intensa vita spirituale, che trovava il culmine nella preghiera e nell’Eucaristia: qui, egli attingeva la forza per spendersi senza riserve nel ministero sacerdotale. Questa unione con il Signore, frutto della fede, era la ragione della sua speranza e si manifestava poi nell’amore verso gli altri. Nell’incontro orante, a cuore a cuore, con il Cristo, egli a poco a poco maturava nella «profonda conoscenza di lui» (Ef 1,17)– come ci ha ricordato San Paolo nella seconda lettura – conseguendo così «uno spirito di sapienza» (ibid.) per mezzo del quale formava e guidava le coscienze nell’instancabile attività del confessionale, punto di riferimento nella chiesa del Cuore di Gesù per i penitenti di Malaga e non solo, della direzione spirituale, dei ritiri e soprattutto degli Esercizi spirituali predicati a persone di tutte le classi sociali.

Cari fratelli e sorelle: qual è il messaggio che il Beato Tiburzio offre alla Chiesa e alla società di oggi? Egli rappresenta per tutti noi, specialmente per i sacerdoti e le persone consacrate, l’esempio dell’uomo che non si accontenta del già conquistato ma che docile alle esigenze dello spirito intende donarsi a Dio con maggior radicalità. Da qui la sua decisione di entrare nella Compagnia di Gesù dopo dodici anni di ministero diocesano. Egli ha risposto all’amore di Dio attraverso una crescente donazione di sé nel ministero e nell’amore verso gli ultimi, gli scartati. Quanto c’è bisogno, ai nostri giorni, di dilatare il cuore ai bisogni spirituali e materiali di tanti nostri fratelli, che attendono da noi parole di fede, di consolazione e di speranza, come pure gesti di premurosa accoglienza e di generosa solidarietà!

Presentare Tiburzio Arnáiz Muñoz, oggi, alla Chiesa, vuol dire riaffermare la santità sacerdotale, ma soprattutto far conoscere un ministro di Dio che fece della sua esistenza un costante, luminoso ed eroico cammino di totale donazione a Dio e ai fratelli, soprattutto verso i più deboli. Egli si sentiva corresponsabile dei mali spirituali e morali, e delle piaghe sociali del suo tempo e sapeva di non potersi salvare senza salvare gli altri.

Questa assunzione di responsabilità, questa maturità di fede, questo stile di presenza sacerdotale e cristiana nel mondo, sono necessarie anche nell’odierno contesto ecclesiale e sociale, il quale ha estremo bisogno della presenza e dell’impegno di sacerdoti, di persone consacrate e di fedeli laici che sappiano testimoniare con coraggio e fermezza, con entusiasmo e slancio il proprio sentirsi con Cristo, in Cristo e per Cristo, diventando testimoni credibili del Vangelo.

Il nuovo Beato rappresenta per la Chiesa di oggi un modello che stimola a vivere di Cristo, e per l’intera società una fiaccola capace di illuminare la storia dei nostri tempi.

Il suo esempio ci accompagni e la sua intercessione ci sostenga. Per questo invochiamolo: Beato Tiburzio Arnáiz Muñoz, prega per noi!