Causa in corso
Matteo Farina
- Venerabile Servo di Dio -

Matteo Farina

(1990 - 2009)

Giovane laico, fin da bambino lasciò illuminare la propria vita dalla fede, che nutrì con la Parola di Dio, la Santa Messa e la preghiera, sentendo l’urgenza di farsene testimone presso i coetanei

  • Biografia
“La cosa più importante è che la fede non va tenuta dentro, ma bisogna esternarla agli altri; è nostro dovere non obbligare a credere, ma indurre alla conoscenza di Dio”

 

    Il Venerabile Servo di Dio Matteo Farina nacque ad Avellino (Italia) il 19 settembre 1990. Visse con la famiglia a Brindisi.

    Cresciuto in parrocchia, la cui cura pastorale era affidata ai Frati Minori Cappuccini, fu segnato dalla spiritualità di San Francesco e dalla devozione a San Pio da Pietrelcina. Dotato di una intelligenza molto viva e di una profonda fede, a nove anni già possedeva una conoscenza profonda del Vangelo.

    Il 4 giugno del 2000 ricevette la Prima Comunione e, da quel momento, sviluppò un rapporto profondo con il Signore Gesù, che alimentava attraverso la partecipazione al Sacramento dell’Eucaristia, con le visite al SS. Sacramento, la devozione al Sacro Cuore, con la pratica dei primi venerdì del mese e la recita del Santo Rosario.

    Dopo un’estate serena, nel settembre 2003, il Se iniziò a soffrire di lancinanti mal di testa e problemi alla vista. Sottoposto a varie visite specialistiche, gli fu diagnosticato un tumore cerebrale. Accolse la sofferenza come una vera e propria missione e si impegnò nel discernere il progetto di Dio mediante la preghiera, il catechismo e la lettura del Vangelo. Si distinse anche per gesti di carità di notevole spessore, soprattutto verso le persone sofferenti. Malgrado le condizioni fisiche precarie, si affidò al Signore e continuò con decisione il percorso scolastico, iscrivendosi, nel 2004, all’Istituto Tecnico Industriale.

    La situazione clinica non migliorò e le condizioni della sua vista divennero sempre più critiche. Nel gennaio 2005, ad Hannover, subì il primo intervento di craniotomia. Nonostante ciò, continuò il discernimento circa la volontà di Dio nei suoi confronti e la missione evangelizzatrice presso i compagni.

    Nell’ottobre 2007, si fidanzò con una giovane, con la quale condivise un percorso caratterizzato da condivisione e purezza.

    Nell’ottobre 2008 si manifestarono i sintomi di una recidiva. Ricevette l’unzione degli infermi. Dal 9 dicembre 2008 al 15 gennaio 2009, ad Hannover subì tre interventi al cervello. Rientrato a Brindisi gravemente paralizzato, si spense lentamente, con il conforto dell’Eucarestia. Morì a Brindisi (Italia) il 24 aprile 2009.

    Matteo si distinse per il carattere allegro, determinato, equilibrato e riflessivo. Fin da bambino, lasciò illuminare la propria vita dalla fede, la nutrì con la Parola di Dio, la Santa Messa e la preghiera, sentendo l’urgenza di farsene testimone presso i coetanei, fino a subire ostilità e derisioni. La virtù della speranza fu l’anima della sua accettazione della malattia, orientando tutto se stesso all’incontro con Dio, ma emerse fin da piccolo, nel carattere gioioso che lo contraddistinse. L’amore verso Dio si rivelò nell’oblazione della vita nella malattia, come pure nel ruolo che riservò nella sua vita alla preghiera e nel coraggio con cui si fece testimone di Dio verso i coetanei. Maturò la consapevolezza che la sua missione doveva essere quella di “infiltrato di Dio” tra i giovani. I coetanei lo seguivano perché vedevano in lui un esempio credibile. Da qui scaturì il suo amore verso il prossimo, da aiutare in tutte le circostanze e soprattutto da ricondurre alla fede. Quando era ricoverato in clinica, faceva visita agli altri ammalati, confortandoli con le parole e la preghiera. Quando sapeva che dovevano affrontare un intervento, la sera prima si recava nelle loro stanze a recitare il Rosario e, quando non poteva perché costretto a letto dalla malattia, lo recitava dalla sua stanza.

    La disponibilità a seguire le indicazioni dei confessori e del direttore spirituale per scoprire la volontà di Dio, mostrò la sua prudenza, di cui si avvalevano diversi suoi coetanei che ricorrevano al suo consiglio. La giustizia si manifestava nell’adempimento dei suoi doveri di cristiano, di figlio e di studente. Il modo con cui affrontò la malattia fa risplendere la fortezza di questo giovane, a cui va ricondotta anche la sua azione di coraggioso evangelizzatore. Così si esprimeva in un tema in classe: “La cosa più importante è che la fede non va tenuta dentro, ma bisogna esternarla agli altri; è nostro dovere non obbligare a credere, ma indurre alla conoscenza di Dio”. La sobrietà nel vestire, libero dai dettami della moda, nell’uso degli strumenti tecnologici, nel risparmiare per poter donare alle missioni, mostrano la temperanza di Matteo. L’ispirazione francescana lo indirizzò verso la povertà in vista della carità. L’obbedienza giunse al culmine nell’accettare di sottoporsi all’ultimo intervento chirurgico che lo fece rientrare a casa in carrozzina. La castità fu da lui vissuta in pienezza nel rapporto con la fidanzata. Le molteplici doti che si evidenziavano nell’esistenza non facevano schermo a una sostanziale umiltà. Era un brillante studente, amante della musica e dello sport. Sopportava con forza d’animo il male che lo consumava, facendo trapelare serenità e gioia.