Kuriakose Elias Chavara della Sacra Famiglia

Kuriakose Elias Chavara della Sacra Famiglia

(1805-1871)

Beatificazione:

- 08 febbraio 1986

- Papa  Giovanni Paolo II

Canonizzazione:

- 23 novembre 2014

- Papa  Francesco

- Piazza San Pietro

Ricorrenza:

- 3 gennaio

Sacerdote, co-fondatore della Congregazione dei Frati Carmelitani di Maria Immacolata; “Pioniere” della società e della Chiesa Siromalabarese

  • Biografia
  • Omelia
  • omelia di beatificazione
“Santificazione di sé e salvezza degli altri”

 

Kuriakose Elias Chavara della Sacra Famiglia nacque da Kuriakose e Mariam a Kainakary, Kerala, India, il 10 febbraio 1805.

La sua vita potrebbe essere riassunta nella parola "pioniere", poiché contribui in modo significativo al cammino della società e della Chiesa Siromalabarese. La sua pia madre ebbe un'influsso decisivo sulla sua formazione spirituale, specialmente per quanto riguarda la devozione alla sacra famiglia.

Entrò nel seminario nel 1818 e fu ordinato sacerdote il 29 novembre 1829. Fu fondatore di due Congregazioni: nel 1831 fondò quella maschile dei "Carmelitani di Maria Immacolata" e nel 1866, insieme con P. Leopoldo Beccaro, OCD, quella femminile (la prima indigena), "Terz'Ordine delle Carmelitane Scalze" per l'educazione e l'affermazione dello sviluppo della vitalità femminile e la loro cura spirituale.

L'8 dicembre 1855 emise la professione religiosa dei consigli evangelici e guidò la congregazione come Superiore Generale fino alla sua morte. La sua vita era dedicata al servizio della Chiesa Siromalabarese. Fu il primo Vicario Generale per la suddetta Chiesa nella diocesi di Verapoli e lottò per salvarla da uno scisma che la minacciava.

Con varie iniziative preparò i religiosi, i sacerdoti e i laici per la riforma spirituale della Chiesa e della società.

Fu un grande autore di molte opere spirituali, liturgiche e poetiche. La sua opera Il Testamento di un Padre Amoroso lo ha reso il patrono della famiglia. Il suo motto era: "santificazione di sé e salvezza degli altri." Chavara fu un religioso attivo e contemplativo.

All'età di 66 anni, il 3 gennaio 1871 si addormento nel Signore e fu sepolto a Koonammavu; poi, il 4 maggio 1889, le sue spoglie mortali furono traslate e nuovamente sepolte nella cappella del monastero di San Giuseppe, la casa madre a Mannanam. Fu beatificato da Giovanni Paolo II l'8 febbraio 1986.

CERIMONIA DI CANONIZZAZIONE DEI BEATI:
 - GIOVANNI ANTONIO FARINA 
- KURIAKOSE ELIAS CHAVARA DELLA SACRA FAMIGLIA 
- LUDOVICO DA CASORIA 
- NICOLA DA LONGOBARDI 
- EUFRASIA ELUVATHINGAL DEL SACRO CUORE
- AMATO RONCONI

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell'Universo
Piazza San Pietro 
Domenica, 23 novembre 2014

 

La liturgia oggi ci invita a fissare lo sguardo su Gesù come Re dell’Universo. La bella preghiera del Prefazio ci ricorda che il suo regno è «regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace». Le Letture che abbiamo ascoltato ci mostrano come Gesù ha realizzato il suo regno; come lo realizza nel divenire della storia; e che cosa chiede a noi.

Anzitutto, come Gesù ha realizzato il regno: lo ha fatto con la vicinanza e la tenerezza verso di noi. Egli è il Pastore, di cui ci ha parlato il profeta Ezechiele nella prima Lettura (cfr 34,11-12.15-17). Tutto questo brano è intessuto di verbi che indicano la premura e l’amore del Pastore verso il suo gregge: cercare, passare in rassegna, radunare dalla dispersione, condurre al pascolo, far riposare, cercare la pecora perduta, ricondurre quella smarrita, fasciare la ferita, curare la malata, avere cura, pascere. Tutti questi atteggiamenti sono diventati realtà in Gesù Cristo: Lui è davvero il “Pastore grande delle pecore e custode delle nostre anime” (cfr Eb 13,20; 1Pt 2,25).

E quanti nella Chiesa siamo chiamati ad essere pastori, non possiamo discostarci da questo modello, se non vogliamo diventare dei mercenari. A questo riguardo, il popolo di Dio possiede un fiuto infallibile nel riconoscere i buoni pastori e distinguerli dai mercenari.

Dopo la sua vittoria, cioè dopo la sua Risurrezione, come Gesù porta avanti il suo regno? L’apostolo Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, dice: «E’ necessario che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi» (15,25). E’ il Padre che a poco a poco sottomette tutto al Figlio, e al tempo stesso il Figlio sottomette tutto al Padre. Gesù non è un re alla maniera di questo mondo: per Lui regnare non è comandare, ma obbedire al Padre, consegnarsi a Lui, perché si compia il suo disegno d’amore e di salvezza. Così c’è piena reciprocità tra il Padre e il Figlio. Dunque il tempo del regno di Cristo è il lungo tempo della sottomissione di tutto al Figlio e della consegna di tutto al Padre. «L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte» (1 Cor 15,26). E alla fine, quando tutto sarà stato posto sotto la regalità di Gesù, e tutto, anche Gesù stesso, sarà stato sottomesso al Padre, Dio sarà tutto in tutti (cfr 1 Cor 15, 28).

Il Vangelo ci dice che cosa il regno di Gesù chiede a noi: ci ricorda che la vicinanza e la tenerezza sono la regola di vita anche per noi, e su questo saremo giudicati. E’ la grande parabola del giudizio finale di Matteo 25. Il Re dice: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (25,34-36). I giusti domanderanno: quando mai abbiamo fatto tutto questo? Ed Egli risponderà: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).

La salvezza non comincia dalla confessione della regalità di Cristo, ma dall’imitazione delle opere di misericordia mediante le quali Lui ha realizzato il Regno. Chi le compie dimostra di avere accolto la regalità di Gesù, perché ha fatto spazio nel suo cuore alla carità di Dio. Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore, sulla prossimità e sulla tenerezza verso i fratelli. Da questo dipenderà il nostro ingresso o meno nel regno di Dio, la nostra collocazione dall’una o dall’altra parte. Gesù, con la sua vittoria, ci ha aperto il suo regno, ma sta a ciascuno di noi entrarvi, già a partire da questa vita, facendoci concretamente prossimo al fratello che chiede pane, vestito, accoglienza, solidarietà. E se veramente ameremo quel fratello o quella sorella, saremo spinti a condividere con lui o con lei ciò che abbiamo di più prezioso, cioè Gesù stesso e il suo Vangelo!

Oggi la Chiesa ci pone dinanzi come modelli i nuovi Santi che, proprio mediante le opere di una generosa dedizione a Dio e ai fratelli, hanno servito, ognuno nel proprio ambito, il regno di Dio e ne sono diventati eredi. Ciascuno di essi ha risposto con straordinaria creatività al comandamento dell’amore di Dio e del prossimo. Si sono dedicati senza risparmio al servizio degli ultimi, assistendo indigenti, ammalati, anziani, pellegrini. La loro predilezione per i piccoli e i poveri era il riflesso e la misura dell’amore incondizionato a Dio. Infatti, hanno cercato e scoperto la carità nella relazione forte e personale con Dio, dalla quale si sprigiona il vero amore per il prossimo. Perciò, nell’ora del giudizio, hanno udito questo dolce invito: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo» (Mt 25,34).

Con il rito di canonizzazione, ancora una volta abbiamo confessato il mistero del regno di Dio e onorato Cristo Re, Pastore pieno d’amore per il suo gregge. Che i nuovi Santi, col loro esempio e la loro intercessione, facciano crescere in noi la gioia di camminare nella via del Vangelo, la decisione di assumerlo come la bussola della nostra vita. Seguiamo le loro orme, imitiamo la loro fede e la loro carità, perché anche la nostra speranza si rivesta di immortalità. Non lasciamoci distrarre da altri interessi terreni e passeggeri. E ci guidi nel cammino verso il regno dei Cieli la Madre, Maria, Regina di tutti i Santi. Amen.

La liturgia oggi ci invita a fissare lo sguardo su Gesù come Re dell’Universo. La bella preghiera del Prefazio ci ricorda che il suo regno è «regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace». Le Letture che abbiamo ascoltato ci mostrano come Gesù ha realizzato il suo regno; come lo realizza nel divenire della storia; e che cosa chiede a noi.

Anzitutto, come Gesù ha realizzato il regno: lo ha fatto con la vicinanza e la tenerezza verso di noi. Egli è il Pastore, di cui ci ha parlato il profeta Ezechiele nella prima Lettura (cfr 34,11-12.15-17). Tutto questo brano è intessuto di verbi che indicano la premura e l’amore del Pastore verso il suo gregge: cercare, passare in rassegna, radunare dalla dispersione, condurre al pascolo, far riposare, cercare la pecora perduta, ricondurre quella smarrita, fasciare la ferita, curare la malata, avere cura, pascere. Tutti questi atteggiamenti sono diventati realtà in Gesù Cristo: Lui è davvero il “Pastore grande delle pecore e custode delle nostre anime” (cfr Eb 13,20; 1Pt 2,25).

E quanti nella Chiesa siamo chiamati ad essere pastori, non possiamo discostarci da questo modello, se non vogliamo diventare dei mercenari. A questo riguardo, il popolo di Dio possiede un fiuto infallibile nel riconoscere i buoni pastori e distinguerli dai mercenari.

Dopo la sua vittoria, cioè dopo la sua Risurrezione, come Gesù porta avanti il suo regno? L’apostolo Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, dice: «E’ necessario che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi» (15,25). E’ il Padre che a poco a poco sottomette tutto al Figlio, e contemporaneamente il Figlio sottomette tutto al Padre, e alla fine anche sé stesso. Gesù non è un re alla maniera di questo mondo: per Lui regnare non è comandare, ma obbedire al Padre, consegnarsi a Lui, perché si compia il suo disegno d’amore e di salvezza. Così c’è piena reciprocità tra il Padre e il Figlio. Dunque il tempo del regno di Cristo è il lungo tempo della sottomissione di tutto al Figlio e della consegna di tutto al Padre. «L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte» (1 Cor 15,26). E alla fine, quando tutto sarà stato posto sotto la regalità di Gesù, e tutto, anche Gesù stesso, sarà stato sottomesso al Padre, Dio sarà tutto in tutti (cfr 1 Cor 15, 28).

Il Vangelo ci dice che cosa il regno di Gesù chiede a noi: ci ricorda che la vicinanza e la tenerezza sono la regola di vita anche per noi, e su questo saremo giudicati. Questo sarà il protocollo del nostro giudizio. E’ la grande parabola del giudizio finale di Matteo 25. Il Re dice: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (25,34-36). I giusti domanderanno: quando mai abbiamo fatto tutto questo? Ed Egli risponderà: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).

La salvezza non comincia dalla confessione della regalità di Cristo, ma dall’imitazione delle opere di misericordia mediante le quali Lui ha realizzato il Regno. Chi le compie dimostra di avere accolto la regalità di Gesù, perché ha fatto spazio nel suo cuore alla carità di Dio. Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore, sulla prossimità e sulla tenerezza verso i fratelli. Da questo dipenderà il nostro ingresso o meno nel regno di Dio, la nostra collocazione dall’una o dall’altra parte. Gesù, con la sua vittoria, ci ha aperto il suo regno, ma sta a ciascuno di noi entrarvi, già a partire da questa vita – il Regno incomincia adesso – facendoci concretamente prossimo al fratello che chiede pane, vestito, accoglienza, solidarietà, catechesi. E se veramente ameremo quel fratello o quella sorella, saremo spinti a condividere con lui o con lei ciò che abbiamo di più prezioso, cioè Gesù stesso e il suo Vangelo!

Oggi la Chiesa ci pone dinanzi come modelli i nuovi Santi che, proprio mediante le opere di una generosa dedizione a Dio e ai fratelli, hanno servito, ognuno nel proprio ambito, il regno di Dio e ne sono diventati eredi. Ciascuno di essi ha risposto con straordinaria creatività al comandamento dell’amore di Dio e del prossimo. Si sono dedicati senza risparmio al servizio degli ultimi, assistendo indigenti, ammalati, anziani, pellegrini. La loro predilezione per i piccoli e i poveri era il riflesso e la misura dell’amore incondizionato a Dio. Infatti, hanno cercato e scoperto la carità nella relazione forte e personale con Dio, dalla quale si sprigiona il vero amore per il prossimo. Perciò, nell’ora del giudizio, hanno udito questo dolce invito: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo» (Mt 25,34).

Con il rito di canonizzazione, ancora una volta abbiamo confessato il mistero del regno di Dio e onorato Cristo Re, Pastore pieno d’amore per il suo gregge. Che i nuovi Santi, col loro esempio e la loro intercessione, facciano crescere in noi la gioia di camminare nella via del Vangelo, la decisione di assumerlo come la bussola della nostra vita. Seguiamo le loro orme, imitiamo la loro fede e la loro carità, perché anche la nostra speranza si rivesta di immortalità. Non lasciamoci distrarre da altri interessi terreni e passeggeri. E ci guidi nel cammino verso il regno dei Cieli la Madre, Maria, Regina di tutti i Santi.

BEATIFICAZIONE DI PADRE KURIAKOSE ELIAS CHAVARA E DI SUOR
ALFONSA MUTTATHUPANDATHU NELLO STADIO NAHRU DI KOTTAYAM

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Sabato, 8 febbraio 1986

 

“Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra” (Mt 11, 25).  

Cari fratelli e sorelle.

1. Queste sono le parole di Gesù di Nazaret, ed egli si rallegrava nello Spirito Santo quando le pronunciò. Quanto sono piene di significato per noi oggi! “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli”. (Mt 11, 25)

Quali cose ha tenuto nascoste il Signore? Quali misteri ha rivelato? Davvero i più profondi, della sua vita divina, quelli noti qui sulla terra solo a lui, solo a Cristo stesso. Dice egli infatti: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11, 27).

E osservate, il Figlio rivela effettivamente queste cose. Allo stesso tempo egli rivela il Padre. Il Padre è rivelato attraverso il Figlio. E a chi rivela il Figlio queste cose? Le rivela a coloro che sceglie: “Perché così è piaciuto a te”, dice Gesù al Padre. Egli rivela queste cose ai piccoli.

2. Oggi, in questa sacra liturgia, desideriamo unirci in modo particolare a Cristo Signore. Insieme a lui desideriamo benedire il Padre per il particolare amore che ha dimostrato a un figlio e a una figlia della Chiesa in India. Rendiamo lode a Dio per le sue innumerevoli benedizioni nel corso della bimillenaria esistenza della Chiesa sul suolo indiano. Con Cristo glorifichiamo il Padre per l’amore che ha dimostrato ai piccoli del Kerala e di tutta l’India.

La Chiesa in tutto il mondo si rallegra con la Chiesa in India nel momento in cui padre Kuriakose Elias Chavara e suor Alfonsa dell’Immacolata Concezione vengono innalzati al rango di beati nella grande comunione dei santi. Quest’uomo e questa donna, entrambi membri della Chiesa siro-malabarese qui nel Kerala, hanno raggiunto grandi vette di santità attraverso la loro generosa cooperazione con la grazia di Dio. Ciascuno di essi possedeva un ardente amore di Dio, e tuttavia ciascuno ha seguito un cammino spirituale diverso.

3. Padre Kuriakose Elias Chavara nacque qui nel Kerala, e per quasi tutti i 65 anni della sua vita terrena operò generosamente per il rinnovamento e l’arricchimento della vita cristiana. Il suo profondo amore per Cristo lo colmò di zelo apostolico e lo rese particolarmente attento a promuovere l’unità della Chiesa. Con grande generosità collaborò con altri, in particolare fratelli sacerdoti e religiosi, nell’opera di salvezza.

Le numerose e fertili iniziative apostoliche in cooperazione coi padri Thomas Palackal e Thomas Porukara, padre Kuriakose fondò una Congregazione religiosa indiana maschile, ora nota col nome di Carmelitani di Maria Immacolata. Successivamente, con l’aiuto di un missionario italiano, padre Leopoldo Beccaro, fondò una Congregazione religiosa indiana femminile, la Congregazione della Madre del Carmelo. Queste Congregazioni crebbero e fiorirono, e le vocazioni religiose vennero meglio capite e apprezzate. Grazie agli sforzi comuni dei membri di nuove famiglie religiose, le sue speranze e opere vennero moltiplicate molte e molte volte.

La vita di padre Kuriakose, così come le vite di questi nuovi religiosi, furono dedicate al servizio della Chiesa siro-malabarese. Sotto la sua guida o ispirazione, vennero intraprese numerose iniziative apostoliche: istituzione di seminari per l’educazione e la formazione del clero, introduzione di ritiri annuali, una casa editrice di opere cattoliche, una casa di ricovero per gli indigenti e gli incurabili, scuole di istruzione generale e programmi per la formazione dei catecumeni. Egli diede un contributo alla liturgia siro-malabarese e diffuse la devozione alla santa Eucaristia e alla sacra Famiglia. In particolare, si dedicò all’incoraggiamento e al sostegno delle famiglie cristiane, convinto com’era del ruolo fondamentale della famiglia nella vita della società e della Chiesa.

Ma nessuna causa apostolica era più cara al cuore di questo grande uomo di fede che quella dell’unità e armonia in seno alla Chiesa. Era come se avesse sempre a mente la preghiera di Gesù, la sera prima del sacrificio sulla croce: “Perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola” (Gv 17, 21). Oggi la Chiesa ricorda solennemente con amore e gratitudine tutti i suoi sforzi per resistere alle minacce di disunione e per incoraggiare clero e fedeli a mantenere l’unità con la Sede di Pietro e la Chiesa universale. La sua riuscita in questo, come in tutte le sue molte iniziative, era indubbiamente dovuta all’intensa carità e preghiera che caratterizzarono la sua vita quotidiana, alla sua intima comunione con Cristo e al suo amore per la Chiesa quale corpo visibile di Cristo sulla terra.

4. Suor Alfonsa dell’Immacolata Concezione, nata un secolo dopo padre Elias Kuriakose, avrebbe servito con gioia il Signore con progetti apostolici simili. Ed effettivamente aveva una devozione personale per padre Kuriakose sin dagli inizi della sua vita religiosa. Ma per suor Alfonsa il cammino della santità fu chiaramente diverso. Fu la via della croce, la via della malattia e della sofferenza. Già in giovanissima età, suor Alfonsa desiderò servire il Signore come religiosa, ma non fu senza dure prove che riuscì alla fine a perseguire questo obiettivo. Quando ciò divenne possibile, si unì alla Congregazione delle Clarisse francescane. Per tutta la sua breve vita, di soli 36 anni, rese continuamente grazie a Dio per la gioia e il privilegio della propria vocazione religiosa, per la grazia dei voti di castità, povertà e obbedienza.

Sin dagli inizi della propria vita, suor Alfonsa conobbe grandi sofferenze. Col passare degli anni, il Padre celeste le diede una ancor più piena partecipazione alla passione del suo amato Figlio. Ricordiamo come essa provò non solo dolore fisico di grande intensità ma anche la sofferenza spirituale dell’essere incompresa ed erroneamente giudicata dagli altri. Tuttavia accettò costantemente tutte le sue sofferenze con serenità e fiducia in Dio, fermamente convinta che esse avrebbero purificato i suoi intenti, la avrebbero aiutata a vincere ogni egoismo, e l’avrebbero unita più intimamente al suo diletto sposo divino. Al suo direttore spirituale scriveva: “Caro padre, poiché il mio buon Signore Gesù mi ama tanto, desidero sinceramente rimanere su questo letto di malattia e soffrire non solo questo, ma anche qualsiasi altra cosa, anche sino alla fine del mondo. Capisco ora che Dio ha voluto che la mia vita fosse un’oblazione, un sacrificio di sofferenza” (20 novembre 1944). Giunse ad amare la sofferenza perché amava il Cristo sofferente. Imparò ad amare la croce attraverso il proprio amore per il Signore crocifisso.

5. Suor Alfonsa sapeva che attraverso le sue sofferenze partecipava all’apostolato della Chiesa; trovò gioia in esse offrendole tutte a Cristo. In questo modo, sembrò aver fatte proprie le parole di san Paolo: “Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1, 24).

Era stata dotata da Dio di un carattere affettuoso e allegro, con una capacità di gioire delle cose comuni e semplici. Il fardello della sofferenza umana, nemmeno l’incomprensione o l’altrui gelosia, non potevano estinguere la gioia del Signore che le colmava il cuore. In una lettera scritta poco prima di morire, in un momento d’intensa sofferenza fisica e mentale, diceva: “Mi sono data completamente a Gesù. Si compiaccia egli di curarsi di me. Il mio solo desiderio in questo mondo è di soffrire per amore di Dio e di rallegrarmi nel farlo” (febbraio 1946).

Sia padre Kuriakose che suor Alfonsa danno testimonianza della bellezza e della grandezza della vocazione religiosa. E vorrei cogliere quest’occasione per rivolgere in particolare i miei pensieri ai religiosi e alle religiose che sono qui presenti, nonché a tutti i religiosi dell’India.

Ognuno di coloro che sono stati battezzati in Cristo ha scoperto una “perla di grande valore” e un “tesoro” che vale tutti gli averi che si hanno (cf. Mt 13, 44-45). Poiché tutti i battezzati partecipano alla vita stessa della santissima Trinità e sono chiamati ad essere la “luce” e il “sale” del mondo (cf. Mt 5, 13-16). Tuttavia all’interno della grande famiglia della Chiesa, Dio nostro Padre chiama alcuni di voi a seguire Cristo più da vicino e a dedicare le vostre vite con una speciale consacrazione mediante la professione di castità, povertà e obbedienza. Voi, religiosi della Chiesa, date pubblica testimonianza del Vangelo e del primato dell’amore di Dio. Attraverso l’impegno permanente e la fedeltà perpetua ai vostri voti, cercate di crescere in unione con Cristo e di contribuire in modo peculiare alla vita e alla missione della Chiesa. E quale contributo vitale è il vostro!

In una ricca varietà di forme, vivete appieno la vostra consacrazione evangelica. Alcuni di voi hanno ascoltato la chiamata personale del Signore alla vita contemplativa, nella quale, benché nascosti agli occhi del mondo, offrite le vostre vite e preghiere, per il bene di tutta l’umanità. Altri sono stati chiamati a una vita apostolica attiva, nella quale servite nell’insegnamento, nel campo della salute, nel lavoro parrocchiale, nei ritiri, nelle opere di carità e in molte forme di attività pastorale.

In qualunque modo servite, cari fratelli e sorelle in Cristo, non dubitate mai del valore della vostra vita consacrata. Che il vostro servizio assomigli alle grandi iniziative apostoliche di padre Kuriakose, o che assuma la forma di sofferenza segreta come per suor Alfonsa, qualunque esso sia, è importante nella vita della Chiesa. Ricordate le parole di san Paolo, nella seconda lettura di oggi: “Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8, 28). Anche quando vi sentite scoraggiati o prostrati da mancanze o peccati personali, abbiate ancor più fiducia nell’amore di Dio per voi. Rivolgetevi a lui per averne misericordia, perdono e amore. Poiché, come dice san Paolo nella stessa lettera, “lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza” (Rm 8, 26). È in lui che troviamo la nostra forza, il nostro coraggio e la nostra gioia.

Senza il vitale contributo dei religiosi e delle religiose, la carità della Chiesa sarebbe sminuita, il suo dar frutti sarebbe di minore portata.

Così, prego perché la beatificazione di questi due religiosi esemplari dell’India vi dia rinnovato zelo nella vostra preziosa vocazione. Nel vostro amore per Cristo possiate essere ispirati dal loro fervore. E come loro possiate mantenere la semplicità dei “piccoli” del Vangelo. Siate puri di cuore e colmi di compassione. Siate sempre desiderosi di piacere al Signore. Poiché è ai piccoli che i misteri di Dio sono rivelati (cf. Mt 11, 25).

6. E ora, desidero salutare tutti coloro che sono venuti a Kottayam per questa celebrazione. Con rispetto e stima ringrazio tutti gli altri cristiani oltre che i nostri fratelli indù e musulmani e i seguaci delle altre religioni che oggi mi onorano con l’essere qui. Sono grato della presenza delle autorità civili e invoco su tutti benedizioni di gioia e di pace. Davvero straordinaria è questa giornata nella storia della Chiesa e della cristianità in terra indiana. Essa è anche importante nella storia del ministero pastorale del Vescovo di Roma, il successore di san Pietro. È la prima volta che egli ha avuto la gioia di innalzare alla gloria degli altari un figlio e una figlia della Chiesa in India, nella loro terra natia.

Pertanto cantiamo insieme al salmista nella liturgia di oggi.

Insieme rendiamo grazie: “È bello dar lode al Signore / e cantare al tuo nome, o Altissimo. / Poiché mi rallegri, Signore, con le tue meraviglie, / esulto per l’opera delle tue mani. / Come sono grandi le tue opere, Signore!” (Sal 92 [91], 2-6 a).

Davvero grandi sono le opere di Dio! E l’opera più grande di Dio sulla terra è l’uomo. La gloria di Dio è l’uomo pienamente vivo nella vita di Dio. La gloria di Dio è la santità di ciascuna persona e dell’intera Chiesa. La santità è opera della grazia divina. Quando la proclamiamo solennemente in mezzo al popolo di Dio in questa terra, rendiamo gloria all’Altissimo. Con le parole di sant’Agostino rendiamo lode a Dio dicendo: “Coronando i meriti, coroni i tuoi doni”.

7. Davvero straordinario questo giorno! Dice il profeta Isaia: “Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Is 55, 9).

Oggi ci è dato penetrare ancor più a fondo in questi pensieri divini. Ci è dato conoscere meglio le vie del Signore. E osservate, quali vie! Quali vie! Scrive l’Apostolo: “Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati, quelli che ha giustificati li ha anche glorificati” (Rm 8, 29-30).

Sono questi i pensieri divini. Sono queste le vie del Signore. Oggi ci è dato vedere come questi pensieri si adempiono nel beato Elias Kuriakose e nella beata suor Alfonsa. Oggi vediamo come queste vie di Dio conducono attraverso i loro cuori, attraverso il loro pellegrinaggio terreno alla gloria degli altari.

8. “Sì, o Padre”, dice Gesù, “perché così è piaciuto a te” (Mt 11, 26). E prosegue: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11, 28-30).

Così parla Gesù. E parla a ciascuno. Siamo chiamati alla santità. Siamo chiamati alla comunione con lui; col suo cuore, con la sua croce, con la sua gloria. Così parla Gesù. E insieme a Gesù il beato Kuriakose e la beata Alfonsa. I loro cuori sono uniti al Cuore del Divino Redentore e sono colmi d’amore per tutti i figli e le figlie della vostra terra benedetta. Amen.