Nazaria Ignazia di Santa Teresa di Gesù

Nazaria Ignazia di Santa Teresa di Gesù

(1889-1943)

Beatificazione:

- 27 settembre 1992

- Papa  Giovanni Paolo II

Canonizzazione:

- 14 ottobre 2018

- Papa  Francesco

- Piazza San Pietro

Ricorrenza:

- 6 luglio

Vergine, che, nata in Spagna ed emigrata con la famiglia in Messico, mossa da spirito missionario dedicò tutta se stessa all’evangelizzazione dei poveri in varie nazioni dell’America Latina e fondò l’Istituto delle Suore Missionarie Crociate della Chiesa

 

  • Biografia
  • Omelia
  • omelia di beatificazione
"Ti seguirò, Signore, il più da vicino che una creatura possa fare"

 

Nazaria Ignazia di Santa Teresa di Gesù, al secolo Nazaria Ignacia March Mesa nacque in Spagna il 10 gennaio del 1889.

La vigilia della Prima comunione sentì la chiamata dal Signore: «Nazaria, seguimi». Rispose: «Ti seguirò, Signore, il più da vicino che una creatura possa fare». Dotata di grandi qualità, diede vita con le sue compagne alle “Missionarie Nascoste”.

Nel 1906 si trasferì con la famiglia in Messico, dove entrò a far parte delle Sorelle degli Anziani Abbandonati. Anni dopo approdò a Oruro. Qui si sentì chiamata a una nuova vita missionaria, votata all’evangelizzazione, all’impegno per l’unità della Chiesa e all’estensione del Regno di Cristo.

Nel 1925 fondò le Missionarie Crociate della Chiesa.

«Questo è il nostro spirito: battagliero, fedele, coraggioso, tutto amore, amore soprattutto a Cristo ed in Cristo a tutti. Darsi ai poveri, incoraggiare i tristi, dare la mano a chi è caduto, insegnare alle figlie del popolo, condividere il pane con lui. Dare la vita ed essere tutto per Cristo, la Chiesa, le anime».

Morì a Buenos Aires il 6 luglio 1943. I suoi resti riposano ad Oruro. Fu beatificata da Giovanni Paolo II a Roma il 27 settembre 1992.

SANTA MESSA E CANONIZZAZIONE DEI BEATI:
PAOLO VI, OSCAR ROMERO, FRANCESCO SPINELLI, VINCENZO ROMANO, 
MARIA CATERINA KASPER, NAZARIA IGNAZIA DI SANTA TERESA DI GESÙ, NUNZIO SULPRIZIO

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Piazza San Pietro
Domenica, 14 ottobre 2018

 

La seconda Lettura ci ha detto che «la parola di Dio è viva, efficace e tagliente» (Eb 4,12). È proprio così: la Parola di Dio non è solo un insieme di verità o un edificante racconto spirituale, no, è Parola viva, che tocca la vita, che la trasforma. Lì Gesù in persona, Lui che è la Parola vivente di Dio, parla ai nostri cuori.

Il Vangelo, in particolare, ci invita all’incontro con il Signore, sull’esempio di quel «tale» che «gli corse incontro» (cfr Mc 10,17). Possiamo immedesimarci in quell’uomo, di cui il testo non dice il nome, quasi a suggerire che possa rappresentare ciascuno di noi. Egli domanda a Gesù come «avere in eredità la vita eterna» (v. 17). Chiede la vita per sempre, la vita in pienezza: chi di noi non la vorrebbe? Ma, notiamo, la chiede come un’eredità da avere, come un bene da ottenere, da conquistare con le sue forze. Infatti, per possedere questo bene ha osservato i comandamenti fin dall’infanzia e per raggiungere lo scopo è disposto a osservarne altri; per questo chiede: «Che cosa devo fare per avere?».

La risposta di Gesù lo spiazza. Il Signore fissa lo sguardo su di lui e lo ama (cfr v. 21). Gesù cambia prospettiva: dai precetti osservati per ottenere ricompense all’amore gratuito e totale. Quel tale parlava nei termini di domanda e offerta, Gesù gli propone una storia di amore. Gli chiede di passare dall’osservanza delle leggi al dono di sé, dal fare per sé all’essere con Lui. E gli fa una proposta di vita “tagliente”: «Vendi quello che hai e dallo ai poveri […] e vieni! Seguimi!» (v. 21). Anche a te Gesù dice: “vieni, seguimi!”. Vieni: non stare fermo, perché non basta non fare nulla di male per essere di Gesù. Seguimi: non andare dietro a Gesù solo quando ti va, ma cercalo ogni giorno; non accontentarti di osservare dei precetti, di fare un po’ di elemosina e dire qualche preghiera: trova in Lui il Dio che ti ama sempre, il senso della tua vita, la forza di donarti.

Ancora Gesù dice: «Vendi quello che hai e dallo ai poveri». Il Signore non fa teorie su povertà e ricchezza, ma va diretto alla vita. Ti chiede di lasciare quello che appesantisce il cuore, di svuotarti di beni per fare posto a Lui, unico bene. Non si può seguire veramente Gesù quando si è zavorrati dalle cose. Perché, se il cuore è affollato di beni, non ci sarà spazio per il Signore, che diventerà una cosa tra le altre. Per questo la ricchezza è pericolosa e – dice Gesù – rende difficile persino salvarsi. Non perché Dio sia severo, no! Il problema è dalla nostra parte: il nostro troppo avere, il nostro troppo volere ci soffocano, ci soffocano il cuore e ci rendono incapaci di amare. Perciò San Paolo ricorda che «l’avidità del denaro è la radice di tutti i mali» (1 Tm 6,10). Lo vediamo: dove si mettono al centro i soldi non c’è posto per Dio e non c’è posto neanche per l’uomo.

Gesù è radicale. Egli dà tutto e chiede tutto: dà un amore totale e chiede un cuore indiviso. Anche oggi si dà a noi come Pane vivo; possiamo dargli in cambio le briciole? A Lui, fattosi nostro servo fino ad andare in croce per noi, non possiamo rispondere solo con l’osservanza di qualche precetto. A Lui, che ci offre la vita eterna, non possiamo dare qualche ritaglio di tempo. Gesù non si accontenta di una “percentuale di amore”: non possiamo amarlo al venti, al cinquanta o al sessanta per cento. O tutto o niente.

Cari fratelli e sorelle, il nostro cuore è come una calamita: si lascia attirare dall’amore, ma può attaccarsi da una parte sola e deve scegliere: o amerà Dio o amerà la ricchezza del mondo (cfr Mt 6,24); o vivrà per amare o vivrà per sé (cfr Mc 8,35). Chiediamoci da che parte stiamo. Chiediamoci a che punto siamo nella nostra storia di amore con Dio. Ci accontentiamo di qualche precetto o seguiamo Gesù da innamorati, veramente disposti a lasciare qualcosa per Lui? Gesù interroga ciascuno di noi e tutti noi come Chiesa in cammino: siamo una Chiesa che soltanto predica buoni precetti o una Chiesa-sposa, che per il suo Signore si lancia nell’amore? Lo seguiamo davvero o ritorniamo sui passi del mondo, come quel tale? Insomma, ci basta Gesù o cerchiamo tante sicurezze del mondo? Chiediamo la grazia di saper lasciare per amore del Signore: lasciare ricchezze, lasciare nostalgie di ruoli e poteri, lasciare strutture non più adeguate all’annuncio del Vangelo, i pesi che frenano la missione, i lacci che ci legano al mondo. Senza un salto in avanti nell’amore la nostra vita e la nostra Chiesa si ammalano di «autocompiacimento egocentrico» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 95): si cerca la gioia in qualche piacere passeggero, ci si rinchiude nel chiacchiericcio sterile, ci si adagia nella monotonia di una vita cristiana senza slancio, dove un po’ di narcisismo copre la tristezza di rimanere incompiuti.

Fu così per quel tale, che – dice il Vangelo – «se ne andò rattristato» (v. 22). Si era ancorato ai precetti e ai suoi molti beni, non aveva dato il cuore. E, pur avendo incontrato Gesù e ricevuto il suo sguardo d’amore, se ne andò triste. La tristezza è la prova dell’amore incompiuto. È il segno di un cuore tiepido. Invece, un cuore alleggerito di beni, che libero ama il Signore, diffonde sempre la gioia, quella gioia di cui oggi c’è grande bisogno. Il santo Papa Paolo VI scrisse: «È nel cuore delle loro angosce che i nostri contemporanei hanno bisogno di conoscere la gioia, di sentire il suo canto» (Esort. ap. Gaudete in Domino, I). Gesù oggi ci invita a ritornare alle sorgenti della gioia, che sono l’incontro con Lui, la scelta coraggiosa di rischiare per seguirlo, il gusto di lasciare qualcosa per abbracciare la sua via. I santi hanno percorso questo cammino.

L’ha fatto Paolo VI, sull’esempio dell’Apostolo del quale assunse il nome. Come lui ha speso la vita per il Vangelo di Cristo, valicando nuovi confini e facendosi suo testimone nell’annuncio e nel dialogo, profeta di una Chiesa estroversa che guarda ai lontani e si prende cura dei poveri. Paolo VI, anche nella fatica e in mezzo alle incomprensioni, ha testimoniato in modo appassionato la bellezza e la gioia di seguire Gesù totalmente. Oggi ci esorta ancora, insieme al Concilio di cui è stato il sapiente timoniere, a vivere la nostra comune vocazione: la vocazione universale alla santità. Non alle mezze misure, ma alla santità. È bello che insieme a lui e agli altri santi e sante odierni ci sia Mons. Romero, che ha lasciato le sicurezze del mondo, persino la propria incolumità, per dare la vita secondo il Vangelo, vicino ai poveri e alla sua gente, col cuore calamitato da Gesù e dai fratelli. Lo stesso possiamo dire di Francesco Spinelli, di Vincenzo Romano, di Maria Caterina Kasper, di Nazaria Ignazia di Santa Teresa di Gesù e anche del nostro ragazzo abruzzese-napoletano, Nunzio Sulprizio: il santo giovane, coraggioso, umile che ha saputo incontrare Gesù nella sofferenza, nel silenzio e nell'offerta di sé stesso. Tutti questi santi, in diversi contesti, hanno tradotto con la vita la Parola di oggi, senza tiepidezza, senza calcoli, con l’ardore di rischiare e di lasciare. Fratelli e sorelle, il Signore ci aiuti a imitare i loro esempi.

CREAZIONE DI VENTUNO NUOVI BEATI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Piazza San Pietro - Domenica, 27 settembre 1992

 

1. “Loda il Signore, anima mia!” (Sal resp.).

L’invito della Liturgia trova oggi in noi, raccolti nel solenne scenario di questa piazza, una risposta particolarmente pronta e gioiosa. Come non lodare il Signore davanti allo spettacolo esaltante dei nuovi Beati? Di questi uomini e di queste donne, che hanno reso coraggiosamente la loro testimonianza a Cristo, meritando di essere proposti dalla Chiesa all’ammirazione e all’imitazione di tutti i fedeli? Ciascuno di loro può ripetere con Isaia: “Lo spirito del Signore Dio è su di me” (Is 61, 1): lo Spirito del Cristo risorto, che, nel succedersi dei secoli, continua a vivere e a operare nei credenti, per sospingerli verso la piena attuazione del messaggio evangelico. “Lo spirito del Signore è su di me”: consapevoli di ciò, i nuovi Beati hanno sempre contato sull’aiuto di Dio, sforzandosi di “tendere alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza” (1 Tm 6, 11), così da “conservare senza macchia e irreprensibile il comandamento” (1 Tm 6, 14). Hanno offerto se stessi a Dio e al prossimo nel martirio e nella verginità consacrata. La Chiesa è oggi lieta di riconoscere che questi suoi figli “hanno combattuto la buona battaglia della fede” ed “hanno raggiunto la vita eterna” (1 Tm 6, 12).

 2. “My soul, give praise to the Lord”. 

And how can we fail to sing the praises of the seventeen Irish Martyrs being beatified today? Dermot O’Hurley, Margaret Bermingham Ball, Francis Taylor and their fourteen companions were faithful witnesses who remained steadfast in their allegiance to Christ and his Church to the point of extreme hardship and the final sacrifice of their lives.

All sectors of God’s people are represented among these seventeen Servants of God: Bishops, priests both secular and religious, a religious brother and six lay people, including Margaret Bermingham Ball, a woman of extraordinary integrity who, together with the physical trials she had to endure, underwent the agony of being betrayed through the complicity of her own son.

We admire them for their personal courage. We thank them for the example of their fidelity in difficult circumstances, a fidelity which is more than an example: it is a heritage of the Irish people and a responsibility to be lived up to in every age.

In a decisive hour, a whole people chose to stand firmly by its covenant with God: “All the words which the Lord has spoken we will do”.  Along with Saint Oliver Plunkett, the new Beati constitute but a small part of the host of Irish Martyrs of Penal Times. The religious and political turmoil through which these witnesses lived was marked by grave intolerance on every side. Their victory lay precisely in going to death with no hatred in their hearts. They lived and died for Love. Many of them publicly forgave all those who had contributed in any way to their martyrdom.

The Martyrs’ significance for today lies in the fact that their testimony shatters the vain claim to live one’s life or to build a model of society without an integral vision of our human destiny, without reference to our eternal calling, without transcendence. The Martyrs exhort succeeding generations of Irish men and women: “Fight the good fight of the faith; take hold of the eternal life to which you were called . . . keep the commandment unstained and free from reproach until the appearing of our Lord Jesus Christ”. 

To the Martyrs’ intercession I commend the whole people of Ireland: their hopes and joys, their needs and difficulties. May everyone rejoice in the honour paid to these witnesses to the faith. God sustained them in their trials. He comforted them and granted them the crown of victory. May he also sustain those who work for reconciliation and peace in Ireland today!

Blessed Irish Martyrs, intercede for the beloved Irish people!

Ecco le parole del Papa in una nostra traduzione in lingua italiana.

2. “Loda il Signore, anima mia!” (Sal 145, 1). Come potremmo non lodare i pregi dei diciassette Martiri Irlandesi che oggi vengono beatificati? Dermot O’Hurley, Margareth Bermingham Ball, Francis Taylor e i loro quattordici compagni furono fedeli testimoni e rimasero saldi nella loro devozione a Cristo e alla sua Chiesa a costo di atroci sofferenze e del sacrificio estremo della vita.

I diciassette Servi di Dio rappresentano tutti i settori del popolo di Dio: Vescovi, sacerdoti secolari e religiosi, un fratello religioso, sei laici e Margareth Bermingham Ball, una donna di straordinaria integrità morale che oltre alle torture fisiche dovette sopportare il tradimento del proprio figlio.

Noi ammiriamo i nuovi Beati per il loro coraggio. Li ringraziamo per la loro fedeltà in circostanze difficili, una fedeltà che è più di un esempio: è un’eredità per il popolo Irlandese e una responsabilità che va vissuta in ogni epoca”.

In un momento decisivo, tutte queste persone scelsero di rispettare il loro patto con Dio: “Tutti i comandi che ha dati il Signore, noi li eseguiremo!” (Es 24, 3). Insieme a S. Oliver Plunkett, i nuovi Beati sono solo alcuni della moltitudine di Martiri Irlandesi dell’Epoca Penale. L’epoca di confusione religiosa e politica in cui vissero questi testimoni fu caratterizzata da gravi intolleranze da più parti. La loro vittoria consiste proprio nell’aver affrontato la morte senza rancore nel cuore. Vissero e morirono per Amore. Molti di loro perdonarono pubblicamente tutte le persone che avevano in qualche modo contribuito al martirio.

Il significato dei Martiri oggi sta nel fatto che la loro testimonianza vanifica la pretesa di vivere egoisticamente o di costruire un modello di società priva di una visione integrale del nostro destino umano, senza riferimento alla nostra eterna chiamata, senza trascendenza. I Martiri esortano le future generazioni di uomini e donne Irlandesi: “Combatti la buona battaglia della fede; cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato . . . conserva senza macchia irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo” (1 Tm 6, 12-14).

Affido all’intercessione dei Martiri tutto il popolo d’Irlanda: le sue speranze e le sue gioie, le sue necessità e difficoltà. Che ognuno possa gioire dell’onore offerto a questi testimoni della fede. Dio li ha sostenuti nelle sofferenze, ha offerto loro il conforto e la corona della vittoria. Possa Dio sostenere coloro che oggi operano per la riconciliazione e la pace in Irlanda! Beati Martiri d’Irlanda, intercedete per l’amato popolo Irlandese!

3. La liturgie de ce dimanche nous fait aussi entendre une nouvelle fois l’appel du prophète Isaïe: “Aller porter la bonne nouvelle aux pauvres”.  Cet appel, Mère Françoise de Sales Aviat l’a reçu et elle a consacré sa vie à l’éducation de jeunes ouvrières de France, en se mettant au service de son prochain, comme l’Église le lui avait appris. Elle l’a fait dans un esprit de détachement exemplaire, selon sa devise: “M’oublier entièrement”.

Sa Congrégation peut être heureuse d’avoir eu pour fondatrice une femme qui, à l’école de saint François de Sales, sut remettre sa vie quotidienne entre les mains de Dieu, dans une confiance sereine, en disant qu’il fallait “tout faire avec Dieu et rien sans Lui”. Cette confiance lui permit de traverser les épreuves qui ne lui furent pas épargnées. Comment ne pas rendre grâce pour le témoignage qu’elle nous laisse? L’union au Sacrifice rédempteur du Christ par la pratique quotidienne du renoncement à soi-même, telle est l’orientation centrale de Mère Aviat au cours de son existence. Son seul désir: être, comme elle dit, “le petit instrument de Dieu”.

Puisse-t-elle nous remplir d’ardeur et de courage, chacun de nous et vous surtout, les Oblates de saint François de Sales, ses filles spirituelles, pour le témoignage que le Christ demande aujourd’hui!

Ecco le parole del Papa in una nostra traduzione in lingua italiana.

3. La liturgia di questa domenica ci ha fatto anche ascoltare ancora una volta l’appello del profeta Isaia: andate “a portare il lieto annuncio ai poveri” (Is 61, 1). Questo appello è stato accolto da Madre Françoise di Sales Aviat che ha consacrato tutta la sua vita all’educazione delle giovani operaie della Francia, mettendosi al servizio del suo prossimo, come le aveva insegnato la Chiesa. Essa l’ha fatto con un spirito di distacco esemplare, secondo il suo motto “dimenticarmi completamente”.

La sua Congregazione può essere felice di aver avuto come fondatrice una donna che, sull’insegnamento di San Francesco di Sales, ha saputo mettere la sua vita quotidiana nelle mani di Dio, con serena fiducia, dicendo che bisognava “fare tutto con Dio e niente senza di Lui”. Questa fiducia le permette di superare le prove che non le furono risparmiate. Come non rendere grazie per la testimonianza che essa ci lascia? L’unione al Sacrificio redentore di Cristo attraverso la pratica quotidiana della rinuncia a se stessa, questo è l’orientamento centrale della vita di Madre Aviat. Il suo unico desiderio: essere, come diceva, “il piccolo strumento di Dio”.

Che Madre Aviat possa colmare di ardore e coraggio ciascuno di noi e voi soprattutto, le Oblate di San Francesco di Sales, sue figlie spirituali, per la testimonianza che Cristo ci chiede oggi.

4. “Combate el buen combate de la fe”, nos exhorta la segunda lectura, y añade: “Conquista la vida eterna a la que fuiste llamado, y de la que hiciste noble profesión ante muchos testigos”. 

Con gran gozo podemos proclamar hoy que los tres nuevos Beatos, nacidos en España, encarnaron en su vida estas palabras de san Pablo.

Las encarnó el Beato Rafael Arnáiz Barón, en su vida monástica breve pero intensa como Trapense, siendo ejemplo, sobre todo para los jóvenes, de una respuesta amorosa e incondicional a la llamada divina. “¡Sólo Dios!”, repite con frecuencia en sus escritos espirituales.

Las encarnó, igualmente, la Beata Nazaria Ignacia de Santa Teresa March Mesa, como atraída en su interior por el mensaje del profeta Isaías, que hemos escuchado: “El Señor . . . me ha enviado . . . para vendar los corazones desgarrados”.  Movida por esta ansia apostólica, fundó en Bolivia las Misioneras Cruzadas de la Iglesia, con las cuales se propuso “bajar a la calle” para encontrar a los hombres, solidarizarse con ellos, ayudarles, sobre todo si esos hermanos estaban cubiertos por las llagas de las necesidades materiales, como el pobre Lázaro del Evangelio,  pero principalmente para llevarlos a Dios.

Finalmente, encarnó estas mismas palabras la Beata María Josefa del Corazón de Jesús Sancho de Guerra. Tocada íntimamente por la afirmación del Señor: “Estuve enfermo y me visitasteis . . . Cuanto hicisteis a uno de estos hermanos míos más pequeños, a mí me lo hicisteis”,  fundó las Siervas de Jesús de la Caridad, confiándoles la misión de descubrir el rostro de Cristo en tantos hermanos y hermanas, solos y enfermos, y aliviándolos con el ungüento del amor fraterno.

La beatificación de estos tres hijos predilectos de la Iglesia de España es motivo de profunda acción de gracias a Dios. La vida del Hermano Rafael es ejemplo de fidelidad para vosotros, queridos Monjes Trapenses, y para las almas llamadas a la vida contemplativa. En la vigilia del V Centenario de la Evangelización de América son muy expresivas, no sólo para sus Hijas sino para todos, las palabras de la Madre Nazaria Ignacia: “En amar y cooperar con la Iglesia en su obra de predicar el Evangelio a toda criatura, está nuestra vida, el ser lo que somos”. El amor preferencial de la Iglesia por los que sufren en el cuerpo o en el espíritu es el carisma que la Madre María Josefa ha dejado a las Siervas de Jesús de la Caridad, pero también a cuantos quieran dedicar su vida a enjugar las lágrimas de nuestros hermanos más necesitados.

Ecco le parole del Papa in una nostra traduzione in lingua italiana.

4. “Combatti la buona battaglia della fede”, ci esorta la seconda lettura, e aggiunge: “Cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni” (1 Tm 6, 12).

È con grande gioia che possiamo proclamare oggi che i tre nuovi Beati nati in Spagna incarnarono nella loro vita queste parole di San Paolo. Le incarnò il Beato Rafael Arnáiz Barón, nella sua vita monastica breve ma intensa come Trappista, essendo un esempio, soprattutto per i giovani, di una risposta amorosa e incondizionata alla chiamata di Dio. “Solo Dio!”, ripete spesso nei suoi scritti spirituali.

Le ha incarnate anche la Beata Nazaria Ignacia di Santa Teresa March Mesa, attratta interiormente dal messaggio del profeta Isaia che abbiamo ascoltato: “Il Signore . . . mi ha mandato . . . a fasciare le piaghe dei cuori spezzati” (Is 61, 1). Mossa dall’ansia apostolica, fondò in Bolivia le Missionarie Crociate della Chiesa, con cui si propose di “scendere in strada” per incontrare gli uomini, solidarizzare con essi, aiutarli, soprattutto se quei fratelli erano affetti dalle piaghe dei bisogni materiali, come il povero Lazzaro del Vangelo (cf. Lc 16, 21), ma principalmente per avvicinarli a Dio.

Infine incarnò queste stesse parole la Beata Maria Josefa del Corazon de Jesus Sancho de Guerra. Toccata nell’intimo dall’affermazione del Signore: “Ero . . . malato e mi avete visitato . . . ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me” (Mt 25, 36-40), fondò le Serve di Gesù della Carità, affidando loro il compito di riscoprire il volto di Cristo in tanti fratelli e sorelle, soli e malati, alleviandoli con l’unguento dell’amore fraterno.

La beatificazione di questi tre figli prediletti della Chiesa di Spagna è motivo di un profondo atto di ringraziamento a Dio. La vita del fratello Rafael costituisce un esempio di fedeltà per voi, cari Monaci Trappisti, e per le anime chiamate alla vita contemplativa. Alla vigilia del V Centenario dell’Evangelizzazione dell’America le parole di Madre Nazaria Ignacia acquistano un significato particolare, non solo per le sue Figlie, ma per tutti: “nell’amare e cooperare con la Chiesa nella sua opera di predicare il Vangelo a ogni creatura, sta la nostra vita, l’essere ciò che siamo”. L’amore preferenziale della Chiesa per coloro che soffrono nel corpo o nello spirito è il carisma che Madre Maria Josefa ha lasciato alle Serve di Gesù della Carità, ma anche a quanti desiderano dedicare la propria vita ad asciugare le lacrime dei nostri fratelli più bisognosi.

5. “Il Signore è fedele per sempre, rende giustizia agli oppressi” (Sal. resp.): questo proclamano oggi, davanti a noi, i Beati Martiri irlandesi, invitandoci alla fiducia in ogni circostanza.

“Il Signore ridona la vista ai ciechi, il Signore rialza chi è caduto” (Ivi): è la certezza che ha confortato la Beata Françoise, spingendola a farsi “strumento di Dio” per riaccendere la luce della speranza in tanti cuori sfiduciati e stanchi.

“Egli sostiene l’orfano e la vedova, ma sconvolge le vie degli empi” (Ivi): non ne hanno mai dubitato le Beate Nazaria Ignacia e Maria Josefa nel loro generoso spendersi per il sollievo del prossimo più povero e abbandonato.

“Il Signore regna per sempre, il tuo Dio, o Sion, per ogni generazione” (Ivi): è lo speciale messaggio che consegna a tutti noi il Beato Rafael, che nella contemplazione amorosa di Dio ha trovato e attuato il senso pieno della propria vita.

“Il Signore regna per sempre . . .”.

Regna, o Signore, sui popoli che si onorano di aver dato i natali ai nuovi Beati! Regna su tutti i popoli della terra!

Per la preghiera di questi celesti intercessori, fa’ che le nuove generazioni sappiano emularne l’esempio e portare la luce del tuo Vangelo oltre la soglia del nuovo millennio cristiano.

Amen!