Conclusione al Convegno del Dicastero "La santità nella storia"

 

Rendere credibile la santità di Dio e della Chiesa

Conclusione al Convegno 2026 del Dicastero delle Cause dei Santi

 

Giunti al termine del nostro Convegno è mio compito aggiungere alcune parole di conclusione. La prima è per confermare, per tutti noi che svolgiamo in vario modo un qualche servizio nelle “Cause dei Santi”, l’importanza dell’argomento trattato. Scopo del nostro Dicastero, infatti, non è solo ricostruire alcune singolari esistenze, ma anche comprendere come, in una determinata stagione della storia, il Vangelo abbia preso in esse una forma tale renderle testimonianza credibile della santità di Dio e della Chiesa.

Tornerò fra poco su questa duplice finalità, ma vorrei anzitutto ricordare una frase di Leone XIV che fin dal principio è stata citata nel nostro Convegno ed è che «i santi fanno la storia». Il Papa lo disse concludendo l’omelia della scorsa Messa Crismale (2 aprile 2026). Oggi, poi, giunto al termine della sua allocuzione ha sottolineato che la presenza e la testimonianza dei santi ha trasformato la storia e aggiunto che «la storia del mondo senza i santi e le sante sarebbe immensamente più povera, cioè meno umana». Poiché, poi, come diceva nel Medioevo una massima della cabala: omne trinum est perfectum, cito quello che, durante il suo recente viaggio apostolico in Francia, ancora il Papa, dopo aver nominato alcuni santi e sante, aggiunse: «questi santi hanno cambiato la storia, facendo passare molti dalla sofferenza alla speranza, perché hanno cambiato anzitutto il proprio cuore, trasformandolo alla luce della fede»[1].

Di santi che han cambiato la storia si è parlato nella “tavola rotonda” di ieri pomeriggio. Mentre ascoltavo gli interventi, i cui contenuti hanno di certo coinvolto tutti al punto da farci spesso sorridere, mi è tornata alla memoria una breve lirica francese sulla pace: La ronde autour du monde, musicata e cantata in lingua italiana nel 1966 da Sergio Endrigo.[2] Il canto (Girotondo intorno al mondo) dice: «se tutta la gente si desse la mano, se il mondo, veramente, si desse una mano allora si farebbe un girotondo intorno al mondo, intorno al mondo». In questi giorni noi, tenendoci la mano, abbiamo fatto qualcosa di simile: siamo idealmente andati nei vari continenti e regioni per vedere i santi che hanno cambiato la storia e conoscere la “verità” della loro storia …

Abbiamo pure osservato i vari momenti della storia e le diverse tipologie della santità. In questo pomeriggio la prof. Marta Margotti, a proposito di storicizzazione dei processi per la beatificazione e canonizzazione, ha approfondito il tema della “santità sociale” emerso tra la fine del XVIII e il XIX secolo. Considerando tutto questo, nella mia memoria tornavano alcuni passaggi del Vaticano II, dove s’insegna che «tutti coloro che credono nel Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità … Nei vari generi di vita e nei vari compiti una unica santità è coltivata … Tutti quelli che credono in Cristo saranno quindi ogni giorno più santificati nelle condizioni, nei doveri o circostanze che sono quelle della loro vita, e per mezzo di tutte queste cose, se le ricevono con fede dalla mano del Padre celeste e cooperano con la volontà divina, manifestando a tutti, nello stesso servizio temporale, la carità con la quale Dio ha amato il mondo» (Lumen gentium, nn. 40-41).

Abbiamo pure ascoltato come la testimonianza della santità ci giunge attraverso vie molteplici e diverse: dagli antichi codici e dai Bollandisti sino ai racconti, ai film, ai canali di internet … Di questa via, in particolare, stamane ci sono stati segnalati le opportunità e i rischi; i richiami alla prudenza, alla saggezza, però, valgono sempre e per tutto. Arte, narrativa, impegno sociale … veicolano la testimonianza della santità.

Abbiamo pure ascoltato l’espressione di J.F. Kennedy, quando in un suo famoso discorso del 1958 disse che gli USA sono un popolo di migranti: mi ha fa un certo effetto risentirla oggi! Intanto mi è tornato alla memoria Deut 10,19, che dice: «Amate il forestiero, perché anche voi foste forestieri nella terra d’Egitto». Nella mente, però, risuonano confortanti anche i passi di Lumen gentium, dove si legge che la Chiesa di Cristo è «il nuovo Israele dell’era presente, che cammina alla ricerca della città futura e permanente … Dovendosi essa estendere a tutta la terra, entra nella storia degli uomini, benché allo stesso tempo trascenda i tempi e i confini dei popoli, e nel suo cammino attraverso le tentazioni e le tribolazioni è sostenuta dalla forza della grazia di Dio che le è stata promessa dal Signore, affinché per la umana debolezza non venga meno alla perfetta fedeltà ma permanga degna sposa del suo Signore, e non cessi, con l’aiuto dello Spirito Santo, di rinnovare se stessa, finché attraverso la croce giunga alla luce che non conosce tramonto» (n. 9).

Sono questi, mi pare di poterli così riassumere, i tanti, suggestivi temi che ci hanno accompagnato nelle riflessioni di questo Convegno. Per questo sento di dovere dire grazie ai Relatori e a tutti gli altri. Non mi dilungo perché lo ha già fatto stamane il Papa. Aggiungo soltanto: ipse dixit! autòs épha! Ma grazie – e lo dico pure a nome di tutti voi – anzitutto al Papa, che stamane ci ha accolti, visibilmente contento per il nostro caldo saluto; ci ha rivolto la sua parola e ha invocato su di noi la benedizione del Signore.

Prima di chiudere debbo, però, spiegare perché all’inizio ho detto che il Vangelo ha preso nei santi una forma tale rendere credibile la santità di Dio e della Chiesa. La prof. Alessandra Bartolomei Romagnoli stamane ha detto che i santi sono un canale mediante il quale Dio fa irruzione nella storia. Per trascurare il mio antico lavoro di ecclesiologo, a questo vorrei aggiungere che i santi sono pure i luoghi in cui la Chiesa si riconosce come santa: essa lo dice sì, nel Simbolo di fede, ma tale si scopre proprio nei santi!

M’introduco con ciò che, a proposito della santità della Chiesa, disse san Paolo VI nell’udienza generale del 20 ottobre 1965. Egli parlò del «confronto stridente fra la santità, che la Chiesa predica e che dovrebbe essere sua, e la sua condizione effettiva, quello che suscita ironia, antipatia e scandalo verso la Chiesa». Concluse con queste parole: «Affinché la Chiesa sia santa, noi, noi dobbiamo essere santi, cioè veramente suoi figli degni, forti e fedeli».

Vorrei cercare di spiegarlo con ciò che pochi anni prima Karl Rahner aveva scritto in un suo saggio intitolato Vom Glauben inmitten der Welt.[3] La sua tesi fondamentale è che la venerazione dei santi è parte essenziale della realizzazione dell’esistenza della Chiesa. Questo lo motiva sottolineando che l’affermazione di fede: la Chiesa è santa, non è per nulla una dichiarazione di orgoglio, bensì la proclamazione che «Dio ha veramente salvato, ha veramente effuso il suo Spirito, ha veramente compiuto cose mirabili per i peccatori, ha veramente fatto risplendere la sua luce nelle tenebre». Dichiarare la santità della Chiesa è, dunque, lodare Dio e ringraziarlo in tutti i tempi per il suo amore misericordioso. La Chiesa, però, non può limitarsi a questo. Per potere completamente dichiarare la sua santità essa ha bisogno di convalidare la confessione di fede con l’esaltazione di santi bene individuabili, a cominciare da Maria e dagli Apostoli. In breve, la Chiesa non potrebbe essere ciò che deve essere se non avesse i suoi santi: i santi canonizzati, infatti, sono «per così dire, i modi ufficiali della scoperta che la Chiesa fa di se stessa, modi storicamente realizzati, palesi e chiari … Nella maggior parte dei casi la santità si compie in silenzio, nella naturalezza e nella totale rinuncia a se stesso, cosicché anche la destra della Chiesa non sa ciò che fa la sinistra. Ma poiché la Chiesa deve sapere che essa rimane sempre la santa attraverso tutti i tempi e che in essa rifulge la grazia di Dio, deve anche conoscere espressamente alcuni santi, anche se è possibile che essa non conosca affatto molte delle sue più grandi glorie».

Nella sua Prolusione il prof. Rusconi ha citato Albino Luciani, che nell’omelia per la festa dell’Epifania del 1973 disse: «la santità vissuta è molto più estesa della santità proclamata ufficialmente». Lo ripeto anch’io in conclusione, completando la citazione: «Il papa canonizza, è vero, solo santi autentici, ma non pretende, né potrebbe, canonizzare tutti i santi esistenti, ma sconosciuti. E se noi facciamo qui in terra una specie di selezione, Dio non la fa in cielo; arrivando in paradiso, troveremo probabilmente mamme, operai, professionisti, studenti collocati più in su dei santi ufficiali, che veneriamo in terra»[4].

 

Roma, Istituto Patristico Augustinianum, 21 ottobre 2026

 

Marcello Card. Semeraro

 

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[1] Veglia di preghiera con i giovani allo “Stade de France” di Saint-Denis, venerdì 25 settembre 2026.

[2] La breve lirica è di Paul Fort (1872 - 1960), che la scrisse ispirandosi al romanzo Les cloches de Bâlee (1934) di Louis Aragon.

[3] L’opera è del 1961; in ed.it. La fede in mezzo al mondo, Paoline, Alba 1963; per quanto segue cf. le  pp. 83-98 passim.

[4] Opera Omnia, VI, Messaggero, Padova 2011, p. 16.