Introduzione al Convegno del Dicastero "La santità nella storia"

 

La santità nella storia

Introduzione al Convegno dell'anno 2026 del Dicastero delle Cause dei Santi

 

Rivolgo a tutti voi un saluto cordiale e fraterno, accompagnato dal ringraziamento per avere accolto l’invito del nostro Dicastero a partecipare a questo Convegno, il quinto fra quelli organizzati negli ultimi anni, dei quali sono pubblici gli Atti; fra questi è “fresco di stampa” quello del 2025 dedicato a La mistica. I fenomeni mistici e la santità. Un saluto particolare lo rivolgo agli Ill.mi Relatori, che ci accompagneranno in queste tre giornate, a cominciare dal professor Roberto Rusconi, che ha generosamente accettato di offrirci la Prolusione. Il mio grazie si estende fin d’ora a quanti, con il loro contributo e la loro collaborazione, renderanno possibile il buon esito del presente incontro, che mi piace paragonare all’inaugurazione di un anno accademico, pur nella consapevolezza che si tratta soltanto di un’analogia. Sta il fatto che anche per noi il periodo estivo ha rappresentato una pausa che, almeno in parte, ha alleggerito il ritmo ordinario delle attività, ormai già riprese con regolarità, a cominciare dalle riunioni delle riunioni Ordinarie dei Cardinali e Vescovi del Dicastero. Ritrovarci ufficialmente agli inizi di un nuovo percorso costituisce, allora, un incoraggiamento, che sarà ulteriormente rafforzato dalla parola e dalla benedizione del Santo Padre. Mercoledì prossimo, 21 ottobre 2026, alle ore 9,00, infatti, egli ci riceverà nella “Sala Clementina” del Palazzo Apostolico per l’udienza programmata. A lui giunga fin d’ora il nostro saluto riconoscente e il nostro filiale augurio.

 

La santità nella trama della storia»

Vorrei, ora, condividere con voi alcune considerazioni introduttive sul tema che ci riunisce quest’anno: La santità nella storia. Si tratta di un argomento che tocca un aspetto essenziale della vita della Chiesa e apre, nello stesso tempo, a questioni di notevole interesse per la ricerca storica e per l’approfondimento teologico.

La santità, infatti, non è un ideale astratto, separato dalle vicende umane, né una perfezione che si raggiunge al di fuori delle condizioni concrete dell’esistenza. Essa – diremo con parole di Leone XIV – è legata all’intento di «incarnare l’amore di Dio nella trama concreta della storia»[1]; prende corpo, infatti, in uomini e donne realmente vissuti, inseriti in epoche determinate e appartenenti a comunità, culture e istituzioni che hanno influito sulle loro scelte, favorito la loro testimonianza; in alcuni casi, ne hanno reso anche più difficile il cammino.

I santi sono figli e figlie della Chiesa che hanno condiviso le domande, le attese e le contraddizioni del proprio tempo; hanno parlato il linguaggio della loro epoca e, in qualche misura, ne hanno assimilato gli orientamenti; non di rado hanno anche contestato in profondità le istanze dominanti della società in cui vivevano. Come, infatti, osservava Michel de Certeau, vi sono contesti dove la figura del santo diventa particolarmente significativa, perché egli non è considerato solo un individuo eccezionale, ma soprattutto come luogo simbolico dove emergono le tensioni di un’epoca. In questo senso il santo è lo «straniero» che si inserisce nel nostro conversare, lo mette in crisi con le sue domande e provoca ad una apertura.[2] È proprio questo modo di radicamento nella storia a rendere la santità un campo di indagine particolarmente significativo.

 

San Luigi Gonzaga, un modello

Nei giorni scorsi sono stato a Mantova per presiedere, a nome del Papa, un rito di beatificazione. In quella circostanza ho colto l’opportunità di recarmi a Castiglione delle Stiviere, dove ho celebrato l’Eucaristia nel Santuario Basilica di San Luigi Gonzaga. Ero, oltretutto, informato che, ricorrendo il terzo centenario della sua canonizzazione, la diocesi di Mantova sta vivendo l’Anno Aloisiano, proponendo una rilettura della figura del Santo che si discosta da certe rappresentazioni agiografiche tradizionali, talvolta eccessivamente edulcorate. Mi sembra che questo esempio ci introduca opportunamente nel tema che stiamo affrontando. Parlare della santità nella storia significa, infatti, non separare la testimonianza evangelica dalla vicenda concreta nella quale essa prende forma.

San Luigi Gonzaga non è un modello di santità da contemplare al di fuori del suo tempo, quasi che la sua perfezione spirituale lo avesse sottratto alle inquietudini, alle tensioni e alle scelte della sua condizione umana. Al contrario, è proprio attraversando la sua storia personale, con le sue domande e le sue decisioni radicali, che possiamo cogliere la forma singolare assunta in lui dalla sequela di Cristo. In un suo articolo, il p. Massimo Nevola S.J. scriveva che «Luigi non è solo il santo delle grandi decisioni (rinuncia al marchesato imperiale), della purezza di cuore senza alcuna ombra di ambiguità, della fedeltà agli studi, via concreta per realizzare con competenza un futuro a servizio della collettività», ma è pure «il santo protettore di coloro che hanno messo a rischio la propria vita per servire il prossimo, e magari l’hanno anche persa»[3]. Nel suo De Servorum Dei Beatificatione Benedetto XIV - Prospero Lambertini, effettivamente aveva discusso se, proprio per questo, si potesse considerare Luigi Gonzaga come martire: nella sua Causa, difatti, valutando l’esercizio della virtù della fortezza, gli uditori di Rota avevano giudicato «che la morte di Luigi fosse una specie di martirio».[4]

Alla luce dei criteri oggi riconosciuti dalla Chiesa, la vicenda di Luigi Gonzaga sarebbe stata di sicuro considerata nella tipologia dell’oblatio vitae. Al di là di tali questioni, però, questo dato ci ricorda quanto sia importante non sovrapporre alla vita dei santi categorie interpretative troppo rigide, capaci talvolta di attenuare la complessità della loro testimonianza.

Nel suo recente volume San Luigi Gonzaga. Un santo giovane, il vescovo di Mantova restituisce efficacemente questa complessità. Accanto all’immagine tradizionale del santo «penitente e casto», osserva, emerge «un incessante desiderio di autenticità, una ricerca di senso che non si sottrae alle inquietudini e non teme le scelte radicali». In Luigi si intrecciano la concretezza della vita, le esperienze «perennemente giovanili» della ribellione adolescenziale e il desiderio di un cammino formativo dal respiro europeo[5].

La vicenda di San Luigi Gonzaga ci ricorda che la santità non cancella l’umanità della persona, ma l’assume e la trasfigura; non elimina la storia, ma l’attraversa, imprimendole un orientamento nuovo. È questo che rende necessario il lavoro dello storico: non potersi accontentarsi di riproporre un’immagine già consolidata dalla devozione, ma impegnarsi a ricostruire le vicende concrete, interrogare criticamente le fonti, distinguere gli eventi dalle interpretazioni successive e comprendere il contesto nel quale una determinata esperienza spirituale è maturata. La ricerca storica, in questo modo, non impoverisce la santità e neppure ne mette in discussione il significato spirituale. Al contrario, contribuisce a restituirle la sua verità umana, permettendoci di riconoscere come la grazia abbia operato nella libertà di una persona, dentro le condizioni e le contraddizioni del suo tempo. È precisamente in questo incontro tra la concretezza della storia e l’azione della grazia che si apre lo spazio della nostra riflessione.

 

La storia aiuta a comprendere la santità

L’esempio di Luigi Gonzaga ci aiuta a comprendere un’esigenza fondamentale del lavoro storico: non basta raccogliere le testimonianze che alimentano una fama già consolidata; neppure è sufficiente ripetere immagini tramandate dalla devozione e dalla memoria ecclesiale, ma occorre  anzitutto risalire alla vicenda concreta delle persone, esaminare criticamente le fonti, distinguere i fatti dalle interpretazioni che si sono sovrapposte nel tempo e ricostruire il contesto nel quale una determinata esperienza spirituale ha preso forma e si è manifestata.

A questo punto s’impone una domanda: fino a che punto gli strumenti della ricerca storica consentono di comprendere la santità? D’altra parte, come può la teologia approfondirne il significato senza perdere di vista la concretezza dell’esperienza umana nella quale essa si è realizzata? Credo che una riflessione di sant’Agostino possa offrirci un orientamento utile per affrontare tali questioni, mantenendo insieme il rigore dell’indagine storica e la specificità dello sguardo teologico.

Ne La Città di Dio egli interpreta la storia universale non come una semplice successione di avvenimenti, ma come una vicenda attraversata da orientamenti spirituali profondi, che ne illuminano il significato. È celebre la sua affermazione: «Fecerunt itaque civitates duas amores duo; terrenam scilicet amor sui usque ad contemptum Dei, coelestem vero amor Dei usque ad contemptum sui»: « Due amori dunque diedero origine a due città, alla terrena l’amor di sé fino all’indifferenza per Iddio, alla celeste l’amore a Dio fino all'indifferenza per sé»[6]. Anche oggi, come in tutta la storia umana – commenta Leone XIV – questi due amori lottano nel nostro cuore per il predominio: la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi[7]. Considerando, a sua volta, la medesima visione agostiniana, Henri-Irénée Marrou osservava che, se si può parlare di un ottimismo cristiano della storia, si tratta di un «ottimismo tragico», che nasce dalla fede e custodisce la speranza nonostante l’esperienza, passata e presente, del male e delle sue conseguenze, talvolta tanto dure da apparire insopportabili[8].

La distinzione agostiniana tra le due città non va intesa come una contrapposizione semplicistica tra Chiesa e mondo, né come una divisione immediata tra persone buone e persone cattive. Le due città prendono forma a partire da due modi fondamentali di vivere l’amore: due differenti concezioni del bene, dell’esercizio del potere, del rapporto con gli altri e del destino dell’uomo. Questi due orientamenti attraversano la storia e restano intrecciati nelle vicende del presente. Non possono essere identificati pienamente con istituzioni o realtà storiche determinate, perché la loro distinzione riguarda, in ultima analisi, la direzione profonda degli amori che guidano l’esistenza. Il loro discernimento definitivo appartiene soltanto al giudizio di Dio.

Questa prospettiva ci permette di comprendere meglio anche la santità. Il santo non è qualcuno che vive al di fuori della storia, sottraendosi alle tensioni e alle contraddizioni del proprio tempo. È piuttosto una persona che, dentro una vicenda umana concreta, si lascia trasformare dalla grazia e orienta progressivamente la propria vita secondo la logica dell’amore di Dio. La santità è, in questo senso, una presenza che appartiene pienamente alla storia, ma che non si lascia rinchiudere nei criteri dominanti di un’epoca. Dove prevalgono la ricerca del prestigio, la volontà di dominio, l’accumulo dei beni o la difesa esclusiva dei propri interessi, la testimonianza della carità introduce una misura differente dei rapporti umani: il servizio prende il posto del potere, la gratuità supera il calcolo, il perdono si oppone alla vendetta e l’attenzione verso chi è debole prevale sulla ricerca del successo.

Ciò non significa, naturalmente, che ogni comportamento di una persona riconosciuta come santa debba essere sottratto all’esame storico. La fama di santità non coincide automaticamente con una conoscenza critica e approfondita della biografia. Proprio la lezione di Agostino ci mette in guardia dalle idealizzazioni: la tensione tra i due amori attraversa anche la storia della Chiesa e richiama continuamente tutti alla conversione. La santità, quindi, non va immaginata come una vita immune da ogni condizionamento storico. Essa si sviluppa dentro condizioni concrete e, nella misura in cui si lascia plasmare dalla carità, può trasformare le relazioni, le comunità e il modo stesso di riconoscere il bene.

Per lo storico questo comporta un compito preciso: non separare la santità dalla vicenda effettiva della persona. Bisogna ricostruirne le scelte, le relazioni, le opere, gli ostacoli incontrati e i cambiamenti maturati lungo il cammino. Occorre, al tempo stesso, interrogarsi su ciò che, in quella storia particolare, ha rappresentato una novità e ha dato origine a una testimonianza capace di andare oltre i confini del proprio tempo.

La prospettiva delle due città ci invita, dunque, a non considerare la santità un fenomeno secondario o marginale della storia. Essa può manifestare, dall’interno delle vicende umane, un diverso orientamento dell’esistenza e un’altra possibilità di vivere i rapporti tra le persone.

 

Dimensione ecclesiale della santità

Mi sia concessa un’ultima, importante considerazione. La vita santa non coincide semplicemente con il perfezionamento individuale di una persona che, attraverso un itinerario spirituale, raggiunge una particolare eccellenza morale. La santità cristiana è partecipazione alla vita di Cristo e, proprio per questo, possiede una dimensione essenzialmente ecclesiale.

La carità, infatti, non trasforma soltanto chi la pratica: modifica anche l’ambiente umano nel quale prende forma. Crea legami, apre nuove possibilità, restituisce dignità, rende possibile la riconciliazione e favorisce la nascita di opere e comunità. La testimonianza di una persona può così generare conseguenze che superano le sue stesse intenzioni e continuano a produrre frutto anche dopo la sua morte. Pensiamo alle iniziative di assistenza ai poveri, alle opere educative, alle comunità religiose, alle esperienze di riconciliazione e di cura, alle molteplici forme di solidarietà nate dall’impegno di uomini e donne che hanno cercato di vivere radicalmente il Vangelo. Con ragione, dunque, Leone XIV scrive che «la storia può cambiare quando anche solo un uomo o una donna prendono davvero sul serio la dignità di tutti»[9].

Lo storico può ricostruire l’origine di queste realtà, seguirne lo sviluppo, studiarne i rapporti con il contesto sociale e documentarne le trasformazioni. La teologia, senza sostituirsi a questa ricerca, riconosce in esse un’ulteriore dimensione: la possibilità che la carità, attraverso l’azione dello Spirito Santo, edifichi la comunione ecclesiale e renda presente nella storia qualcosa della vita stessa di Cristo.

È importante, tuttavia, non identificare questa fecondità con il successo visibile. Un’opera può cessare di esistere, una comunità può attraversare una fase di declino, una testimonianza può essere dimenticata o persino fraintesa. La consistenza storica di una realtà e il suo significato spirituale non sono necessariamente proporzionati, né possono essere considerati grandezze coincidenti. Questo non significa sottrarre le opere cristiane alla valutazione critica dei risultati o ignorare le conseguenze concrete delle azioni. Significa, piuttosto, riconoscere che la fecondità della carità non può essere misurata soltanto attraverso parametri di efficienza, durata o successo sociale.

Da questa prospettiva, la ricerca storica sulla santità è chiamata ad ampliare il proprio sguardo. Non deve rivolgersi soltanto alle figure eccezionali e alle grandi fondazioni, ma anche alle esperienze ordinarie, alle relazioni nascoste, alla fedeltà quotidiana di tanti cristiani; non deve limitarsi agli avvenimenti che hanno lasciato segni evidenti nella storia pubblica, ma può cercare di riconoscere anche quelle realtà che hanno inciso profondamente nella vita delle persone senza produrre effetti immediatamente visibili.

Lo sguardo teologico non sostituisce l’indagine storica, ma la invita ad aprirsi a ulteriori interrogativi. Quale umanità è nata da una determinata testimonianza? Quali relazioni ha reso possibili? Quale immagine di Dio e quale comprensione dell’uomo ha trasmesso? In che modo ha contribuito a edificare la comunione? Sono domande che aiutano a riconoscere nella santità non soltanto la storia di una singola persona, ma una forza generativa che, attraverso la carità, entra nelle vicende umane e contribuisce a trasformarle.

Ancora una volta, sant’Agostino ci offre un riferimento prezioso. Per lui, la storia sacra non si esaurisce nelle vicende narrate dai due Testamenti, ma prosegue usque ad  praesentia tempora Ecclesiae, fino al tempo presente della Chiesa[10]. La storia della salvezza, dunque, non appartiene soltanto al passato, ma giunge fino a noi e continua nel presente della vita ecclesiale. Anche noi siamo dentro questa storia sacra, nella quale Dio continua a realizzare le sue grandi opere: la conversione degli uomini e la santificazione dei battezzati. Leone XIV ha scritto che la storia è «il luogo in cui il Vangelo interpella e accompagna l’esperienza umana»[11]. Quella che viviamo oggi ha, perciò, un contenuto profondo e reale: la crescita del Corpo mistico di Cristo sotto l’azione dello Spirito Santo.

Ciò che è già definitivamente acquisito è l’unione della natura umana e della natura divina in Gesù Cristo; ciò che attendiamo nel compimento escatologico è la manifestazione piena della vittoria di Cristo, nella trasfigurazione del cosmo e nella risurrezione dei corpi; ciò che si realizza nel tempo presente è l’edificazione, invisibile agli occhi ma pienamente reale, del Corpo mistico di Cristo attraverso la carità: un’opera che si compie nella storia e che sarà manifestata nella sua pienezza nell’ultimo giorno. È un «intreccio» che, come scriveva H.I. Marrou che ho già citato, è importante conservare sempre[12].

Vi ringrazio per l’attenzione e auguro a tutti un proficuo lavoro.

 

Roma, Istituto Patristico Augustinianum, 19 ottobre 2026

 

Marcello Card. Semeraro

 

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[1] Leone XIV, Lettera enciclica Magnifica humanitas sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale 15 maggio 2026), n. 47.

[2] Cf. M. de Certeau, Lo straniero o l’unione nella differenza, Vita e Pensiero, Milano 2005, pp. 15-20.

[3] M. Nevola, Martire del servizio ai malati, ne «L’Osservatore Romano» de20 giugno 2020, p. 3; nella stessa pagina e sempre su Luigi Gonzaga, cf. pure D. Coalova, Consumato d’amore per Dio e per i poveri.

[4] La beatificazione dei Servi di Dio e la canonizzazione dei beati, III/1, LEV, Città del Vaticano 2015, p. 279. Proprio a proposito della virtù della fortezza, nella Dottrina spirituale del p. Louis Lallemant (che è preziosa sintesi della spiritualità ignaziana nella prima metà del XVII sec.) si legge: «L’occasione d’una bella morte è così preziosa che nessun uomo saggio deve lasciarsela sfuggire allorché si presenta … Ora, vi sono tre sorti di morti splendide: la prima, morire assistendo gli appestati; la seconda, morire nelle missioni estere …; la terza, morire per il proprio gregge…»: ed.it. San Paolo, Cinisello Balsamo 2009, pp. 238-239.

[5] M. Busca, Luigi Gonzaga. Un santo giovane, La Cittadella, Mantova 2026, pp. 5-6. Per la rivisitazione storica di san Luigi Gonzaga già F. Crispolti, San Luigi Gonzaga. Saggio, Libreria Vescovile Editrice, A. Begnozzi, Mantova 1924; P. Bondioli, La figura storica di San Luigi Gonzaga, «La Rivista del Clero Italiano» VII(1926)/6, pp. 324-330. Cf. pure A. Carfora, S. Tanzarella (a cura di), «Come gli altri». San Luigi Gongaga (1568-1591) a 450 anni dalla nascita: ricordarlo da Napoli e dal Mediterraneo, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2020; M. Paganella, San Luigi Gonzaga. Un ritratto in piedi, Ares, Milano 2020; per l’iconografia aloisiana cf. i saggi G.G. Sarzi Sartori, G. Mattioli, P. Rossi, San Luigi Gonzaga nelle immagini popolari, Scholé, Morcelliana 2026.

[6] XIV, 28: PL 41, 1509.

[7] Cf. Magnifica humanitas, n. 130.

[8] Cf. Teologia della storia, Jaca Book, Milano 2010, pp. 81-82; Idem, Civitas Dei, civitas terrena, num tertium quid?, in «Christiana tempora. Mélanges d'histoire, d’archéologie, d’épigraphie et de patristique», École Française de Rome, Rome 1978, pp. 415-423.

[9] Magnifica humanitas, n. 124)

[10] De catechizandis rudibus, III, 5; cf. VI, 10: PL 40, 313.317.

[11] Magnifica humanitas, n. 2.

[12] Teologia della storia cit., p. 116.