Mi nutro d’amore

 

Mi nutro d’amore

“E fu notte e fu giorno – L’alternarsi di luce e tenebre nel mistero dell’uomo”

 

Quando parliamo di santità, spesso pensiamo a qualcosa di lontano, quasi irraggiungibile. Figure straordinarie, certo, ma forse distanti dalla nostra vita quotidiana. Eppure la domanda decisiva è un’altra: che cosa rende santo un uomo o una donna? La risposta, in fondo, è una sola: la capacità di amare.

Vorrei iniziare da due testi molto significativi del magistero recente, che sembrano dialogare tra loro. L’enciclica Dilexit nos di Papa Francesco e l’esortazione apostolica Dilexi te di Papa Leone XIV. “Ci ha amati”. “Ti ho amato”. Nel primo caso, lo sguardo è universale: Cristo ha amato l’umanità intera. L’enciclica di Francesco prende il titolo da Rm 8,37 e vuole ricordarci che dall’amore di Cristo per noi nulla «potrà mai separarci» (Rm 8,39). Non il peccato, non la debolezza, non la paura. È un amore che nasce dal Cuore di Gesù: un cuore aperto, che precede, che aspetta, che non impone condizioni.

Nel secondo documento, Papa Leone XIV compie un passo ulteriore: quell’amore non è soltanto per “tutti” in modo generico. È per te. È personale. È diretto. È pronunciato al singolare: “Ti ho amato”. Subito dopo il Papa aggiunge un elemento decisivo: questo amore ricevuto non può restare chiuso in noi. Si manifesta nel farsi vicini ai poveri, ai sofferenti, agli esclusi. Perché è lì — nel volto ferito dell’altro — che si rivela il cuore stesso di Cristo. Ecco il punto: la santità è l’amore che diventa concreto.

In questo anno centenario, non può mancare in noi il richiamo a san Francesco d’Assisi che nei poveri ha visto fratelli e vive immagini del Signore. Possiamo, però, meglio specificare lasciandoci aiutare dal Papa nell’individuare alcuni spazi particolare dove è possibile esprimere questo amore.

Il primo spazio è quello della cura dei malati e dei sofferenti. Le testimonianze in proposito cominciano dall’antichità: si pensi a san Basilio che a Cesarea, dove era Vescovo, costruì un luogo noto come Basiliade, che comprendeva alloggi, ospedali e scuole per i poveri e i malati. Andando avanti nel tempo c’è san Giovanni di Dio, fondatore di un Ordine Ospedaliero che porta il suo nome. Siamo nel XVI secolo e nello stesso periodo c’è san Camillo de Lellis che fonda i Camilliani, i quali hanno incarnato la misericordia di Cristo Medico negli ospedali, nei campi di battaglia, nelle prigioni e nelle strade.

Come una madre si prende cura del suo bambino, anche tante donne si sono prese cura dei malati: le Figlie della Carità fondate da san Vincenzo de’ Paoli con santa Luisa de Marillac; le Suore Ospedaliere, fondate nel 1881 da san Benedetto Menni, e le Piccole Suore della Divina Provvidenza, fondate dalla beata Teresa Grillo Michel, la quale ha voluto imitare in questo la Piccola Casa della Divina Provvidenza fondata a Torino da san Giuseppe Benedetto Cottolengo.

È l’eredità che oggi continua negli ospedali cattolici, nei luoghi di cura aperti in regioni remote, nelle missioni sanitarie operanti nelle foreste, nei centri di accoglienza per tossicodipendenti e negli ospedali da campo in zone di guerra. La presenza cristiana accanto ai malati ci ricorda una verità fondamentale: la salvezza non è un’idea astratta. È una mano che sostiene. È una presenza che consola. È una ferita medicata

Pensiamo pure all’opera liberazione degli schiavi per la quale sorsero due Ordini religiosi: l’Ordine della Santissima Trinità per la Redenzione degli Schiavi (Trinitari), fondato da San Giovanni de Matha e San Felice di Valois, e l’Ordine della Beata Vergine Maria della Mercede (Mercedari), fondato da San Pietro Nolasco con l’appoggio di San Raimondo di Peñafort, domenicano.  

Se consideriamo l’educazione dei poveri, nel XVI secolo troviamo san Giuseppe Calasanzio, che in Roma diede vita alla prima scuola pubblica popolare gratuita d’Europa. Poi, nel XVII secolo c’è san Giovanni Battista de La Salle che, rendendosi conto dell’ingiustizia causata dall’esclusione dei figli degli operai e dei contadini dal sistema educativo della Francia del suo tempo, fondò i Fratelli delle Scuole Cristiane, con l’ideale di offrire loro istruzione gratuita, formazione solida e un ambiente fraterno. Anche qui c’è l’apporto femminile: ad esempio, le Orsoline, le Maestre Pie e tante altre, fondate specialmente nei secoli XVIII e XIX, occuparono spazi dove lo Stato era assente. Crearono scuole in piccoli villaggi, nelle periferie e nei quartieri popolari. dando priorità alla istruzione delle ragazze. «In tempi di analfabetismo diffuso e di esclusione strutturale, queste donne consacrate erano fari di speranza. La loro missione era formare il cuore, insegnare a pensare, promuovere la dignità. Coniugando vita di pietà e dedizione al prossimo, hanno combattuto l’abbandono con la tenerezza di chi educa in nome di Cristo» (n. 71.

Quando poi, nel XIX secolo, milioni di Europei emigravano in cerca di migliori condizioni di vita, due grandi santi si distinsero nella cura pastorale dei migranti: san Giovanni Battista Scalabrini e santa Francesca Saverio Cabrini. Accompagnavano i migranti nelle comunità di destinazione, offrendo loro assistenza spirituale, legale e materiale.

Ci sono poi i luoghi più dimenticati e feriti dell’umanità, dove ci sono i più poveri tra i poveri: coloro che non solo mancano di beni, ma anche di voce e di riconoscimento della loro dignità. Pensiamo, allora, a santa Teresa di Calcutta, canonizzata nel 2016, è diventata un’icona universale della carità vissuta fino all’estremo in favore dei più indigenti, degli scartati dalla società. Fondatrice delle Missionarie della Carità, dedicò la sua vita ai moribondi abbandonati per le strade dell’India. Come lei, in Brasile, c’è santa Dulce dei Poveri – conosciuta come “l’angelo buono di Bahia” – che ha incarnato lo stesso spirito evangelico con caratteristiche brasiliane. Pensiamo pure a san Charles de Foucauld tra le comunità del Sahara e a santa Katharine Drexel accanto ai gruppi più svantaggiati nel Nord America. È una storia che continua e nella quale siamo chiamati a inserirci perché anche questo vuol dire cercare Cristo.

Mi tornano alla memoria le parole che san Paolo VI disse nella Omelia del 23 agosto 1968 incontrando i Campesinos colombiani: «Siamo venuti a Bogotá per onorare Gesù nel suo Mistero eucaristico … Il sacramento dell’Eucaristia ci offre la sua nascosta presenza viva e reale; mai voi pure siete un sacramento, cioè un’immagine sacra del Signore fra noi, come un riflesso rappresentativo, ma non nascosto, della sua faccia umana e divina …Voi, Figli carissimi, siete Cristo per Noi. E Noi … Ci inchiniamo davanti a voi e vogliamo ravvisare Cristo in voi quasi redivivo e sofferente: non siamo venuti per avere le vostre filiali, e pur gradite e commoventi acclamazioni, ma siamo venuti per onorare Cristo in voi, per inchinarci perciò davanti a voi, e per dirvi che quell’amore, che tre volte Gesù risorto richiese da Pietro  a Lui in voi, in voi stessi lo tributiamo. Noi vi amiamo … e con Noi vi ama, ricordatelo bene, ricordatelo sempre, la santa Chiesa cattolica».

Prima di concludere desidero mettere in evidenza una nuova tipologia di santità voluta da Papa Francesco. Essa è distinta dalle fattispecie già esistenti sul martirio e sull’eroicità delle virtù. Si chiama offerta della vita  e si ispira al vangelo secondo Giovanni, che dice: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (15,13).

Per comprenderla possiamo pensare a tre esempi, anche se al momento della loro canonizzazione questa tipologia non esisteva: anzitutto a san Luigi Gonzaga, il quale in occasione della grave epidemia accaduta in Roma nel 1591 si mise a servizio degli appestati accolti negli ospedali di Roma e morì rimanendo contagiato dall’abbraccio di uni di loro; ugualmente a san Girolamo Emiliani (Miani) († 1537), il fondatore della Società dei Servi dei poveri (Somaschi), che si dedicò a malati, e agli orfani giovani e morì contagiato mentre curava gli ammalati di peste; da ultimo san Damiano de Veuster († 1889), che attese con tale dedizione all’assistenza dei lebbrosi di Molokai sì da morire colpito anch’egli dalla lebbra.

Chi, oggi, rientra in questa tipologia? Pensiamo al venerabile Salvo D’Acquisto, che si presentò ai tedeschi come responsabile di un incidente (che non aveva commesso)  salvando la vita di 22 civili che erano stati catturati dai soldati nazisti e condannati a morte e il  23 settembre 1943 fu ucciso al loro posto. Analoghi a Salvo D’Acquisto, sono il venerabile Franz De Castro Holzwart († 1981), brasiliano, ucciso poiché si offrì come ostaggio al posto di un poliziotto tenuto prigioniero in un carcere in rivolta, e il servo di Dio Giovanni Palatucci († 1945), questore reggente presso la questura di Fiume italiana, che si prodigò per aiutare migliaia di ebrei e di cittadini perseguitati e, arrestato dai militari tedeschi, morì nel campo di lavoro forzato di Dachau. A Goma, nella Repubblica Democratica del Congo, emerge la testimonianza del giovane beato Floribert Bwana Chui Bin Kositi († 2007), che resistette alle pressioni subite per far passare alla frontiera dei carichi di riso avariato, per i quali dispose la distruzione. Per vendetta venne rapito, sottoposto a tortura e percosse e ucciso. Ci sono poi, insieme con lui, Peter To Rot († 1945), primo santo nativo della Papua Nuova Guinea: padre di famiglia e catechista, fu arrestato durante la Seconda guerra mondiale, perché aveva perseverato nel suo ministero, e subì il martirio con una iniezione di veleno letale; con lui, primo servo di Dio della Chiesa cattolica nel Pakistan, c’è Akash Bashir († 2015), morto a venti anni nell’evitare un attentato terroristico contro una chiesa affollata di fedeli.

Tutto questo contrasta con ciò che vediamo oggi: una società sempre più indifferente. Il sociologo Zygmunt Bauman parlava di “banalizzazione del male”. Il rischio è diventare spettator . Guardare senza intervenire. Riprendere con il telefono invece di aiutare. È la società degli indifferenti. È il narcisismo sociale. I santi ci dimostrano che l’amore è possibile. Ma come?

Tre vie per imparare ad amare

1. Diventare “io” a contatto con il “tu”.

Martin Buber diceva: “Si diventa io a contatto con il tu”. L’identità si compie nell’incontro. L’altro non mi impoverisce: mi raddrizza.

2. Passare dal soggettivismo all’oggettività.

Riconoscere la realtà per ciò che è. Lasciarsi interpellare. L’oggettività non ci sminuisce: ci fa fiorire.

3. Riscoprire i doveri insieme ai diritti.

Il rispetto della persona significa considerare il prossimo come “un altro se stesso”. Anche quando pensa diversamente. Anche quando sbaglia. Amare la persona, odiare il male.

Cari amici, la santità non è evasione dal mondo. È immersione nel mondo con il cuore di Cristo. I santi ci mostrano che amare è possibile. Che donarsi è possibile. Che non essere indifferenti è possibile.

Ogni giorno, davanti a noi, c’è qualcuno che attende non una teoria, ma una presenza. E forse proprio lì – in quel volto concreto – passa la nostra strada verso la santità. Forse, allora, la vera domanda non è: “Chi sono i santi?”, ma: noi, quale amore vogliamo vivere?

 

Salone del Vescovado di Livorno, 5 marzo 2026

 

Marcello Card. Semeraro