«Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. (...) Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me» (Gv 10,11-14).
Cari Fratelli e Sorelle.
1. Con queste parole del vangelo di Giovanni, Gesù ci rivela il senso della missione che ha ricevuto da Dio Padre. Egli è venuto, anzitutto, per conoscere. È il «Dio con noi»: non resta a guardare da lontano, entra nelle pieghe della storia, si fa carico delle contraddizioni e si prende cura delle ferite dell’uomo, tutto orienta verso un fine buono e luminoso. Cos’è la santità se non questo? Una sorta di irruzione di Cristo nella realtà personale di ognuno. Scrive a tal proposito Papa Benedetto XVI nell’enciclica Spe salvi: «Il vero pastore è Colui che conosce anche la via che passa per la valle della morte; Colui che anche sulla strada dell’ultima solitudine, nella quale nessuno può accompagnarmi, cammina con me guidandomi per attraversarla: Egli stesso ha percorso questa strada, è disceso nel regno della morte, l’ha vinta ed è tornato per accompagnare noi ora e darci la certezza che, insieme con Lui, un passaggio lo si trova» (Spe salvi, n. 6).
Il passaggio di Cristo attraverso la morte, compimento del mistero dell’incarnazione, è l’apice del suo insegnamento sul pastore buono, quello che dà la vita per le pecore che conduce. In lui, nessuno è perduto (cf. Gv 6,39). «Egli – scrive Sant’Agostino – è divenuto la nostra speranza. In lui puoi vedere la tua fatica e la tua ricompensa: la tua fatica nella passione, la tua ricompensa nella resurrezione. Così egli è divenuto la nostra speranza. (...) Con le sue fatiche, le sue tentazioni, le sofferenze e la morte, Cristo ti ha mostrato la vita che hai da vivere adesso; con la sua resurrezione ti ha mostrato la vita che ti attende. Noi, infatti, sapevamo soltanto che l’uomo nasce e muore; non sapevamo che l’uomo risorge e vive in eterno; egli ha assunto ciò che tu conoscevi, per mostrarti ciò che non conoscevi» (Esposizione sui Salmi, LX, 4; PL 36, 725).
2. Il pensiero di Cristo, buon pastore, che sacrifica la vita per il gregge che conduce, illumina il solenne momento che stiamo vivendo. Oggi siamo qui raccolti, con gioia e commozione, per la beatificazione di Jan Świerc e 8 Compagni, sacerdoti salesiani. Tutti conosciamo le tragiche circostanze del loro arresto e della loro morte ed è nota a tutti quella pagina drammatica della storia della Polonia. Non celebriamo oggi la tristezza di quegli eventi, ma piuttosto la gloria di Gesù Cristo, che si rispecchia nella testimonianza di questi sacerdoti, figli di San Giovanni Bosco, che come Cristo e con Cristo hanno dato la vita.
Entrano così in quella «moltitudine immensa [di martiri e di santi], che nessuno poteva contare» (Ap 7,9), della quale abbiamo sentito parlare la lettura, tratta dal libro dell’Apocalisse. Vanno ad arricchire la numerosa schiera di santi e di beati, che già onorano questa nobile terra di Polonia, benedetta dal Signore. Come non pensare qui, in questo santuario a lui dedicato, a San Giovanni Paolo II, arcivescovo di Cracovia e poi grande pastore della Chiesa universale? Ma anche a Santa Faustina Kowalska, che dal convento che si trova a poche centinaia di metri da qui diffuse in tutto il mondo il messaggio dirompente della Divina Misericordia. Voglio poi ricordare il Venerabile Servo di Dio Jan Tyranowski, l’amico con cui il giovane Karol Wojtyla partecipava attivamente alla vita della vicina parrocchia di San Stanislao Kostka a Dębniki, guidata proprio dai salesiani e dove alcuni dei nuovi Beati hanno svolto il ministero pastorale. Nel libro Dono e mistero Giovanni Paolo II ha scritto: «Non posso (...) omettere di ricordare un ambiente, (...) quello della mia parrocchia, intitolata a San Stanislao Kostka, a Dębniki in Cracovia. La parrocchia era diretta dai Padri Salesiani, che un giorno furono deportati dai nazisti nel campo di concentramento. Rimasero soltanto un vecchio parroco e l’ispettore della provincia, tutti gli altri furono internati a Dachau. Credo che nel processo di formazione della mia vocazione l’ambiente salesiano abbia svolto un ruolo importante» (LEV, Città del Vaticano 1996, p. 32).
3. I martiri di cui oggi celebriamo la beatificazione hanno espresso fino in fondo, usque ad effusionem sanguinis, la preziosità del carisma salesiano. Jan Świerc e i suoi Compagni furono guide concrete nell’educazione dei giovani, prendendosi cura dei poveri e dei sofferenti. Come San Giovanni Bosco, videro in ogni ragazzo, che conobbero nei campi delle parrocchie, nei cortili degli oratori o nelle aule di scuola, una pecorella amata, preziosa agli occhi del Signore. E se don Bosco era solito dire ai ragazzi: «Io per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo e per voi sono disposto anche a dare la vita» (D. Ruffino, Cronache dell’Oratorio di S. Francesco di Sales, Archivio Salesiano Centrale, Roma, quad. 5, 10), essi la vita la donarono davvero come martiri di Cristo e della Chiesa: quando l’odio antireligioso, quando la violenza e l’ingiustizia, che imperversarono nel secolo scorso, cercarono di disperdere il gregge, non fuggirono. E divennero – come recita la lettera apostolica che ho proclamato all’inizio – «zelanti annunciatori del Vangelo che, per amore ai fratelli, non temettero di testimoniare il Signore Gesù sino all’effusione del sangue». Rimasero fedeli alla loro vocazione di sacerdoti salesiani fino al momento dell’arresto e della successiva morte martiriale. Versato con l’atteggiamento evangelico della loro fedeltà a Cristo, il loro sangue è diventato un vero seme di pace e di fraternità in un’epoca tanto buia e violenta.
4. «Le mie pecore conoscono me», dice ancora Gesù nel vangelo. Cari fratelli e sorelle, l’odierna beatificazione, lungi dal rimanere la commemorazione di un evento del passato, è un vero e proprio invito.
È un invito rivolto ai giovani: non siete soltanto il futuro della società, siete presente vivo della Chiesa! La Chiesa vi guarda con fiducia. Spesso il mondo vi parla di libertà senza verità, di felicità senza responsabilità, di successo senza sacrificio. Vi vengono proposti ideali facili e immediati, che promettono molto ma lasciano il cuore vuoto. Ma il Vangelo ci mostra il contrario: Cristo non toglie nulla di ciò che rende bella e grande la vita, ma porta a compimento i desideri più profondi del cuore umano. Abbiate coraggio ad aprire il vostro cuore alla voce di Cristo buon Pastore nei momenti di incertezza, quando il futuro appare confuso o quando vi sentite soli. Il Signore non vi chiama a rinunciare ai vostri sogni, ma a purificarli e illuminarli. Conosce le vostre ferite nascoste, le domande che non riuscite a esprimere, il desiderio di essere amati e riconosciuti. E proprio per questo vi chiama a una vita piena, autentica, capace di farsi dono.
È un invito rivolto a voi, salesiani di don Bosco. Oggi, in un certo senso, l’eredità di questi nuovi Beati è posta nelle vostre mani: siate pastori del gregge con lo stesso ardore che li contraddistinse. Papa Leone XIV, che già nell’esortazione apostolica Dilexi te ha ricordato «la grande opera Salesiana, basata sui tre principi del “metodo preventivo” – ragione, religione e amorevolezza» (n. 70), oltre un anno fa aveva detto: «I giovani del nostro tempo, come quelli di ogni epoca, sono un vulcano di vita, di energie, di sentimenti, di idee. Lo si vede dalle cose meravigliose che sanno fare, in tanti campi. Hanno però anche loro bisogno di aiuto, per far crescere in armonia tanta ricchezza e per superare ciò che, pur in modo diverso rispetto al passato, ne può ancora impedire il sano sviluppo» (15 maggio 2025).
È un invito che riguarda tutti voi, cari sacerdoti. La gioia di questo giorno faccia eco, nella vita e nel ministero di ognuno di voi, alla voce di San Giovanni Paolo II: «Non abbiate paura!». Non abbiate paura di rispondere con generosità alla voce del Buon Pastore che vi ha chiamati. Non fatevi spaventare dalla vertigine di una vita sacerdotale santa. C’è uno stretto ed ineludibile rapporto fra la vocazione al ministero sacerdotale e la nostra missione: la voce di Colui che ci ha chiamati a seguirlo ci invita e ci aiuta a rendere il nostro ministero sempre più attento e capace di interpretare l’annuncio evangelico nella fedeltà a Dio e all’uomo.
Infine, la beatificazione di oggi è un invito per tutti noi. Siamo in un tempo di “solitudini digitali”, dove la virtualità ci illude di poter vivere, attraverso mezzi sempre più evoluti, delle relazioni che siano vere. Si diventa santi mettendosi anzitutto in ascolto della volontà del Signore, mettendosi in dialogo con lui nelle forme concrete che ci offre la vita della Chiesa. Non scoraggiamoci se a volte ci sentiamo comunità stanche e demotivate. L’unica cosa che ci è chiesta è di tornare ad essere capaci di riconoscere la voce di Buon Pastore, per appartenergli sempre di più ed essere in grado di scelte coraggiose, da veri discepoli di Cristo e della sua croce.
5. Fratelli e sorelle, mentre rendiamo grazie a Dio per la testimonianza di carità e di fedeltà dei Beati Jan Świerc e Compagni, imploriamo da Dio, per loro intercessione, il dono della pace per questo mondo, ancora una volta segnato dalla tristezza e dalle crudeltà della guerra. Come hanno fatto loro, ci sia sempre, anche nel buio delle circostanze più drammatiche, chi sappia portare una luce di speranza, di amore e di fraternità.
Maria, Madre dei martiri, Aiuto dei cristiani e Regina della Polonia, interceda per noi. Beati martiri salesiani, zelanti annunciatori del Vangelo, pregate per noi.
Cracovia, Santuario di San Giovanni Paolo II – 6 giugno 2026
Marcello Card. Semeraro