Il segreto di Paolo VI: il suo amore per Cristo
Omelia nella memoria liturgica di San Paolo VI
«Simone di Giovanni, mi ami?». Tante volte abbiamo sentito proclamare, o letto questa pagina di vangelo e, ogni volta, nel nostro animo essa ha risonanze diverse. Possiamo risentirla con l’animo di Pietro che, con umiltà ed emozione, andando con la memoria al suo triplice rinnegamento durante la passione, risponde a Gesù: «Tu sai che ti voglio bene» e lo dice timoroso di ripetere il verbo da lui usato: «mi ami più degli altri?». Pietro è consapevole della propria umana debolezza e addolorato per quanto prima accaduto. A Gesù intende dire: «Sono un pover’uomo; amami come sono, anche se non ho la forza di riamarti come vorrei, come meriti, come dovrei!». Gesù, però, gli ripete: «Mi ami più degli altri?».
Lo stesso racconto biblico possiamo sentirlo cercando, se possibile, di entrare questa volta nell’animo di Gesù. In tal caso ci soccorre sant’Agostino, il quale motiva l’insistente domanda sull’amore considerando la missione che gli avrebbe affidato, quella di pascere il suo gregge. Gli dice: «Se mi ami, pasci le mie pecore» ( cf. Sermo 137,4: PL 38, 756). Quasi giocando con le parole latine Agostino spiega: «interrogabatur amor, et imponebatur labor» (Sermo 340, 1: PL 38, 1483). Intende dire che per potere svolgere il ministero che vuole affidargli, Pietro deve anzitutto amare: per un certo tipo di missioni, non basta la competenza. Occorre l’amore!
Celebriamo la Santa Messa nella memoria di san Paolo VI e pure di questo Successore di Pietro possiamo dire, in tutta verità, che è stato un «buon pastore» nella Chiesa anzitutto perché ha amato Cristo. Divenuto arcivescovo di Milano, egli volle titolare la sua prima lettera pastorale (scritta per la Quaresima 1955) con le parole di sant’Ambrogio: Omnia Christus est nobis. Nelle prime pagine si legge: «Io vi dirò cosa che tutti già conosciamo, ma che non mai abbastanza meditiamo nella sua fondamentale importanza e nella sua inesausta fecondità; ed è questa: essere Gesù Cristo a noi necessario. Sì, Gesù Cristo, Nostro Signore, è a noi necessario. Non si dica consueto il tema; esso è sempre nuovo; non lo si dica già conosciuto; esso è inesauribile».
Per san Paolo VI così è stato durante tutta la sua esistenza terrena e questo, sotto gli occhi di tutti, è emerso durante il suo ministero petrino. Mi piace sottolinearlo con le parole del papa Benedetto XVI, il quale in un’occasione ebbe a dire: «Il segreto dell’azione pastorale che Paolo VI svolse con instancabile dedizione, adottando talora decisioni difficili e impopolari [alludeva all’enciclica Humanae vitae del 1968], sta proprio nel suo amore per Cristo: amore che vibra con espressioni toccanti in tutti i suoi insegnamenti. Il suo animo di Pastore era tutto preso da una tensione missionaria alimentata da sincero desiderio di dialogo con l’umanità [credo indicasse la sua prima enciclica Ecclesiam suam del 1964]. Il suo invito profetico, più volte riproposto, a rinnovare il mondo travagliato da inquietudini e violenze mediante “la civiltà dell’amore”, nasceva da un totale suo affidamento a Gesù, Redentore dell’uomo» (Discorso ai membri dell’Istituto Paolo VI di Brescia, 3 marzo 2007). Com’è vera anche per l’oggi, mondo travagliato da inquietudini e violenze, questa indicazione!
Tutto questo san Paolo VI volle imprimerlo anche nell’opera grande che egli ereditò da san Giovanni XXIII, che fu il Concilio Vaticano II. È stato scritto: «Come a Giovanni XXIII era toccato il compito di stimolare l’impegno e la responsabilità dei padri conciliari, così a Paolo VI toccò quello di assicurare l’unità dell’assise conciliare, pur nella pluralità delle posizioni, e la sua massima convergenza, dopo laboriose attività di mediazione, nell’approvazione dei testi» (Giovanni Sale S.J., Paolo VI e il Concilio Vaticano II, ne “La Civiltà Cattolica” quad. 4038, pp. 456-457).
Come, dunque, Paolo VI vedeva il Vaticano II? Lo disse egli stesso inaugurando, il 19 settembre 1965, il terzo periodo conciliare. Commentando proprio il brano del vangelo che oggi abbiamo ascoltato, cominciò con il domandarsi come uno studioso avrebbe potuto descrivere la Chiesa in quel «momento culminante e critico della sua esistenza: che cosa faceva, egli domanderà, in quel momento la Chiesa cattolica? Amava! sarà la risposta. Amava con cuore pastorale, tutti lo sanno, anche se è ben difficile penetrare la profondità e la ricchezza di questo amore, fatto tre volte … Amava, la Chiesa del nostro Concilio, ancora si dirà, amava con cuore missionario. Tutti sanno come questo sacrosanto Sinodo ha intimato ad ogni buon cattolico d’essere apostolo, e come ha spinto i traguardi dello zelo apostolico a tutti gli uomini, a tutte le razze, a tutte le nazioni, a tutte le classi: l’universalità dell’amore».
Fatto è che sempre Gesù domanda alla Chiesa e a ciascuno di noi, figlio di questa Santa Madre: «Mi ami tu?». E sarà così sino alla fine e anche nell’eternità. Silvano dell’Athos, un monaco dei nostri tempi venerato come santo dalla Chiesa ortodossa, scriveva: «Un padre si affligge e si addolora per un figlio che deve essere punito per i suoi delitti, ma per quanto sia addolorato, gli dirà comunque: “Non hai agito bene, e giustamente sei punito per le tue azioni cattive”. Il Signore non ci dirà mai qualcosa del genere. Dirà anche a noi come all’apostolo Pietro: “Mi ami?”, così anche in paradiso chiederà a tutti gli uomini: “Mi amate?”. E tutti risponderanno: “Sì, Signore, ti amiamo. Ci hai salvato per mezzo delle tue sofferenze sulla croce e adesso ci hai donato il regno dei cieli”» (Nostalgia di Dio, Qiqajon-Bose, Magnano 2011, p. 146). Con questa ferma speranza accostiamoci alla mensa dell’Eucaristia.
Basilica di San Pietro in Vaticano, 29 maggio 2026
Marcello Card. Semeraro