Le Beatitudini, scala verso la santità
Omelia nella beatificazione della “Madre Isacchi”
Nella lettura del Vangelo secondo Matteo sono state appena proclamate le otto Beatitudini che Gesù pronunciò dal monte. Mentre le ascoltavo insieme con voi, mi sono tornate alla memoria alcune espressioni del commento che sant’Ambrogio ne faceva ai fedeli di Milano, invitandoli a guardarle come una scala che conduce verso la santità. Sono i «gradini delle virtù» – diceva – attraverso i quali possiamo salire dalle realtà più basse verso quelle più alte.
Ecco, allora, che si comincia dalla povertà nello spirito – Ambrogio la chiama «madre delle virtù» –, cioè dal cuore che rinuncia alla propria autosufficienza; da qui nasce la mitezza, per la quale il cuore diventa capace di piangere ciò che non corrisponde al disegno di Dio; e questo pianto si trasforma in fame e sete di giustizia. La giustizia, poi, apre alla misericordia, la misericordia purifica il cuore, e il cuore purificato diventa capace di pace, fino ad arrivare alla fedeltà nella prova e nella persecuzione (cf. Exp. Ev. sec. Lucam V, 60: PL 15, 1652).
Le Beatitudini evangeliche sono, dunque, una scala; non, però, una scala che ci allontana dalla terra, bensì una scala che ci fa entrare sempre più profondamente nella vita di Cristo. Con piena ragione, allora, nell’esortazione Gaudete et exsultate sulla vocazione alla santità nel mondo contemporaneo, papa Francesco scriveva che, quando ci ha lasciato le Beatitudini, Gesù ha spiegato con tutta semplicità che cosa significa essere santi. Le Beatitudini sono – concludeva – come la carta d’identità del cristiano: «Così, se qualcuno di noi si pone la domanda: “Come si fa per arrivare ad essere un buon cristiano?”, la risposta è semplice: è necessario fare, ognuno a suo modo, quello che dice Gesù nel discorso delle Beatitudini. In esse si delinea il volto del Maestro, che siamo chiamati a far trasparire nella quotidianità della nostra vita» (n. 63).
Celebrando oggi la beatificazione di Maria Ignazia Isacchi, noi contempliamo una di coloro che hanno percorso questa scala. La santità non è stata per lei un ideale rimasto sulle pagine del Vangelo: è diventata una vita concreta, passo dopo passo, Beatitudine dopo Beatitudine. Proprio per questo la Chiesa oggi ce la propone come Beata: non perché abbia compiuto qualcosa di straordinario agli occhi del mondo, ma perché ha lasciato che il Vangelo scendesse nel concreto della sua esistenza e la trasformasse, gradino dopo gradino, in una testimonianza luminosa di Cristo.
Osserviamola, allora, un po’ più da vicino, nella vicenda terrena di questa nuova Beata. Non mi dilungherò su di essa: appartiene alla vostra terra, è un fiore cresciuto nel giardino della vostra Chiesa, sicché voi conoscete la sua storia, oltretutto brevemente rievocata all’inizio di questo rito. La sua vocazione religiosa maturò all’interno della famiglia di origine e, nel 1879, entrò nell’Istituto delle Suore Orsoline di Somasca. Mostrò presto le sue doti umane e cristiane, vivendo la maternità spirituale nell’educazione delle fanciulle e manifestando notevoli capacità di relazione con le giovani, alle quali trasmetteva una forte devozione. All’interno dell’Istituto, però, intervennero tensioni e difficoltà che la condussero poi alla fondazione di una nuova famiglia religiosa, quella delle Orsoline del Sacro Cuore. Anche in questa nuova situazione non mancarono difficoltà e incomprensioni, al punto che la vita di madre Ignazia potrebbe essere descritta come un percorso ad ostacoli.
André Chouraqui, filosofo algerino naturalizzato israeliano e grande sostenitore del dialogo fra le tre religioni monoteiste, traducendo in francese il Nuovo Testamento, rese il «beati» evangelico con l’espressione en marche, ossia: «mettiamoci in cammino». Ipotizzava che l’espressione originaria sulle labbra di Gesù rimandasse all’idea del «beato chi cammina nelle vie del Signore».
Comunque sia, la beata Maria Ignazia proseguì nel suo cammino. Non abbandonò la missione che le era stata affidata; fu incoraggiata in questo dai Superiori e anche dal papa Benedetto XV e dalla Congregazione dei Religiosi. Sempre fiduciosa nella Provvidenza, ci ha lasciato la testimonianza di una vita dedita all’Istituto e fedele alla propria vocazione religiosa. Se, allora, ci domandassimo quale delle Beatitudini evangeliche potremmo scegliere come particolarmente significativa per lei, penso che potremmo indicare proprio la prima: «Beati i poveri in spirito».
Il tratto più profondo della sua spiritualità sembra essere proprio l’abbandono in Dio e la disponibilità a consegnarsi totalmente a Lui. La prima povertà, infatti, consiste nel riconoscere di non essere padroni assoluti di noi stessi, nel riconoscere che tutto è dono di Dio. Proprio da questa interiore povertà, da questo cuore consegnato a Dio, la nostra Beata trasse la forza per amare e servire gli altri.
Dicevo che la vita terrena della beata Isacchi potrebbe sembrare un percorso ad ostacoli. Ma, dopo che in Gesù Dio si è fatto uomo, ogni storia può diventare storia di salvezza. Anche una storia segnata da incomprensioni, difficoltà, fatiche e ostacoli può essere raccolta dalla grazia e condotta verso la sua pienezza. «Per opera dello Spirito Santo ogni storia, anche quella più dimenticata, anche quella che sembra scritta sulle righe più storte, può diventare ispirata, può rinascere come capolavoro, diventando un’appendice di Vangelo» (Francesco, Messaggio per la 54ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni, 24 gennaio 2020). Così è stato per la beata Maria Ignazia. Così, con l’aiuto del Signore, può essere per ciascuno di noi. Amen.
Mantova - Basilica di Sant’Andrea, 10 ottobre 2026
Marcello Card. Semeraro