Maria, madre della conversione
Omelia nella festa della Beata Vergine del miracolo
Qui, in questa Chiesa e con l’Ordine dei Frati Minimi di san Francesco di Paola, celebriamo la festa della Beata Vergine del Miracolo. Ho accolto volentieri l’invito a presiedere questa Santa Messa per la devozione che nutro verso il Santo paolano, per l’amicizia con l’Ordine dei padri Minimi e anche per l’intimo significato della scena della Vergine che ad Alfonso Ratisbonne, sino a quel momento incredulo, apparve come Madre di misericordia e di perdono.
Nella Supplica alla Madonna recitata prima che avesse inizio la Santa Messa, ci siamo rivolti a lei invocandola: Madre della conversione! È un titolo bellissimo, che meriterebbe di essere inserito nelle litanie alla Vergine. Il verbo latino convergere, da cui nasce la nostra parola «conversione», non ha solo il senso di «cambiare strada» e fare, quindi, come una «inversione di marcia» dal peccato; esso ha pure il senso di «rivolgersi» benevolmente verso qualcuno: proprio come noi lo usiamo per la Vergine quando preghiamo: illos tuos misericordes oculos ad nos converte, «rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi». È quello che fa Maria: ci guardandoci come madre misericordiosa e così ci aiuta a rivolgere i nostri occhi rivolti verso Dio, Padre nostro.
La storia di Alfonso Ratisbonne voi la conoscete ed è davvero superfluo che io la ripeta. Ricorderò solo le parole con cui egli confidò quanto qui gli era accaduto: «La Vergine mi ha fatto cenno con la mano di inginocchiarmi. Mi è sembrato che mi dicesse: va bene! Non mi ha parlato affatto, ma ho capito tutto». Una Madonna che non parla, ma che si fa ugualmente capire! Quante storie – carissimi e vogliate perdonarmi quanto sto per dire – quante storie di «madonne», che parlano in continuazione, quando, invece, la Madonna del Vangelo preferisce ascoltare. Ascoltare, anzitutto il suo Figlio, Gesù. Quelle che abbiamo ascoltato dalla proclamazione del Vangelo sono le ultime che la Sacra Scrittura ci ha trasmesso lei. Dopo, ha soltanto ascoltato; anche sotto la Croce, dove, come dice il quarto vangelo, «stava» (cf. Gv 19,25). Anche lì, Maria non parla, ma ascolta in silenzio.
Alfonso Ratisbonne dice: Non mi ha parlato affatto, ma ho capito tutto! La vera questione è questa: non se Maria parli, ma se noi capiamo! Alfonso Ratisbonne ha capito tutto: era lontano dalla fede e, in un istante, ha sentito trasformato il suo cuore; trasformato non con argomenti, o rimproveri, ma con una presenza che lo illuminava nel buio. Fu, dunque, una conversione improvvisa, totale, proprio come acqua che diventa vino … È l’immagine che raccolgo dal racconto evangelico delle nozze di Cana, che abbiamo ascoltato; una storia da cui apprendiamo come si può passare dalla tristezza alla gioia. In quella storia Gesù dice alla Madre: «Non è ancora giunta la mia ora» (Gv 2,4). Noi, invece, nella Supplica abbiamo detto alla Madre della conversione: «Questa è l’ora tua, o Maria, l’ora della tua bontà inesauribile, della tua misericordia trionfante». Facciamo, allora, qualche riflessione sul mistero di Cana.
La prima è che nel racconto Maria compare come «Madre». Siamo in un banchetto di nozze e come composizione di luogo potremmo pensare anche alle nostre feste in famiglia, o tra amici per una qualche ricorrenza festiva: una celebrazione religiosa, una ricorrenza famigliare… Una volta – e ancora da noi sino a non molto tempo fa – le feste erano occasione per ritrovarsi tra parenti, amici. Oggi è molto diverso: nelle feste si fugge via da casa, per una gita, o per altro. Un tempo non lontano, però, nella festa non s’andava al ristorante per scegliere cosa mangiare da un menu, ma le vivande si preparavano in casa e avevano il sapore della nostra vita e delle nostre storie. E le mamme, che avevano cucinato, non mangiavano soltanto, ma pure osservavano se si gustava quanto preparato.
Anche nella storia di Cana c’è l’esperienza del «gusto»: il maestro di tavola appena ebbe gustato l’acqua diventata vino chiamò lo sposo… (gustavit traduce in latino Gv 2,9). Questo richiamo al senso del «gusto» vuole dirci che la salvezza è giunta a noi per una via concreta palpabile, gustabile, ossia anche godibile … perché il Figlio di Dio si è fatto carne nel grembo della Vergine. Maria è attenta per vedere se si sta gustando il cibo e quando s’accorge del pericolo che subentrino l’imbarazzo e il disagio e che la gioia finisca, interviene. Questa è la prima riflessione.
La seconda riflessione è in qualche modo conseguente. Maria sa intervenire perché ha fatto esperienza della misericordia di Dio. Ricordiamo le parole del suo Magnificat: «ha guardato l’umiltà della sua serva… di generazione in generazione la sua misericordia». Questa conoscenza del cuore grande di Dio, che nasce dall’esperienza della sua grazia (Maria è la «piena di grazia»), rende la Madre attenta alle fatiche e alle sofferenze, alle domande e alle debolezze dell’uomo, di ciascuno di noi. Per questo la invochiamo: illos tuos misericordes oculos ad nos converte! Ed è così perché quanto più intimamente si conosce Dio e si fa esperienza del suo amore, tanto più si diventa capaci di conoscere il cuore dell’uomo, di compatirlo e di aiutarlo.
La terza annotazione è quasi una conclusione: quella di Maria è una fede in crescita. Nei testi del Concilio Vaticano II c’è un passaggio molto bello, dove si dice che ella avanzò nel pellegrinaggio della fede (cf. Lumen gentium 58). Ed è davvero così. La parola che ella rivolse ai servi: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2,5) ci rivela quanto impegnativo sia stato il cammino di fede di questa madre e a quale conoscenza del cuore del Figlio sia giunta. Il suo pellegrinaggio di donna credente aveva avuto inizio con un fiat: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola», aveva risposto all’angelo (Lc 1,38). Ora, dopo avere vissuto per circa trent’anni in questa esperienza di servizio, Maria può rivolgersi ai servi del banchetto di Cana e dire loro: «fate tutto quello che Egli vi dirà». Divenuta esperta nel fidarsi della parola di Dio e nell’affidarsi a Lui, può aiutare gli altri perché facciano altrettanto.
Maria è passata dal fiat al facite: «fate ciò che vi dirà»! Da discepola della fede ora è divenuta maestra della fede. Tali si diventa non imparando nozioni e teorie, ma facendo esperienza. La sua fede è divenuta talmente forte, da potere anche essere trasmessa ad altri, come quando stringiamo una mano profumata e la fragranza ci rimane addosso. Ora sappiamo che possiamo invocarla: illos tuos misericordes oculos ad nos converte! Sì, Maria è Madre della conversione.
Alla fine di queste considerazioni possono sorgere alcune domande: sappiamo noi, come la Vergine, percepire i bisogni e le necessità del prossimo, oppure siamo ripiegati su noi stessi e chiusi nei nostri egoismi? Siamo disposti ad accrescere la gioia degli altri, oppure prendiamo gusto a complicare i loro problemi e accrescere le loro sofferenze? Io, valorizzo la mia fede nel servizio del prossimo, come la Santa Madre del Signore? Sono soltanto alcune domande, che ci giungono dall’esempio di Maria, Madre della conversione. Portiamole con noi per prolungare l’intima bellezza di questa festa mariana.
Basilica di Sant’Andrea delle Fratte, Roma, 20 gennaio 2026
Marcello Card. Semeraro