Una chiesa e il suo campanile
Omelia in occasione del 950° anniversario della Dedicazione della Cattedrale e della benedizione del restaurato campanile normanno
Durante la proclamazione del Santo Vangelo (cf Gv 2,13-22) abbiamo udito che i giudei equivocarono la parola di Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Pensavano che egli facesse riferimento al tempio di Gerusalemme. L’Evangelista, però, spiega che il riferimento del Signore era, invece, al «del tempio del suo corpo». Commentando questo brano evangelico sant’Ambrogio diceva: «Davvero tempio di Dio è il corpo di Cristo, dove troviamo la purificazione dai nostri peccati. Tempio di Dio davvero è quella carne nella quale non poté esservi alcun contagio di peccato e che, invece, divenne sacrificio per il peccato di tutto il mondo. Davvero è tempio di Dio quella umanità, in cui rifulgeva l’immagine di Dio e dimorava corporalmente la pienezza della divinità … In questo tempio troviamo la misericordia del Signore» (Enar. in XII Psalmos Davidicos. In Ps. 47,16: PL 14, 1152). Attualizziamo tutto questo a noi e all’evento che stiamo celebrando: ogni volta che entriamo in una chiesa, è come se ci accostassimo a Cristo: noi cristiani non possiamo entrarci come se andassimo a visitare un museo, o un monumento importante. Dobbiamo, al contrario, entrarci cercando Cristo.
E qual è il segno speciale di Cristo in una chiesa? Voi, probabilmente, mi risponderete che è la cappella del Santissimo, dov’è il tabernacolo che custodisce la santa Eucaristia. Se è così, non avete di sicuro torto, ma non è tutto, perché quello è il luogo dell’incontro “privato” che un fedele ha con il Signore. Se invece pensiamo all’incontro comunitario – specialmente all’assemblea eucaristica domenicale – allora il discorso cambia non poco, perché il primo segno di Cristo in una chiesa è l’Altare. Non è, infatti, senza ragione che, al termine della processione d’ingresso, il primo gesto del sacerdote celebrante la Santa Messa sia il bacio dell’altare. Questo perché, come si esprime la tradizione della Chiesa, l’altare è Cristo! La liturgia siro-maronita ha una bellissima preghiera che è recitata sottovoce dal sacerdote quando, al termine della liturgia bacia l’altare. Dice così: «Sta in pace, o Altare di Dio. L’oblazione che ho preso da te, sia per la remissione dei debiti e il perdono dei peccati, e mi ottenga di stare davanti al tribunale di Cristo senza dannazione e senza confusione. Non so se mi sarà dato di ritornare e offrire sopra di te un altro Sacrificio. Proteggimi, Signore, e conserva la tua santa Chiesa, quale via di verità e di salvezza. Amen».
Il legame tempio-corpo non si ferma certo qui e si allarga, anzi, sino a noi. San Paolo, infatti, scrive: «Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?» (1Cor 3,16). Oggi, però, lo sguardo si allarga ancora di più e raggiunge pure lo spazio che non è delimitato dalle mura di questa Cattedrale, ma si distende oltre, verso l’infinito ed è quello rivolto al vostro campanile, che questa sera è restituito alla comunità nella sua bellezza dopo importanti lavori di restauro.
Romano Guardini, un grande teologo di cui è stata aperta la Causa per la beatificazione e canonizzazione, parlando del significato del campanile scriveva così: «si drizza nella libera atmosfera e ne prende per così dire possesso per conto di Dio» (I santi segni, ed. it. Brescia 2000, p. 191). Nelle simbologie medievali, poi, quando si considera la torre campanaria unita ad una chiesa si spiega che essa è simbolo dei predicatori della parola di Dio; si aggiunge pure che essa è un invito a volgere verso l’alto la propria vita (cf. Sicardo di Cremona, Mitrale I, 4: PL 213, 24; Durando di Mende, Rationale Divinorum Officiorum, I, 21: ed. Napoli 1859, p. 15). Tale appare, davvero, il campanile di Melfi con la sua forma, la sua altezza, le sue decorazioni.
Esso non è soltanto un elemento architettonico, o una testimonianza della storia della città, ma prima ancora è un segno che indica il cielo e richiama a una Presenza da riconoscere. Da secoli le sue campane convocano i fedeli alla preghiera e alla celebrazione eucaristica, accompagnando le gioie e le sofferenze della comunità. La loro voce raggiunge pure chi è lontano dalla Chiesa e a noi ricorda che la missione cristiana è andare incontro a tutti tenendo aperta la via della speranza. Ecco, allora, il significato spirituale di questa sera: il restauro del campanile non sia soltanto il recupero di una bellezza architettonica, ma pure occasione per rinnovare la vita della comunità; i 950 anni della Cattedrale impegnino a custodire questa eredità come un dono vivo da trasmettere alle generazioni future.
Torno, allora, alla parola di Gesù, da cui ho iniziato: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Il tempio vero è il corpo del Signore, morto e risorto per noi. È a lui che ci conduce questa Cattedrale ed è da lui che riceve significato ogni suo spazio, dall’altare su cui si celebra il sacrificio eucaristico fino alla Torre normanna che s’innalza verso il cielo. A lui deve condurci anche il Campanile, con la sua voce che si diffonde sulla città. Al Signore, allora, domandiamo che questa Cattedrale continui a essere una casa dove ciascuno si sente accolto, uno spazio in cui la Parola illumina le coscienze, l’Eucaristia nutre la comunione e la misericordia risana le ferite. Chiediamogli pure che il campanile, tornato a svettare nella sua bellezza, continui a ricordare a tutti che Dio non è estraneo alla storia degli uomini, ma viene loro incontro e li chiama a sé; che le sue campane invitino ancora tante generazioni alla preghiera e alla celebrazione dei santi misteri, richiamino alla fede chi si è allontanato, accompagnino le gioie e le sofferenze della città; siano, per chiunque le ascolti, segno della voce di Cristo che continua a chiamarci alla vita. Ascoltando quella voce, la comunità di Melfi testimoni ogni giorno, con la fede e con la carità, la presenza del Signore risorto. Amen.
Melfi – Basilica Cattedrale, 30 ottobre 2026
Marcello Card. Semeraro