Omelia nella beatificazione di don Ubaldo Marchioni, don Elia Comini e padre Martino Capelli

 

 

 

Ascoltarono la voce del Buon Pastore

Omelia nella beatificazione dei sacerdoti: Ubaldo Marchioni, diocesano; Elia Comini, salesiano e Martino Capelli, dehoniano.

 

Nel medesimo periodo di cinque anni or sono giunsi qui per la beatificazione di don Giovanni Fornasini. Torno, dunque, con emozione in questa Basilica di San Petronio per presiedere, a nome del Papa, il rito della beatificazione di altri tre sacerdoti martiri e celebro con voi la Santa Eucaristia avendo l’animo colmo di gratitudine: in questo Sacramento, dove annunciamo la morte del Signore e proclamiamo la sua risurrezione, trova il suo significato più profondo anche la vicenda dei nuovi Beati: don Ubaldo Marchioni, sacerdote diocesano, don Elia Comini, salesiano, e padre Martino Capelli, dehoniano.

Le loro vicende ci riportano a uno dei momenti più tragici e confusi della nostra storia: l’eccidio di Monte Sole, che molti conoscono come l’eccidio di Marzabotto. Più di dieci anni fa lessi la loro storia in un libro dal titolo Le querce di Monte Sole: un’immagine eloquente di uomini rimasti saldi mentre tutto sembrava crollare. Celebrando il loro martirio, noi annunciamo la loro partecipazione alla morte del Signore; ma proclamiamo anche la verità della sua risurrezione. Per loro si è compiuta la promessa dell’Apostolo: «Se moriamo con lui, con lui anche vivremo» (2Tm 2,11).

Da secoli la liturgia della Chiesa fa risuonare, nella memoria dei martiri, un antico inno che oggi sembra composto proprio per questi tre nuovi Beati: Christo profusum sanguinem… laetis sequamur vocibus. «Cantiamo con voci festose il sangue versato per Cristo, la vittoria dei martiri, la corona preparata nei cieli per loro». Umanamente questo canto appare quasi un paradosso: come si può parlare di gioia davanti al sangue innocente? La risposta non nasce dall’esaltazione della sofferenza, ma dal mistero di Cristo, secondo le parole che abbiamo ascoltato da san Paolo: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù… Egli svuotò se stesso, assumendo la condizione di servo». Vuol dire che il segreto dei martiri non è l’eroismo, ma l’amore che si svuota di sé. L’antico inno aggiunge che, agli occhi del mondo, la morte dei martiri può sembrare come una pianta senza frutto né fiore; eppure proprio quel vuoto è diventato il luogo in cui Dio ha fatto fiorire la carità. Come Cristo non trattenne nulla per sé, così don Ubaldo, don Elia e padre Martino non trattennero neppure la propria vita.

Avrebbero potuto fuggire. Nei giorni terribili dei rastrellamenti la via della salvezza era ancora aperta. Molti, mossi da sincero affetto, li esortavano a mettersi in salvo. Sarebbe stata una scelta umanamente comprensibile. Ma proprio in quel bivio essi riconobbero un’altra voce: quella che il Vangelo ci ha fatto ascoltare oggi. «Le mie pecore ascoltano la mia voce; io le conosco ed esse mi seguono». Don Ubaldo, don Elia e padre Martino compresero che la voce del Buon Pastore non li chiamava lontano dal pericolo, ma accanto al loro popolo. Il gregge era impaurito, disperso, indifeso; il vero pastore, però, non abbandona le pecore quando arrivano i lupi. Per questo rimasero. Rinunciarono liberamente alla propria sicurezza per condividere fino in fondo la sorte dei fratelli loro affidati. Fratelli e sorelle, qui si manifesta la bellezza della loro santità.

Oggi la Chiesa distingue giustamente il martirio dall’offerta della vita: sono due vie diverse, ciascuna con la propria fisionomia, ma entrambe nascono dalla medesima sorgente, che è la carità di Cristo. I nostri Beati non cercarono il martirio; decisero piuttosto di non abbandonare il loro gregge. La loro fu una autentica offerta della vita: una scelta libera, consapevole e profondamente pastorale. Proprio questa disponibilità li rese pronti ad accogliere il martirio quando l’odio contro la fede si abbatté su di loro. Distinte, ma intimamente unite, oblatio vitae e martirio si illuminano reciprocamente nella logica evangelica del Buon Pastore, che dà la vita per le sue pecore.

Guardiamo a don Ubaldo Marchioni. Poteva salvarsi; preferì restare accanto alla sua gente. Cadde sui gradini dell’altare, quasi offrendo la propria vita insieme al sacrificio eucaristico. Tornano alla mente le parole del Salmo: «Verrò all’altare di Dio, a Dio, mia gioiosa esultanza» (Sal 43,4), che un tempo il sacerdote recitava ai piedi dell’altare all’inizio della Messa: ad Deum qui laetificat juventutem meam. Don Ubaldo aveva appena ventisei anni! Con lui guardiamo a don Elia Comini. Dopo aver celebrato quella che sarebbe stata l’ultima Messa della sua vita, si lasciò davvero spezzare, come il pane eucaristico, per la salvezza del suo popolo. E contempliamo padre Martino Capelli. La sua fedeltà sacerdotale divenne testimonianza del Cuore aperto di Cristo: rimase presente come pastore, come fratello e come uomo di Dio. Nessuno dei tre volle sottrarsi alla sorte della propria comunità. Scelsero semplicemente di restare.

Oggi, celebrando la beatificazione di questi martiri, comprendiamo che le loro vite non sono state spezzate dal male, ma portate a compimento dall’amore. Per questo il loro sangue non grida vendetta, ma annuncia Cristo. È il profumo di una Chiesa che non fugge, che non abbandona, che rimane solidale accanto a chi soffre. Come ha scritto il fratello Cardinale Arcivescovo, la testimonianza di chi ha scelto di restare con la propria comunità interpella profondamente anche noi: ci chiede di scegliere con decisione la pace, di unire le nostre energie a quanti lavorano per disarmare i cuori e le mani, di disinnescare l’ostilità con il dialogo e di custodire insieme verità e perdono, giustizia e misericordia.

I nuovi Beati ci ottengano la grazia di riconoscere, anche nelle prove del nostro tempo, la voce del Buon Pastore e di avere il coraggio di seguirla. Amen.

 

Bologna – Basilica di San Petronio, 27 settembre 2026

 

Marcello Card. Semeraro