Omelia nella beatificazione degli 80 martiri di Santander

 

Amici sino alla fine

Omelia nella beatificazione degli 80 martiri di Santander

 

Raccogliamoci, fratelli e sorelle carissimi, nella meditazione della pagina del Vangelo che è stata appena proclamata. È il Signore stesso che ci ha parlato e noi dobbiamo essere il terreno nel quale questo seme germoglia, fiorisce e porta frutto.

Il passo sul quale desidero soffermarmi insieme con voi è quello in cui Gesù esclama: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Dalla croce, nel momento della sua estrema sofferenza e mentre tutti attorno a lui lo deridono, Gesù non pronuncia parole di condanna, ma una preghiera di perdono. La violenza che subisce non spegne il suo amore; l’ingiustizia di cui è vittima non lo induce all’odio. Gesù rimane fedele al Padre e continua ad amare anche coloro che lo fanno soffrire. Il mistero della croce è questo: la fedeltà di un amore che neppure la morte riesce a spezzare.

Sant’Ambrogio ci aiuta a contemplare questo amore che si dona attraverso l’immagine di una pianta che, quando viene incisa, lascia uscire la sua fragranza. Scrive così: «C’è un legno che quando è inciso emana un intenso profumo e lascia stillare da esso come una lacrima. Così anche Cristo, crocifisso sul legno della croce, versava lacrime per il popolo, affinché lavasse via i nostri peccati; e dalle viscere della sua misericordia faceva sgorgare un unguento, dicendo: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Come, allora, il balsamo stilla dall’albero, così dal corpo del Signore scaturiva il profumo della santificazione» (cf. Comm. in Cant. Cant. 1, 34: PL 15, 1869).

Sono parole che ci rivelano il paradosso della croce: proprio quando l’odio sembra aver raggiunto il suo trionfo, Gesù manifesta che il male non ha il potere di spegnere la misericordia di Dio, perché il suo amore è più forte. È qui che la parola del Vangelo incontra la testimonianza dei martiri: di tutti i martiri e, oggi, degli ottanta fratelli che la Chiesa ha dichiarato Beati. Noi guardiamo a loro. Sono un grande numero, ma ciascuno di loro ha un volto, una storia, una vocazione. Sono stati ricordati all’inizio di questo rito e nelle vostre comunità sono singolarmente conosciuti.

Nel corso dell’udienza generale dello scorso mercoledì, il Papa ha ricordato che «questi nuovi Beati rendono visibile un nuovo tassello della “moltitudine immensa” degli amici del Signore». È particolarmente bella, anzitutto, la parola amici! Essa dice che, raggiunti dall’amore di Cristo, questi nostri fratelli sono diventati capaci di rimanergli fedeli anche nell’ora della prova. Nella tradizione della Chiesa, infatti, il martire è colui che subisce la morte a motivo della propria fedeltà a Cristo. Ma c’è qualcosa di più. Alla luce del Vangelo che abbiamo ascoltato, la testimonianza del martire va compresa proprio a partire da quella di Cristo, che sulla croce ha pregato per i suoi persecutori. La loro storia ci mostra come la parola del Crocifisso possa diventare carne nella vita dei suoi discepoli. Non si tratta, certo, di una forza che il cristiano possiede da sé, perché, come abbiamo ascoltato dalle parole rivolte al veggente dell’Apocalisse, i martiri «sono quelli che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello» (Ap 7,14).

Il riferimento del Papa alla «moltitudine immensa» mi suggerisce un'altra considerazione. La santità non è un fenomeno circoscritto a un’epoca, a un luogo o a una particolare condizione di vita: è una realtà che attraversa la storia e nella storia continua a manifestarsi. Sono stato nei giorni scorsi a Ibiza per presiedere un altro rito di beatificazione e tornerò in Spagna per celebrarne ancora uno a Madrid. Ogni volta è come aggiungere un tassello a un mosaico che non è ancora compiuto, perché la moltitudine degli amici del Signore continua a crescere e a rendersi visibile attraverso uomini e donne che, in circostanze diverse, hanno accolto la sua chiamata.

È significativo, inoltre, che tra i nuovi Beati che oggi onoriamo qui a Santander vi siano sacerdoti, seminaristi e laici. La loro diversa condizione ecclesiale ci ricorda che la santità non è privilegio di alcuni, né è legata a una particolare forma di consacrazione: essa è la vocazione comune di tutti i battezzati. La persecuzione li ha raggiunti in situazioni differenti, ma tutti hanno trovato nell’appartenenza a Cristo la ragione ultima della propria fedeltà.

Una beatificazione, dunque, non si limita a fare memoria di una pagina dolorosa della storia della Chiesa. Essa ci permette di riconoscere, dentro quella stessa storia, la presenza operante della grazia; ci restituisce la memoria di una testimonianza e, nello stesso tempo, la consegna alla nostra responsabilità. I nuovi Beati non appartengono soltanto al passato: entrano nella vita della Chiesa come amici del Signore e come testimoni che continuano a indicarci la via della fedeltà.

Vorrei concludere tornando all’immagine dell’Apocalisse: la «moltitudine immensa» (7,9) non è soltanto una moltitudine da contemplare, ma una moltitudine alla quale siamo chiamati ad appartenere. I nuovi Beati ci ricordano che la santità non è soltanto una meta da ammirare negli altri, ma una vocazione da accogliere personalmente. La loro testimonianza, pertanto, non ci lascia semplicemente spettatori della loro grandezza: ci interpella e ci invita a vivere, nelle circostanze della nostra esistenza, la medesima fedeltà a Cristo.

 

Cattedrale di Santander, 7 novembre 2026

 

Marcello Card. Semeraro

 

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Amigos hasta el final

Homilía en la beatificación de los 80 mártires de Santander

 

Recogámonos, queridos hermanos y hermanas, en la meditación del pasaje del Evangelio que acaba de leerse. Es el Señor mismo quien nos ha hablado y nosotros debemos ser la tierra en la que esta semilla germina, florece y da fruto.

El pasaje en el que deseo detenerme junto a vosotros es aquel en el que Jesús exclama: «Padre, perdónalos, porque no saben lo que hacen» (Lc 23,34). Desde la cruz, en el momento de su extremo sufrimiento y mientras todos a su alrededor se burlan de él, Jesús no pronuncia palabras de condena, sino una oración de perdón. La violencia que sufre no apaga su amor; la injusticia de la que es víctima no le lleva al odio. Jesús permanece fiel al Padre y sigue amando incluso a quienes le hacen sufrir. El misterio de la cruz es çeste: la fidelidad de un amor que ni siquiera la muerte logra romper.

San Ambrosio nos ayuda a contemplar este amor que se entrega a través de la imagen de una planta que, cuando se le hace un corte, deja salir su fragancia. Escribe así: «Hay una madera que, cuando se le hace un corte, emana un intenso perfume y deja que de ella brote como una lágrima. Así también Cristo, crucificado en el madero de la cruz, derramaba lágrimas por el pueblo, para que lavara nuestros pecados; y de las entrañas de su misericordia hacía brotar un ungüento, diciendo: “Padre, perdónalos, porque no saben lo que hacen”. Así como el bálsamo brota del árbol, así del cuerpo del Señor manaba el perfume de la santificación» (cf. Comm. in Cant. Cant. 1, 34: PL 15, 1869).

Son palabras que nos revelan la paradoja de la cruz: precisamente cuando el odio parece haber alcanzado su triunfo, Jesús manifiesta que el mal no tiene el poder de extinguir la misericordia de Dios, porque su amor es más fuerte. Es aquí donde la palabra del Evangelio se encuentra con el testimonio de los mártires: de todos los mártires y, hoy, de los ochenta hermanos que la Iglesia ha declarado beatos. Dirigimos nuestra mirada hacia ellos. Son muchos, pero cada uno de ellos tiene un rostro, una historia, una vocación. Se les ha recordado al comienzo de esta celebración y en vuestras comunidades se les conoce personalmente.

Durante la audiencia general del pasado miércoles, el Papa recordó que «estos nuevos Beatos hacen visible una nueva pieza de la “multitud inmensa” de los amigos del Señor». ¡Es especialmente hermosa, ante todo, la palabra amigos! Ella nos dice que, estos hermanos nuestros, tocados por el amor de Cristo, se han hecho capaces de permanecerle fieles incluso en la hora de la prueba. En la tradición de la Iglesia, de hecho, el mártir es aquel que sufre la muerte a causa de su fidelidad a Cristo. Pero hay algo más. A la luz del Evangelio que hemos escuchado, el testimonio del mártir debe entenderse precisamente a partir del de Cristo, que en la cruz oró por sus perseguidores. Su historia nos muestra cómo la palabra del Crucificado puede hacerse carne en la vida de sus discípulos. Desde luego, no se trata de una fuerza que el cristiano posea por sí mismo, pues, como hemos escuchado en las palabras dirigidas al vidente del Apocalipsis, los mártires «son los que han lavado sus vestiduras, haciéndolas blancas en la sangre del Cordero» (Ap 7,14).

La referencia del Papa a la «multitud inmensa» me sugiere otra reflexión. La santidad no es un fenómeno circunscrito a una época, a un lugar o a una condición de vida concreta: es una realidad que atraviesa la historia y que, en la historia, sigue manifestándose. Estos últimos días he estado en Ibiza para presidir otro rito de beatificación y volveré a España para celebrar otro más en Madrid. Cada vez es como añadir una pieza a un mosaico que aún no está terminado, porque la multitud de amigos del Señor sigue creciendo y haciéndose visible a través de hombres y mujeres que, en circunstancias diversas, han acogido su llamada.

Es significativo, además, que entre los nuevos Beatos a los que hoy honramos aquí en Santander haya sacerdotes, seminaristas y laicos. Su diferente condición eclesial nos recuerda que la santidad no es privilegio de unos pocos, ni está ligada a una forma particular de consagración: es la vocación común de todos los bautizados. La persecución los alcanzó en situaciones diferentes, pero todos encontraron en la pertenencia a Cristo la razón última de su fidelidad.

Una beatificación, por tanto, no se limita a recordar una página dolorosa de la historia de la Iglesia. Nos permite reconocer, en el seno de esa misma historia, la presencia activa de la gracia; nos devuelve el recuerdo de un testimonio y, al mismo tiempo, nos lo confía como responsabilidad. Los nuevos Beatos no pertenecen solo al pasado: entran en la vida de la Iglesia como amigos del Señor y como testigos que siguen indicándonos el camino de la fidelidad.

Quisiera concluir volviendo a la imagen del Apocalipsis: la «multitud inmensa» (7,9) no es solo una multitud que hay que contemplar, sino una multitud a la que estamos llamados a pertenecer. Los nuevos Beatos nos recuerdan que la santidad no es solo una meta que admirar en los demás, sino una vocación que hay que acoger personalmente. Su testimonio, por tanto, no nos deja simplemente como espectadores de su grandeza: nos interpela y nos invita a vivir, en las circunstancias de nuestra existencia, la misma fidelidad a Cristo.

 

Catedral de Santander, 7 de noviembre de 2026

 

Marcello Card. Semeraro