Contemplazione e carità
Omelia nel bicentenario della nascita della beata Maria Luigia del Santissimo Sacramento
«Chi ricorda davanti a te i suoi meriti, cos’altro ricorda, se non i tuoi doni?»: sono parole di sant’Agostino aveva nel cuore mentre faceva memoria di sua madre Monica (Confessioni IX, 13, 34: PL 32, 778). Abbiamo celebrato pochi giorni or sono la loro memoria e penso che non vi sia modo più cristiano per celebrare anche la beata Maria Luigia del Santissimo Sacramento nel bicentenario della sua nascita. Ciò significa che tutti noi e, anzitutto, le Suore francescane adoratrici della Santa Croce da lei fondate, se ora siamo raccolti qui, in questa bella e antica basilica, non è semplicemente per ricordare una figura illustre della città di Casoria, ma anzitutto per rendere grazie al Signore per ciò che ha fatto in lei e così riconoscere nella sua storia la fedeltà e la fantasia della grazia di Dio. Egli, infatti, ha preso una bambina rimasta orfana, una giovane che ha conosciuto la sofferenza, una donna che per anni ha vissuto nel nascondimento della sua casa come “monaca di casa” e, attraverso un cammino che soltanto la Provvidenza poteva guidare, ha fatto di lei una fondatrice, una amante della Croce e un modello di carità.
«Quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti» (1Cor 1,27), abbiamo appena ascoltato durante la liturgia della Parola. Qui l’Apostolo non sta per nulla esaltando la debolezza; sta piuttosto contestando la logica con cui il mondo misura il valore delle persone. Le scelte di Dio, infatti, mettono a nudo la pretesa della forza, del prestigio e del sapere umani di avere il sopravvento nei nostri rapporti, nelle nostre relazioni personali, sociali e politiche. Non è, infatti, questo ciò a cui tante volte assistiamo? Risentiamo allora alcune parole pronunciate dal Papa Leone XIV appena dieci giorni fa a Rimini, parlando a quanti partecipavano al 47° per l’amicizia tra i popoli: dovere di noi cristiani è smascherare «i rapporti di potere ingiusti, [che sono] alla radice di povertà e diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali». Ha aggiunto: «Occorrono pionieri coraggiosi, che comincino dalla propria inversione di rotta a rendere convincente e credibile la conversione richiesta a tutti». È ciò che i santi e i beati sono nella Chiesa: i «pionieri coraggiosi», che mostrano come la forza del Vangelo nasce tante volte da esistenze umili più che da strategie vincenti.
Questo accade quando non ci si vergogna della propria fragilità e si trasforma la propria debolezza in spazio dove lasciar agire la grazia di Dio. Lo ricorda ancora san Paolo dicendo: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,10). Ugualmente è avvenuto anche per la nostra beata. C’è, infatti, una cosa che, rileggendo la sua biografia, mi ha fatto pensare e che certamente ha pure guidato a suo tempo la scelta delle letture bibliche per la Messa che stiamo celebrando. Nella prima lettura dal libro del Siracide abbiamo infatti ascoltato che «ai miti Dio rivela i suoi decreti e dagli umili egli è glorificato» (3,19-20). Dal brano del Vangelo che è stato proclamato abbiamo poi ascoltato Gesù lodare il Padre per ciò che ha rivelato ai piccoli (cf. Mt 11,25).
La vita terrena della beata Maria Luigia è stata una progressiva scoperta della volontà di Dio e, al tempo stesso, un costante cammino di crescita verso la perfezione. È in questa docilità alla volontà di Dio, che ella giunse alla scelta di fondare una nuova famiglia religiosa. Non era affatto questa la sua prima intenzione; fu, invece, una scelta maturata nel graduale cammino che ella percorse lasciandosi accompagnare specialmente nel carisma francescano di alcune guide spirituali e pure lasciandosi sollecitare dalle dure situazioni di vita, che incrociava quotidianamente e nelle quali riconobbe gli appelli divini.
Quando, nella preghiera dell’Angelus del 27 settembre 2020 Papa Francesco ricordò la beatificazione celebrata il giorno prima a Napoli, disse che la nuova beata era un «esempio di contemplazione del mistero del Calvario e instancabile nell’esercizio della carità». Su questo, allora, mi soffermo brevemente, per sottolineare a tutti noi che la vita spirituale non si esaurisce nel contemplare Dio. La contemplazione, al contrario, quando è autentica, ci spinge naturalmente a tornare da Dio verso gli altri e a condividere con loro ciò che abbiamo ricevuto. Ciò che dico lo sto traendo dal magistero di san Tommaso d’Aquino, grande santo di questa terra napoletana. Egli insegnava che «è più grande illuminare che risplendere soltanto». Una luce che semplicemente risplende rimane chiusa in se stessa; una luce che, invece, illumina, si dona e permette anche agli altri di vedere (cf. STh II-II, q. 188 a. 6 co). Lo diceva per spiegare che se pure la contemplazione e la preghiera sono di per sé belle e buone, lo sono ancora di più quando si trasformano in carità, quando ciò che abbiamo ricevuto diventa dono per gli altri; quando ciò che abbiamo ascoltato nel silenzio diventa parola e ciò che ha trasformato il nostro cuore diventa testimonianza.
È quanto ha fatto la beata Maria Luigia. La sua vita di fede fu focalizzata sull’Eucaristia e sulla meditazione della passione di Cristo, ma proprio per questo ella si aprì all’amore verso i fratelli e sorelle in difficoltà e questo pure quando, in età avanzata, fu afflitta da sofferenze fisiche. Le forme di carità verso cui ella si aprì e a cui incoraggiò le sue figlie spirituali furono per alcuni aspetti anche innovative. Chiediamo dunque al Signore di renderci uomini e donne capaci, come lei, di contemplare il Signore Gesù, ma anche capaci di tornare poi verso i fratelli che sono nel bisogno; capaci di salire verso Dio con la preghiera e di scendere poi verso i fratelli con il servizio e la testimonianza. La vera contemplazione, infatti, non ci allontana dagli altri, ma ci restituisce a loro con una luce nuova, affinché possiamo tutti gustare la dolcezza di Dio.
Casoria, basilica pontificia di san Mauro, 1° settembre 2026
Marcello Card. Semeraro