Omelia nel centenario della morte del venerabile Antonio Palladino

 

La preghiera forza segreta dell’apostolato

Omelia nel centenario della morte del venerabile Antonio Palladino

 

Sono grato al vostro Vescovo, il carissimo Mons. Fabio Ciollaro, per l’invito rivoltomi per questa ricorrenza. È la seconda volta che giungo in questa Cattedrale per una circostanza che riguarda il venerabile servo di Dio Antonio Palladino e anche oggi ritengo opportuno indicarlo come illustre esponente della «santità sociale», cresciuta anche nella nostra terra. È, infatti, noto, che la Rerum novarum di Leone XIII spinse molti vescovi e sacerdoti del Sud a uscire da una pastorale solo sacramentale per dare una risposta alle domande che emergevano dalle condizioni di lavoro, sicché si diffusero circoli cattolici, casse rurali, cooperative agricole, società di mutuo soccorso. Nacquero, così, molte iniziative ispirate al cattolicesimo sociale che cercavano di offrire un’alternativa sia al liberalismo elitario, sia al socialismo rivoluzionario. Si potrebbero fare diversi nomi di sacerdoti che, pure fondando istituti di vita religiosa, si dedicarono alla alfabetizzazione dei poveri, alla assistenza per le famiglie di emigranti, alla promozione di cooperative contadine. Pur senza sostenere la lotta di classe, le nostre Chiese iniziarono a riconoscere apertamente le ingiustizie sociali del latifondo meridionale. Il nostro Venerabile, ad esempio, promosse l’istituzione della Cassa Rurale per soccorrere i braccianti e le vittime dell’usura. «La nostra azione – disse in un intervento del 1918 al Convegno dei Cattolici di Capitanata a Foggia – non deve restringersi nell’ambito della nostra Chiesa, ma dalla Chiesa deve spandersi qual benefica luce di sole su tutte le miserie umane. Usciamo di sagrestia … spargiamoci nel popolo con la Parola di Gesù sul labbro, con la carità nel cuore…».

Oggi, però, non possiamo non tenere conto che i «segni dei tempi», come li chiamava san Giovanni XXIII, formano pure una nuova vocazione per noi. Ecco, allora, che nel suo incontro con i Cardinali del 10 maggio 2025, il nuovo Papa, motivando la scelta del nome, disse che fra le prime ragioni c’era stato il fatto che come all’epoca di Leone XIII la Chiesa fu chiamata a rispondere alla questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale, anche oggi la Chiesa era chiamata a «rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro». Queste parole ci portano non solo a riconsiderare l’attualità dell’impegno del venerabile Palladino ma pure, nelle mutate le emergenze sociali, a rispondere alla domanda: nel nuovo contesto come ci sarà una nuova generazione di santità sociale? 

L’esempio di Don Antonio Palladino sarà, in questo, senz’altro di modello e di stimolo. Domandiamoci, però: dov’è l’essenziale, la fonte da cui ha attinto per le varie attività che caratterizzano il suo ministero pastorale? È un ministero che noi potremo paragonare a un poliedro. Fu, infatti, un prete ascetico, ma fu anche molto attivo; fu fedele alla Chiesa ma anche attento ai bisogni concreti della gente. Fece della sua parrocchia un centro di rinnovamento non solo spirituale, ma anche sociale, fondando associazioni di preghiera e opere di aiuto per poveri, orfani, braccianti e operai. Ciò detto, mi domando ancora: donde scaturiva questa sua poliedricità pastorale? La risposta mi pare d’averla trovata in una raccomandazione che egli spesso faceva: la preghiera – diceva è luce alla mente, riposo per il cuore e forza alla volontà. Riflettiamo qualche momento su queste parole.

La preghiera è luce alla mente. Mi torna alla memoria una catechesi di papa Francesco in cui, parlando del discernimento, ch’è fondamentale per saper fare nella vita le scelte più opportune, sottolineava la necessità della preghiera e diceva: «La preghiera vera è familiarità e confidenza con Dio. Non è recitare preghiere come un pappagallo, bla bla bla, no. La vera preghiera è questa spontaneità e affetto con il Signore … La familiarità con Dio può sciogliere in modo soave dubbi e timori, rendendo la nostra vita sempre più ricettiva alla sua “luce gentile”, secondo la bella espressione di san John Henry Newman» (Catechesi del 28 sett. 2022).

La preghiera è riposo del cuore. Lo è non perché elimini la fatica, ma perché custodisce il cuore, protegge l’interiorità e la rende docile all’azione della grazia. Per questo abbiamo bisogno di fermarci. Diciamo pure: di contemplare. Quando Carlo Maria Martini giunse a Milano come nuovo vescovo, titolò così la sua prima lettera pastorale: La dimensione contemplativa della vita (8 sett. 1980). Lì si legge che «la capacità di vivere un po’ del silenzio interiore connota il vero credente e lo stacca dal mondo dell’incredulità». Si legge pure che «la preghiera nasce dal mistero stesso dell’uomo. Ciascuno è invitato a riscoprire nel silenzio e nell’adorazione la sua chiamata ad essere persona davanti a un Tu personale che lo interpella con la sua Parola» (nn. 10. 13).

La preghiera è forza alla volontà. Qui emerge con chiarezza come la preghiera renda l’uomo capace di perseverare nel bene e di compiere scelte rette anche nei momenti più difficili. San Paolo, scrivendo a Timoteo, lo esorta a rimanere saldo e perseverante nella fede (cf. 2Tm 3,14). Ma una tale fedeltà non nasce soltanto dalla forza di volontà o dalle proprie capacità: essa matura attraverso una vita di preghiera continua, vissuta con fiducia e perseveranza, secondo l’insegnamento di Gesù, che invita a pregare «sempre, senza stancarsi mai» (Lc 18,1). Pregare, infatti, significa anche combattere interiormente senza lasciarsi vincere dallo scoraggiamento, continuando a confidare nell’azione silenziosa dello Spirito Santo che opera nel cuore dell’uomo. In questo cammino di perseveranza i santi rappresentano una testimonianza luminosa. La loro vita mostra che chi prega con perseveranza non evade dalla realtà, ma trova la forza per abitarla con maggiore libertà, coraggio e fedeltà.

Nell’intimo del cuore, allora, diciamo: «Signore Gesù, che hai sostenuto il venerabile Antonio Palladino nella sua pastorale con i giovani, nell’apostolato vocazionale e nel servizio ai poveri dona anche a noi una fede perseverante e un cuore aperto ai bisogni dei fratelli. Fa’ che nella preghiera troviamo luce per le nostre scelte, pace nelle fatiche e forza per testimoniare il Vangelo nel mondo». Amen.

 

Cattedrale di Cerignola, 15 maggio 2026

Marcello Card. Semeraro