Il piccolo seme, che diventa un grande albero
Omelia nel centenario della nascita del Servo di Dio Antonio Spalatro
Carissimi fratelli e sorelle, è davvero provvidenziale la odierna coincidenza tra la memoria liturgica di santa Teresa di Lisieux e il ricordo comunitario del Servo di Dio Antonio Spalatro, giovane sacerdote originario di questa bella terra del Gargano. Le loro due esistenze sono lontane per luogo e vocazione, ma sono straordinariamente vicine almeno per alcuni aspetti. Il primo è che ambedue sono morti giovanissimi: Teresa a ventiquattro anni e Antonio a ventotto; di questi, appena cinque come sacerdote! Il mondo direbbe: una vita troppo breve! Dio, invece, ci insegna che una vita può essere brevissima e insieme pienamente compiuta. La santità, infatti, non si misura con il numero degli anni, ma con la qualità e la quantità di amore che vi è stata riversata.
Nell’omelia per la canonizzazione di Carlo Acutis e Piergiorgio Frassati il Papa disse che la vera questione è di orientare la vita verso l’alto sì da farne un capolavoro! Questo Santa Teresa di Lisieux lo ha chiamato: “piccola via”. Lo ha ricordato pochi giorni fa Papa Leone nell’incontro con i giovani a Parigi, indicandola come «solido fondamento di ogni pace duratura» (Veglia di preghiera con i giovani del 25 sett.) e sottolineando che essa «ci insegna come la fiducia apra le porte della grazia» (Discorso all’Assemblea Sinodale Provinciale del 26 sett.). La “piccola via” è quella del bambino che si fida del Padre; che non pretende di essere grande, ma si lascia portare e guidare. È proprio questo il tratto che ritroviamo in don Antonio.
Ecco, allora, che durante la proclamazione del Vangelo abbiamo udito: «Se non diventerete come i bambini non entrerete nel regno dei Cieli» (Mt 18,3). San Leone magno commentava dicendo che «Cristo ama l’infanzia, maestra di umiltà, regola di innocenza e modello di mansuetudine. Cristo ama l’infanzia, cui orienta i costumi degli adulti, riconduce l’età degli anziani; e modella sul proprio esempio coloro che chiama al regno eterno» (In Epiphaniae solemnitate VII, 3: PL 54, 258). Quando parla, dunque di diventare come bambini, Gesù non rimanda a una età della vita, che sottintende ingenuità, inesperienza, ignoranza, ma invita a riconoscersi creature bisognose di Dio, rinunciando alle pretese di autosufficienza e alle dinamiche di potere. In definitiva, rovescia una concezione puramente mondana della maturità. Veramente maturo non è colui che ritiene di non avere bisogno di nessuno, che sa imporsi e che non si lascia toccare e influenzare; maturo, invece, è colui che, crescendo, non perde la capacità di ricevere, di fidarsi, di essere mite e di riconoscere il dono. E per il cristiano questa disposizione trova la sua forma piena in Cristo stesso. Per questo, secondo la parola di Gesù crescere significa diventare adulti senza smettere di essere bambini davanti a Dio. La prospettiva – comprendiamo bene - è molto profonda, poiché l’infanzia non è qualcosa che andando avanti nelle età della vita ci lasciamo alle spalle, ma una disposizione del cuore da custodire per tutta la vita.
È proprio questo che la preghiera composta per la sua glorificazione c’incoraggia a vedere nel Servo di Dio Antonio Spalatro. Lo descrive, infatti, come «bambino del Regno», ossia come un sacerdote che ha vissuto nella semplicità, nella povertà e nella docilità del servo fedele. Non cercò mai di essere importante; desiderò solo essere tutto di Gesù. Tra i suoi scritti ci sono parole che sembrano un’eco della santa di Lisieux: «Come S. Teresina fate che io effettui gli impegni presi in tutta la perfezione loro, che nessuno si curi di me, che io sia dimenticato, calpestato, come un granellino di sabbia». Le scrisse il 31 marzo 1947, quando ormai, verso il termine del triennio teologico, si profilava la sacra ordinazione. Sono parole che valgono per tutti noi. Viviamo, infatti, in un tempo che esalta ciò che appare, ciò che fa rumore, ciò che ottiene visibilità. Si fa di tutto per essere di scena. Ecco allora che, avendo come modello santa Teresa, don Antonio ci ricorda anch’egli che Dio costruisce il suo Regno nel silenzio, come un seme gettato in terra. È così che la santità nasce e cresce: non nei grandi eventi, ma nella fedeltà quotidiana di tanti uomini e donne che nessuno conosce e che Dio, invece, chiama per nome.
Se questo è un messaggio che dal Servo di Dio giunge a tutti, una parola speciale giunge a noi sacerdoti. Domenica scorsa sono stato a Bologna per presiedere, a nome del Papa, la beatificazione di tre sacerdoti che tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 hanno subito il martirio uccisi dai nazifascisti. Pur potendo fuggire rinunciarono liberamente alla propria sicurezza, scegliendo di condividere fino in fondo la sorte dei fratelli loro affidati. Sono esempio autentico di come si lega la propria vita a quella dei fratelli e delle sorelle. Mentre nell’Omelia dicevo tutto questo, il mio pensiero andava pure a don Antonio Spalatro. Quando giaceva in ospedale per la grave malattia che lo avrebbe condotto alla morte così scrisse in una lettera: «Desidero tanto tornare in mezzo ai miei parrocchiani … Nei momenti di solitudine, tanto lunghi a passare, penso sempre alla mia parrocchia». Apprezzo molto il commento che ne fece a suo tempo il vostro Arcivescovo: «Sente di essere passato da una persona “privata” ad una persona “universale”... Don Antonio sembra affermare che diventare prete ha significato perdere ogni diritto su di sé, per concederlo agli altri».
Fratelli e sorelle, questa celebrazione ci lascia, allora, due consegne. Una è per tutti: non abbiamo paura della piccolezza. Dio non misura la vita dagli anni o dal successo, ma dall’amore con cui è vissuta e dalla fedeltà nelle piccole cose. A noi sacerdoti, don Antonio Spalatro ricorda che essere preti significa appartenere al nostro popolo. Come lui, impariamo a spendere la vita perché i fratelli possano incontrare Cristo. «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape … è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto … diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami» (Mt 13,31-32).
Vieste – Basilica Concattedrale di Santa Maria Assunta, 1° ottobre 2026
Marcello Card. Semeraro