Cercaci, Signore, perché possiamo cercarti
Omelia nella II domenica di Pasqua, o della misericordia
«La sera di quel giorno, il primo della settimana…»: inizia così il racconto evangelico del primo incontro di Gesù Risorto con i suoi discepoli. Mancava, però, uno di loro, Tommaso chiamato Didimo. Otto giorni dopo il Risorto tornò e questa volta «c’era con loro anche Tommaso». La scelta liturgica di leggere, nella seconda domenica di Pasqua, il brano del quarto vangelo che abbiamo ascoltato riprende questo dato cronologico. Ci si potrebbe domandare: questo, ha un significato anche per noi? Per noi, che tante volte non possediamo la prontezza ardente di Pietro – capace di proclamare con slancio: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» –, ma ci portiamo dentro l’esitazione di Tommaso, che confessa: «Se non vedo… non credo»?
Con la sua scelta la Chiesa intende rassicurarci che quanto narrato non riguarda solo Tommaso e ci dice che il Signore, pure trovandoci assenti in una sua visita, non ci ritiene degli esclusi, non ci cancella dal suo elenco; ci dice, al contrario, che siamo sempre attesi e che egli non condanna la nostra fragilità, ma la raccoglie per trasfigurarla. L’esperienza dell’apostolo Tommaso diventa allora luce per il nostro cammino e ci conforta nelle nostre insicurezze. Ci mostra, infatti, che il dubbio non è senz’altro una porta chiusa, ma può essere una soglia oltre la quale si aprono spazi inattesi; c’insegna che ogni inquietudine, se vissuta con sincerità, può aprirsi a una verità più luminosa di ogni certezza umana. Nelle parole che Gesù rivolge a Tommaso, ritroviamo, infatti, il cuore della fede matura – una fede che non si arrende alla fatica, ma persevera; che non pretende segni per credere, ma si affida e cammina (cf. Benedetto XVI, Catechesi del 27 settembre 2006).
Nella Santa Messa di oggi, carissimi, questa comunità parrocchiale intende, con animo grato, ricordare al Signore il Papa Francesco, di cui in questi giorni ricorre il primo anniversario del termine della sua vita terrena (21 aprile 2025). Ringrazio per il vostro invito, che ha avuto ieri sera, sempre qui a Rapallo, un primo momento di riflessione; ringrazio perché ambedue le circostanze mi permettono di comunicare momenti, che conservo nel cuore.
Come dimenticare, infatti, quanto Francesco abbia insistito sul mistero di grazia, che oggi la Chiesa ci annuncia? Quando, il 7 aprile 2013, egli si insediò come nuovo Papa sulla Cattedra romana, era ugualmente la seconda domenica di Pasqua e, commentando la nostra pagina di vangelo, disse: «Dio sempre ci aspetta, non si stanca. Gesù ci mostra questa pazienza misericordiosa di Dio perché ritroviamo fiducia, speranza, sempre!». Nell’esortazione Evangelii gaudium, poi, ch’è comunemente indicata come il suo programma di pontificato, Francesco scrisse: «Chi rischia, il Signore non lo delude, e quando qualcuno fa un piccolo passo verso Gesù, scopre che Lui già aspettava il suo arrivo a braccia aperte … Ci fa tanto bene tornare a Lui quando ci siamo perduti! Insisto ancora una volta: Dio non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia ... Nessuno potrà toglierci la dignità che ci conferisce questo amore infinito e incrollabile. Egli ci permette di alzare la testa e ricominciare, con una tenerezza che mai ci delude e che sempre può restituirci la gioia. Non fuggiamo dalla risurrezione di Gesù, non diamoci mai per vinti, accada quel che accada» (n. 3).
Continuando a meditare sul racconto evangelico, portiamo attenzione anche a queste altre parole che Gesù disse a Tommaso: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» (Gv 20,29). Ora, anche noi siamo di quelli che non hanno «veduto» Gesù. Senza dubbio ci siamo sentiti coinvolti quando, nella proclamazione della seconda lettura biblica, abbiamo udito: «Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa …» (1Pt 1,8). Mi domanderete, allora: come si crede, senza vedere? Vi offro due brevissime risposte.
Si crede senza vedere anzitutto quando si crede a partire dall’ascolto della parola del Signore. In questo abbiamo come modello la Vergine Maria, la quale ci mostra pure come si ascolta la parola di Dio: accogliendola e vivendone. Quello della Madonna è stato un ascolto attivo, non passivo. Ella non ha ascoltato solo con le orecchie, ma ha conservato nel cuore: ha, cioè, interiorizzato, approfondito e assimilato la parola di Dio, che in lei è diventata «forma» della sua stessa vita. Da semplice donna che era, infatti, Maria è diventata «madre». Anche noi, dunque, ascoltiamo così la parola di Dio, celebriamola specialmente con l’abituale partecipazione all’Eucaristia domenicale e attualizziamola nella vita di ogni giorno.
Il secondo suggerimento per credere senza vedere è vivere la carità nell’amore verso i fratelli, soprattutto i più poveri e bisognosi. Parlando del sacramento del Battesimo, san Gregorio di Nazianzo faceva riferimento al simbolo della veste bianca ricevuta diceva ai fedeli e ricordava ciò che scriveva l’apostolo Paolo: «Quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo» (Gal 3,27). Concludeva: «La compassione per chi è nel bisogno, il donare le proprie cose: questo sia per te il modo per ringraziare per ciò che hai ricevuto e per custodirlo ... Se tu vedi un povero, coprilo, onorando la tua veste di immortalità, ossia Cristo» (Orazione 40,15,31: PG 36, 404).
Questo, che diceva san Gregorio Nazianzeno, Papa Francesco lo ripeteva così: «in Tommaso c’è la storia di ogni credente, di ognuno di noi, di ogni credente: ci sono momenti difficili, in cui sembra che la vita smentisca la fede, in cui siamo in crisi e abbiamo bisogno di toccare e di vedere. Ma, come Tommaso, è proprio qui che riscopriamo il cuore del Signore, la sua misericordia. In queste situazioni Gesù non viene verso di noi in modo trionfante e con prove schiaccianti, non compie miracoli roboanti, ma offre caldi segni di misericordia. Ci consola con lo stesso stile del Vangelo odierno: offrendoci le sue piaghe ... E ci fa scoprire anche le piaghe dei fratelli e delle sorelle ... se ci prendiamo cura delle piaghe del prossimo e vi riversiamo misericordia, rinasce in noi una speranza nuova, che consola nella fatica…Quando lo facciamo, incontriamo Gesù, che dagli occhi di chi è provato dalla vita ci guarda con misericordia e dice: Pace a voi!» (Omelia del 24 aprile 2022 - II Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia).
Riflettiamo su queste parole. Francesco dice che «Gesù non viene verso di noi in modo trionfante e con prove schiaccianti, ma offre caldi segni di misericordia». Appena ieri sera, concludendo Veglia di preghiera per la pace, Leone XIV ha detto che nella preghiera abbiamo «un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo ... Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici». Allora, fratelli e sorelle, nel silenzio del nostro cuore preghiamo: «Signore, anche nelle nostre oscurità donaci di continuare a cercarti. Sostieni i nostri passi incerti perché, solo se rivolti a Te, essi ci conducono alla vita». Amen.
Parrocchia dei Santi Gervasio e Protasio – Rapallo, 12 aprile 2026
Marcello Card. Semeraro