Omelia nella festa di san Marco evangelista, patrono della Città e Diocesi

 

Vivere come discepoli missionari

Omelia nella festa di san Marco evangelista, patrono della Città e Diocesi

 

Ringrazio di cuore il Vescovo per l’invito a celebrare oggi, insieme con voi, la festa di san Marco. Un cordiale saluto lo rivolgo ai fratelli presbiteri, alle sorelle e ai fratelli di vita consacrata, alle Autorità qui presenti – civili, militari e di polizia – come pure a ciascuno di voi.

Il legame della vostra città e diocesi con l’evangelista Marco è antichissimo, quasi inseparabile dalle loro origini. Lo ricorda anche lo stemma civico, che con il simbolo del leone riporta anche l’antica invocazione: Pax tibi, Marce! L’espressione è tratta dagli antichi Atti di Marco dove si racconta che Gesù gli apparve la notte prima del martirio e lo salutò: «Pace a te». E Marco rispose: «Pace a te, Gesù Cristo, mio Signore». Se applichiamo a ciò l’antico detto: nomen est omen (cf. Plauto, Persa IV,4) comprendiamo come questo legame sia pure, come ha scritto il vostro Vescovo, una chiamata a essere annunciatori credibili della pace di Cristo, testimoni di riconciliazione, seminatori di speranza.

Pax tibi, Marce! Questo saluto mi richiama quello che Papa Leone rivolge abitualmente ai fedeli: «Pace a voi!». Quante volte, poi, ha ripetuto questa invocazione durante il recente viaggio in Africa, ricordando che la pace deve essere disarmata e disarmante, ossia capace di aprire i cuori e di generare fiducia. Parlando a Yaoundé nel Camerun lo scorso 15 aprile, egli ha spiegato che la pace «non può essere ridotta a slogan: va incarnata in uno stile, personale e istituzionale, che ripudi ogni forma di violenza ... La pace non si decreta: si accoglie e si vive. È un dono di Dio, che si sviluppa in un’opera paziente e collettiva». La pace, infatti, nasce nel cuore dell’uomo. È da lì che bisogna partire; dal rinnovamento interiore, che richiede un impegno paziente, etico ed educativo, condiviso a tutti i livelli.

Tutto questo possiamo già coglierlo dall’inizio della prima lettera di san Pietro, ascoltata come seconda lettura biblica. L’esortazione è chiara: «Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili» (1Pt 5,5). Risentiamo, poi, l’inizio del santo vangelo appena proclamato, dove si riportano le ultime parole rivolte da Gesù ai suoi discepoli: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato» (Mc 16,15-16).

In queste parole ritroviamo almeno due cose. La prima è che l’essere cristiano coincide con l’essere missionario. Non equivale affatto all’iscrizione ad un’associazione, o a un partito ma tout court all’essere missionario. Come prima ho citato Leone XIV, ora richiamo un insistente magistero di Papa Francesco, che riassumo con queste sue stesse parole: «In virtù del Battesimo noi diventiamo discepoli missionari, chiamati a portare il Vangelo nel mondo ... Il Popolo di Dio è un Popolo discepolo – perché riceve la fede – e missionario – perché trasmette la fede. E questo lo fa il Battesimo in noi. Ci dona la Grazia e trasmette la fede. Tutti nella Chiesa siamo discepoli, e lo siamo sempre, per tutta la vita; e tutti siamo missionari, ciascuno nel posto che il Signore gli ha assegnato. Tutti: il più piccolo è anche missionario; e quello che sembra più grande è discepolo … Tutti noi siamo discepoli e missionari» (Udienza generale del 15 gennaio 2014).

L’altra cosa che il vangelo oggi ci dice è che la fede è necessaria per la salvezza. L’atto di fede, allora, dobbiamo considerarlo in tutta serietà. Forse è necessario riscoprire il nostro battesimo, troppo spesso purtroppo non considerato e non valorizzato come si deve. In certi casi sembra che esso sia soltanto l’occasione per fare una festa … L’essere battezzati, invece,  implica «un nuovo protagonismo». Traggo questa espressione dall’esortazione Evangelii gaudium di papa Francesco; un’esortazione che Leone XIV vuole che continui a rappresentare un punto di riferimento decisivo perché, ha scritto proprio di recente, «non introduce semplicemente nuovi contenuti, ma ricentra tutto sul kerigma come cuore dell’identità cristiana ed ecclesiale» (Lettera ai Cardinali del 12 aprile 2026).

Ora, sempre in quell’Esortazione Francesco scrive che «sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni. Questa convinzione si trasforma in un appello diretto ad ogni cristiano, perché nessuno rinunci al proprio impegno di evangelizzazione, dal momento che, se uno ha realmente fatto esperienza dell’amore di Dio che lo salva, non ha bisogno di molto tempo di preparazione per andare ad annunciarlo… Se non siamo convinti, guardiamo ai primi discepoli, che immediatamente dopo aver conosciuto lo sguardo di Gesù, andavano a proclamarlo pieni di gioia» (n.120). Sono parole che smontano l’idea di una fede passiva: la missionarietà non è un compito delegato a pochi, ma una responsabilità condivisa. Chi ha fatto esperienza dell’amore di Dio non può tenerlo per sé, perché l’incontro con Cristo spinge naturalmente a comunicarlo. Per questo il Papa pone la domanda provocatoria: e noi che cosa aspettiamo?

Credo che la stessa cosa abbia inteso l’evangelista Marco scrivendo: Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato. Il Battesimo ricevuto non è un titolo onorifico, ma una chiamata viva; la fede non è un tesoro da conservare, ma una gioia da condividere; la Chiesa non è una struttura di pochi attivi e di molti spettatori, ma un popolo intero in uscita, perché chi ha incontrato Cristo non può trattenere la gioia del Vangelo. Riprendo di nuovo le parole vostro Vescovo, che incoraggiano a contemplare in san Marco «il messaggero instancabile della Buona Notizia, colui che continua a indicare alla Chiesa la via dell’ascolto, della testimonianza e della missione». Per qualche istante, allora, preghiamo in silenzio: «Ridesta in noi, Signore Gesù, la grazia del Battesimo e rendici testimoni gioiosi del tuo Vangelo. Donaci il coraggio di uscire e annunciare il tuo amore, perché, come san Marco, viviamo da discepoli missionari». Amen.

 

Cattedrale di San Marco Argentano (CS), 25 aprile 2026

 

Marcello Card. Semeraro