San Gerardo Maiella, «pazzerello di Dio»
Omelia per l’inizio dell’Anno Tricentenario Gerardino
Ho accolto volentieri l’invito a celebrare con voi questa Eucaristia e dare così anche inizio all’Anno Gerardino, disposto per il terzo centenario della nascita del caro san Gerardo. Ringrazio per questo i padri redentoristi con il Superiore generale padre Rogério Gomes, che mi ha accompagnato sin qui, e i missionari di questo Santuario con il superiore p. Serafino Fiore che cordialmente mi ha accolto. Un abbraccio tutto particolare, però, lo riservo all’arcivescovo di questa Chiesa di Sant’Angelo dei Lombardi-Conza-Nusco-Bisaccia, Mons. Pasquale Cascio, riconoscente per le parole introduttive a questa assemblea liturgica; all’arcivescovo metropolita di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo e al Rev.mo p. R. L. Guariglia abate di Montevergine: sono fratelli e amici che rivedo con gioia. Saluto con loro i sacerdoti e diaconi, i fratelli e le sorelle di vita consacrata e tutti voi, carissimi fedeli, con le Autorità civili, militari e di polizia che vedo presenti. È davvero una circostanza bella, questa che stiamo vivendo ed è giusto che sia solennizzata.
Vi confesso che san Gerardo Maiella è per me un santo molto famigliare: sono originario della Puglia, dove egli è molto venerato; per sei anni, poi, sono stato vescovo di Oria dove, in un centro della Diocesi – Francavilla Fontana –, i padri redentoristi sono presenti dagli inizi del 1800. Oggi, poi, la famigliarità è rafforzata dal fatto che l’immagine di san Gerardo accompagna stabilmente il mio servizio quotidiano presso il Dicastero delle Cause dei Santi. Nel mio ufficio, infatti, è presente un dipinto di Giovanni Gagliardi, pittore attivo a Roma e nel Lazio nei primi anni del secolo scorso, che lo realizzò nel 1905 riproducendo lo stendardo da egli stesso preparato per la processione nel rito per la canonizzazione di san Gerardo, celebrata da san Pio X l’11 dicembre dell’anno precedente. Fu la prima canonizzazione presieduta dal nuovo Papa (cf. la descrizione in dettaglio ne «L’Osservatore Romano» 12 dic. 1904, p. 1).
L’episodio rappresentato dal dipinto è noto e potete vederlo nella riproduzione presente in questo Santuario, sulla parete interna dell’ingresso. Ha per protagonista un povero cieco, Filippo Falcone, che per ottenere la carità suonava il flauto presso la portineria del convento di Materdomini. Avendolo visto insieme con molti altri poveri, fr. Gerardo gli chiese di mettersi a suonare. «Cosa vuoi che suoni?», gli rispose il cieco e, di rimando, Gerardo gli propose Il tuo gusto, e non il mio amo solo in Te, mio Dio, ossia una canzoncina scritta da sant’Alfonso. Appena il cieco cominciò a suonare il motivo, Gerardo andò in estasi: «lo si vidde cogli occhi rivolti al Cielo, sollevato sopra la terra alla vista di tutti i circostanti maravigliati, che, con grande stupore raccontavano al cieco il fatto che accadeva sotto i loro occhi» (Positio super virtutibus, I, Romae 1871, pp. 31-32).
Proprio su questo, allora, desidero, come primo punto, richiamare la nostra attenzione: ossia il continuo sforzo di san Gerardo di conformare la propria volontà a quella di Dio, e pure il fatto che ciò era per lui fonte profonda di gioia interiore. Ripeteva spesso: «Volontà di Dio! Oh quanto è felice chi non sa volere, che la volontà di Dio» (Ibid. II, p. 35). Occorre, tuttavia, spiegare che per Gerardo compiere la volontà divina, nei modi e nei tempi stabiliti da Dio andava ben oltre una semplice obbedienza. Si può, infatti, obbedire anche con riluttanza, senza condividere interiormente ciò che si è chiamati a fare; la canzoncina che Gerardo volle far suonare al cieco Filippo dice invece: il tuo gusto, e non il mio amo solo in Te, mio Dio. Con piena ragione, dunque, il p. S. Majorano parla di uniformità con la volontà di Dio, spiegando che essa «fu l’anelito continuo di Gerardo, fin sul letto di morte» (La spiritualità gerardina, in «Spicilegium Historicum» XLII [1994], p. 100).
La parola «uniformità» ci aiuta a capire che egli non vedeva la volontà di Dio come un qualcosa di esterno, ma di amabile, che si fa proprio. San Gerardo si conformava alla volontà di Dio, cercando di adeguarsi completamente a ciò che Dio voleva. E questo era esattamente ciò che intendeva sant’Alfonso facendo cantare: Il tuo gusto, e non il mio. Diceva, infatti, che occorre mettere da parte i propri desideri, le proprie preferenze e perfino le consolazioni spirituali, per cercare solo ciò che piace a Dio. A considerarla sino in fondo, è anche un mettere a nudo la possibilità di farsi irretire da quell’egoismo sottile che – riconosciamolo umilmente – può entrare anche nella fede, quando si ama Dio solo perché consola, o ci fa stare bene! Per sant’Alfonso, e quindi anche per il suo discepolo san Gerardo, bisogna, invece, affidarsi a Dio totalmente e con fiducia e occorre, pure, imparare ad amare secondo la volontà di Dio e non secondo il proprio gusto.
Con questo, però, non è ancora esaurito il valore del fiat di san Gerardo alla volontà divina. Occorre aggiungere che il suo era un “sì” gioioso, consapevole e pieno di fiducia; un “sì” che lo faceva maturare interiormente. Egli si affidava al suo «caro Dio» (come amava dire), certo che la volontà divina fosse per ogni uomo un progetto di vita, di pienezza e di autentica felicità. Era, infatti, convinto che solo così è possibile continuare, a favore degli altri, l’opera salvifica della croce di Cristo. Per questo il suo “sì” rimaneva fiducioso e generoso anche nella sofferenza sicché i testimoni del processo di beatificazione e canonizzazione riferiscono che anche nelle circostanze più problematiche egli appariva abitualmente sereno. Si dirà pure che durante la sua vita terrena san Gerardo ha praticato forme diverse di penitenza: digiuni, mortificazioni e altre austerità … ma lo stesso decreto con il quale san Pio X lo canonizzò ci spiega che proprio in quelle penitenze il Signore gli aggiungeva doni spirituali che lo sostenevano e lo rafforzavano.
Ciò detto, occorre richiamare l’«altra parte della medaglia», ossia che a motivo di Dio e radicandosi in lui san Gerardo amava con grande intensità i fratelli, soprattutto i poveri e i bisognosi. Li chiamava «Poveri di Gesù Cristo e suoi fratelli». A volte – dobbiamo umilmente riconoscerlo – non teniamo conto che i due comandamenti dell’amore di Dio e l’amore del prossimo il Signore Gesù li ha stretti con un’unità indissolubile, come quando, usando il singolare, ci dice: «Non c'è altro comandamento più grande di questi» (Mc 12,31). Al riguardo san Gregorio Magno insegnava che «con l’amore di Dio nasce l’amore del prossimo e con l’amore del prossimo si alimenta l’amore di Dio. Chi trascura di amare Dio, non sa amare il prossimo; mentre progrediamo in modo più autentico nell’amore di Dio se prima nel grembo del suo amore riceviamo il latte della carità del prossimo» (Moralia VII, 24, 28: PL 75, 780). Questo stupendo principio di vita cristiana san Gerardo la ha vissuto in modo luminoso.
Tra i tanti episodi edificanti della sua vita ne cito uno che è talmente significativo da essere stato citato dal san Pio X nel decreto di canonizzazione (cf. Litt. Decr. Haud tenuit [11 dic. 1904]: ASS 39 – 1906, p. 516). Un testimone lo descrive così: «un giorno presso la Porteria… si presentò uno... mostrandogli una gamba corrosa da una piaga fetida, e gangrenosa. Non resse il Servo di Dio a quella vista. La si pose a succhiare ben bene colla propria bocca ed asciugarla colle proprie mani; ed Iddio colmò quell’atto di singolare, carità coll’istantanea guarigione di quell’infelice che non cessò di gridare, essergli avvenuto trattare con un Santo che gli avea operato un grandissimo miracolo» (Positio cit., I, p. 41). Davanti a un gesto simile, la reazione umana è di sconcerto… Forse, per attutire il disgusto o raggiungere la verità storica del fatto, diremmo che le cose non si sono svolte proprio così… Questa, ad ogni modo, era la “follia” di san Gerardo: una follia che nasceva dalla pienezza del suo amore per Dio e si traduceva in carità concreta verso il prossimo. È stato definito il pazzerello di Dio.
A proposito, un testimone racconta che «vi furono delle volte in cui davanti al Tabernacolo, dopo estasi prolungata, fu veduto ridere; e precettato poi dal Superiore a dirne il perché, egli ingenuamente diceva avere udito dal Tabernacolo stesso una voce che gli diceva – Pazzo … Pazzo! Verrà un giorno che ti consolerai di codesta tua pazzia! Alla quale voce egli medesimo diceva soler rispondere – Signore non sono io che apprendo da voi la pazzia? Perché essendo voi un Dio infinito vi siete chiuso in una stretta Custodia per amor mio”» (Positio cit., I, p. 26).
Che dire? In uno studio sulla santità di san Gerardo ho letto che «nella imitazione del Cristo, in un una sola cosa egli non poteva imitarlo, come invece avevano fatto il suo san Francesco e il suo san Luigi: nel farsi povero da ricco che era. Lui, Gerardo, povero lo era sempre stato: dal primo vagito all’ultimo respiro. E allora ne imitò la follia, quella della Croce. Che non è insania, fa forse “l’ultimo porto dell’amore”» (A. De Spirito, Gerardo Maiella e la religiosità popolare del suo tempo, in «Spicilegium Historicum» cit., p. 88). Tutto questo san Gerardo lo imparò dall’Eucaristia sicché la “pazzia” dell’amore la traduceva in servizio, disponibilità e dono totale ai fratelli.
L’unità tra l’amore di Dio e l’amore del prossimo, carissimi, è il cuore della vita cristiana. Oggi portiamo con noi questo ricordo di san Gerardo. Allora, mentre celebriamo l’Eucaristia, nell’intimo del cuore diciamo a Gesù: «Signore, che in questo Sacramento ti fai dono totale per noi, fa’ che, come san Gerardo, anche noi impariamo da te a servire i fratelli senza misura, con cuore libero e colmo di carità. Amen».
Santuario di Materdomini (Av), 6 aprile 2026
Marcello Card. Semeraro