Omelia nella memoria di San Giuseppe da Copertino

 

Amore e carità è una gran felicità

Omelia nella memoria di San Giuseppe da Copertino

 

Torno con piacere a Copertino per celebrare insieme con voi la festa di san Giuseppe: un santo caro certamente a voi, suoi compaesani, ma anche a me e questo non solo per la vicinanza territoriale delle mie origini, ma anche perché la sua presenza si è intrecciata in molte circostanze con la mia vita di sacerdote e di vescovo, sino ad oggi. Quando, ad esempio, fu resa nota la mia devozione alla mia nomina episcopale alla Chiesa di Oria un mio carissimo amico e vostro sacerdote, don Ettore Franco, mi trascrisse una parte della lettera che fr. Giuseppe aveva inviato al suo confratello, il p. Bonaventura Clavero, che nel luglio 1646 era stato eletto vescovo di Potenza: «Quando sarai giunto al tuo vescovato e, come suol farsi, sarai incontrato con solennità, alza gli occhi al cielo ricordandoti che Gesù Cristo entrò anch’egli con molto onore nella città di Gerusalemme, ma poco dopo fu condotto alla morte in croce per i peccati degli uomini». Sono parole che mai ho dimenticato, chiedendo sempre a san Giuseppe la grazia di essere un buon vescovo!

Ed ora, carissimi, eccomi insieme con voi per onorarlo nel giorno della sua memoria liturgica. Egli è, indubbiamente uno dei “piccoli” ai quali – come abbiamo appena ascoltato dal Vangelo – Dio ha rivelato i suoi segreti. Giuseppe da Copertino è stato talmente «piccolo» da poter essere considerato anche un po’ sciocco. Ricordo che Carmelo Bene pensò di dedicargli un film dal titolo A boccaperta ... Quando risento questo soprannome, che gli era dato a causa del suo sguardo spesso come incantato, il mio pensiero corre a L’Idiota, che F. Dostoevskij ci ha lasciato come il tipo ideale della purezza di fronte alla quale le contorsioni dell’animo umano debbono cedere le armi. Ancora di più, noi abbiamo Gesù, l’Innocente che mette a nudo il nostro cuore. San Giuseppe è uno così: un santo che svela l’uomo a stesso.

Lo chiamano pure il «santo dei voli» e per questo è onorato come patrono degli aviatori e dei passeggeri aerei. È chiamato così per le sue estasi spirituali, che  sono quasi il sigillo del suo personale carisma di santità. Già qui a Copertino, una vigilia di Natale, all’udire le zampogne che annunciavano la nascita di Gesù, con un grido di gioia volò come un uccello fin sopra l’altare maggiore e qui, abbracciando il tabernacolo, stette in dolce estasi per circa un quarto d’ora, senza far cadere le candele accese né essere sfiorato dalla loro fiamma. Un’altra volta, udendo un sacerdote che lodava il cielo creato da Dio, il nostro Santo volò su un albero di ulivo, restandovi per una mezz’ora, e fu cosa stupenda vedere che il ramo ondeggiava lievemente, come se vi si fosse posato un uccellino. La tradizione agiografica registra più di settanta di questi voli estatici, senza contare quelli che avvenivano quotidianamente durante la celebrazione della Messa. Ed egli, san Giuseppe, come li spiegava? Egli le considerava ferite d’amore, consolazioni celesti, gradite ma anche temute perché alimentavano la curiosità smodata del popolo. Per questo, quando si accennava ai suoi voli estatici, fra Giuseppe si turbava, si rattristava e chiedeva di essere compatito. Diceva che l’estasi era un male che soffriva, era una sua infermità e imperfezione. Pregava il Signore di risparmiargliele soprattutto in pubblico. Ma non ci riuscì. Per il nostro santo l’estasi era come un’onda impetuosa, inarrestabile, che si abbatteva su di lui, lo avvolgeva e lo immergeva in Dio. Il p. Gustavo Parisciani, un benemerito francescano conventuale scomparso alcuni anni fa che è considerato il massimo esperto della vita di San Giuseppe da Copertino, riferisce che egli diceva così: «Chi va in estasi è come uno che si butta in mare nuotando. Egli vede cose che sono nel profondo del mare, né si ricorda più della terra. Ma quelli che sono presenti, non vedono che i movimenti di colui che sta nell’acqua, non arrivando a vedere quello che egli vede nel vasto mare. Così avviene nell’estasi, perché l’anima si congiunge ed entra nel mare magnum del sommo Dio e vede quello che non si può neanche raccontare». Qualche volta sempre san Giuseppe paragonava l’estasi alla situazione di un uccello in gabbia che, aperta la porticina, vola via cantando verso il cielo. Così ad Assisi [si era nel 1636] non appena fu intonato il Gloria del Sabato Santo, al suono prolungato degli organi, delle campane e delle trombe cittadine, egli si sollevò in aria e vi rimase fino al Prefazio muovendo le braccia come se nuotasse in cielo. Disse poi che pensava alla risurrezione di Gesù e che la sua anima cantava l’Alleluja».

Noi, però, ci domandiamo: cosa c’era all’origine di quelle estasi? Penso che la migliore risposta sia questa: la loro divina sorgente era la carità. Due, infatti, sono gli effetti della carità: l’innalzarsi verso Dio e l’abbassarsi verso il prossimo. San Gregorio Magno predicava così: «Quanto più un’anima si dilata nell’amore del prossimo, tanto più si innalza verso Dio e viceversa: quanto più si innalza sopra se stessa, tanto più si estende fuori di sé nell’amore del prossimo» (cf. In Ez II, II, 15: PL 76, 957). Le due cose stanno sempre insieme. Non esiste un amore autentico di Dio che non diventi servizio del fratello e non esiste una vera carità verso il prossimo che non nasca da Dio. Chi non si muove verso Dio non riesce ad andare verso il prossimo: magari lo afferra, se ne appropria, lo usa … se, però, manca la tensione verso Dio è solo una manipolazione egoistica, che prima o poi si svela. Per san Giuseppe da Copertino è accaduto, invece, proprio ciò che san Gregorio insegnava! Tanto più volava in alto, tanto più si piegava verso il basso!

Su questa strada san Giuseppe ha sempre camminato. È stato, infatti, uomo di carità verso Dio e verso il prossimo. Nei processi per la sua canonizzazione più volte è citata questa sua frase: «Chi ha carità è ricco e non lo sa; chi non ha carità niente ha, è sfortunato e non lo sa. Amore e carità è una gran felicità». Non lo diceva soltanto, ma lo faceva per davvero. Un suo confratello di quando era a Osimo, testimoniò che quando fra Giuseppe sapeva di frati ammalati nel convento, li sosteneva spiritualmente e anche fisicamente, facendo loro frequenti e lunghe visite di conforto.

Fratelli e sorelle, forse noi non voleremo mai come san Giuseppe da Copertino; tutti, però, possiamo compiere il volo del cuore. Ogni volta che ci solleviamo dall’egoismo per amare, ogni volta che ci chiniamo su chi è solo, malato o scoraggiato, noi ci avviciniamo a Dio. Perché, come ci ha insegnato il nostro Santo, la vera ricchezza non è possedere, ma amare e la più grande felicità è lasciare che la carità di Cristo passi attraverso la nostra vita. Allora preghiamo: «San Giuseppe da Copertino, ottienici un cuore umile e pieno di carità. Insegnaci ad amare Dio sopra ogni cosa e i fratelli con gioia e semplicità, perché anche la nostra vita diventi un piccolo riflesso del Cielo. Amen».

 

Copertino (Le) – Basilica Santa Maria ad Nives, 18 settembre 2026

 

Marcello Card. Semeraro