Omelia nel pellegrinaggio giubilare del Dicastero ad Assisi

 

Perdonare senza misura

Omelia nel pellegrinaggio giubilare del Dicastero ad Assisi

 

Siamo giunti qui ad Assisi in pellegrinaggio ed abbiamo venerato i resti mortali di san Francesco, ma anche se ci siamo allontanati da Roma, non abbiamo lasciato il nostro lavoro quotidiano: lo stiamo attuando, infatti, come preghiera, lo stiamo vivendo come devozione per un santo nel quale brilla, in forma più viva di tutti gli altri, l’immagine di Gesù Cristo. È il santo più somigliante a Cristo, quasi un alter Christus: lo scrisse il Papa Pio XI nella sua enciclica Rite expiatis del 30 aprile 1926, settimo centenario della morte del Santo. Quella per Francesco d’Assisi è, dunque, una devozione speciale rispetto ad altre.

Per celebrare, poi, la Santa Messa ci siamo raccolti in questo Santuario che è chiamato «della Spogliazione», poiché ci ricorda un momento particolare della vita di san Francesco. Al padre Bernardone, che lo accusava di averlo defraudato per sovvenire ai suoi poveri, egli non solo restituì il denaro che aveva con sé, ma pure i suoi abiti e disse: «Ascoltate tutti e comprendete. Finora ho chiamato Pietro di Bernardone padre mio. Ma dal momento che ho fatto proposito di servire Dio, gli rendo il denaro per il quale era irritato e tutti i vestiti avuti dalla sua sostanza, e d’ora in poi voglio dire: ‘‘Padre nostro, che sei nei cieli ’’, non ‘‘padre Pietro di Bernardone’’» (Leggenda dei tre Compagni, 20: FF 1419). Il Papa Benedetto XVI in una sua catechesi del 27 gennaio 2020 spiegò così questo gesto: «come nel momento della creazione, Francesco non ha niente, ma solo la vita che gli ha donato Dio, alle cui mani egli si consegna». Leggiamo dentro queste parole del Papa: egli ricorre all’immagine del primo Adamo, uscito dalla mano di Dio, ma subito le sovrappone quella del nuovo Adamo, Gesù, che dalla croce esclama: In manus tuas Domine… (Lc 23,46). Essere usciti dalle mani di Dio fonda la nostra dignità creaturale, ma non è ancora la nostra salvezza. Lo è, invece, il consegnarci quotidianamente nelle mani di Dio.

In questo martedì di quaresima la Chiesa ci ha fatto riascoltare una pagina dal vangelo secondo Matteo (cf. 18, 21-35), nella quale l’apostolo Pietro chiede a Gesù: «Quante volte dovrò perdonare mio fratello? Fino a sette volte?». È una domanda che, almeno in cuor nostro, anche noi abbiamo tante volte formulato: «Fino a quanto devo sopportare questo scocciatore?». La risposta di Gesù è spiazzante: non dice un numero, ma formula una iperbole. Nel perdono, infatti, non ci sono numeri da contare. Si tratta, invece, di fare propria la misura di Dio, del «Padre celeste». Ossia senza misura!

In questo Vangelo possiamo riconoscere anche la testimonianza di san Francesco d’Assisi. Mi viene alla memoria il suo testo conosciuto come Testamento, che comincia così: «Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo. E in seguito, stetti un poco e uscii dal secolo» (FF n. 110).

Alludendo alla parabola del buon samaritano, che «si prese cura» dell’emarginato ferito, san Francesco ci dice che proprio l’esperienza della misericordia di Dio lo rese capace di avere misericordia per i lebbrosi e iniziare così una vita nuova.

C’è una nota preghiera di autore ignoto, che è messa sulle labbra di san Francesco ed è spesso ripetuta e cantata dove si dice che «è perdonando, che si è perdonati…». Veramente Francesco ha detto e fatto il contrario: è accogliendo il perdono, la misericordia che si apprende il perdono e si diventa capaci di perdonare.

Ricordiamo che al tema della misericordia san Giovanni Paolo II dedicò una intera enciclica intitolandola Dives in misericordia (1980). Lì si legge che la misericordia «è la dimensione indispensabile dell’amore, è come il suo secondo nome» (n. 7). Più avanti l’enciclica ricorda le parole di Gesù che abbiamo ascoltato dalla proclamazione della pagina di vangelo e commenta: «Cristo sottolinea con tanta insistenza la necessità di perdonare gli altri che a Pietro, il quale gli aveva chiesto quante volte avrebbe dovuto perdonare il prossimo, indicò la cifra simbolica di “settanta volte sette”, volendo dire con questo che avrebbe dovuto saper perdonare a ciascuno ed ogni volta». Aggiunge subito: «È ovvio che una così generosa esigenza di perdonare non annulla le oggettive esigenze della giustizia».

È una ovvietà che non sempre ci appare; il Papa, però, aggiunge che la misericordia «ha la forza di conferire alla giustizia un contenuto nuovo, che si esprime nel modo più semplice e pieno nel perdono» (n. 14).

Come conciliare giustizia e misericordia? Sono questioni che prima di entrare che nella testa è necessario che entrino nel cuore. Guardiamo all’esempio di san Francesco e chiediamogli di aiutarci a dare una risposta.

 

Santuario della Spogliazione – Assisi (PG), 10 marzo 2026

 

Marcello Card. Semeraro