Omelia nel seicentario della morte di santa Gemma di Goriano Sicoli

 

Reagire con umile mitezza è santità

Omelia nel seicentario della morte di santa Gemma di Goriano Sicoli

 

Oggi, carissimi, celebrate i seicento anni dalla morte di santa Gemma. Vi ringrazio per avermi invitato a unirmi alla vostra preghiera e alla vostra festa; devo ammettere, però, che fino ad ora non conoscevo la vostra Patrona. Ho cercato notizie sul Martirologio Romano che, al 13 di maggio, così la descrive: «In località Goriano Sicoli in Abruzzo, beata Gemma, vergine, che visse rinchiusa in una piccola cella accanto alla chiesa, da dove poteva vedere soltanto l’altare». 

Vi confido che è stato proprio quest’ultimo particolare a spingermi ad andare più a fondo. Ho così consultato gli Acta Sanctorum, che sono un’importante fonte di studio e anche lì torna il termine reclusa: parola molto pesante, perché ci riporta alla prigionia, all’essere chiusi fra quattro mura. La situazione non è facile da capire e non lo è specialmente per noi, che viviamo nell’epoca della libertà assoluta, del movimento continuo, della connessione permanente. Eppure santa Gemma ha vissuto proprio così, per circa quarant’anni. Perché l’ha fatto? Cosa l’ha aiutata a vivere per tanto tempo in una condizione tanto difficile? Cosa, in essa, le ha dato perfino gioia e conforto? La risposta mi sembra davvero importante ed è questa: perché, rinchiusa nella cella, vedeva l’altare

Ripercorriamo, allora, a grandi tratti la storia di questa santa. Rimasta orfana dei genitori, ella fu pastorella su questi colli dell’Appennino abruzzese. Si racconta pure che, mentre pascolava il gregge, fu tentata dal conte di Celano, attratto dalla sua avvenenza. Ella, però, seppe difendere la sua verginità così energicamente e così nobilmente che il conte rinunciò a insidiarla. Anzi, costruì per lei una cella presso la chiesa di san Giovanni Battista, con una finestrella onde permetterle di vedere l’altare. Per la giovane Gemma questo non fu un’opportunità per guardare fuori e veder passare la gente, osservare le montagne o il cielo, ma la possibilità di guardare all’altare. Di più: fu la via perché nella sua stanza entrasse non soltanto la luce del sole, ma anche quella luce che è Cristo. Sant’Agostino predicava: «Colui che ti dice: Io sono la luce del mondo ti chiama a sé» (Enarr. in Ps.84, 8: PL 36, 1073). Ecco: santa Gemma ha vissuto quella situazione come una chiamata del Signore, come una vocazione.

Ora, pensiamo per un attimo a noi: in genere cosa guardiamo? Il più delle volte, forse, guardiamo ovunque, tranne che all’essenziale e ancor meno in noi stessi. Siamo circondati da mille schermi, mille voci, mille stimoli e, nonostante questo, molte volte ci sentiamo vuoti, senza direzione, senza pace. A questo punto, Gemma, forse, c’interpella e ci chiede: tu, dove guardi? Cosa stai cercando davvero? Finché avrai cuore occupato da mille cose non riuscirai a vedere nulla. I mistici c’insegnano che solo quando si svuota di tutto il superfluo, l’animo diventa capace di contenere l’infinito (cf. Giovanni della Croce, Notte oscura II, 8: morando en su vacío … lo abraza todo). Solo quando è libero da ogni cosa inutile il cuore diventa quel deserto – di cui abbiamo udito nella prima lettura – dove Dio parla al cuore (Os 2,16). 

Permettetemi solo un paio di altre brevi riflessioni, carissimi. La prima è una considerazione su quanto ho già ricordato, ossia che alle resistenze di Gemma il cuore del conte invece di accanirsi, si ammorbidì. Il racconto degli Acta Sanctorum scrive in latino: custos esse voluerit, qui accesserat raptor, «chi le si era avvicinato come un predatore, divenne il suo custode»! Immediatamente il mio pensiero è andato all’Innominato manzoniano, che scopre la misericordia di Dio davanti al cardinal Federigo il quale gli dice: «possiate diventare strumento di salvezza a chi volevate esser di rovina» (I promessi sposi, cap. XXIII). È quello che accadde con santa Gemma e ci permette una seconda riflessione: cos’è che apre alla pace? Il perdono, o la vendetta? La forza, o la mitezza? Il pugno chiuso, o la mano aperta?

Nella esort. apostol. Gaudete et exsutate commentando le Beatitudini evangeliche e parlando della virtù della mitezza papa Francesco ha scritto che reagire con umile mitezza è santitàCosì ha fatto santa Gemma con il suo aggressore e lo ha convertito. Impariamolo anche noi, che viviamo in un mondo che «fin dall’inizio è un luogo di inimicizia, dove si litiga ovunque, dove da tutte le parti c’è odio, dove continuamente classifichiamo gli altri per le loro idee, le loro abitudini, e perfino per il loro modo di parlare e di vestire. Insomma, è il regno dell’orgoglio e della vanità, dove ognuno crede di avere il diritto di innalzarsi al di sopra degli altri» (Gaudete et exsultate, n. 71). Sono ancora parole di papa Francesco, il quale prosegue: «Qualcuno potrebbe obiettare: “Se sono troppo mite, penseranno che sono uno sciocco, che sono stupido o debole”. Forse sarà così, ma lasciamo che gli altri lo pensino. È meglio essere sempre miti, e si realizzeranno le nostre più grandi aspirazioni: i miti “avranno in eredità la terra”, ovvero, vedranno compiute nella loro vita le promesse di Dio. Perché i miti, al di là di ciò che dicono le circostanze, sperano nel Signore e quelli che sperano nel Signore possederanno la terra e godranno di grande pace» (Ivi, n. 74).

Anche in questo santa Gemma ci è di modello e di esempio, oltre che nell’esercizio della virtù della carità. La leggenda agiografica narra che quando era reclusa nella sua stanza i gorianesi le portavano del cibo e lei, dopo avere accolto per sé l’essenziale, indicava come distribuirne la maggior parte ai poveri e ai bisognosi. Da qui la tradizione che identifica la vostra come la «festa del pane di Santa Gemma», la cui preparazione è anch’essa un suggestivo rituale che mette in luce i valori della condivisione, dell’accoglienza e della solidarietà. Ecco come «attraverso» quella piccola finestra ella non soltanto trovò la pace per sé, ma pure l’opportunità per donarla e diffonderla. Il messaggio più audace e più consolante che ella ci lascia è, dunque, proprio questo: perfino le nostre prove possono diventare un luogo d’incontro con il Signore e fra noi. Allora preghiamo: «Insegnaci, Signore Gesù, a guardare all’essenziale, a rispondere al male con la mitezza e con la carità. Come per santa Gemma, anche per noi apri una «finestrella» verso il tuo altare, perché nelle prove della vita possiamo ritrovare Te, avere la pace nel cuore e provare la gioia di donarci ai fratelli». Amen.

 

Goriano Sicoli (Aq), 12 maggio 2026

Marcello Card. Semeraro