Una luce illuminata nella Chiesa
Omelia nella Messa di ringraziamento per la venerabilità di p. Berardo Atonna, OFM
Nel cammino della Quaresima, la pagina del Vangelo proclamata nella Santa Messa di domenica scorsa ci ha presentato Gesù come il modello da seguire per superare la tentazione, che vuole distrarci impedendoci di camminare; il testo evangelico di questa seconda domenica è stato, invece, proclamato perché tutti noi abbiamo la luce, che illumina la via che dobbiamo percorrere come discepoli del Signore. Nel racconto della Trasfigurazione prevale il tema della luce. Abbiamo, infatti, udito che Gesù portò con sé un alto monte Pietro, Giacomo e Giovanni e «fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce» (Mt 17,1-2).
Un antico maestro della Chiesa – parlo di Origene, vissuto nel II-III secolo – commentava spiegando che Gesù non si trasfigurò davanti a tutti, ma solo davanti ad alcuni, ossia a quelli che avevano accolto l’invito a salire con lui sul monte; spiegava pure che è così anche per noi, se saliamo sul monte insieme con Gesù e ci impegniamo a imitarlo (cf. Commento Matteo XII, 37: PG 13, 1068-1069). La luce della Trasfigurazione non è, allora, una luce materiale, ma una luce interiore, che ci trasforma e ci incoraggia non solo a contemplare il Signore , ma pure a imitarlo con il nostro comportamento, con la nostra vita.
Ecco, allora, che la luce che illumina i discepoli fa diventare luce anche loro. È quello che Gesù dichiara quando, ai discepoli e a ciascuno di noi, dice: «voi siete la luce del mondo». Questa volta a quella della luce Gesù unisce l’immagine della città posta sul monte, della lampada messa sul candelabro per fare luce a tutti quelli che sono nella casa (cf. Mt 5,14-15). Mi piace aggiungere anche per questo brano un commento autorevole; questa volta, però, è di san Tommaso d’Aquino, un santo dottore della Chiesa tanto legato a questa città di Napoli. Meditando su questo passo evangelico egli trova due avvertimenti. Il primo è che la luce in senso proprio non siamo noi: soltanto Cristo è la luce del mondo. Noi cristiani, invece, siamo lux illuminata, «luce illuminata». La seconda cosa che nota san Tommaso è che nell’adempimento del nostro compito di illuminare non dobbiamo essere pusillanimi, paurosi, ma dobbiamo conservare un animo grande, dalle ampie vedute. Questo vuol dire essere una luce posta sul candelabro, una città posta sul monte (cf. Super Mt, V, 14).
Ecco, allora, carissimi fratelli e sorelle, il contesto nel quale possiamo oggi considerare la figura del servo di Dio Berardo Atonna, del quale il 18 dicembre 2025 il Papa Leone XIV ha dichiarato la venerabilità. Ne abbiamo ascoltato il Decreto, letto dal rev.mo p. Giovangiuseppe Califano, OFM, Postulatore generale della Provincia Serafica San Francesco d’Assisi. Possiamo domandarci: qual è la funzione del titolo di venerabile? Esso ci rassicura che il nostro servo di Dio ha vissuto le virtù cristiane in forma esemplare, sicché tutti noi, pur non prestandogli un culto liturgico che è riservato ai beati e ai santi, possiamo però chiedergli d’intercedere per noi quando esponiamo al Signore le nostre esterne necessità e i nostri interiori bisogni. Sì, egli è una luce illuminata e così, come una lampada accesa da Cristo nella sua Chiesa, può aiutare i nostri passi verso di lui.
La sua vita l’abbiamo già ascoltata dalla voce del p. Califano. Ricorderò solo che in questa terra egli scoprì e attuò la sua vocazione, fu ordinato sacerdote, svolse tanta parte del suo ministero: predicava le missioni al popolo, gli esercizi spirituali a sacerdoti, religiosi e religiose e a gruppi di fedeli e, soprattutto, esercitava il ministero della confessione. Diede pure il suo fedele contributo alla riorganizzazione delle famiglie francescane voluta da Papa Leone XIII esercitando in forma esemplare la virtù cristiana della prudenza e sopportando non poche difficoltà. Guardando alla sua vita, noi la vediamo pure segnata dal compimento di molteplici opere di misericordia con particolare cura verso gli infermi: bastava sapesse che c’era un infermo – è stato detto - per vederlo accorrere a dare una parola di conforto e di sollievo. Solo la insorta malattia lo costrinse a moderare il suo impegno apostolico e pastorale. Morì il 4 marzo 1917.
Che dire, miei fratelli e sorelle, di questa testimonianza di vita? Certamente i fatti parlano da se stessi. Soprattutto, però, mi fa riflettere il fatto che questo nostro venerabile servo di Dio, nella sua umiltà francescana, è stato guida spirituale addirittura per santi. Vi riconosco, per questo, un particolare carattere di generatività. Fu vicino, dunque, a san Bartolo Longo che intanto faceva nascere le opere del Santuario di Pompei; a santa Maria Cristina Brando, santa napoletana fondatrice delle Vittime Espiatrici di Gesù Sacramentato di Casoria, canonizzata da Papa Francesco il 17 maggio 2015; penso pure alla serva di Dio Maria di Gesù Landi, fondatrice delle Ancelle della Chiesa, il cui nome è legato a questa bella Basilica dell’Incoronata Madre del Buon Consiglio; a suor Maria Serafina Micheli, fondatrice dell’Istituto delle Suore degli Angeli, beatificata il 28 maggio 2011; alla serva di Dio Barbara Micarelli, fondatrice delle Suore Francescane di Gesù Bambino; a don Vincenzo Gargiulo, fondatore delle Suore Francescane Alcantarine di Castellammare di Stabia… Sono soltanto alcuni nomi, che, però, ci dicono quando fecondo, nel silenzio e nell’umiltà, sia stato il venerabile Berardo Atonna. Egli è stato, per tornare a quanto dicevo in principio, una luce illuminante. Non è stato santo da solo, ma con altri e per gli altri. Giungendo processionalmente a questo altare ho veduto una immagine di santa Giovanna d’Arco e ho ricordato quello che, ne Il mistero della carità di Giovanna d’Arco, Ch. Péguy fa dire a Hauvette: «Non bisogna arrivare a trovare il buon Dio gli uni senza gli altri. Bisognerà tornare tutti insieme nella casa di nostro Padre. Bisogna anche pensare un po’ agli altri; bisogna lavorare un po’ (gli uni) per gli altri. Che ci direbbe se arrivassimo, se tornassimo gli uni senza gli altri».
In questi giorni un’agenzia cattolica ha reso nota l’ultima omelia preparata da un importante teologo e vescovo ortodosso, Ioannis Zizioulas, ma non pronunciata a motivo della morte successivamente intervenuta. Nell’ultimo punto dell’omelia questo insigne maestro diceva che l’identità della Chiesa è oggi minacciata dalla sua fusione con la cultura tecnologica. Intendeva dire che anche nella Chiesa, soprattutto con la forma di Internet, così come con quella della televisione e di altri strumenti tecnologici, l’incontro fisico delle persone (che è, poi, ciò che caratterizza la vita nella Chiesa in quanto congregatio e communio) rischia di essere sostituito da altri tipi di contatto, dove la relazione personale e l’incontro fisico sono aboliti. In questo modo è superato come non necessario l’incontro reale e tutto è sostituito da relazioni virtuali (cf. Agenzia Fides del martedì, 3 febbraio 2026).
Noi, carissimi, sappiamo quanto questo stia prendendo piede anche fra noi e quanti siano quelli (anche sacerdoti) che sostituiscono l’incontro personale con un affollato incontro virtuale. Questo nostro venerabile servo di Dio, come tanti altri santi e sante, con il suo esempio ci dice, invece, che solo «toccando» la sofferenza e il bisogno dell’altro possiamo aiutarlo a guarire. Nel mistero cristiano non c’è una carne che si fa Parola, ma solo una Parola che si fa carne!
Durante la sua vita il venerabile Berardo Atonna scrisse, tra gli altri, un libretto con il titolo Balsamo degli infermi. Quel libro non lo scrisse soltanto, ma fu il riflesso della sua vita santa. Anche in questo egli ci sia da modello e di esempio.
Basilica dell'Incoronata Madre del Buon Consiglio a Capodimonte in Napoli, 1° marzo 2026
Marcello Card. Semeraro