Un modello di fedele laico
Omelia per la venerabilità del SdD Nerino Cobianchi
Un gruppo di vescovi, giungendo qualche tempo fa nel Dicastero delle Cause dei Santi per la periodica Visita ad limina, si sono introdotti all’incontro con queste parole: «I beati e i santi delle nostre Diocesi somigliano alle stelle che risplendono nel firmamento del cielo: essi guidano il cammino della Chiesa pellegrina sulla terra, con le loro vite ci ispirano e con la loro intercessione ci rafforzano». Incontrando voi, questa sera, carissimi fratelli e sorelle, ripeto le stesse parole e lo faccio con intima e sincera gioia, poiché sono giunto qui per rendere pubblica in forma solenne la dichiarazione, decisa dal Papa Leone XIV, di venerabilità del servo di Dio Nerino Cobianchi.
Quello di «venerabile» è un titolo che la Chiesa attribuisce a quei suoi figli e a quelle sue figlie che, durante la loro esistenza terrena e nella loro propria condizione di vita, hanno esercitato le virtù cristiane, teologali e umane, in una forma al di sopra del comune e tale, perciò, da essere attrattiva nella comunità dei fedeli ai quali sono indicati come un modello da seguire. Ecco il valore cristiano che la Chiesa oggi riconosce a Nerino Cobianchi.
La sua vicenda terrena voi ben la conoscete e sarà riassunta al termine di questa liturgia. Non è dunque il caso che io la ripeta. Sottolineerò, allora, solo alcuni aspetti, che mi paiono significativi per il nostro compito di essere «fedeli» nella situazione odierna. La Chiesa, infatti, è mistero di servizio al Vangelo e deve, perciò, preoccuparsi che esso sia annunciato in modo sempre udibile e, perciò, anche praticabile. Scrive, infatti, l’Apostolo: «Come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci?» (Rom 10,14).
La prima cosa che ritengo dovere mettere in evidenza è che quella di Nerino Cobianchi è una testimonianza laicale. In una testimonianza fatta durante il processo di beatificazione e canonizzazione si legge che egli ha certamente incarnato le Beatitudini evangeliche insegnate da Gesù e che in questo egli è stato un modello di vocazione laicale nella Chiesa. Lo stesso Nerino ci teneva a sottolinearne l’importanza. In occasione di consiglio pastorale parrocchiale del 23 marzo 1979, ad esempio, egli disse che occorreva promuovere e sostenere l’apostolato dei fedeli laici, poiché finora nella Comunità Parrocchiale l’apostolato veniva esercitato solo dai sacerdoti e dalle suore… erano gli anni del primo post-Vaticano II, quando era ancora vivo il magistero di quel Concilio. Penso soprattutto al n. 31 della costituzione Lumen gentium, il cui insegnamento oggi mi pare addirittura trascurato. Intanto mi torna alla memoria una critica abituale sulle labbra di Papa Francesco circa la clericalizzazione dei laici! Il Concilio insegna, invece, che «per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio». Intendeva dire che non si tratta di un compito assegnato da un mandato ecclesiastico, poiché è intrinseco al fatto che di per sé l’esistenza del fedele laico è quotidianamente come intessuta dai vari doveri e lavori del mondo e dalle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale. Proprio in tale loro condizione Dio ha messo la vocazione di ciascuno a contribuire, al modo del fermento, alla santificazione del mondo. Questo magistero conciliare Nerino Cobianchi lo ha compreso e attuato in forma esemplare.
Il secondo punto che desidero sottolineare è il suo impegno a superare, nell’azione pastorale, il confine di una sola parrocchia. Non c’è alcun dubbio che, ancora oggi, la parrocchia ha un suo importante valore; essa, tuttavia, non è l‘unico spazio per la vita cristiana. Non per nulla, il papa Benedetto XVI parlava di «un fecondo insieme tra l’elemento costante della struttura parrocchiale e l’elemento, diciamo, “carismatico”, che offre nuove iniziative, nuove ispirazioni, nuove animazioni» (Discorso al clero romano del 13 maggio 2005). Da ciò Nerino si fece guidare anche nella relazione con la sua parrocchia: andare oltre! Oggi, peraltro, la questione si ripresenta con un volto nuovo e urgenze diverse all’epoca in cui egli visse e operò. Una recente indagine Censis sulla religiosità in Italia, i cui risultati sono pubblicati pure su l’Osservatore Romano del 26 novembre 2024, mette in luce che la vita ecclesiale vissuta nella dimensione della parrocchia oggi non è più molto attraente sicché molto futuro pastorale oggi si gioca fuori delle chiese. È una provocazione su cui occorre riflettere.
Il terzo e ultimo punto che ritengo utile sottolineare è la convinzione che specialmente l’esercizio della carità ha di proprio il superamento dei confini. Come il bene, essa è diffusiva per se stessa; tende, cioè, ad andare «oltre». La carità accesa da Cristo nel mondo è amore senza universale, senza limiti. Capiamo, allora, perché nell’esercizio della carità Nerino superò di molto i confini nazionali. In questo non gli mancarono difficoltà e incomprensioni, ma il fuoco dell’amore riuscì a fargli superare ogni ostacolo, anche perché esso alimentato da incontri e da relazioni fraterne. Penso all’incontro con Madre Teresa di Calcutta, oggi santa, ma cito pure il suo rapporto con mons. Giovanni Nervo, che fu il primo presidente della Caritas Italiana e del quale, nella Chiesa di Padova, è da poco iniziato il processo per la beatificazione e canonizzazione. Intendo dire che la carità non si organizza mai da soli, ma sempre nella comunione e nell’amore fraterno. È questo l’esempio che ci giunge dai santi. A conclusione della sua enciclica Deus caritas est Benedetto XVI citava una serie di santi della carità, come Giovanni di Dio, Camillo de Lellis, Vincenzo de’ Paoli, Luisa de Marillac, Giuseppe B. Cottolengo, Giovanni Bosco, Luigi Orione, Teresa di Calcutta… sono le stelle che già brillano nel cielo della Chiesa. Il decreto di venerabilità ci dice che nel loro corteo luminoso si è affacciato pure Nerino Cobianchi. Anche noi, come lui, impegniamoci a vivere la nostra vocazione con una carità che ci spinge a testimoniare dappertutto l’amore del Signore.
Cattedrale di Sant'Ambrogio, Vigevano (PV), 27 marzo 2026
Marcello Card. Semeraro