Omelia nella festa della Madonna della Quercia 2026

 

Quando si perdona non si calcola

Omelia nella festa della Madonna della Quercia 2026

 

Abbiamo celebrato appena ieri la memoria del Santissimo Nome della beata Vergine Maria, una ricorrenza molto cara alla nostra sensibilità di cristiani, giacché tante nostre mamme e sorelle quel nome lo hanno portato su di sé e d’altra parte – come recita il Martirologio Romano – essa «rievoca l’ineffabile amore della Madre di Dio verso il suo santissimo Figlio».

È quanto, da tanti e tanti anni, fate voi quando, nella seconda domenica di settembre, vi raccogliete qui per rinnovare «un patto d’amore» con la Vergine Santa. Quest’anno, poi, ricorre il quarantesimo anniversario dell’aggregazione nell’unica Diocesi di Viterbo di altre Chiese di antica tradizione, rimaste tuttavia come sedi titolari. Nel suo decreto del 27 marzo 1986 san Giovanni Paolo II scrisse: «Poniamo la nuova Diocesi sotto la protezione della Beatissima Vergine Maria, chiamata dal popolo “Santa Maria della Quercia”, venerata con somma devozione nella chiesa dello stesso nome». Guardiamo, dunque, alla sua immagine. È dipinta su di una tegola di terracotta e la cosa di per sé non è nuova; oggi, però, può avere un significato simbolico giacché le tegole sono umili oggetti fatti per proteggere la casa: così, alla vostra Madonna voi potete guardare come alla «tegola», che protegge quella casa, che sono la vostra Chiesa diocesana e tutte le vostre famiglie.

Sono grato al vostro Vescovo Mons. Orazio Piazza per avermi invitato a presiedere qui, a La Quercia, questa solenne Liturgia: avrebbe potuto e dovuto farlo egli stesso, ma l’affetto fraterno ha prevalso. Penso che sia inutile dirvi quanto antica e solida sia l’amicizia, che ci lega e che, se in questi anni ci mette accanto nel servizio alla Chiesa, prima ancora ci ha uniti nell’amore e nello studio della sacra doctrina. Egli è membro del Dicastero delle Cause dei Santi e con lui c’è il vescovo emerito, S.E. Mons. Lino Fumagalli, che pure saluto; e c’è S.E. Mons. Fabio Fabene, arcivescovo titolare di Montefiascone e prezioso Segretario del medesimo Dicastero. Per me, poi, tornare in questo Santuario è motivo di viva emozione, giacché qui è sepolto Mons. Dante Bernini, un vescovo che ho amato certo come mio predecessore nel servizio della Chiesa di Albano, ma, più ancora, come un padre.

Ora, però, permettete che mi soffermi su un particolare presente nell’icona della vostra Madonna: nella mano destra del bambino Gesù il pittore ha disegnato una piccola rondine. In pitture dello stesso periodo non è un caso unico. Alla rondine, oltretutto, fa spesso riferimento la Bibbia e nella simbologia cristiana questo uccello è pure scelto come simbolo di Cristo Risorto. Nelle nostre terre mediterranee, infatti, le rondini tornano all’inizio della primavera, segnalando così la fine del rigore invernale. In proposito c’è un brano di sant’Ambrogio, che vorrei utilizzare in questa mia riflessione omiletica anche per commentare il passo evangelico che è stato proclamato. Il santo dottore dice, dunque, che pur minuscola nel corpo la rondine è sublime per un qualcosa di straordinariamente affettuoso che la caratterizza: benché priva di tutto costruisce nidi più preziosi dell’oro, perché nidifica con sapienza e agisce guidata da un grande amore per la sua nidiata. Aggiunge che la rondine per quanto povera di mezzi abbonda in operosità e che il bisogno e l’indigenza non la spingono a fare del male agli altri. Noi invece tante volte, per la bramosia del guadagno volgiamo l’ingegno alle frodi, siamo spinti al malaffare e al crimine. Quando, poi, siamo in difficoltà abbandoniamo la speranza e ci scoraggiamo, mentre, proprio quando vengono meno gli aiuti umani noi dobbiamo sperare ancora di più nella divina misericordia» (cf. Exaemeron V, 17, 56-57: PL 14, 230).

Passiamo ora al testo evangelico, che abbiamo ascoltato. Alla domanda di Pietro su quante volte sia necessario perdonare, Gesù non risponde con una cifra aritmetica («settanta volte sette» indica una misura infinita), ma con un racconto che scuote le fondamenta della nostra psicologia economica e spirituale: la parabola del servo spietato; una parabola che ci pone di fronte a uno dei paradossi più drammatici del cuore umano: la coesistenza, nello stesso individuo, dell’esperienza di una grazia immensa e dell’incapacità assoluta di replicarla verso il prossimo.

Il modello della rondine come è utilizzato da sant’Ambrogio può esserci di aiuto per capire. Ci dice, anzitutto che contro la sapienza della gratuità può esserci da parte nostra il delirio del calcolo. Il dramma della parabola, infatti, si proprio consuma sulle cifre. Ci sono così i diecimila talenti, che il primo servo deve al re. Si tratta di una cifra astronomica, di un debito che diverse generazioni non avrebbero mai potuto saldare. Davanti alla supplica del servo, però, il re prova compassione e gli condona tutto. Eppure, appena uscito, quel medesimo servo stringe alla gola un suo compagno che gli deve appena cento denari (l’equivalente di pochi mesi di lavoro di un operaio). Perché questa spietatezza? Sant’Ambrogio ci risponderebbe che il servo è intrappolato in quella «bramosia di guadagno», che spinge l’uomo a volgere l’ingegno alle frodi e al crimine. La rondine, al contrario, pur essendo «priva di ogni cosa» costruisce nidi preziosi stendendo il fango con le sue stesse ali, senza spendere, senza togliere nulla al prossimo e senza che la povertà la spinga a fare del male.

Fatto è che il servo spietato, pur essendo stato appena arricchito dal condono del re, ragiona ancora da mendicante fraudolento. Non ha interiorizzato la logica del dono ed è rimasto schiavo della logica del debito. La sua povertà dunque, più che materiale è ancora di più una miseria dello spirito che, per paura dell’indigenza, lo trasforma in aguzzino del suo simile. Il perdono che aveva ricevuto dal re avrebbe dovuto essergli di guida: «quando si perdona non si calcola», disse una volta Papa Francesco (Angelus del 17 sett. 2023). Per il servo della parabola non è stato così, perché è rimasto intrappolato nel buio del proprio egoismo.

Portando, però, lo sguardo a re potremmo domandarci: perché la sua reazione è stata così dura? Perché il servo ha commesso il peccato più grave contro la fede: non ha creduto all’amore. Sant’Ambrogio concludeva la sua riflessione sulla rondine con una massima teologica di grande efficacia: «Nella divina misericordia si dovrebbe sperare tanto di più proprio quando vengono meno gli aiuti umani». Il servo spietato ha aggredito il fratello perché non è voluto divenire partecipe della magnanimità del re e ha pensato che, per sopravvivere, doveva fare affidamento sui cento denari strappati con la forza. Ha cercato una sicurezza umana nel denaro, calpestando la misericordia divina.

Alla fine, comprendiamo che il perdono non è un dovere morale moralistico, o un calcolo matematico, ma una questione di sguardo e di fiducia. Ambrogio diceva che la rondine vola libera nel cielo e affida i suoi piccoli alle case degli uomini perché vive nella logica della Provvidenza. L’uomo della parabola, invece, incapace di volare striscia nella polvere del calcolo economico. A noi rimane l’invito a non lasciare che l’ansia del possesso e la paura della perdita accechino i nostri occhi. Siamo chiamati a riscoprire che tutti siamo debitori insolvibili e perdonati. Solo quando accetteremo questa radicale povertà, potremo smettere di stringere alla gola i nostri fratelli e iniziare, finalmente, a guardarli con la stessa sapiente e guaritrice compassione di Dio.

La mia preghiera finale, allora, è che la rondine poggiata sul braccio del Bambino Gesù, com’è raffigurata nell’immagine della Madonna della Quercia, voli sulle vostre case, faccia il nido fra le tegole del vostro tetto e porti la primavera nei vostri cuori. Possa quella rondine ricordarvi ogni giorno che tutti siamo custoditi da un amore immenso e che sotto il tetto della misericordia di Dio non c’è spazio per la spietatezza, ma solo per la grazia.

Che quel piccolo uccello, simbolo della custodia divina e della libertà dello Spirito, insegni a tutti noi l’arte di fidarci della Provvidenza, liberandoci dall’ansia del calcolo e dalla paura della perdita. Al Bambino Gesù e a Santa Maria della Quercia chiediamo che i nostri occhi, spesso accecati dal risentimento e dal debito, siano sanati e che le nostre famiglie e le nostre comunità diventino nidi di pace, dove la riconciliazione e il perdono non si contano, ma si donano.

 

Viterbo – Basilica di Santa Maria della Quercia, 13 settembre 2026

 

Marcello Card. Semeraro