Omelia nel Transito di san Benedetto, abate

 

Ascolta, figlio!

Omelia nel Transito di san Benedetto, abate

 

Ringrazio di cuore il Rev.mo P. Abate e alla Comunità monastica per avermi invitato a celebrare oggi insieme con voi tutti la festa del Transito di san Benedetto offrendomi, così, l’opportunità di vivere un momento di fraternità, che è senz’altro pure un arricchimento spirituale. San Paolo VI disse che, ad un mondo «agitato e inquieto e febbrile», l’esempio che giunge dal monastero voluto da san Benedetto con la sua Regola è un «invito alla piena autenticità umana e spirituale, l’oasi refrigerante, adatta alle indagini interiori, al raccoglimento fruttuoso, alla coraggiosa revisione di vita» (Discorso del 30 sett. 1970 agli Abati e Priori delle Congregazioni benedettine). Quanto attuali sono queste parole! Ancora grazie, allora.

Desidero iniziare questa omelia con qualche riflessione sulla figura di san Benedetto lasciandomi sollecitare da un testo biblico prima ascoltato, ossia il racconto della vocazione di Abramo. Per molti aspetti le due figure sono molto diverse l’una dall’altra; ambedue, pero, hanno un volto paterno, una vocazione all’esodo, una storia generativa. Se Abramo è destinato da Dio a essere il padre di «una grande nazione», anche Benedetto è chiamato a essere padre. Con la sua Regola, infatti, egli non ha solo generato comunità, ma pure una tradizione che ha segnato profondamente la storia della Chiesa e della cultura in Europa. Nell’esortazione apostolica Dilexi te Leone XIV scrive che la Regola di san Benedetto è «divenuta la spina dorsale della spiritualità monastica europea» (n. 55). In proposito, mi sovviene l’originale interpretazione che ne diede san J.H. Newman, di recente dichiarato dottore della Chiesa. Egli vedeva la cultura cristiana come segnata da tre periodi: l’antico, il medievale e il moderno, ciascuno diversamente caratterizzato, ma tutti in reciproco rapporto. Il primo è, appunto, quello inaugurato da Benedetto che, sul disfacimento dell’antico mondo romano, ricostruisce la cultura in Europa. Newman lo paragona, per questo, a un giovane navigatore che appare nella vita «con la speranza alla prora e l’immaginazione al timone». Dopo di lui ci saranno Domenico, che porterà a maturazione la religione cristiana con la ricchezza dello studio e del sapere, e Ignazio di Loyola, che promuoverà quel senso pratico della vita che completa l’immaginazione e la scienza. Benedetto, dunque, è visto da Newman come il soffio giovane che fa avanzare la barca della Chiesa e spiega: «San Benedetto fu “padre di molte nazioni”, proprio alla maniera del grande patriarca ebraico. Perciò è giustamente definito “patriarca d’Occidente”» (cfr. Historical Sketches, II, London 1906, p. 370). Ancora Abramo e Benedetto, dunque.

Per l’uno e per l’altro, tuttavia, fu necessario un esodo. «Vattene dalla tua terra …» dice il Signore ad Abramo; anche di Benedetto san Gregorio Magno scrive che «desideroso di piacere a Dio solo … si ritirò dal mondo». Bellissime e fortemente evocative le espressioni latine: quem quasi in ingressu mundi posuerat, retraxit pedem, «proprio quando stava per entrare nella vita mondana, fece un passo indietro». Ciò che, infatti, gli stava veramente a cuore a cuore era l’essere essere gradito solamente a Dio, soli Deo placere desiderans (Vita S. Benedicti. Prolegomena: PL 66, 126). Il p. A. de Vogüé commenterà lapidariamente: ricomincia così l’antica avventura di Abramo! Sarà proprio questa obbedienza a Dio a permettere, ad Abramo e a Benedetto, di generare dei figli. È solo nell’obbedienza a Dio, infatti, che spiritualmente si genera!

Sembra una limitazione, ma è in realtà la vera sorgente della generatività spirituale. Lo vediamo in Maria, che dice: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 11,38); lo vediamo in Giuseppe, che davanti a Dio scioglie i suoi dubbi: «non temere di prendere con te Maria» (Mt 1,20). Al contrario, senza fedeltà a Dio, ogni “nascita” è illusoria: solo sterile fremito.

Spesso qualcuno pensa che la vita si realizza agendo da soli, decidendo in autonomia e secondo privati criteri. Accade nella vita sociale e nella politica. A quanti esempi di arbitrio non stiamo assistendo in queste settimane, da cui nasce soltanto distruzione, dolore, morte! Anche nell’opera educativa qualcuno ritiene che sia bravo solo chi esegue la volontà del più grande, perfino del genitore. Il Vangelo ci indica, invece, un’altra strada: quella dell’ascolto, dell’accoglienza, del rispetto dell’altro. È lì che nasce qualcosa di nuovo; è lì che si genera spiritualmente. Tutto questo san Benedetto lo sapeva bene. In principio della sua Regola egli non scrive: ubbidisci, ma ascolta.

Vi sono due modi d’intendere questo verbo: uno è nella forma transitiva, ossia come invito a fare attenzione a ciò che vien detto; l’altro è nella forma intransitiva, dove ciò che si chiede è un atteggiamento, un sostare per andare più a fondo. In questo senso la vera questione non è apprendere qualcosa, ma «farsi carico» di qualcuno, divenendo responsabili. È così, che si diventa «adulti». Come fu per il Battista, di cui leggiamo che «cresceva e si fortificava nello spirito» (Lc 1,80); come fu per Gesù, che «cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui» (Lc 2,40). Penso che proprio per questa ragione Benedetto abbia aggiunto la parola: «figlio». Ascolta, figlio! Non si tratta d’imparare una lezione, ma di crescere. Ecco, allora, il senso del succedersi dei vari verbi nelle prime righe della Regola: ascoltare, piegare l’orecchio del cuore, accogliere i consigli paterni … e poi: efficaciter comple!

Come tradurre queste due parole? Cosa suppongono? Lo chiedo anzitutto a me stesso. Forse Benedetto vuole dirmi: «Tu lo sai bene quel che devi fare, ma non ti basta saperlo; devi esserne persuaso; devi avere il coraggio di deciderti e metterlo in pratica». Quante «incompiute» ci sono nella mia vita (e in quella di ciascuno di noi)! Non tutte sono capolavori, come l’VIII Sinfonia di F. Schubert. San Benedetto intende, forse, dirmi che solo quando l’avrò messa in atto, mi si svelerà il senso pieno di una parola; solo allora avrò davvero ascoltato. E capirò pure che non mi basta praticarla, la parola di Dio; capirò, anzi, che proprio l’averla praticata mi donerà il desiderio di fare un passo in avanti: perché quando la parola di Dio la si conosce per davvero, allora ci si innamora di Lui e la vita cristiana diventa tensione.

Uso questo termine italiano, che traduce quello che, per illustrare la tensione dell’uomo verso Dio, sant’Agostino avrebbe in latino chiamato inquietudo. Scrive ad esempio: «Se il ricordo dei benefici che Dio ti ha donato ti fa sospirare e rende il tuo cuore inquieto per il desiderio di possederlo, non chiederai nient’altro che lui stesso. Lui ti basta» (In psalmum LV enarr., 17: PL 36, 658). Nella sua lingua greca, invece, san Gregorio di Nissa parlava di epektasis. Questo vocabolo lo prendeva in prestito da san Paolo, che scrive: «Dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta…» (Fil 3,13-14). Il Nisseno lo usò per dire che nella vita cristiana ogni mèta raggiunta diventa sempre una tappa e questo vale sia per il giovane che cresce, sia per l’adulto che lo aiuta a crescere. Già nelle prime battute della sua Vita di Mosè, infatti, Gregorio paragona il padre spirituale al tifoso che, assistendo a una corsa ippica, grida, per incoraggiarli, a quei cavalli, che egli stesso ha allenato per la gara: così il padre spirituale incoraggia il discepolo a trasformare il punto d’arrivo in un nuovo inizio (cf. PG 44, 298). La perfezione cristiana consiste nella disponibilità a raggiungere ogni volta un bene maggiore.

È la testimonianza, carissimi, che io ritrovo pure in san Benedetto. Oggi, come ricordato, celebriamo il suo transito da questo mondo alla casa del Padre. È un momento che san Gregorio Magno descrive con immagini paradossali. Quando, sei giorni prima di morire, Benedetto si fa preparare la tomba, è afflitto da febbri violente; invece, però, d’essere più debole, egli diventa più forte: «Si fortificò ricevendo come viatico il corpo e sangue del Signore»; invece, poi, di abbattersi, «si tenne ritto in piedi, con le mani levate al cielo» (cf. Vita S. Benedicti, cap. 37, 2: PL 26, 202). Ed è così che emise l’ultimo respiro: in atteggiamento di tensione verso Dio.

Proprio questo gesto, anche più della Regola, è il suo testamento se è vero, come spiega san Gregorio Magno, essa altro non è che «lo specchio del magistero incarnato nella sua persona» (cf. Ibidem, cap. 36: PL 26, 199-200). È ciò che oggi san Benedetto ci chiede d’apprendere anche per noi: la consapevolezza che non le nostre parole sono l’esegesi della nostra vita, ma che, al contrario, è la nostra vita la chiave per comprendere tutte le nostre parole. Certo, è meglio «essere e non parlare, che parlare e non essere» (Ignazio di Ant., Ad Ephes. XV, 1: Funk, Patres Apost., I, p. 224). Guardando, dunque all’esempio del Santo Patriarca, preghiamo: «Rendi vera, Signore, la mia vita, perché, come per Benedetto, le mie parole le siano sempre fedeli». Amen.

 

Subiaco – Monastero di San Benedetto, 21 marzo 2026

 

Marcello Card. Semeraro