Intervento al Convegno su Enrico Medi, uomo di fede

Enrico Medi, uomo di fede

 

Palazzo della Cancelleria 26 maggio 2026

 

L’infinito negli occhi: questa espressione, tratta dagli scritti del prof. Enrico Medi riecheggia il Sal 8, dove il salmista contempla il Creatore che ha impresso nell’uomo la sua immagine e somiglianza. 

Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi,
il figlio dell'uomo, perché te ne curi?
Davvero l’hai fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore lo hai coronato.
O Signore, Signore nostro,
quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra! (Sal 8,4-6.10)

 

Questo sguardo contemplativo ha animato tutta la vita del Venerabile Servo di Dio, che ha tenuto insieme con straordinaria comprensione e capacità tre mondi: il fisico, il metafisico e il mistico con la profondità intellettuale dell’uomo di scienza e la sua semplicità, immediatezza e trasparenza e, come  scrisse Raimondo Manzini, allora direttore de L’Osservatore Romano, in occasione nel decimo anniversario della sua morte, con quella sua fede “soprannaturale, fervida, sicura, inattaccabile, radiosa”.[1] A queste parole fanno eco quelle della moglie: “Ero ammirata di mio marito per la sua intelligenza, per la sua grande devozione, per la sua fede. Una fede talmente incrollabile, talmente sicura che io la invidiavo. Era sempre pieno di fede, una fede così forte. Era incrollabile come una fortezza che non si può assolutamente scardinare”.

La fede del prof. Medi era profondamente cristologica. La sua contemplazione infatti dal Creatore si apriva ai misteri di Cristo, per mezzo del quale tutte le cose sono state create, e l’ispirazione di tutta la sua vita è stata quella di conoscere sempre più intimamente Cristo e di amarlo attraverso un amore sempre più consapevole. A questo lo ha condotto la spiritualità di S. Ignazio di Loyola secondo la quale si deve “trovare Dio in tutte le cose”, cosa che fece in modo convinto e costante in tutta la sua vita di padre di famiglia, di scienziato, di politico, di comunicatore. Don Giovanni Rossi, fondatore della pro Civitate Christiana scrisse nel 1961: “Il prof.  Medi è un uomo che, sorretto da profonde convinzioni e ricco di grazia sovrabbondante, vive di fede e di questa fede la sua anima riflette lo splendore smagliante”.[2] Egli era convinto che la scienza e la fede  possono comprendersi tra loro e dialogare idealmente attraverso la filosofia che aveva da sempre offerto alla scienza i principi per operare la sintesi delle scoperte. Riteneva che era il creato ad armonizzare scienza e fede in un perfetto concerto del tutto con la direzione di una mano creatrice di questo tutto, questo è possibile anche grazie alle nuove scoperte della fisica. Egli viveva quest’armonia nella sua persona ed era l’esempio di come nell’uomo di scienza e di fede quale era, cultore della filosofia scolastica, le tre dimensioni potessero trovare un perfetto punto di equilibrio in una tensione escatologica. Al riguardo in una Conferenza disse: “Sono vicini i tempi nei quali scienza, filosofia e teologia si incontreranno portando pienezza di luce nel pensiero dell’uomo. Il sapere e la ricerca avranno della realtà un senso tutto rinnovato, profondo, sostanziale, luminosamente intrinseco di unitaria chiarezza”;[3] ed aggiungeva: “Nell’unico fine della verità si incontrano, si aiutano, si intendono. La scienza porge alla filosofia i risultati  delle sue certezze, la filosofia offre alla scienza la potenza della sua luce”.[4]

Tra il 1954 e il 1955, agli albori della televisione in Italia, Medi entrò tra i primi nelle case degli italiani. E non possiamo non ricordare come, il 20 luglio 1969, fu lui a commentare il primo allunaggio. La sua parola chiara, la sua capacità di far capire le cose più difficili nella maniera più semplice, la fiducia che ispirava e il suo sguardo diedero alle sue trasmissioni un grande successo. In una lettera al prof. Medi un telespettatore di Torino scrisse: “Alla sera del mercoledì mi siedo davanti al mio piccolo televisore ed ascolto le Sue parole… Lei nei suoi voli attraverso i sentieri della scienza e scoprire anche il bello, il buono e il vero”.[5]  Nella sua attività di divulgatore, apparì sempre un uomo di fede: la televisione era per lui uno dei mezzi più efficaci per predicare il Vangelo, anche sotto forma di una lezione di scienze. Anche parlando di scienza poteva arrivare dritto al cuore dell’uomo. Un altro telespettatore gli scrisse la sua ammirazione anche se – affermava – “io dissento dalla sua impostazione spirituale ma L’ammiro”.[6] Ed un altro ancora parla esplicitamente dell’uomo di fede: “Grazie davvero, Professore, per queste iniezioni di fede di bontà di veri sentimenti cristiani che Ella ci manda. Sono un agricoltore: pensi quindi con quale gioia ho ricevuto da Lei, uomo di studio, l’invito ad avvicinarmi alla natura ed ammirare nel Creato la potenza e la bontà del Creatore”.[7] Significativa è la testimonianza dell’on. Giulio Andreotti, il quale affermava: “È sempre stato un uomo di una spiritualità trasparente, non ‘bacchettona’, ma di grande testimonianza”.[8]

La sua fede era dinamica, quotidianamente alimentata dalla meditazione e dalla preghiera. Meditazione – scriveva nell’opera Un grande tesoro – “calma, silenziosa, raccolta, profonda, adorna di semplicità e chiarezza, preghiera forte, continua, ripetuta, filiale, densa di amore e di speranza”.[9] E scriveva ancora: “Senza la preghiera si dissecca la terra”; ed aggiungeva che quando si prega troppo poco non ci si sente “consumare, per di dentro, dall’unione con Dio”.[10] La sua era una preghiera profonda, intensissima: è stato ricordato che quando pregava tante volte parlava, faceva come un bisbiglio, si vedeva che sussurrava, comunicava. Le figlie ricordano che per loro era normale vedere il padre raccolto in preghiera; ed aggiungono: “Con il viso trasfigurato”. 

La partecipazione alla Messa era il culmine della sua preghiera. Aveva ottenuto  da Pio XII di avere una cappella con l’Eucaristia in casa. Era il luogo della sua preghiera personale e la domenica tutta la famiglia vi si riuniva. La moglie racconta che grazie a lui insieme si accostavano ogni giorno alla Comunione.

La sua fede era alimentata anche dall’amore alla Madonna, tanto che volle chiamare tutte le sue figlie con il nome di Maria. Quello con la Madonna era un rapporto spirituale, tenero e ardente, tra un figlio e la propria madre. Un continuo desiderio di perenne presenza di amore e di disponibilità, in ogni momento della sua vita. Ne parlava in tutte le conferenze, indicando la Madonna come “la porta della mistica Città”, che è necessario attraversare per poter incontrare Cristo. Recitava ogni giorno il rosario insieme alla sua famiglia. Un testimone afferma che per lui “Maria era una continua sorgente di rinnovamento spirituale. La Madonna fu il sigillo di tutte le sue attività, così come fu l’estremo sigillo nel momento della morte”.

La fede del Venerabile che oggi ricordiamo fu sostenuta dalla speranza che lo contraddistinse fin dalla gioventù nelle sue scelte e nei suoi vari impegni. Questa virtù che Paul Claudel ritiene la più piccola delle altre due sorelle, la fede e la carità, e, tenendole per mano le fa camminare, la visse senza rinunciare mai a rendere la sua fede motivo di cambiamento degli ambienti in cui si trovava a vivere, con la responsabilità di rispondere alle sfide e alle difficoltà che gli si presentavano nel mondo universitario e nella vita politica. Il successo elettorale gli proveniva da un convinto sostegno degli elettori verso la sua persona, ritenuta degna di fiducia, credibile e capace di suscitare la speranza verso un futuro migliore. Quando nel 1953 si ritirò dalla vita politica lo fece perché non riscontrò più le condizioni per dare un contributo alla vita democratica, tuttavia ebbe sempre la speranza di un rinnovamento della vita sociale. Anche le cariche che ricoprì in Europa erano sostenute dalla speranza di contribuire a costruire un Continente unito e in pace. 

Vorrei sottolineare l’attenzione e la dedizione del prof. Medi per i giovani in cui vedeva la speranza del domani. Ha sempre sostenuto e compreso il mondo giovanile perfino di fronte alla contestazione del 1968, volle capire e, per quanto possibile, entrare nel cuore dei giovani. In quegli anni rivolgendosi a loro diceva: “cercate un confessore e non lo trovate, un amico e non lo trovate, una fiducia e non la trovate, un conforto del cuore, una dolcezza, un riposo, una poesia, una speranza e andate vagando nella tempesta alla ricerca di una luce di stelle che possa dare un po' di consolazione al vostro cuore. Questo è il dramma profondo”.[11] In questa lucida sintesi coglieva il disagio giovanile a cui si doveva rispondere. Andava oltre al frastuono del ‘68 e ai giovani diceva: “Quando tante volte vi vedo nella città universitaria  bloccare il nostro istituto, appendere manifesti o rovesciare le macchine, provo un profondo dolore, non per la ridicola macchina rovesciata, ma per la constatazione di questo grido di angoscia nella vostra notte, che cercate di lanciare verso il cielo, quasi come un grido di disperazione, nel vuoto perché non c’è nessuno che ve lo colmi. Cercate di conservare l’equilibrio dentro di voi. Evitate l’eccitazione e l’esaltazione. Vanno evitate l’indifferenza e la follia delle cose. Serenità nelle cose.”[12] In realtà già nel boom economico, nel 1962 si chiedeva: “Che cosa diamo ai giovani che hanno bisogno di sperare? Poco sapete! Ma la gioventù aspetta”[13]. Enrico Medi criticava la società occidentale del dopoguerra perché aveva dimenticato Dio, la sua grazia, le vie della luce. Nella sua speranza vedeva un mondo da ricostruire con l’ideale spirituale dell’uomo di pensiero. Ai giovani affidava il futuro dell’Europa: “C’è da costruire -diceva loro- un’immensa e meravigliosa cattedrale, a voi giovani affidata: la cattedrale delle nuove idee, delle nuove concezioni che si liberano da pesanti fardelli, di pesanti inerzie, per aprire in visioni nuove, ma sagge per l’uomo, visioni grandi, che l’Europa conserva nel suo grande cuore, aprendo le braccia verso le genti che l’aspettano”.[14]Quello con i giovani, scrisse L’Osservatore Romano in un articolo del 1976 dal titolo I giovani di Enrico Medi, fu uno dei rapporti privilegiati della sua vita[15].

La carità del Venerabile Servo di Dio si manifestò nell’amore per la famiglia fino al suo impegno nella Pontificia Commissione di Assistenza. Svolse questo impegno per 12 anni con intelligenza e generosità. Per suo suggerimento nacque a Palermo l’opera “il censimento della sofferenza” e fu come una vampata di fuoco: L’istituzione mirava a far conoscere la reale situazione della città, raggiungendo i poveri nelle proprie case o tuguri in modo sistematico, via per via.

Interessante è il rapporto che ebbe con altri uomini di fede del suo tempo, che oggi sono stati canonizzati, tra i quali S. Pio da Pietrelcina, con il quale ebbe un’intensa amicizia e al quale diede la consulenza per migliorare i servizi di Casa Sollievo della Sofferenza,  S. Luigi Orione e la Beata Benedetta Bianchi Porro, solo per citarne alcuni.

          La sua spiritualità era profondamente ecclesiale. Considerava la Chiesa come corpo mistico e, in Odio e amore nell’uomo redento scriveva: “La Chiesa è corpo vivente, realtà, storia, provvidenza, primavera di santità. La Chiesa è la scena dell’amore del mondo, odiata come fu odiato il Cristo, combattuta da Satana le cui azioni hanno il carattere della contingenza e del particolare, Il corpo mistico di Cristo è la grade storia dell’universo, la Chiesa è la vera storia, la storia dell’amore”.[16] Chiamava la Chiesa “la grande Attesa, l’Attesa dei popoli, della storia e dell’eternità, la Sposa di Cristo” e parlava della “bellezza di verità di questa Sposa”, organismo vivente capace di scartare e tagliare inesorabilmente ciò che è morto e di indicare “tutto ciò che ha capacità di vita”. Nelle mani della Chiesa – affermava – “vi è una luce infinita e immensa, proprio perché Sposa di Cristo, il cui carattere precipuo è la purezza”. E aggiungeva: “Come il manto della Sposa, il manto della Chiesa è puro ed immacolato. Lo so che qualcuno comincerà a dire: ‘Ma nella storia e anche oggi quante tragedie nella Chiesa, quanti preti infedeli’. Non è il filo che si trova sul manto della sposa che ne altera la fronte immacolata e purissima”. “La Chiesa ha lo sguardo felice, poiché il suo è lo sguardo di Cristo”, diceva ancora, “e anche se qualche volta lacrime e sangue scendono dalla corona di spine, è sempre uno sguardo di amore”. La sua visione della Chiesa si potrebbe definire una continuazione che dalla Pentecoste attraversa i secoli e si proietta nel futuro: “La Chiesa è nella storia, fa la storia; la Chiesa è la storia perché è l’eternità, la Chiesa fa la storia perché è una parte dell’eternità”. Agli ex-alunni dei Gesuiti disse che dalla Chiesa “prendiamo verità e sostegno di vita, con lei soffriamo e godiamo. Le nostre miserie, le nostre sofferenze, le nostre preghiere, le nostre ansie si fondono in un solo canto di amore nel vivente corpo mistico di Cristo, nel cammino del popolo di Dio”.[17]

La fede del prof. Medi fu quella di un uomo di visione, che seppe interpretarla nella cultura del suo tempo e nelle sfide che essa poneva, offrendo prospettive che in seguito avrebbero aperto vie allora inesplorate. Possiamo affermare che ha saputo leggere la presenza di Dio e l’insegnamento della Chiesa indicando risposte ed espressioni di un umanesimo cristiano universale, interessato al futuro del mondo. Egli voleva che la fede divenisse cultura e animasse una società, dove la vita cristiana fosse il lievito. In questo senso possiamo definirlo un uomo del Vaticano II, da cui recepì la forza missionaria di una Chiesa che parla al mondo e recepisce le sue domande.

Concludo con le parole di un testimone: “Ritengo che il prof. Medi è una luce che il Signore ci ha mandato”. 

 

                                                              + Fabio Fabene

 

 

[1] R. Manzini, Enrico Medi la speranza e la fede, in L’Osservatore Romano, 10-11 dicembre 1984, p. 3.

[2] G. Rossi, Editoriale, in Rocca, 20 (15 gennaio 1961), p. 5.

[3] E. Medi, “L’ avvenire della scienza”. Conferenza tenuta presso l’Università di S. Tommaso, 1950, in E. Medi, Il mondo come lo vedo io, p. 57.

[4] Ibidem, pag. 74

[5] Lettera di Tino Vasquez, (Torino, 3 febbraio 1954), Roma, Archivio Medi, I, 19.

[6] Lettera di Alessandro Majnetti, (Fara d’Adda, 2 marzo 1955), Roma, Archivio Medi, I, 20.

[7] Lettera di Giacinto Sizia (Bubio, 24 novembre 1955), Roma, Archivio Medi, I, 20.

[8] Positio super vita, virtutibus et fama sanctitatis, p. 37.

[9] E. Medi, Un grande tesoro, p. 6.

[10] Ibidem.

[11] E. Medi, E’ iniziata l’ora spaziale. Lezione tenuta ad un gruppo di studenti, in, i Giovani come li penso io, pag.98 

[12] Ibidem, pagg. 98-99

[13] Ibidem, pag. 66

[14] Ibidem,pag.81

[15]  E. Lucatello, i giovani di Enrico Medi, in L’Osservatore Romano, 9-10 dicembre 1976, pag. 6

[16] E. Medi, Odio e amore nell’uomo redento, p. 147.

[17] E. Medi, La grande Attesa, Napoli 1963, p. 3; Conferenza tenuta al 15° Convegno giovanile per universitari indetto da Pro Civitate Cristiana, in Rocca 20 (15 gennaio 1961), p. 14-15; Discorso tenuto al Congresso mondiale degli ex-alunni della Compagnia di Gesù, f. 23.