Omelia nella solennità di San Timoteo a Termoli (CB)

Solennità di San Timoteo

 

 

Cari fratelli e sorelle,

Ringrazio il vostro Vescovo per avermi invitato a celebrare con voi la festa del vostro patrono San Timoteo e lo ringrazio anche per la collaborazione che con competenza e assiduità presta al Dicastero delle Cause dei Santi, di cui è membro. Grazie, Eccellenza, anche a nome del Cardinale Prefetto e di tutti i collaboratori del Dicastero!

Sono venuto con lo spirito del pellegrino, per onorare le reliquie del più grande discepolo di San Paolo e per rinnovare con voi la fede in Cristo morto e risorto, il cui vangelo Timoteo ha servito con grandezza d’animo, senza cercare i propri interessi, con amore e disponibilità, come San Paolo gli riconosce avendolo egli servito con la fedeltà che un figlio ha verso il padre. Dalle lettere di San Paolo emerge chiaramente il rapporto familiare tra l’apostolo e il suo discepolo. I biblisti infatti ritengono che l’incontro tra i due sia avvenuto nella piena giovinezza di Timoteo e che proprio da Paolo sia stato battezzato, insieme alla madre ad alla nonna, durante il suo primo viaggio missionario, quando egli si recò a Derbe. Per le sue esperienze in questa città, Paolo lo volle accanto a sé per i suoi viaggi missionari, così come apprendiamo dagli Atti degli Apostoli (cf. At 16). Ma anche per la sua preparazione culturale. Dalla seconda lettera indirizzata a lui da San Paolo, conosciamo che Timoteo era un ebreo osservante, profondamente formato nelle Sacre Scritture. Il fatto che sua madre fosse ebrea e suo padre pagano gli diede la possibilità di dialogare con gli uni e gli altri, e di essere da loro accolto nell’annuncio del Vangelo, sia nell’ambiente giudaico che pagano. San Paolo, proprio scrivendo a Timoteo, gli dice che “la Parola di Dio non è incatenata” (2Tm 2,9): essa, come ha affermato Papa Francesco, è dinamica e corre (cf. catechesi 29 maggio 2019) con “i piedi del messaggero di lieti annunci”, aggiunge Isaia (52,7). Timoteo l’ha portata con San Paolo nei grandi centri dell’Asia Minore, in Macedonia, a Filippi, ad Atene, a Troade, a Corinto e ad Efeso, di cui la tradizione lo vuole come primo vescovo. Dalla lettera agli Ebrei sappiamo che fu anche prigioniero, proprio per avere svolto la sua missione.

Nella prima lettura abbiamo ascoltato San Paolo che si rivolge al suo discepolo con queste parole: “Ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti secondo il mio vangelo” (2Tm2,8). Questo è il kerigma: “è – come scrive Papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium – l’annuncio principale, quello che si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi e che si deve sempre tornare ad annunciare” (EG, n. 164). È lo stesso messaggio che Papa Leone XIV ha rivolto al mondo, ormai un anno fa, quando, appena eletto, ci ha chiesto di accogliere “la pace di Cristo Risorto” (8 maggio 2025). 

 

Cari fratelli e sorelle, 

questa è da sempre la missione della Chiesa: è nata proprio per annunciare Cristo, salvatore e redentore del genere umano. È la nostra missione, alla quale ci ha richiamato il vangelo appena ascoltato. È il Signore stesso che, donandoci il battesimo, ci ha resi tutti missionari: vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli laici. Ognuno di noi, secondo la propria vocazione, è chiamato a portare l’annuncio del vangelo per costruire, anche nel nostro tempo, il Regno di Dio. 

Oggi ci troviamo in una realtà che è stata definita “la quarta rivoluzione”, ossia la rivoluzione digitale. Dobbiamo prendere coscienza che il digitale è di fatto l’ambiente in cui viviamo, che a sua volta modella il nostro modo di vivere, di pensare e di relazionarci. Anche il nostro rapporto con Dio ne viene profondamente influenzato. La spiritualità è trasformata in virtuale, il soprannaturale è sostituito dalla realtà artificiale-tecnologica e svincolato dall’esperienza quotidiana. È in questo contesto che dobbiamo portare l’annuncio pasquale della salvezza, proprio come avvenuto nella Chiesa delle origini. La nostra missione è quella di rinnovare il nostro atto di fede, professando l’incarnazione del Verbo, che non è annullata nemmeno dalla risurrezione di Cristo. Il Risorto è nel Padre con il suo corpo, glorificato ma reale, tanto che nelle apparizioni pasquali invita gli apostoli increduli a toccare le sue ferite, parla e mangia con loro, donando la salvezza che ha acquistato per l’uomo con la sua Pasqua. Salvezza, che è avvenuta nella storia, riguarda tutto l’uomo ed ancora oggi è riproposta a tutti. Il Salvatore riconcilia e riporta alle sue origini la bellezza del corpo, della carne e del mondo, e lo Spirito vivifica la comunità umana, assumendo la realtà quotidiana, che viene redenta. L’uomo non si salva da solo e tanto meno sarà la tecnologia a salvarlo: ha bisogno di un Altro, cioè di Cristo, l’uomo perfetto ed il rivelatore del Padre. Siamo quindi chiamati ad aprire il cuore all’azione della grazia, così come San Paolo esortava Timoteo: “Attingi sempre forza nella grazia che è in Cristo Gesù” (2Tm 2,1).

Al nostro santo patrono, cari fratelli e sorelle, dobbiamo chiedere la grazia di ridarci la gioia della fede in Cristo, di credere in lui e di farlo conoscere, a partire dalle nostre famiglie, “chiese domestiche” in cui si inizia a conoscere e ad amare il Signore. Così è stato per San Timoteo, il quale ha ricevuto la fede dalla madre Eunice e dalla nonna Loide. Quanto è bella questa sottolineatura che fa San Paolo: “Mi ricordo infatti della tua fede schietta, fede che fu prima nella tua nonna Loide, poi in tua madre Eunice e ora, ne sono certo, anche in te” (2Tm 1,5). Non è stato così anche per noi? Con la loro semplicità, nello svolgersi della vita quotidiana, i nostri genitori ed i nostri nonni ci hanno trasmesso la fede, creando così un legame più profondo di quello della carne e del sangue. Dobbiamo sempre ringraziarli per questo dono che ci hanno fatto, dono che orienta e illumina la nostra vita!

Al riguardo vorrei ricordare che durante il Sinodo dedicato ai giovani si è molto insistito sul rapporto tra nonni e nipoti. Papa Francesco nell’esortazione apostolica Christus vivit ha raccolto i suggerimenti dei Padri sinodali, rimarcando la necessità di questo rapporto, perché i giovani costruiscano la loro vita su solidi pilastri. Chi può trasmettere loro principi e valori sono propri i nonni: “Gli anziani, scriveva il Papa, hanno sogni intessuti di ricordi, delle immagini di tante cose vissute, segnati dall’esperienza e dagli anni. Se i giovani si radicano nei sogni degli anziani riescono a vedere il futuro, possono avere visioni che aprono loro l’orizzonte e mostrano loro nuovi cammini. Ma se gli anziani non sognano, i giovani non possono più vedere chiaramente l’orizzonte”; ed aggiungeva: “Se i giovani e gli anziani si aprono allo Spirito Santo, insieme producono una combinazione meravigliosa. Gli anziani sognano e i giovani hanno visioni (CV, n.139). 

 

Carissimi fratelli e sorelle, 

proprio da questa Chiesa, che conserva le insigni reliquie di San Timoteo, si rinnovi questa alleanza tra gli anziani ed i giovani, affinché voi giovani, radicati e fondati in Cristo, possiate aiutare la Chiesa a non perdere la gioia della fede, l’entusiasmo dell’annuncio senza misurare i pericoli ed i rischi, lasciando cadere ciò che appesantisce il suo andare, come abbiamo ascoltato nel Vangelo, e camminare senza fermarci verso il Signore e verso gli uomini, chinandoci sulle povertà, le paure e le solitudini del nostro tempo, annunciando la riconciliazione, la giustizia e la pace. 

Mentre onoriamo il discepolo dell’Apostolo, suo “vero figlio nella fede” (2Tm 1,1), accogliamo le sue stesse esortazioni a Timoteo: “Ti raccomando prima di tutto che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini” (2Tm 2,9); “Custodisci il deposito” (1Tm 6,20), cioè la verità rivelata; “Rimani saldo in quello che hai imparato” (2Tm 3,14).

 

Termoli, 11 maggio 2026

 

+ Fabio Fabene

Segretario del Dicastero