Augusto Rafael Ramírez Monasterio
(† 1983)
Sacerdote professo dell’Ordine dei Frati Minori; consapevole del pericolo che correva, acuito dopo il sequestro e le torture già subite, fu posto sotto stretto controllo dei militari, ricevendo molteplici minacce di morte. Il sacrificio della vita rappresentò il culmine di un percorso coerente e consapevole di impegno apostolico. Il martirio risulta nell’intenzione delle forze armate governative di colpire in lui un esponente della Chiesa cattolica guatemalteca che aveva denunciato apertamente le forti ingiustizie sociali vigenti nel Paese, adoperandosi per promuovere il dialogo e la collaborazione
Augusto Rafael Ramírez Monasterio nacque a Città del Guatemala il 5 novembre 1937. Battezzato il 19 dicembre 1937 e cresimato l’8 aprile 1945, crebbe in una numerosa e fervente famiglia cattolica, frequentò la scuola primaria in Guatemala e quella secondaria in Nicaragua presso il Collegio Serafico dei Frati Minori di Diriamba.
Maturata la vocazione religiosa, il 25 dicembre 1958 iniziò il noviziato francescano a Jumilla, in Spagna, e l’anno successivo, il 26 dicembre 1959, emise la professione temporanea. Rimase nel Paese iberico fino al 1967 compiendo studi di filosofia e teologia e il 18 giugno 1967 ricevette l’ordinazione sacerdotale.
Rientrato nell’America centrale divenne formatore presso il Collegio Serafico di Diriamba fino al 1972, quando tornò in Spagna per completare gli studi universitari a Salamanca, dove restò fino al 1977. In seguito assunse il ruolo di Guardiano e parroco di San Francisco el Grande nella città di Antigua Guatemala, dedicandosi totalmente alla vita pastorale della parrocchia e ponendosi a fianco dei poveri e degli indifesi in un periodo storico tormentato dalla guerra civile che infiammava il Guatemala.
Il 2 giugno fu arrestato per avere aiutato un campesino a ottenere l’amnistia e venne trattenuto per dodici ore nella base militare di Chimaltenago subendo torture. Dopo il rilascio affrontò un periodo di sorveglianza speciale, ricevendo numerose minacce di morte, sempre più violente, fino al 7 novembre di quell’anno, quando venne assassinato lungo l’Avenida Elena alla periferia di Città del Guatemala.
Nel 1964, con un Colpo di Stato, i militari presero il potere in Guatemala avviando una sistematica persecuzione nei confronti dei gruppi militanti della sinistra politica. Il timore del comunismo fu il pretesto per giustificare azioni di forza e privare i cittadini dei loro diritti. La pastorale della Chiesa cattolica, mossa e orientata dal messaggio evangelico, e l’impegno di molti sacerdoti e religiosi a favore della promozione umana e della difesa dei diritti, erano considerati pericolosi e temuti come conniventi con l’ideologia comunista.
Molti presbiteri cattolici si fecero carico della situazione di ingiustizia dei poveri, entrando pertanto in conflitto con gli interessi dei latifondisti e delle multinazionali che appoggiavano i militari. Padre Augusto aveva svolto in quegli anni opera di mediazione tra proprietari terrieri e i campesinos che vedevano minacciati i loro terreni.
Nel giugno 1983 prestò aiuto al campesino Fidel Coroy Alvarez che, dopo aver aderito alla guerriglia armata, desiderava riscattarsi beneficiando dell’amnistia concessa dal governo. Dopo averlo confessato, lo accompagnò alla polizia, ma sia il sacerdote che il campesino vennero condotti nella base militare di Chimaltenago dove entrambi furono interrogati e malmenati. Il particolare accanimento nei confronti del presbitero era mosso dall’intenzione di carpirgli informazioni su quanto ascoltato in confessione.
Il martirio materiale avvenne nel pomeriggio del 7 novembre 1983 quando fu catturato e torturato da alcuni militari. Mentre veniva trasportato in una vettura della polizia speciale alla periferia di Città del Guatemala, approfittando di un semaforo rosso all’incrocio con Avenida Elena, il presbitero tentò di fuggire dal veicolo correndo a piedi nudi, ma raggiunto dai militari fu colpito dai proiettili e ucciso.
Il martirio ex parte persecutoris risulta evidente nell’intenzione delle forze armate governative di colpire in lui un esponente della Chiesa cattolica guatemalteca che aveva denunciato apertamente le forti ingiustizie sociali vigenti nel Paese, adoperandosi per promuovere il dialogo e la collaborazione.
L’odium fidei è stato dunque la causa prevalente della sua uccisione, rimasto fedele ai valori evangelici che lo avevano indotto a difendere i poveri e tutti coloro che subivano ingiustizie. È stato inoltre rilevato come sia rimasto fedele al ministero sacerdotale che gli imponeva il sigillo della Confessione, malgrado le violenze subite affinché riferisse quello che aveva udito.
Riguardo al martirio ex parte Servi Dei, padre Augusto era consapevole del pericolo che correva, acuito dopo il sequestro e le torture subite nel giugno 1983, quando fu posto sotto stretto controllo dei militari, ricevendo molteplici minacce di morte. Il sacrificio della vita rappresentò quindi il culmine di un percorso coerente e consapevole di impegno apostolico.