Elia Comini
(† 1944)
- 13 ottobre
Sacerdote professo della Società di San Francesco di Sales; venne catturato dai nazisti dopo essere accorso nella zona del massacro di Creda, a portare il conforto dei sacramenti ai superstiti. Consapevole della sua sorte, la mattina del 1° ottobre fu portato con altri al luogo del supplizio, presso la Botte di Pioppe di Salvaro, dove avvenne la sua esecuzione
Il Venerabile Servo di Dio Elia Comini nacque il 7 maggio 1910 a Calvenzano di Vergato, in provincia di Bologna. La famiglia, di modeste origini, si trasferì presto a Salvaro, dove l’Arciprete, Mons. Fidenzio Mellini, aveva conosciuto e frequentato San Giovanni Bosco. Questi mandò Elia alla scuola dei Salesiani a Finale Emilia, dove maturò la sua vocazione. Nel 1926, dopo il noviziato, fece la prima professione e venne inviato a completare gli studi a Torino Valsalice e all’Università Statale di Milano. Il 16 marzo 1935 fu ordinato sacerdote e si dedicò all’educazione dei giovani nelle scuole salesiane di Chiari e Treviglio, dove divenne anche preside. Fu apprezzato quale guida spirituale saggia e illuminata. Ogni anno trascorreva un periodo di vacanza presso l’anziana mamma e aiutava l’anziano parroco di Salvaro nel servizio pastorale del villaggio. Anche nell’estate del 1944 vi si recò, pur essendo quella zona al centro di combattimenti che coinvolgevano militari tedeschi, alleati e gruppi partigiani. In quel contesto bellico Don Elia predispose insieme al parroco l’accoglienza di diverse famiglie sfollate che trovarono rifugio nella parrocchia di San Michele in Salvaro. Con loro collaborò un giovane prete dehoniano, padre Martino Capelli, col quale Don Elia aveva stabilito una buona intesa. Quando i soldati delle SS dilagarono nella zona di Monte Sole, prestò soccorso alla popolazione, seppellendo i morti e nascondendo una settantina di persone in un locale attiguo alla sacrestia. Su richiesta di un gruppo di partigiani, celebrò una Messa in suffragio di alcuni loro compagni caduti in battaglia. Il 29 settembre del 1944 dopo l’eccidio perpetrato dai nazisti nella vicina località detta “Creda”, Don Elia, insieme a Padre Cappelli, accorse a portare conforto agli agonizzanti. Al suo arrivo, accusato da un delatore di essere una spia dei partigiani, fu imprigionato e costretto a trasportare munizioni. Venne infine condotto con Padre Cappelli e con un altro centinaio di prigionieri, tra i quali altri tre sacerdoti, in una scuderia a Pioppe di Salvaro, dove assistette alle molteplici violenze perpetrate dagli invasori, sempre pronto a confortare, soccorrere e prestare il ministero della Confessione. Falliti i tentativi di mediazione con i quali da più parti si cercò di salvarlo, la sera del 1° ottobre 1944 il venne ucciso insieme a Padre Cappelli e a un gruppo di altra gente considerata “inabile al lavoro”, nonostante Don Elia fosse in buona forma fisica. Durante l’esecuzione di una quarantina di persone che furono mitragliate, il corpo del Don Elia protesse uno dei tre scampati a quello che divenne noto come l’eccidio di Pioppe di Salvaro. Il sopravvissuto, divenuto un testimone decisivo di questi fatti, contribuì a far conoscere il martirio di Don Elia Comini, il cui corpo, come quello delle altre vittime, era stato disperso nelle acque del fiume Reno.
Il suo martirio materiale è avvenuto il 1° ottobre 1944. Egli venne catturato dai nazisti dopo essere accorso nella zona del massacro di Creda, a portare il conforto dei sacramenti ai superstiti. Consapevole della sua sorte, la mattina del 1° ottobre fu portato con altri al luogo del supplizio, presso la Botte di Pioppe di Salvaro, dove avvenne la sua esecuzione.
Per quanto riguarda il martirio formale ex parte persecutoris, Don Elia venne ucciso per il suo zelo sacerdotale, che lo aveva portato nei luoghi di Creda, mosso dalla carità pastorale. La sua uccisione fu dovuta principalmente al disprezzo delle brigate S.S. verso il suo esercizio caritatevole del ministero sacerdotale. Il gesto compiuto nei confronti del Breviario, che teneva in mano poco prima dell’esecuzione e gettato via da un aguzzino con un calcio, testimonia come l’odium fidei sia stato un motivo prevalente della sua uccisione.
Riguardo al martirio formale ex parte Servi Dei, come dimostrano gli atti, Don Elia era consapevole dei pericoli che correva, e fu pronto a donare la vita per i fratelli, rischiando di morire pur di portare loro conforto spirituale e materiale. Pur potendo rientrare al suo servizio in Lombardia, decise di rimanere in quelle zone, assalite dalle truppe naziste, consapevole dei rischi che correva, per esercitare il suo ministero sacerdotale a beneficio delle anime. Ai persecutori si era presentato infatti con la stola sacerdotale, gli oli santi e le particole, per potere amministrare i sacramenti ai feriti e ai moribondi. Prima di essere ucciso, si affidò completamente al Signore, accettando il martirio.
LEONE XIV
UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 30 settembre 2026
Domenica scorsa, a Bologna, sono stati beatificati tre sacerdoti martiri: Ubaldo Marchioni, diocesano, Elia Comini, salesiano e Martino Capelli dehoniano, uccisi nel 1944, in una fase drammatica della seconda guerra mondiale a motivo del disprezzo delle truppe naziste verso il loro ministero in favore dei parrocchiani. Il sacrificio supremo di questi ministri di Dio mostra ai cristiani di oggi il coraggio di farsi prossimo ai fratelli specialmente nel momento della prova.
Ascoltarono la voce del Buon Pastore
Omelia nella beatificazione dei sacerdoti: Ubaldo Marchioni, diocesano; Elia Comini, salesiano e Martino Capelli, dehoniano.
Nel medesimo periodo di cinque anni or sono giunsi qui per la beatificazione di don Giovanni Fornasini. Torno, dunque, con emozione in questa Basilica di San Petronio per presiedere, a nome del Papa, il rito della beatificazione di altri tre sacerdoti martiri e celebro con voi la Santa Eucaristia avendo l’animo colmo di gratitudine: in questo Sacramento, dove annunciamo la morte del Signore e proclamiamo la sua risurrezione, trova il suo significato più profondo anche la vicenda dei nuovi Beati: don Ubaldo Marchioni, sacerdote diocesano, don Elia Comini, salesiano, e padre Martino Capelli, dehoniano.
Le loro vicende ci riportano a uno dei momenti più tragici e confusi della nostra storia: l’eccidio di Monte Sole, che molti conoscono come l’eccidio di Marzabotto. Più di dieci anni fa lessi la loro storia in un libro dal titolo Le querce di Monte Sole: un’immagine eloquente di uomini rimasti saldi mentre tutto sembrava crollare. Celebrando il loro martirio, noi annunciamo la loro partecipazione alla morte del Signore; ma proclamiamo anche la verità della sua risurrezione. Per loro si è compiuta la promessa dell’Apostolo: «Se moriamo con lui, con lui anche vivremo» (2Tm 2,11).
Da secoli la liturgia della Chiesa fa risuonare, nella memoria dei martiri, un antico inno che oggi sembra composto proprio per questi tre nuovi Beati: Christo profusum sanguinem… laetis sequamur vocibus. «Cantiamo con voci festose il sangue versato per Cristo, la vittoria dei martiri, la corona preparata nei cieli per loro». Umanamente questo canto appare quasi un paradosso: come si può parlare di gioia davanti al sangue innocente? La risposta non nasce dall’esaltazione della sofferenza, ma dal mistero di Cristo, secondo le parole che abbiamo ascoltato da san Paolo: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù… Egli svuotò se stesso, assumendo la condizione di servo». Vuol dire che il segreto dei martiri non è l’eroismo, ma l’amore che si svuota di sé. L’antico inno aggiunge che, agli occhi del mondo, la morte dei martiri può sembrare come una pianta senza frutto né fiore; eppure proprio quel vuoto è diventato il luogo in cui Dio ha fatto fiorire la carità. Come Cristo non trattenne nulla per sé, così don Ubaldo, don Elia e padre Martino non trattennero neppure la propria vita.
Avrebbero potuto fuggire. Nei giorni terribili dei rastrellamenti la via della salvezza era ancora aperta. Molti, mossi da sincero affetto, li esortavano a mettersi in salvo. Sarebbe stata una scelta umanamente comprensibile. Ma proprio in quel bivio essi riconobbero un’altra voce: quella che il Vangelo ci ha fatto ascoltare oggi. «Le mie pecore ascoltano la mia voce; io le conosco ed esse mi seguono». Don Ubaldo, don Elia e padre Martino compresero che la voce del Buon Pastore non li chiamava lontano dal pericolo, ma accanto al loro popolo. Il gregge era impaurito, disperso, indifeso; il vero pastore, però, non abbandona le pecore quando arrivano i lupi. Per questo rimasero. Rinunciarono liberamente alla propria sicurezza per condividere fino in fondo la sorte dei fratelli loro affidati. Fratelli e sorelle, qui si manifesta la bellezza della loro santità.
Oggi la Chiesa distingue giustamente il martirio dall’offerta della vita: sono due vie diverse, ciascuna con la propria fisionomia, ma entrambe nascono dalla medesima sorgente, che è la carità di Cristo. I nostri Beati non cercarono il martirio; decisero piuttosto di non abbandonare il loro gregge. La loro fu una autentica offerta della vita: una scelta libera, consapevole e profondamente pastorale. Proprio questa disponibilità li rese pronti ad accogliere il martirio quando l’odio contro la fede si abbatté su di loro. Distinte, ma intimamente unite, oblatio vitae e martirio si illuminano reciprocamente nella logica evangelica del Buon Pastore, che dà la vita per le sue pecore.
Guardiamo a don Ubaldo Marchioni. Poteva salvarsi; preferì restare accanto alla sua gente. Cadde sui gradini dell’altare, quasi offrendo la propria vita insieme al sacrificio eucaristico. Tornano alla mente le parole del Salmo: «Verrò all’altare di Dio, a Dio, mia gioiosa esultanza» (Sal 43,4), che un tempo il sacerdote recitava ai piedi dell’altare all’inizio della Messa: ad Deum qui laetificat juventutem meam. Don Ubaldo aveva appena ventisei anni! Con lui guardiamo a don Elia Comini. Dopo aver celebrato quella che sarebbe stata l’ultima Messa della sua vita, si lasciò davvero spezzare, come il pane eucaristico, per la salvezza del suo popolo. E contempliamo padre Martino Capelli. La sua fedeltà sacerdotale divenne testimonianza del Cuore aperto di Cristo: rimase presente come pastore, come fratello e come uomo di Dio. Nessuno dei tre volle sottrarsi alla sorte della propria comunità. Scelsero semplicemente di restare.
Oggi, celebrando la beatificazione di questi martiri, comprendiamo che le loro vite non sono state spezzate dal male, ma portate a compimento dall’amore. Per questo il loro sangue non grida vendetta, ma annuncia Cristo. È il profumo di una Chiesa che non fugge, che non abbandona, che rimane solidale accanto a chi soffre. Come ha scritto il fratello Cardinale Arcivescovo, la testimonianza di chi ha scelto di restare con la propria comunità interpella profondamente anche noi: ci chiede di scegliere con decisione la pace, di unire le nostre energie a quanti lavorano per disarmare i cuori e le mani, di disinnescare l’ostilità con il dialogo e di custodire insieme verità e perdono, giustizia e misericordia.
I nuovi Beati ci ottengano la grazia di riconoscere, anche nelle prove del nostro tempo, la voce del Buon Pastore e di avere il coraggio di seguirla. Amen.
Bologna – Basilica di San Petronio, 27 settembre 2026
Marcello Card. Semeraro
DICASTERIUM DE CAUSIS SANCTORUM
BONONIENSIS
Beatificationis seu declarationis martyrii
SERVI DEI
ELIAE COMINI
Sacerdotis Professi Societatis Sancti Francisci Salesii
in odium fidei, uti fertur, interfecti
(† 1 Octobris 1944)
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DECRETUM SUPER MARTYRIO
“Il buon pastore dà la propria vita per le pecore” (Gv 10, 11). La sorgente profonda dello stile pastorale del Servo di Dio Elia Comini risiede nella scelta di dare la vita per i fratelli, come ha fatto Gesù. Questa è l’essenza della sua carità pastorale, che lo presenta come modello di pastore che veglia sul gregge, pronto a dare la vita per esso, in difesa dei deboli e degli innocenti.
Don Elia Comini nacque a Calvenzano di Vergato (Bologna) il 7 maggio 1910. I genitori Claudio, falegname, ed Emma Limoni, sarta, lo prepararono alla vita e lo educarono alla fede. Fu battezzato a Calvenzano. A Salvaro di Grizzana fece la Prima Comunione e ricevette la Cresima. L’arciprete di Salvaro, monsignor Fidenzio Mellini, che da giovane militare a Torino aveva conosciuto don Bosco, indirizzò il giovane Elia al piccolo seminario salesiano di Finale Emilia (Modena). Nel 1925, il Servo di Dio entrò nel noviziato salesiano di Castel De’ Britti (Bologna), emettendo la professione religiosa temporanea il 3 ottobre 1926. Fino al 1928 frequentò come chierico studente il liceo salesiano di Torino-Valsalice, dove era allora custodita la tomba di don Bosco. Fu in questo luogo che Elia iniziò un impegnativo cammino spirituale, testimoniato da un diario che egli redigerà fino alla tragica morte. Alla vigilia della rinnovazione dei voti egli scriveva: “Sono contento più che mai di questo giorno, alla vigilia dell’olocausto che spero Ti sia gradito. Ricevimi pure come una vittima espiatoria, quantunque non lo meriti. Se credi, dammi qualche ricompensa: perdona i miei peccati della vita passata; aiutami a farmi santo”.
Compì il tirocinio pratico come assistente educatore a Finale Emilia, a Sondrio e a Chiari. Si laureò in Lettere presso l’Università Statale di Milano. Emessa la professione perpetua l’8 maggio 1931, venne ordinato sacerdote a Brescia il 16 marzo 1935. Dapprima insegnò Lettere nell’aspirantato “San Bernardino” di Chiari (Brescia) e, nel 1941, venne trasferito all’istituto salesiano di Treviglio (Bergamo), dove continuò l’attività di insegnante. Incarnò particolarmente la carità pastorale di don Bosco e i tratti dell’amorevolezza salesiana, che trasmetteva ai giovani attraverso il carattere affabile, la bontà e il sorriso.
Nel giugno 1944, mentre si stava consumando lo scontro diretto tra le truppe tedesche e quelle alleate nella zona tra Monte Salvaro e Monte Sole sull’Appennino emiliano, don Elia ritornò alle sue terre natali per assistere la mamma anziana e sola. Fino a metà settembre 1944 aiutò l’anziano parroco Mons. Mellini, dedicandosi alla catechesi, agli esercizi spirituali, alla predicazione e alla celebrazione dell’Eucaristia. Insieme al Servo di Dio Martino Capelli, Dehoniano, si dedicava continuamente a soccorrere, consolare, amministrare i sacramenti, seppellire i morti.
Il triduo di passione per don Elia Comini e per padre Martino Capelli iniziò venerdì 29 settembre. Nella parrocchia di Salvaro, piena di rifugiati, giunse la notizia che, in seguito ad uno scontro con i partigiani, le terribili SS avevano catturato 69 persone, tra le quali c’erano dei moribondi bisognosi di conforto. Don Elia celebrò la sua ultima Messa al mattino molto presto; poi con padre Martino si recò a soccorrere i feriti, gli uccisi, gli arrestati, portando la teca con l’Eucarestia e gli Oli santi. A Creda di Salvaro i due sacerdoti vennero arrestati; usati “come giumenti” e costretti a trasportare munizioni. A sera furono rinchiusi nella scuderia di Pioppe di Salvaro. Sabato 30 settembre, don Elia e padre Martino spesero tutte le loro energie nel confortare i numerosi uomini rinchiusi insieme con loro. A sera si confessano reciprocamente. Il giorno seguente, sull’imbrunire, la mitraglia falciò inesorabilmente le 46 vittime di quello che sarebbe passato alla storia come l’“Eccidio di Pioppe di Salvaro”. Testimoni che si trovavano a breve distanza dal luogo dell’eccidio poterono sentire la voce di don Comini che guidava le Litanie e udire poi il rumore degli spari. Don Comini prima di accasciarsi colpito a morte diede l’assoluzione a tutti e gridò: “Pietà, pietà!”. La sua salma, con quella degli altri uccisi, venne dispersa nel fiume Reno.
In forza della fama di santità, presso la Curia arcivescovile di Bologna, fu celebrata l’inchiesta diocesana dal 3 dicembre 1995 al 25 novembre 2001, la cui validità è stata riconosciuta dall’allora Congregazione delle Cause dei Santi con decreto del 1° ottobre 2004. Preparata la Positio super virtutibus, si è discusso, secondo la consueta procedura, se il Servo di Dio abbia esercitato in grado eroico le virtù. Il Congresso Peculiare dei Consultori Teologi si è tenuto il 4 aprile 2017, con esito positivo. Successivamente a seguito di una rilettura martiriale della vicenda del Servo di Dio, su richiesta della Postulazione, il Dicastero delle Cause dei Santi ha concesso il cambio di lemma della Causa da super virtutibus a super martyrio. Preparata la Positio supplettiva super martyrio ed approfondita la vicenda martiriale del Servo di Dio con ulteriori studi, si è discusso, secondo la consueta procedura, se la morte del Servo di Dio sia stata un vero martirio. Il 25 febbraio 2020 si è tenuta la Seduta dei Consultori Storici e l’11 aprile 2024 si celebrò il Congresso Peculiare dei Consultori Teologi, entrambi con pareri favorevoli. I Padri Cardinali e Vescovi, nella Sessione Ordinaria del 10 dicembre 2024, hanno riconosciuto che il suddetto Servo di Dio fu ucciso per la sua fedeltà a Cristo e alla Chiesa.
Il sottoscritto Cardinale Prefetto ha quindi riferito tutti questi dati al Sommo Pontefice Francesco. Sua Santità, accogliendo e confermando i voti del Dicastero delle Cause dei Santi, ha oggi dichiarato: Constano il martirio e la causa che ha determinato il martirio del Servo di Dio Elia Comini, Sacerdote professo della Società di San Francesco di Sales, in odio alla fede.
Il Sommo Pontefice ha poi disposto che il presente decreto venga pubblicato e inserito negli atti del Dicastero delle Cause dei Santi.
Dato a Roma, il 18 dicembre 2024
Marcello Card. Semeraro
Prefetto
+ Fabio Fabene
Arciv. tit. di Montefiascone
Segretario